|
Carlo Galli
Carl Schmitt
nella cultura italiana (1924-1978)
Storia, bilancio, prospettive di una presenza
problematica (1979)
Premessa
(novembre 2009)
E’ per me un motivo
di compiacimento che gli amici della rivista «Storicamente»
mi abbiano chiesto il permesso – volentieri
accordato – di ripubblicare, a più
di trent'anni di distanza, il mio primo saggio
schmittiano, ossia questa rassegna apparsa nel
n. 1 del 1979 della rivista «Materiali per
una Storia della Cultura Giuridica», fondata
e allora diretta dal compianto Giovanni Tarello.
Il testo appare come
allora fu stampato, con la sola correzione di
alcuni refusi; non è aggiornato né
contenutisticamente né bibliograficamente.
Resta esclusa la più feconda stagione della
presenza schmittiana in Italia, quella che va
dal 1979 a oggi, che ha visto non solo la traduzione
pressoché completa delle opere di Schmitt
nel nostro Paese (mentre molte di esse sono qui
citate in tedesco) ma anche l’ingresso di
Schmitt e del suo pensiero – con tutte le
cautele necessarie – nel canone moderno
della filosofia politica e giuridica (più
precocemente, ma non diversamente, di quanto sia
avvenuto nel resto dell’Occidente, e dell’Estremo
Oriente), e il formarsi di diverse scuole interpretative,
nonché di uno schmittianesimo vulgato e
scolastico.
Dalla rinnovata fortuna
italiana di Schmitt – determinata dalla
pubblicazione, presso il Mulino di Bologna, di
Le categorie del ‘politico’,
nel 1972 – derivava l’impulso che
mi spinse, mentre muovevo i primissimi passi della
carriera accademica, a studiare le cause e gli
eventuali antecedenti di quello che mi pareva
un autentico cambio di paradigma del pensiero
filosofico-politico, cioè di quel passaggio,
che con Schmitt si compiva, dal modello democratico
(ma Rawls non era ancora stato tradotto) e da
quello dialettico (allora dominante) a quello
del pensiero negativo. Era questa infatti la chiave
in cui già allora assumevo la sostanza
della posizione schmittiana, cercando –
collocandomi al di là della lettera dell’ideologismo
cattolico, e ovviamente di quello nazista, di
Schmitt – di dare un significato a un improvviso
e per certo aspetti sconcertante interesse della
cultura italiana, di centro, di destra, di sinistra,
per un pensatore fino ad allora marginale, o ‘maledetto’
senza il beneficio del dubbio (e della conoscenza
diretta).
Era soprattutto una parte
della sinistra (quella operaistica) a cercare
allora in Schmitt – nel suo decisionismo
– un impulso al superamento della crisi
del gramscismo e del francofortismo: uno sforzo
che si collocava all’interno di quel sincretismo
che nella seconda metà degli anni Settanta
cercava di coniugare marxismo e post-strutturalismo,
e in generale dialettica e antidialettica. Al
di là degli esiti deludenti sotto il profilo
pratico-politico, e anche delle contingenze e
delle mode, la presenza di Schmitt in Italia prometteva
quello che poi mantenne: accanto a forme di culto
e di acritica maniacalità, portò
nel nostro Paese un pezzo di grande cultura europea,
una rinnovata capacità di interpretare
con realismo le categorie della politica moderna,
di leggere la storia delle istituzioni (dello
Stato in primis) con occhi non solo
giuridici o sociologici, ma propriamente politici,
attenti cioè ai conflitti, alle durezze,
agli scarti che hanno scandito la nascita, la
vita e la morte delle forme occidentali della
politica moderna.
Gli specifici passaggi
argomentativi del mio saggio, i punti nodali da
me rilevati, le ipotesi di interpretazione complessiva
del significato delle interpretazioni di Schmitt
in Italia, e della sua stessa proposta intellettuale,
mi sembrano sostanzialmente tenere, anche se sono
esposti con il linguaggio e lo stile di un giovane.
Come ho cercato di mostrare nella seconda monografia
che gli ho dedicato (Lo sguardo di Giano,
del 2008), dopo la prima, Genealogia della
politica (del 1996, nuova edizione nel 2010),
oggi, nell’età globale, der letze
Vertreter des jus publicum europaeum –
come Schmitt si definiva – è certamente
spaesato (almeno per certi aspetti Stato-centrici
e euro-centrici del suo pensiero; mentre per altri,
come la critica del parlamentarismo e della rappresentanza,
o la tematica del caso d’eccezione è
up to date). Comunque sia, può avere
qualche senso vedere come la sua presenza nella
nostra cultura filosofica e giuridica abbia lavorato
nel nostro passato, recente e meno recente. La
fortuna di Schmitt è stata – e potrebbe
essere ancora di più se si estendesse questo
mio lavoro fino ai nostri giorni – una importante
cartina di tornasole della consapevolezza con
cui gli intellettuali politicamente orientati
comprendono quello che di volta in volta è
il loro presente. E’ del sapere politico
in generale che infatti si parla, quando si parla
di Schmitt.
Carl Schmitt nella
cultura italiana (1924-1978)*
Storia, bilancio, prospettive
di una presenza problematica
*Il presente saggio è stato
terminato nel dicembre 1978, e consegnato alla
rivista «Materiali per una Storia della
Cultura Giuridica» nel gennaio 1979. Viene
qui riprodotto nella edizione originale, mantenendo
inalterata la formattazione dei riferimenti bibliografici.
I. Quando, nell’agosto del
1922, in risposta allo «sciopero legalitario»
proclamato dall’Alleanza del Lavoro, le
squadre fasciste distrussero la nuova sede dell’Avanti!
in Milano, scomparve tra le fiamme della tipografia
anche il manoscritto, in corso di stampa, della
traduzione italiana della Dittatura di
Carl Schmitt (apparsa, nella prima edizione tedesca,
il 1921)[1].
Veniva così interrotta sul nascere una
possibile «fortuna» di Schmitt in
Italia, che si annunciava importante e promettente,
data anche la straordinaria tempestività
con cui la traduzione era stata eseguita. Ma né
il fascismo né l’antifascismo recuperarono
in seguito Die Diktatur[2],
e la penetrazione di Schmitt in Italia fu poi
condizionata non soltanto da quell’occasione
perduta, ma anche da una recezione relativamente
tarda e segnata dalla forte connotazione politica
delle posizioni schmittiane, prima autoritarie
(del genere «democrazia protetta»)
poi apertamente naziste (o comunque presentate
e ritenute come tali).
A più di mezzo secolo di
distanza, può apparire paradossale che
siano stati i socialisti i primi a tradurre Schmitt
in Italia, e i fascisti a bruciarne il manoscritto;
ma forse in quella lontana violenza è possibile
oggi cogliere — pur nella inconsapevolezza
che la guidò — uno stimolo a una
interpretazione di Schmitt diversa da quella che
storicamente appare consolidata da più
di cinquant’anni di critica italiana.
Se è logico che un autore
come Schmitt risenta non poco del clima politico
in cui opera e nel quale viene recepito, è
però altrettanto vero che la fortuna italiana
di Schmitt è stata sorprendentemente costante
(una volta perduta quell’occasione iniziale),
e segnata da una duplice caratteristica: una significativa
«marginalità» del pensiero
schmittiano nella nostra cultura, e una sua interpretazione
essenzialmente «filosofica». Infatti,
quello che potrebbe essere uno «spaccato»
di più di mezzo secolo di cultura giuridica
e politica italiana dal punto di vista dell’incidenza
di Schmitt, rivela invece brusche fratture, significativi
silenzi, omissioni, censure, fraintendimenti,
almeno fino ad anni vicinissimi (vi sono state
alcune eccezioni, che pur nella loro importanza
restano tali). La storia delle interpretazioni
italiane di Schmitt si è cosi rivelata
episodica e frammentaria, ma non casualmente,
anzi a causa di un atteggiamento di fondo che
ci è parso importante dichiarare.
Abbiamo creduto di individuare
il motivo principale di questa circostanza —
più ancora che nella nota compromissione
politica di Schmitt con il nazismo — nel
fatto che la critica italiana (per una serie di
fattori che si porranno in evidenza) ha voluto
fin dall’inizio inquadrare il pensiero di
Schmitt nelle coordinate storicistiche, dialettiche,
spiritualistiche della filosofia tradizionale;
tale operazione si è rivelata una vera
camicia di Nesso per un pensiero che, come quello
schmittiano, si concepisce — ed è
questa l’ipotesi che sorregge tutto il presente
lavoro — come analisi «scientifica»
della politica, vista come un sistema di rapporti
la cui struttura fondamentale è l’esclusione.
Non è dunque questa una
rassegna soltanto delle più note prese
di posizione, delle critiche più autorevoli
e divulgate[3],
ma, proprio attraverso il recupero minuzioso anche
degli interventi più lontani, nascosti,
marginali, un tentativo di fornire il panorama
unitario e complessivo dei diversi canali attraverso
i quali Schmitt è stato recepito nella
cultura italiana, con puntuale attenzione alla
specifica incidenza politico-culturale di ogni
interpretazione.
Da questa «storia di una presenza»
si è poi proceduto non soltanto a un «bilancio»
e a una «valutazione», ma anche —
sulla base di una diversa ipotesi di lettura —
a indicare nuove aree di possibile operatività
scientifica del pensiero schmittiano: che è
quanto si è tentato di fare nell’ultima
parte del saggio, pertanto palesemente non avulsa
dalle precedenti, e che anzi a quelle si collega
necessariamente, nella convinzione che re-interpretare
Schmitt sia non soltanto un’operazione politica,
ma che implichi anche l’entrare in conflitto
con alcune strutture tradizionali del pensiero
politico italiano.
La pretesa di completezza che ha
mosso l’autore a una scrupolosa ricerca
è forse — nonostante i molti sforzi
— non pienamente realizzata; sono stati
tuttavia recuperati interventi che — sepolti
in certi casi da decenni di oblio — non
hanno trovato segnalazione neppure nella documentatissima
bibliografia che segue alla traduzione italiana
delle Categorie del ‘Politico’[4].
Collocato fra storia del pensiero
politico, critica filosofica e proposte di «politica
culturale», il presente lavoro vuole essere
un modesto omaggio al «gran vecchio della
politologia europea» in occasione del suo
novantesimo compleanno, e un contributo all'interpretazione
del suo densissimo pensiero.
II. È anzitutto da segnalare
ed esaminare un gruppo di primissimi interventi
intorno al pensiero schmittiano, importanti sia
perché retrodatano di parecchio quello
che solitamente è ritenuto l’ingresso
di Schmitt nella nostra cultura (cioè i
primi anni Trenta), sia perché non sono
ancora influenzati dal saggio di Löwith[5],
che eserciterà poi un’influenza decisiva
sulle interpretazioni italiane di Schmitt (inserendosi
tuttavia in una sostanziale predisposizione della
nostra cultura alla diffidenza verso il pensiero
schmittiano, come questi primi interventi documentano,
con una sola eccezione). Si tratta tuttavia di
segnalazioni specialistiche, slegate da una recezione
ampia e articolata, che non trovano eco nella
cultura italiana, tanto che di esse si era virtualmente
perduto il ricordo fino ai nostri giorni.
Apre la serie — con quello
che allo stato attuale delle ricerche pare il
primo intervento in assoluto — Filippo Grispigni
nel 1924[6],
con una recensione di Politische Theologie,
in cui viene esposto, brevemente ma con sicurezza
e buona informazione, il concetto «veramente
un po’ singolare» di teologia politica,
sia nei suoi ascendenti storici (Leibniz, Cartesio,
Rousseau, Atger, Boutmy), sia specificamente in
Schmitt; si sottolinea inoltre che questi passa
dalla percezione di un generico «rapporto»
fra teologia e scienza dello Stato a una più
impegnativa «sociologia dei concetti giuridici»,
per fissare i principi generali che in ciascuna
epoca legano metafisica e politica (dall’assolutismo/trascendenza
alla democrazia/immanenza).
Riconosciuto che l’assunto
di Schmitt è interessante, Grispigni tende
tuttavia a disinnescarne il potenziale critico
(con un procedimento che è caratteristico
di gran parte delle interpretazioni italiane),
esprimendo «molte riserve sulla fondatezza
di un tale principio (scil. il legame generale
fra sistema metafisico e sistema politico) perché,
se indubbiamente esso contiene qualche elemento
di verità, è pure certo che una
generalizzazione troppo affrettata risulta in
evidente contrasto con la realtà storica»[7].
Nonostante il valore «sintomatico»
di questa breve recensione, il suo peso intrinseco
pare alquanto scarso; più interessante
e articolata è invece quella che —
dopo cinque anni di silenzio della critica —
C. G. [8]
dedica a Verfassungslehre, sia perché
sviluppa un discorso molto ben informato e originale
sul concetto schmittiano di sovranità,
portato alla luce attraverso l’analisi delle
principali opere del giurista tedesco, sia perché
inquadra lo Schmitt — con indubbia competenza
— nell’ambito del pensiero giuscostituzionalistico
germanico (ricostruito a partire dall’Allgemeine
Staatslehre, attraverso il concetto di Rechtsstaat,
fino al neopositivismo giuridico della scuola
austriaca e al polemico recupero del Polizeistaat
nell’epoca «pluralistica»
di Weimar). Goretti riconosce come filo conduttore
del pensiero schmittiano l’elaborazione
del concetto di sovranità come di
un «irrazionale che sta al di fuori del
diritto», «irriducibile a ogni valutazione
giuridica», così che «lo Stato
come forma di unità politica, di imperium,
appare principalmente fondato su tale principio»[9].
Ma accanto a questa, che sembra
al critico italiano la più sostanziosa
acquisizione dello Schmitt — come più
volte ripete —, vi è nel pensiero
del giurista tedesco un’altra nozione fondamentale,
quella di unità politica immediata di
un popolo, vera fonte di ogni costituzione
e depositaria della sovranità: ed è
contro questo principio che si concentrano le
critiche di Goretti. Secondo questi, infatti,
tale unità politica sarebbe mitica, deriverebbe
a Schmitt da forti suggestioni rousseauiane, e
dimostrerebbe — anche attraverso gli espliciti
riferimenti a Hobbes – di essere «una
conseguenza di una generale concezione naturalistica
che per quanto ammantata di orpello idealistico
è un po’ dappertutto la caratteristica
del nostro tempo»[10].
Al contrario di quanto sostiene Schmitt —
prosegue il critico italiano — «la
sovranità politica nelle sue diverse manifestazioni
storiche non è affatto questa identità
di popolo che si fa stato, ma è la risultanza
di lotte politiche, il predominio di certe maggioranze
o di certe minoranze che esercitano certe determinate
funzioni sociali, per cui lo Stato non è
altro che l’equilibrio di limiti e di controlli
in modo da regolare appunto l’esercizio
della sovranità»[11];
e lo stesso sovrano — il quale dovrebbe,
secondo Schmitt, realizzare la «presenza»
veramente democratica, superando la «rappresentanza»
liberale e elitaria e i rischi di sterile meccanicismo
a essa immanenti — è anch’esso
mitico[12].
Molto più concreto appare allora il concetto
giuridico-politico liberale secondo il quale «l’unità
politica di un popolo non è un dato da
accettare come mito, come un contratto sociale
già perfetto, ma un lento sforzo che si
ottiene attraverso un coordinamento e una autonomia
dei gruppi sociali»; anche tale concetto
liberale — e qui Goretti accetta la lezione
schmittiana — «è certamente
[... ] una ideologia politica, non un criterio
giuridico astratto, ma il carattere giuridico
che lo contraddistingue è quello di sostituire
più che sia possibile al criterio politico
della sovranità il criterio della funzione
della competenza, che, come faceva osservare lo
Jellinek, è essenzialmente giuridico»[13].
Ora, al di là dell’indubbia solidità
dell’impianto teorico, questa recensione
ci appare importante perché imposta da
un punto di vista giuridico (ma non certamente
digiuno di una più ampia problematica storica
e filosofica) tutta una serie di critiche che
verranno mosse in seguito a Schmitt e —
più che al suo concetto di sovranità
— a quello più immediatamente politico
di «unità popolare», ritenuto
insufficiente a dare ragione della complessità
delle strutture costituzionali, critica che si
rivelerà una costante delle letture italiane
di Schmitt. Accanto a questo rilievo — e
anche senza sottolineare la notevole carica di
anticonformismo che anima la difesa della dottrina
liberale in anni non certo favorevoli (ma è
da ricordare che dal 1927 la «Rivista di
Filosofia» traeva ispirazione diretta da
Piero Martinetti) — ci appare notevolissimo
il parallelo Kelsen-Schmitt, che in seguito verrà
individuato da buona parte della critica[14]
come uno dei nodi centrali per la definizione
del pensiero schmittiano.
Così, nonostante una certa
convenzionalità dell’interpretazione
(rilevabile però soltanto alla luce di
quelle che hanno seguito, e sulle quali questa
di Goretti non pare peraltro aver avuto alcuna
influenza) si può certamente affermare
che questo lontano e dimenticato saggio critico
è uno dei momenti di maggior sensibilità
verso il pensiero di Schmitt nella cultura dell’Italia
prebellica.
Di semplice presentazione riassuntiva
è invece il breve commento di Mario Einaudi[15]
a Der Hüter der Verfassung, che l’italiano
considera di grande attualità politica
per la situazione della Germania, nel momento
in cui al binomio antitetico sovrano/parlamento
si è sostituito un pluralismo politico
e territoriale che rischia di minare la stessa
struttura statale unitaria. La proposta schmittiana
di un «protettore della Costituzione»
nella figura del capo dello Stato è da
Einaudi considerata in parallelo alla «protezione
giudiziaria» fornita negli USA dalla Corte
Suprema, ed è valutata come difesa della
democrazia plebiscitaria, ben diversa quest’ultima
— per i poteri tuttavia restanti al Parlamento
— da una dittatura vera e propria. Nulla
viene detto però dei rapporti di Schmitt
con la cultura tedesca, né delle sue opere
precedenti, così che il valore storico
di questo intervento risiede soltanto nella prova
di una sia pur timida apparizione di Schmitt nella
cultura italiana fra gli studiosi di diritto internazionale,
ma senza che — almeno per il momento —
si accenda intorno al giurista e politologo tedesco
un reale e significativo dibattito.
Dell’assenza di Schmitt dal
panorama della cultura italiana si era del resto
lamentato, l’anno precedente, Carlo Curcio[16]
nel primo numero della rivista «Lo Stato»,
diretta da Carlo Costamagna, che in seguito sarà
un importante veicolo di diffusione di scritti
schmittiani[17],
in un ambiente culturale rigidamente fascista.
Siamo in questo caso agli albori di un’altra
costante delle interpretazioni italiane di Schmitt
(che però rimane sostanzialmente marginale,
prevalendo, come si vedrà, il rifiuto da
parte della cultura accademica, anche in periodo
pre-bellico): la sua spregiudicata utilizzazione
come teorico del fascismo, e non soltanto con
riferimento agli scritti dello Schmitt compromesso
con il nazismo (che comunque nel 1930 —
anno in cui scrive Curcio — erano di là
da venire), ma come interpretazione genericamente
fascista di tutto il suo pensiero. È infatti
questa l’operazione che più o meno
scopertamente Curcio propone, ed è a questo
fine che auspica la diffusione di Schmitt nella
cultura italiana, la quale al contrario si fascistizzerà
per altre vie e continuerà — non
per antifascismo, ma per provincialismo e a causa
dell’egemonia idealistica — a ignorare,
in linea di massima, il pensiero di Schmitt.
In questa proposta di «politica
culturale» sta tutto il senso dell’intervento
di Curcio, poiché non si può certamente
dire che la sua presentazione di Schmitt —
e delle sue principali opere, con esclusione tuttavia
del Begriff des Politischen, che pure nel
1930 aveva avuto già due edizioni —
abbia grande valore scientifico: inserito Schmitt
nell’ambito dei critici del Rechtsstaat
e del liberalismo, Curcio trova soprattutto
apprezzabile il rapporto schmittiano politica/diritto,
quale si determina nella dittatura e nel complesso
nodo costituzione-Stato-sovranità. E lo
Stato «non giuridico, ma politico, vivo,
umano, dinamico», che supera la rappresentanza
democratica, è naturalmente per Curcio
«realtà etica, politica, come ha
detto Mussolini»[18].
Ma per fare rientrare completamente
lo Schmitt degli anni ‘17-’28 in uno
schema fascista (operazione non agevole, nonostante
alcuni apprezzamenti schmittiani per Mussolini[19])
Curcio deve esorcizzare, imbarazzato, l’ascendenza
rousseauiana di Verfassungslehre, edeve
soprattutto sottolineare l’irrazionalismo
romantico delle rivoluzioni, che sarebbe il momento
essenzialmente politico e che poi la dittatura
placherebbe in un nuovo ordine «classico»
e statuale[20].
Ma l’equazione di romanticismo, rivoluzione
e politica, che Curcio vede come fondamento di
ogni Stato e come retroterra di ogni dittatura
e di ogni «costituzione» popolare
— che da quella trarrebbe la sua legittimità
— contraddice apertamente il concetto schmittiano
della Politische Romantik[21],
secondo il quale il romanticismo (estetico, ma
anche nella forma ideologica di «discussione»
liberale) è l’esatto opposto della
vera capacità politica di instaurare un
ordine fondato sulla decisione sovrana e sulla
capacità di distinguere ed escludere l’amico
dal nemico.
Così, nonostante Curcio
abbia l’intuizione — in seguito da
altri ripresa e sviluppata — di una sostanziale
mobilità e dinamicità del concetto
schmittiano di Stato (ma si tratta pur sempre
di uno Schmitt parziale, puramente decisionista,
dimidiato della più importante problematica,
quella relativa all’Ordine per esclusione),
la sua presentazione di Schmitt si conferma un
espediente per nobilitare la «rivoluzione»
fascista e lo Stato mussoliniano, senza che, da
una parte, ci sia reale rispondenza con il pensiero
schmittiano (il fascismo, per Schmitt, è
la conseguenza del «pluralismo» e
delle «compatibilità illimitate»,
in una linea di analisi di ascendenza weberiana
che sfugge completamente a Curcio), e senza che,
d’altra parte, tale espediente abbia frutti
importanti in campo fascista.
III. Di tutt’altro livello
— e tale da produrre risultati ben diversi
da quelli sperati da Curcio — è invece
il saggio di Karl Löwith[22],
che favorisce la posizione del «problema
Schmitt» come di una questione anche —
se non soprattutto — «filosofica»;
sotto lo pseudonimo di Hugo Fiala, Löwith
individua e critica, al di là delle questioni
giuridiche, il centro teorico del pensiero schmittiano,
in pagine di aspra polemica. Dato questo ruolo
«storico» e data la fortuna veramente
singolare e il grande favore trovato presso la
successiva critica italiana, di questo articolo
ci sembra giustificata una sia pur breve analisi,
in via preliminare e quasi come propedeutica a
larga parte delle interpretazioni italiane di
Carl Schmitt. La tesi centrale di Löwith
è dunque che, pur presentandosi come anti-romantico,
il «decisionista» Schmitt sia altrettanto
«occasionalista» di quegli autori
il cui «eterno dialogo» critica violentemente
nel suo Politische Romantik;tale occasionalismo
deriva a Schmitt da una mancanza di nerbo teorico/pratico
nel suo pensiero, che appare così la perfetta
espressione di una «distruzione della ragione»,
ancora più definitiva e radicale di quella
operata, rispetto a Hegel, da Marx e da Kierkegaard,
perché non incentrata — al contrario
di quelle — né su Dio né sull’Umanità[23].
Distrutta la ragione hegeliana in grado di riconoscere
e superare nella forma autoassolutoria dello Spirito
le contraddizioni da cui è prodotta, rimossi
come spuri e antiscientifici i riferimenti supremi,
gli «interessi generali» di Kierkegaard
e di Marx, la contraddittorietà amico/nemico,
alla quale Schmitt ricorre per interpretare il
«politico», resterebbe, secondo Löwith,
incapace di darsi una razionale autogiustificazione,
priva di un vero punto di riferimento e chiusa
ciecamente in se stessa, e proprio per questo
pronta ad accogliere meccanicamente e passivamente
ogni contenuto esterno e a farlo proprio[24].
L’analisi delle varianti fra l’edizione
del 1932 e quella del 1933 del Begriff des
Politischen[25]
(nel caso specifico, la soppressione — agli
albori del regime nazista — di «inopportuni»
riferimenti a Marx, Lenin e Lukács) comproverebbe,
secondo Löwith, questa sostanziale disponibilità
di Schmitt ad accogliere acriticamente ogni stimolo
esterno, convalidata anche dalla ben più
probante circostanza di uno Schmitt via via normativista,
decisionista, «avvocato del pensiero ordinato
e formativo» (cioè nazista; e —
si potrebbe aggiungere — su questa linea
è possibile continuare imputando a Schmitt
la sua — parziale — palinodia post-nazista
e la sua rivalutazione del Jus Publicum Europaeum,
che aveva proclamato superato, insieme alla forma
classica dello Stato, dal concetto di Reich
e da quello correlato di Grossraum[26]).
La riduzione di ogni concetto a
«polemica» e la conseguente distruzione
della ragione dialettica sono acutamente ascritte
da Löwith a quel rapporto filosofia/spirito-del-tempo
che, penetrato nella cultura tedesca, dall’eredità
hegeliana mediata da Ruge si sviluppa attraverso
Schopenhauer, Nietzsche, Dilthey, Scheler, Weber,
fino a Heidegger («l’impotenza creatrice
del sapere» e la «sapiente risolutezza»),
alla cui ontologia esistenziale è subordinata
la politica esistenziale di Schmitt, totalmente
dipendente, dunque, dallo spirito-del-tempo[27].
Il più profondo pensiero, il segreto più
nascosto della filosofia tedesca, l’andar
di pari passo della verità assoluta con
il tempo storico, si rovesciano così nella
«occasionale» decisione esistenziale,
nel pensiero sequestrato nella realtà contingente
e passivamente compenetrato da questa; consumato,
nella «polemica» sostanzialità
regressiva nazista e antisemitica, il sacrificio
della ragione trascendente, la filosofia tedesca
non è più, con Schmitt, la forza
capace di evidenziare la razionalità del
reale, non è più, insomma,
filosofia della storia.
Infatti, afferma Löwith, la
linea secolarizzante della «teologia politica»
schmittiana è incapace di fornire una valutazione
razionale della storia, come pure è impotente
di fronte al problema di individuare il «centro»
decisionale del mondo contemporaneo[28],
limitandosi ad accettare dall’esterno il
mito rozzo e aberrante dell’antisemitismo,
la cui difesa appare così lo scopo vero
di tutta l’opera schmittiana.
È evidente che il saggio
di Löwith si muove ad altissimo livello teorico
e che non costituisce un intervento casuale nell’ambito
della produzione dell’autore di Da Hegel
a Nietzsche e di Significato e fine della
Storia, sulla cui stessa ipotesi è
anzi costruito; la suggestione che muove da queste
pagine (subito individuata da Cantimori[29]
e per certi versi simile a quella di certi scritti
di Massimo Cacciari[30],
pur concepiti da ben diversa angolazione) sta
soprattutto nella collocazione del pensiero schmittiano
in un più ampio contesto, di cui Schmitt
è considerato il punto d’arrivo necessario.
Ma, a nostro avviso, il saggio ha un limite insuperabile
— oltre che nella rigida ipotesi di fondo,
che porta a considerare tanta parte della filosofia
post-hegeliana come semplice «distruzione
della ragione» — nella circostanza,
pienamente giustificata ma non per questo meno
rilevante, di essere quasi un invito per la cultura
europea a una «battuta di caccia»[31]
per smascherare l’antisemitismo di Schmitt.
L’analisi teorica del rapporto Schmitt/secolarizzazione,
che si rivelerà assai proficua, si intreccia
invece non soltanto con il generale atteggiamento
«filosofico» di Löwith, ma anche
con un pathos carico di indignazione e
a volte di astio: ne risulta una lettura fortemente
«valutativa», e Schmitt viene in tal
modo trascinato — in anni che certamente
favorivano queste forti prese di posizione —
davanti al «tribunale dello Spirito».
Le linee di penetrazione in Italia
di questo saggio sono essenzialmente legate proprio
a questo aspetto «polemico», mentre
la «genealogia» filosofica di Schmitt
dal pensiero negativo e da Weber (che pure vi
si adombra) ha avuto fortuna molto minore e soprattutto
molto più tarda; l’attacco di Löwith
al pensiero schmittiano è assunto da gran
parte della cultura italiana come pretesto per
liquidare in nome della filosofia (non certo,
in quegli anni, della tolleranza razziale) un
pensatore troppo difforme dalla tradizione. In
generale, i critici italiani (del periodo fascista,
ma in gran parte anche del dopoguerra) traggono
dal saggio di Löwith i seguenti stimoli interpretativi:
la collocazione di Schmitt fra i prodotti più
torbidi dell’anima irrazionale tedesca[32],
e la conseguente critica al nichilismo schmittiano;
il rilievo dell’assoluta mancanza di autonomia
dell’elemento teorico (la «distruzione
della ragione»), cui si accompagnano l’occasionalismo
politico e l’incapacità di una razionale
valutazione della storia (cioè di una filosofia
«spirituale» della storia); l’accusa
a Schmitt di non essere in grado di fornire (se
non nella «occasionale» forma nazista)
un criterio per la determinazione dell’amicus
(accusa mossa anche da Brunner[33]),
cioè del reale formarsi e perdurare dello
Stato; la condanna della dismisura schmittiana
(giudicata antitetica al razionalismo di Hobbes
e di Hegel), inadatta a cogliere la vera essenza
della realtà, e brancolante pertanto in
una disordinata congerie di pseudo-concetti; l’osservazione
che l’esito nazista del pensiero schmittiano
è «necessario», proprio perché
tale pensiero è occasionalisticamente disposto
ad assorbire il più forte stimolo esterno
(appare così anche l’accusa di empirica
superficialità); insomma, la disposizione
a una interpretazione di Schmitt fortemente «valutativa»,
orientata da punti di vista probabilmente estranei
all’autore tedesco, a cui si chiede soprattutto
di essere un sistematico filosofo della storia
e della prassi.
La fortuna italiana di Schmitt
nel periodo prebellico (ma anche in seguito) si
situerà così fra i due estremi della
«utilizzazione» (specialistica,
da parte dei giuristi, largamente tributari —
nei limiti che si indicheranno — della Verfassungslehre,
oppure polemica eparziale), e della «condanna»
filosofica «globale»: unica cospicua
eccezione — sul versante storico/filosofico
— è Delio Cantimori (alla cui traduzione
di Schmitt[34]
si deve del resto gran parte dell’interesse
della critica italiana per il pensatore tedesco),
la cui posizione, che culmina con un sostanziale
rifiuto, passa almeno attraverso le oscillazioni
di un rapporto diretto, problematico e travagliato
con il testo di Schmitt.
IV. Gli interventi di Cantimori
intorno al pensiero schmittiano si articolano
in un arco di tempo che va dal 1930 al 1947, con
significative revisioni di metodologia e di valutazione
all’interno del complesso rapporto istituito
dall’insigne storico con Schmitt; questi
è infatti per Cantimori «quasi un’ombra
che lo segua, un elemento di confronto e di discussione
ineliminabile»[35].
Oltre a ciò, va ancora sottolineata l’importanza
per la cultura italiana della traduzione dei Principii
politici del Nazionalsocialismo;per trovare
una circostanza altrettanto decisiva per la fortuna
di Schmitt in Italia è infatti necessario
attendere il 1972, anno di pubblicazione delle
Categorie del ‘Politico’.
Il primo saggio di Cantimori su
Schmitt[36]
si situa in un contesto biografico che vede il
giovane storico decisamente gentiliano e fascista,
cioè orientato verso una concezione della
prassi come dinamica ed effettuale autorealizzazione
dello Spirito. In questa situazione, il brillantissimo
saggio schmittiano sulle «Neutralizzazioni
e Spoliticizzazioni»[37]
appare a Cantimori — che lo analizza con
estrema correttezza e precisione — un incitamento
a lasciar cadere le sterili lamentazioni sulla
tecnica come «morte dello Spirito»,
per accettare invece apertamente la sfida che
al mondo contemporaneo è portata dal crescente
macchinismo e dalla gigantesca potenzialità
polemica che vi è contenuta, e che si presenta
nella forma mistificante della «neutralità»
tecnologica[38].
Ora, a prescindere dal fatto che
Cantimori individui nel fascismo la forza capace
di raccogliere questa sfida e di costruire una
nuova cultura, è interessante notare come
lo storico italiano avverta con sicurezza che
Schmitt non si muove all’interno di una
«filosofia» della storia, ma che anzi
la descrive non come «progresso»,
ma soltanto come «passaggio» da un
Zentralgebiet all’altro[39]:
da ciò, anzi, Cantimori deduce una sorta
di disimpegno filosofico-politico di Schmitt,
che viene criticato in questa circostanza proprio
per il suo «agnosticismo» scientifico,
che gli permette di esprimersi in modo non apertamente
negativo nei riguardi dell’URSS (suscitando
così lo sdegno di Cantimori[40]).
L’esigenza di un’attiva presa di posizione
in senso progressivo alimenta, in questo momento,
la critica al «freddo empirismo» schmittiano,
ma cinque anni dopo, nel suo saggio più
impegnato su Schmitt[41],
Cantimori rovescerà la sua posizione per
un intervenuto ripensamento delle precedenti coordinate
etico-politiche fasciste e attualistiche: allora
Schmitt sarà criticato per la sua eccessiva
tragicità, per il suo esasperato decisionismo,
per la confusione — nient’affatto
scientifica — delle «distinte»
categorie dello Spirito e della prassi (da una
posizione, dunque, oggettivamente crociana[42]);
inizia qui quella problematizzazione del rapporto
teoria/prassi — dopo le giovanili certezze
attualistiche — che accompagnerà
tutta la pensosa esistenza di Cantimori, fino
alla nota crisi in seguito alle vicende del 1956.
Ma nonostante l’apparente
contraddittorietà delle critiche rivolte
a Schmitt, sembra rilevarvi una costante: l’accusa
di troppa aderenza alla realtà immediata[43],
di mancanza, cioè, di «interesse»
al mutamento. E questo è vero sia quando
l’attivismo attualistico spinge Cantimori
a coltivare l’illusione di un nuovo e dinamico
centro di formazione della civiltà (contro
l’insufficiente scienza meramente descrittiva
di Schmitt), sia quando la scoperta dolorosa e
inquietante della violenza implicita nella politica
lo consiglia a mantenere rigorosamente distinta
da questa la cultura (in polemica con la «confusione»
decisionistica di Schmitt, il cui pensiero —
nonostante non venga mai identificato tout-court
con l’ideologia nazista — resta pur
sempre il semplice rispecchiamento della «distruzione
della ragione», testimonianza di una compromissione
politica della teoria, emblema di una civiltà
avviata verso la catastrofe).
Infatti (dopo un intervento sostanzialmente
interlocutorio e di presentazione delle principali
tesi di Schmitt[44],
alle cui «idee reazionarie» viene
riconosciuta una «grandiosa durezza»),
nel saggio del 1935, si mettono in evidenza, oltre
che l’estremo rigore logico e la lucida
coerenza dell’autore tedesco, anche gli
esiti fallimentari del suo pensiero; Cantimori
afferma così che «Schmitt per troppa
aderenza alla politica quotidiana rimane al di
qua della filosofia» e «non assurge
alla posizione del problema filosofico».
Pur riconoscendo a Schmitt l’ambizione di
portata «europea» di «distinguere
il più nettamente possibile la politica
dalle altre forme dello spirito», l’opera
schmittiana viene collocata «del tutto entro
il mondo culturale tedesco», e ricondotta
alla particolare esigenza «sentimentale»
della coeva cultura germanica (Jünger, Moeller
van den Bruck, Salomon) e al nichilismo borghese
di questi autori, rivoluzionari e «anarchici
per nostalgia d’ordine assoluto»[45].
Da questo confuso pathos per una decisione
quale che sia, Schmitt deriverebbe, secondo Cantimori,
le nozioni di «sovranità» e
di «politica», centrate appunto sul
concetto di Entscheidung: e dalle nuove
prospettive aperte dal così raggiunto «decisionismo
dittatoriale» è assai facile per
Schmitt aderire al nuovo ordine promesso dal nazismo,
che trova così nell’Ordnungsdenken
schmittiano la sua legittimazione teorica. L’inquieto
e tragico rivoluzionario raggiunge allora la quiete
«nel più classico esempio di Stato
autocratico che la storia conosca: lo stato militare
prussiano»[46].
È sintomatico della
sua lontananza dall’esperienza nazista il
fatto che Cantimori sottolinei all’interno
del totalitarismo tedesco la componente prussiano-militaristica
e non quella — veramente «ortodossa»
— più strettamente völkisch;del
resto, la distanza dal nazismo appare ulteriormente
accentuata anche dalla presentazione in Italia,
come Principii politici del Nazionalsocialismo,
proprio del pensiero di Schmitt, di un autore,
cioè, che di tali principi era già,
all’epoca, interprete originale, eterodosso
(sospetti erano soprattutto i suoi legami con
la Reichswehr e con il generale von Fritsch,
accusato di tentativo di colpo di Stato, a cui
Schmitt avrebbe dovuto fornire il supporto giuridico[47]),
e che di lì a poco sarebbe stato fatto
oggetto di pesanti accuse da parte della rivista
delle S. S., Das Schwarze Korps[48].
A prescindere tuttavia dal problema
— assai spinoso — di una valutazione
del nazismo di Schmitt, pare che non vi sia, da
parte di Cantimori, un’adesione piena al
pensiero schmittiano, quanto piuttosto, come si
è già detto, un’ammirazione
notevolmente perplessa; è decisivo, a nostro
avviso, che Cantimori, pur rifiutando esplicitamente
l’ipotesi «occasionalistica»
di Löwith, dipenda tuttavia sostanzialmente
dal suo concetto fondamentale: che cioè
Schmitt, pur non dovendo essere valutato soltanto
«filosoficamente», né dovendosi
dare un’interpretazione «prescrittiva»
dei suoi principali concetti[49]
(particolarmente della categoria amico/nemico,
nella quale Cantimori vede un’indeterminatezza
che la porta a inglobare anche le altre —
logiche, morali, estetiche, economiche —
da cui quella si vorrebbe invece distinguere in
autonoma purezza), resti soltanto un polemista
estemporaneo, anche se brillante, e un ideologo
(e anzi, tutta l’insistenza di Cantimori
sull’intima coerenza — anche se non
filosoficamente sistematica — del pensiero
schmittiano vale dopo tutto a impedire una lettura
articolata dell’opera di Schmitt, e a confermare
implicitamente il punto di vista di Löwith
come quello determinante).
A questo punto — e nonostante
Cantimori escluda (excusatio non petita)
ogni sospetto di «rozzezza» dal pensiero
schmittiano[50]
— la cauta polemica (condotta quasi esclusivamente
nelle note) con cui lo storico italiano contrappone
alla «filosofia tendenziosa» di Schmitt
il rigore liberale dei «distinti»
crociani, così come la svalutazione della
teoria schmittiana («geniale constatazione
nel campo empirico e intrinsecamente inane come
teoria nel campo speculativo»[51])
dimostrano un rifiuto sostanziale di ogni avventura
teoretica al di là delle colonne d’Ercole
dell’idealismo.
Anche gli ulteriori interventi
di Cantimori su Schmitt sono segnati da questa
oscillazione fra la valutazione oggettiva del
brillante politologo (di cui si sottolinea tanto
la distanza dal nazismo ufficiale quanto la diversità,
propria dello studioso di formazione occidentale,
dagli aspetti «appassionati e romantici»
della vita politica tedesca[52],
in parziale opposizione con l’ipotesi del
1935, che faceva di Schmitt un tipico rappresentante
dell’inquietudine germanica — ipotesi
che sarà ripresa invece più tardi
—), e — d’altra parte —
la velata polemica in nome di una politica «razionale»
e «popolare», non fondata sull’abisso
dell’inimicizia. Tale polemica è
evidente nella recensione dello schmittiano Der
Leviathan, del 1938[53],
opera estremamente importante e complessa, giocata
su di un intreccio di simbolismi teologico-politico-mitologici,
tanto da apparire non «un vero e proprio
saggio storico, dalla linea ben definita, ma piuttosto
una serie di brillanti variazioni sul tema "fortuna
del Leviathan"»[54].
All’ampia e puntuale esposizione dei nodi
fondamentali del saggio schmittiano (scontro Behemoth-Leviathan,
meccanizzazione dello Stato, interiorizzazione
moralistica della politica, esoterismo massonico-liberale,
divisione pubblico-privato, politicizzazione totale
democratica), Cantimori affianca discretamente
critiche di merito (sul ruolo dei riformatori
italiani[55])
e di carattere più generale (conservatorismo
di Schmitt spinto al punto da eliminare quasi
ogni accenno al popolo, alla nazione, e al tentativo
hegeliano — razionale! — di «superare
il contrasto fra interno ed esterno in una sintesi
dialettica»[56]):
nel contesto storico di quegli anni e nello sviluppo
della biografia intellettuale di Cantimori, Schmitt
appare così il reagente che fa definitivamente
precipitare alcune convinzioni fondamentali dello
storico italiano in merito al rapporto politica-morale-cultura.
Il confronto con Schmitt accompagnerà,
come si è detto, la riflessione storiografica
di Cantimori anche in seguito, ma ormai le rispettive
posizioni teoriche appaiono scontate e chiarificate;
Schmitt viene trattato da «nemico»,
sia pure acuto e penetrante, e ascritto definitivamente
a un momento di «discussioni e di rivoluzionarismo
e antirivoluzionarismo astratti di un certo
periodo della cultura tedesca»[57],
dove l’astratto vale per torbido,
mistico, confuso, non razionalmente politico ma
meta-politico; discussioni, cioè, «del
tipo di quelle fra Settembrini-Croce e Naphta-Schmitt»[58].
V. L’incidenza dell’interpretazione
di Löwith si fa sentire, sia pure indirettamente
e forse più per una certa affinità
ideale che per diretta conoscenza del saggio del
1935, anche sul versante rigorosamente gentiliano
dell’idealismo; in questa sede, infatti,
si assume quello stesso atteggiamento «classicamente»
filosofico, e si rivendica, con Volpicelli[59],
all’etica il compito di sostanziare
la politica la cui schmittiana «purezza»
appare — alla luce del presupposto della
vita effettuale dello Spirito come totalità
sintetica — un vero e proprio errore logico:
Schmitt ha infatti con cepito, secondo Volpicelli,
soltanto l’inimicizia, e non anche la comunione
spirituale — da quella implicata —,
e ha così fallito di fronte all’Atto
spirituale totale. Corollario di questo errore
è l'incapacità di sintesi fra Stato,
Movimento, Popolo, da Schmitt soltanto empiricamente
giustapposti e pertanto non in grado di dare vita
a quella totalità, inverante le parti,
che vuol essere lo Stato etico gentiliano-fascista.
Una delle più interessanti intuizioni di
Schmitt — il superamento della forma classica
dello Stato, cui consegue il permanere della politicità
con una pluralità di centri, vero leit
motiv della sua produzione più matura,
sia di quella più ideologicamente impegnata
sia di quella «scientifica»[60]
— non è dunque avvertita da
Volpicelli, che la liquida da un punto di vista
classicamente speculativo, e dunque assai lontano
da quello peculiare di Schmitt.
Così, anche Felice Battaglia[61]
definisce la schmittiana categoria del «politico»
un’astrazione, uno pseudoconcetto, «una
guisa non assolutamente necessaria dello Spirito»,
e afferma che lo Stato — il quale, secondo
Schmitt, si limiterebbe a porre l’inimicizia
— deve essere ed è in verità
uno Stato etico, la concretezza del volere universale,
concludendo che l’uomo schmittiano, nella
sua tragica ostilità, è al di sotto
anche dell’animale, poiché vien meno
al suo telos di ragione. E la storiografia
«costituzionale» — di cui Schmitt
dà un saggio, sia pur discutibile, in Compagine
statale e crollo del secondo Impero —,
appare a Battaglia costruita su pseudoconcetti
giuridici, validi soltanto in sede scientifica
particolare, ma incapaci di rappresentare efficacemente
la complessità del reale. Infine, contro
la fondazione del diritto sulla «comunità
di stirpe» — giudicata pericolosamente
affine allo «scopo rivoluzionario»
della giurisprudenza bolscevica[62]
— il filosofo gentiliano rivendica
gli oggettivi permanenti valori del diritto di
un popolo, e poi del diritto dell’umanità,
affermando così la superiorità della
tradizione «italiana, cristiana, latina»,
realizzata dalla coincidenza (e non dalla schmittiana
giustapposizione) di Stato e società nella
corporazione, cioè attraverso e non contro
l’individuo.
La fortuna italiana di Schmitt
si presenta dunque, fino al 1936, assai dubbia,
nonostante la partecipazione del giurista tedesco
a un convegno sugli «Stati Europei a partito
politico unico», organizzato da Ranelletti
presso il Circolo Giuridico di Milano[63].
Le resistenze della cultura accademica italiana
del periodo fascista di fronte alla «stravaganza»
e alla «dismisura» del pensatore germanico
(letto nella chiave più facile e immediatamente
polemica di pensatore politico irrazionalistico,
senza sondarne, cioè, — come è
del resto facilmente comprensibile, dato il clima
intellettuale dell’epoca — la complessa
ascendenza sul versante del «pensiero negativo»,
che almeno Löwith ha presente, sia pure con
accenti fortemente critici) attraversano in pratica
quasi tutte le correnti culturali del tempo, e
non si lasciano vincere dall’amicizia ufficiale
dei due regimi; il fascismo, nel perseguire finalità
antidemocratiche preferisce affidarsi al supporto
ideologico dell’idealismo gentiliano e dello
Stato etico[64],
molto più compassati e rassicuranti che
non il vertiginoso ed estremistico pensiero schmittiano.
I giuristi, anzi, pongono molta cura, come vedremo,
nel sottolineare le differenze dell’ordinamento
italiano da quello tedesco, alla cui formulazione
iniziale Schmitt ebbe tanta parte[65].
Si assiste, tuttavia, dal 1937 al 1942, a un relativo
intensificarsi della presenza di Schmitt nella
cultura italiana, attraverso la traduzione di
saggi di diritto internazionale[66],
orientati quasi tutti in senso fortemente polemico
nei riguardi dell’impero britannico e degli
USA, secondo un indirizzo caratteristico della
politica e della propaganda fascista in quegli
stessi anni, senza che tali posizioni schmittiane
vengano inquadrate nell’ambito più
generale della sua riflessione teorica, ma soltanto
«utilizzate» ai fini di una polemica
immediata; ma anche questa nuova attenzione verso
Schmitt non travalica i limiti dello specialismo
giuridico o del consenso da parte di un fascismo
estremistico e radicale, il cui più autorevole
rappresentante è il futurista-mistico Julius
Evola.
Questi, in un intervento su di
una rivista legata al fascismo farinacciano, razzistico
ed antisemitico[67],
rivolge la sua attenzione al concetto schmittiano
di «guerra totale» e ai suoi caratteri
fondamentali: superamento della distinzione fra
soldato e borghese ed esplosione incontrollata
del principio politico dell’ostilità,
senza più il freno della forma statuale
classica e del diritto di guerra. Pare a Evola
che il concetto schmittiano di politica e quello
correlato di guerra totale corrano il rischio
di produrre «schieramenti puramente irrazionali,
passionali, militanti», e che invece sia
necessario che «la politica si subordini
a un’idea, cioè a veri e propri principi,
validi immutabilmente e indipendentemente dalla
loro utilità immediata e dalla loro attitudine
a essere sfruttati come "miti"».
Ora, la guerra totale, che Evola accenna come
se fosse una diretta «proposta» schmittiana,
deve avere per obiettivo, secondo il critico italiano,
la difesa di questi valori dai loro «naturali»
nemici (e non è difficile capire a chi
si alluda), in nome di una spiritualità
trascendente: così anche l’auspicata
educazione guerriera della nazione non dovrà
condurre a un cieco irrazionalismo, ma dovrà
essere finalizzata al riconoscimento del «vero»
nemico.
Come si vede, ancora una volta e
sia pure in un contesto notevolmente diverso da
quello consueto, il concetto schmittiano di politica
è interpretato come una teoria dei «fini»
dello Stato (per la verità, in questo caso
anche grazie all’ambiguità dello
Schmitt ideologo del nazismo, o presunto tale),
e proprio da questo punto di vista è, naturalmente,
ritenuto insufficiente, e integrato in una più
«solida» dottrina di valori spirituali
su cui orientare la stessa «politica»
schmittiana, trasformata così in potente
strumento ideologico: parrebbe che proprio la
valenza «scientifica» del ‘concetto’
(la sua adattabilità conoscitiva a diverse
situazioni) venga rifiutata da Evola, almeno implicitamente,
appunto perché troppo facilmente applicabile
(utilizzabile come «mito», dice l’italiano),
in favore di un’ideologia più univoca
e rassicurante; probabilmente, anche dietro il
pensiero schmittiano più politicamente
compromesso si intravvede o si sospetta la ‘scientificità’.
Ma, a indicare una tutt’altro
che solida preparazione dottrinale de gli ambienti
fascisti più militanti, e a sottolinearne
la notevole approssimazione e la totale mancanza
di una riflessione consolidata e soddisfacente
intorno alle prospettive «strategiche»
del regime, interviene in risposta ad Evola, e
sulla stessa rivista, Maurizio Claremoris (uno
pseudonimo)[68],
ad accusare, piuttosto volgarmente, in verità,
sia Schmitt sia Evola di astrattezza professorale,
e a rivendicare l’aspetto artistico, irrazionale
ed empirico sia della guerra che della politica,
contro ogni «deduzione» da superior
principi (Evola) o da inimicizie precostituite
(Schmitt).
Ma si tratta soltanto, in realtà,
dell’esigenza di una politica di piccolo
cabotaggio, incerta sul domani e riluttante ad
abbandonare il rassicurante empirismo mussoliniano
per impegnative assunzioni di principio (posto
che Schmitt ne possa fornire l’occasione),
quasi una crisi d’identità germogliante
dal consueto relativismo fascista.
La secca risposta di Evola[69]
vuole chiarire le differenze fra lo stesso Evola
e Schmitt, e soprattutto far rilevare all’«inopportuno»
Claremoris come Schmitt abbia designato e accettato
nella guerra totale una linea di tendenza emergente
in modo oggettivo dalla situazione internazionale,
e non una meccanica regola astratta (in ogni caso,
la proposta di Evola era stata appunto di collegare
a un ideale spirituale superiore la scoperta schmittiana
dell’inimicizia, per dare a essa maggiore
incisività ideologica e polemica).
Così, con questo che ci
pare un duplice desolante fraintendimento generato
dall’incapacità di ripensare la complessa
problematica schmittiana e di decifrarne, dagli
aspetti marginali, la linea teorica fondamentale,
l’elíte più impegnata
del fascismo lascia cadere l’embrione di
querellesull’interpretazione di Schmitt
(a parte due riprese di temi schmittiani attuate
qualche anno dopo da Evola[70]);
lo studioso tedesco, insomma, valutato come spurio
ed empirico dalla filosofia idealistico-gentiliana[71],
appare del tutto impraticabile e inutilizzabile
anche per l’esangue cultura di regime. D’ora
in poi, come si vedrà, il pensiero schmittiano
ritornerà a essere, per lunghi anni, terreno
esclusivo di ricerca in ambiti strettamente specialistici,
particolarmente giuridici.
VI. Sono i giuristi, infatti, che
tributano a Schmitt, negli ultimi anni ‘30
e nei primi anni ‘40, l’attenzione
che ci pare più cospicua e fruttuosa, soprattutto
per quegli studiosi (e non sono pochi) che hanno
interessi di diritto pubblico, costituzionale
e internazionale comparato; oltre a registrare
un notevole numero di presenze in questo tipo
di studi, Schmitt gode in alcuni casi, non sempre,
in verità, di una posizione di notevole
prestigio, come di un Maestro riconosciuto, tanto
che anche le pur numerose confutazioni e riserve
sono rispettose e ammirate della grande dottrina
schmittiana, che tuttavia non si può certo
affermare abbia prodotto in Italia qualche cosa
di simile a una scuola.
Esemplare a questo riguardo è
l’opera di Costantino Mortati, la cui Costituzione
in senso materiale[72]
testimonia, all’interno di una sterminata
dottrina giuridica, di un preciso e costante debito
concettuale verso lo Schmitt giurista, di cui
il grande costituzionalista italiano dimostra
di conoscere pressoché l’intera produzione.
Alla ricerca della fonte giuridica
primigenia che determina il sorgere di un ordinamento
e che ne pone l’unità e la specificità,
garantendo il mantenimento costante del fine istituzionale,
Mortati passa preliminarmente in rassegna «le
principali teorie sulla costituzione materiale[73];
e in questa sede, dopo aver analizzato e rifiutato
sia il positivismo empirico che quello logico
di Kelsen — come pure ogni tentativo, anche
quello nazista, di trovare il fondamento del diritto
in qualcosa di eterogeneo rispetto al diritto
stesso —, l’autore esamina in un denso
paragrafo le principali opere giuridiche di Schmitt[74].
A questi, Mortati riconosce maggiore concretezza
che allo Smend e al Ross, precedentemente presi
in considerazione, avendo Schmitt individuato
l’origine della costituzione (e qui la fonte
di Mortati è la Verfassungslehre)nella
decisione politica fondamentale. Mortati
non manca però di rilevare una contraddizione
tra Verfassungslehree Staat, Bewegung,
Volk, in merito al problema del titolare
della decisione politica[75],
indicato — nella prima opera — nell’indifferenziata
comunità popolare, e — nella seconda
— nella consapevole azione politica dei
portatori del potere originario organizzati in
partito.
Anche per quanto riguarda le caratteristiche
della decisione, Mortati ravvisa in Schmitt
una oscillazione fra un concetto di volontà
sempre uguale a se stessa perché produttrice
della norma, e una valutazione delle modificazioni
costituzionali come rivoluzionarie[76];
dalla critica mossa da alcuni a Schmitt —
non avere questi veduto la contrapposizione esistente
fra il momento esistenziale decisionistico/politico
e quello normativo — Mortati difende invece
l’autore tedesco, che avrebbe effettuato
la sintesi fra questi due momenti attraverso la
considerazione del l’ordine concreto[77].
Questo concetto incontra anzi l’alto favore
di Mortati (che lo trova affine a quello di «durata
costante», per lui fondamentale), ma a patto
che non sconfini nel neo-organicismo völkisch,
incapace, nella sua indeterminatezza, di costituire
il fondamento costituzionale di uno Stato.
Ma Mortati muove a Schmitt un’obiezione
decisiva: il tedesco lascerebbe imprecisato il
contenuto tipico della costituzione materiale,
e nella sua opera norma e ordine concreto resterebbero
separati[78].
A questo punto, il riconoscimento finale (che
Schmitt ha posto in rilievo come la costituzione
normativisticamente intesa postuli un principio
ordinativo superiore alle norme — dal quale
le stesse ricevono valore —) potrebbe sembrare
un tardivo onore delle armi a un avversario debellato,
se nor fosse che nel seguito della sua opera Mortati
ci pare fortemente tributario di Schmitt, come
testimonia tra l’altro, da un punto di vista
meramente esteriore, l’abbondanza delle
citazioni. Già nel secondo capitolo, infatti,
là dove si esaminano il contenuto e la
natura della costituzione materiale, Mortati fa
riferimento al concetto di «forza politica»
che forma una comunità sulla base del rapporto
«potere/obbedienza», di cui quello
schmittiano «amico/nemico» è
senza dubbio parte, almeno nel momento in cui
un partito si organizza contro gruppi antagonistici,
portatori di diversi concetti di ordine statuale[79].
Nello Stato moderno tale forza politica, tesa
a instaurare, come costituzione materiale, un
determinato rapporto potere/obbedienza, è,
secondo Mortati, incarnata da partiti «totalitari»,
ciascuno depositario di un diverso progetto di
ordine politico[80]:
tema, anche questo, di parziale derivazione schmittiana,
come ugualmente dal giurista tedesco Mortati riprende
svariate suggestioni polemiche antipositivistiche
e antiliberali, come attestano i costanti rinvii
allo Schmitt in occasione delle critiche a Kelsen[81].
È certamente vero, tuttavia,
che la posizione dottrinale di Mortati è
ben distinta e indipendente da quella di Schmitt,
soprattutto riguardo al valore politico/giuridico
(non soltanto normativo, dunque, né soltanto
politico) attribuito dall’italiano alla
costituzione fondamentale, in opposizione al carattere
esclusivamente politico individuatovi dal tedesco.
Mortati in questo modo intende reagire, come si
è detto, a impostazioni molto diffuse (quella
sociologica, quella marxista e, in quegli anni,
anche quella nazista), tutte in vario modo e in
varia misura postulanti un sostrato pre-giuridico
o non-giuridico a fondamento strutturale della
sovrastruttura «diritto»: non basta
cioè porre il fine dello Stato in una decisione
spontanea e popolare, ma questa deve diventare
oggetto di conoscenza riflessa, essere organizzata
in una necessaria unità e in una attività
di svolgimento concreta e durevole[82].
Tale attività, che sostanzia la costituzione
materiale, non può essere «puramente»
politica o esistenziale: chi ne contesta l’immanente
giuridicità (e fra questi c’è
indubbiamente Schmitt) ha un concetto di costituzione
come di qualche cosa di instabile, incandescente,
in eterno fluire[83].
A questo concetto «tragico»
della politica, Mortati oppone la «classica»
misura e la salda concretezza della costante volontà
dello Stato, che ha incorporato in sé come
«norma di scopo» il fine politico
da svolgere. Ritorna così, sia pure in
forma più meditata e convincente, il rilievo
tipico mosso dalla cultura italiana a Schmitt,
ma con una variante: la non-classicità
di Schmitt (originata, secondo parecchi critici,
dalla «confusione» del suo 'concetto')
è da Mortati fatta risalire a una eccessiva
«purezza», al fatto che la politica
è solo una parte, sia pure ricca di grande
dinamismo, di una realtà più complessa.
In sostanza, Mortati si distacca da Schmitt proprio
là dove Schmitt concepisce la costituzione
come il momento magmatico dello «Stato nascente»
oppure, (che è lo stesso concetto, ma ampliato
e sviluppato) là dove considera la contraddizione
politica come struttura ineliminabile e primordiale
di qualsiasi ordine, vero «volto demoniaco
del potere». L’insistenza di Mortati
sui temi classici di durata e di equilibrio delle
forze converge, nel momento della sua maggiore
efficacia, in quel concetto di «norma di
scopo» che — politica e giuridica
a un tempo — sostanzia la costituzione materiale
di uno Stato che voglia consapevolmente il proprio
fine (il tema della consapevolezza — cruciale
per Schmitt, da più parti accusato di distruggere
l’autonomia della ragione — è
altamente qualificante nella concezione «giuridica»
di Mortati[84],
ed è proprio su questo punto che si concentra
il problema dell’interpretazione di Schmitt,
come del resto si vedrà anche in seguito).
Il concetto di costituzione materiale,
pur elaborato da Mortati nel 1940, ha mostrato,
come è noto, una vitalità scientifica
eccezionale, tanto da apparire, nel dopoguerra,
uno dei principi-chiave del nostro ordinamento
costituzionale e della riflessione giuridica su
di esso[85]:
alla determinazione di questo concetto si può
dire che lo Schmitt giurista abbia contribuito
almeno con il suscitare una certa sensibilità
per il fatto politico, facendo così superare
gran parte del nostro tradizionale positivismo
giuridico, nonostante la lezione di Schmitt sia
sempre stata filtrata dalla particolare impostazione
classico-romanistica della nostra scuola di diritto,
che ne ha così grandemente attenuato la
presunta vis tragica.
Accanto a quello di Mortati —
indubbiamente il più fruttuoso e sistematico,
anche se orientato in gran parte a trascurare
l’opera più specificamente politologica
dello Schmitt — i giuristi italiani dedicano,
nel periodo prebellico, altri interventi all’opera
schmittiana, sia che si tratti, in sede di diritto
pubblico comparato, di esaminare la funzione e
il ruolo dell’ordinamento giuridico della
Germania nazista, sia che vengano analizzate —
nell’ambito degli studi di diritto internazionale
— le concezioni schmittiane di Reich,
Grossraum, Interventionsverbot[86],
di cui però si coglie prevalentemente l’aspetto
polemico anti-occidentale, e particolarmente anti-britannico,
soltanto raramente collegato allo sviluppo più
propriamente scientifico del pensiero di Schmitt
(soprattutto all’importantissimo tema dell’esaurimento
della funzione politica dello Stato).
Così Luigi Vannutelli Rey
sottolinea all’interno del saggio schmittiano
Il Concetto d’Impero nel diritto internazionale[87]
l’auspicio del crollo dell’impero
britannico, in quanto fondato «non sul consolidamento
di una normale e graduale espansione, ma sulla
trama e sulla preservazione di una rete di comunicazioni
tra parti diversissime [... ] ciò che porta
alla pretesa del controllo marittimo universale»[88];
parallelamente a questo auspicio si pone in rilievo,
tra l’altro, la necessità di una
«redistribuzione territoriale» —
secondo rapporti di «clientela» fra
grandi e piccoli Stati — dei grandi spazi
mondiali tra le potenze di primo piano (il che,
salva la previsione della parte vincente, è
poi realmente avvenuto). Il «pregio»
di Schmitt starebbe dunque nella introduzione
nel diritto internazionale del «triangolo
sillogistico»: Grande Spazio, Impero, Esclusione
dell’intervento per la potenza estranea,
a definitivo superamento del concetto classico
di Stato come unico detentore della sovranità,
superamento tuttavia letto in chiave polemico-ideologica
e non collegato con lo scientifico concetto schmittiano
di «politico».
Più ampia e articolata si
presenta invece l’appendice, alla stessa
opera di Schmitt, firmata da Franco Pierandrei[89],
che procura una disamina precisa e informata del
pensiero politico e giuridico dell’autore
tedesco, attraverso l’analisi delle sue
principali opere. Dopo un’esposizione del
concetto schmittiano di storia — quale
risulta, secondo Pierandrei, dalla lettura di
Teologia Politica e di L'Epoca delle
Neutralizzazioni e delle Spoliticizzazioni —
e della correlata analisi del tempo presente come
«morte dallo Spirito» (ucciso dalla
stessa concezione «tecnica» che ha
fatto dello Stato la machina machinarum,
puro strumento dell’amministrazione), Pierandrei
mostra, attraverso l’esame di Politische
Romantik, come Schmitt abbia individuato nel
romanticismo quel germe negativo di «occasionalismo»
che si riscontra anche nella inconsapevole neutralizzazione
del mondo contemporaneo; a questa l’autore
tedesco reagisce tramite il concetto di «decisione
sovrana», cioè attraverso la riscoperta
della politica come specifico destino dei moderni[90].
A questo punto, illustrate le critiche
di Schmitt al liberalismo, Pierandrei passa ad
esaminare la pubblicistica più specificamente
nazista, dando conto delle polemiche sorte in
Germania intorno alla pubblicazione di Staat,
Bewegung, Volk, ed insistendo sul
concetto di Ordnungsdenken, e sulle
sue implicazioni giuridiche. Il saggio si conclude
con una fedele esposizione dei concetti schmittiani
relativi al diritto internazionale, soprattutto
in relazione al superamento della forma statuale,
e dell’implicito «decisionismo»,
a favore del concreto ordine imperiale dei grandi
spazi.
Ma nonostante l’aperto riconoscimento
di una lineare coerenza nell’opera schmittiana,
il saggio di Pierandrei, che pure si presenta
come una esposizione ragionata dei principali
temi del pensiero di Schmitt, è tutto solcato
e intersecato da osservazioni, obiezioni, critiche:
già per quanto riguarda il concetto di
storia dello Schmitt — centrato secondo
Pierandrei, sulla tendenza dello spirito umano
alla neutralizzazione dei conflitti[91]
— l’autore italiano avanza l’ipotesi
che questa ricostruzione «filosofica»
della storia risulti in realtà l’applicazione
di una legge di causalità a ritroso, mentre
le susseguentisi neutralizzazioni potrebbero al
contrario essere state determinate da ragioni
più immediate e specifiche che non la tendenza
dello Spirito sopra ricordata[92].
La lettura di Schmitt come di un «filosofo
della Storia» è, come si è
visto uno specifico portato delle critiche di
Löwith, al quale Pierandrei si rifà
direttamente nell’avanzare riserve sull’interpretazione
schmittiana di Kierkegaard, e soprattutto nel
riprendere la nota questione, se il contrasto
amico/nemico sia «necessario» ovvero
empiricamente determinato[93];
viene invece decisamente respinta l’accusa
di opportunismo mossa da Löwith a Schmitt,
affermando Pierandrei — come in precedenza
aveva fatto Cantimori — che il passaggio
dal decisionismo all’Ordnungsdenken
è stato per Schmitt una necessità
storica, che cioè l’autore tedesco
col suo decisionismo aveva reagito alla situazione
di Weimar senza possedere, per motivi puramente
cronologici, quel saldo punto di appoggio che
avrebbe poi necessariamente trovato nell’ordine
nuovo nazista[94];
difesa che, come si vede, pur togliendo alle obiezioni
di Löwith il carattere di attacco personale,
appare piuttosto incerta, estremamente «datata»,
e sostanzialmente succube della metodologia di
lettura di Löwith.
Ancora più deciso il distacco
di Pierandrei da Schmitt per quanto riguarda i
problemi giuridici, secondo una linea interpretativa
propria della giurisprudenza italiana, legata,
come si è detto, al concetto romanistico
di persona e alla certezza del diritto: pur dando
per scontata la condanna di liberalismo, normativismo,
positivismo giuridico, Pierandrei solleva alcuni
dubbi (del resto avanzati in parte anche da Schmitt)
sulla ammissibilità di considerare la Volksgemeinschaft
come la prima fonte dell’efficacia della
norma, e afferma il valore centrale della certezza
giuridica ai fini del rispetto della personalità
individuale, rilevando come si possa dare anche
un normativismo non astratto né infecondo[95],
e rifiutando così implicitamente la soluzione
data dallo Schmitt alla questione, soluzione consistente
nell’identità razziale fra giurista,
giudice e popolo[96];
e altre perplessità sono sollevate da Pierandrei
in relazione al diritto internazionale, parendogli
inesatta l’affermazione di Schmitt che i
futuri rapporti tra Imperi sarebbero fondati non
più sul decisionismo, come in passato avveniva
fra gli Stati, ma su di una nuova forma di rapporto
«concreto»[97].
L’interpretazione del Pierandrei,
ricca, articolata, decisamente favorevole a quanto
di brillante e di originale c’è nel
pensiero schmittiano, risulta dunque pur sempre
informata — al di là del plauso di
circostanza al «patriottismo» dell’autore
tedesco — a un cauto riserbo di fronte a
parecchie posizioni decisive dello Schmitt, interpretate
in modo da risultare troppo lontane e difformi
dalla tradizione italiana[98].
Sempre nell’ambito degli
studi di diritto internazionale, Riccardo Monaco
dedica a Schmitt e a Triepel un breve saggio[99],
in cui dà conto della produzione schmittiana
in materia, avendo come fonte soprattutto Positionen
und Begriffe, oltre che Il Concetto di
Impero nel Diritto Internazionale. Anche presso
questo autore è viva la preoccupazione
per il mantenimento della specificità giuridica
del diritto internazionale, di fronte alla trattazione
esclusivamente «politica» che ne farebbe
invece lo Schmitt, la cui «singolare impostazione
dottrinale [... ] è ancora lungi dall’offrire
una teoria giuridica dei fenomeni»[100].
Come il Pierandrei, anche il Monaco (e con ancora
maggior vigore) difende dalle accuse di Schmitt
(valutato un politico, e non un giurista[101])
il diritto internazionale, affermando la possibilità
che questo venga interpretato in modo non formalistico
ma concreto, con piena comprensione della vita
sociale sottostante[102],
e muove allo Schmitt l’accusa di voler elevare
il puro fatto (la politica) a valore normativo.
Nell’ambito della ricca letteratura
dedicata dagli studiosi italiani di diritto e
di politica alla Germania nazista[103],
una non piccola parte è naturalmente dedicata
allo Schmitt, che non assume tuttavia rilievo
straordinario, solitamente affiancato agli altri
numerosi esponenti della giuspubblicistica tedesca
di quegli anni. Non è certamente possibile,
in questa sede, dar conto in forma articolata
dell’atteggiamento tenuto dalla cultura
italiana in generale e da quella giuridica in
particolare nei riguardi del nazismo all’epoca
fascista; ci si limita perciò ad accennare
all’ampia ricerca di Carlo Lavagna[104]
che, con grande ricchezza di informazione e con
buona capacità analitica, ricostruisce
in modo sistematico il complesso universo del
coevo diritto pubblico tedesco, suddiviso in corrente
«prammatista», Gierkische Reinassance,
«nuova dommatica». Dopo importanti
osservazioni sul rapporto popolo/diritto nel pensiero
tedesco, sul carattere concreto e dinamico che
si vuole attribuire al fatto giuridico —
considerato da un punto di vista oscillante fra
deontologia, fenomenologia, teleologia[105]
—, Lavagna passa in rassegna, tra gli altri,
il concetto politico schmittiano (assegnato alla
corrente prammatista), di cui rileva il carattere
anti-individualistico e anti-umanistico, oltre
che i presupposti non-razionali e antinormativi[106].
La maggior parte delle pagine dedicate
allo Schmitt trattano tuttavia il noto saggio
schmittiano Über die drei Arten des rechtswissenschaftlichen
Denkens[107],
impegnandosi il Lavagna a mostrare l’importanza
dell’Ordnungs- und Gestaltungsdenken
— contrapposto a normativismo, decisionismo,
positivismo — per la costruzione dell’ordine
concreto nazista: con questo intento il giurista
italiano analizza anche il concetto schmittiano
di Stato.
Ciò che ci sembra più
importante in questo lavoro è la minuzia
con cui Lavagna separa e distingue le varie posizioni
teoriche, spesso oscillanti, del pensiero giuridico
nazista, il che gli permette una analisi articolata
e differenziata e un giudizio non generalizzante
sulla materia esaminata; così infatti,
il pensiero di Schmitt, pur trovandosi «sul
piano puramente programmatico, molto prossimo
al pensiero riformatore dell’Höhn»
(esponente della «nuova dommatica»,
cioè dell’ala estremistica dei giuristi
nazisti, presso cui il concetto di Rechtsgemeinschaftè
screditato a favore della Volksgemeinschaft),
se ne distacca tuttavia «per il metodo e
per le conclusioni. Il pensiero dello Schmitt,
infatti, non si dirige preconcettualmente contro
determinate categorie giuridiche fondamentali
per sostituirle — come farà l’Höhn
nei riguardi del concetto di Persona — ma
tende esclusivamente ad una riforma di quelle
categorie che si presti a una sana comprensione
e a una razionale sistemazione, non solo di tutti
i nuovi principi instaurati dalla Rivoluzione,
ma della struttura stessa dello Stato nazionalsocialista»[108].
Ma nonostante questi «distinguo»,
la valutazione generale della produzione giuridica
nazista è, come sempre, negativa, per la
mancanza di «scientificità»
degli autori tedeschi, per il loro incontrollato
impulso a di struggere, insieme al positivismo
e al purismo, anche «delle verità
che sono al di sopra di queste stesse scuole».
E anche se la critica dal punto di vista giuridico[109]
(alla quale solo in parte si sottrae la Gierkische
Renaissance) è bilanciata dal rispetto
per la scelta umana e politica dei giuristi tedeschi[110],
permane quella costante interpretativa che abbiamo
ritrovato nella critica italiana, la contrapposizione,
cioè, della classicità latina e
romana alla «barbarie» germanica;
e in questo giudizio viene completamente coinvolto
(assai affrettatamente, in verità, poiché
il suo vero problema sono le modalità dello
stabilirsi e del mutarsi delle forme d’Ordine,
problema dunque tutt’altro che «inquieto»
o «irrazionale» o «barbarico»)
anche Schmitt.
Sostanzialmente sulla stessa linea
è condotto anche l’intervento di
Flavio Lopez de Oñate[111]
che, riassumendo i termini della riflessione nazista
sul diritto, vi scorge — insieme a suggestioni
heideggeriane — una fondamentale matrice
romantica, particolarmente evidente là
dove si privilegia la Volksgemeinschaft rispetto
alla Rechtsgemeinschaft (ma a questo proposito
l'autore suggerisce di integrare le analisi consuete
con l'apporto di Tönnies), e nella concezione
strumentale del diritto, che in ambito tedesco
sarebbe ridotto a puro strumento per garantire
l’ordine politico[112].
Nel rilevare che questa posizione,
in cui è conglobata quella di Schmitt,
rappresenta la fine del «gigantesco e geniale
sforzo hegeliano della costruzione di un’oggettività
in cui la concretezza acquistasse senso e valore
di razionalità»[113],
Lopez de Oñate riafferma «la trascendenza
della norma rispetto alla società»,
di cui quella è e deve essere la forma
organizzativa[114]
e contesta a Schmitt il diritto di richiamarsi
alle posizioni istituzionalistiche di Santi Romano,
ben diverse da quelle irrazionalistico-organicistiche
che sarebbero invece proprie dell’autore
tedesco e del suo concepire la realtà come
qualche cosa di fluido e di indefinito[115].
E neppure nell’ambito cattolico più
coerente — quello neotomistico dell’Università
del Sacro Cuore — Schmitt ha diversa fortuna,
e anzi viene studiato da Francesco Olgiati[116]
soltanto come uno dei più importanti fra
quei teorici nazisti che distruggono concettualmente
la nozione borghese-liberale di Stato di diritto.
Così, attraverso una diligente esposizione
di alcune opere schmittiane (dal Begriff des
Politischen a Der Führer schütz
das Recht[117],
un campionario importante ma certamente riduttivo
e in linea con le scelte tipiche di quegli anni),
e situato Schmitt nella cultura giuridica tedesca
secondo i suggerimenti del Lavagna, l’«obiettività»
dell’Olgiati appare chiaramente intenzionata
a presentarlo come una delle tante e disparate
voci che rappresentano la «moderna»
perdita delle chiare certezze giuridiche che erano
invece proprie di S. Tommaso[118].
Ma con questo uso «strumentale» di
Schmitt ci sembra che la cultura cattolica abbia
perduto una buona occasione per affrontare il
grande tema giuridico-politico dello Stato secolarizzato
e del suo Ordine, proprio attraverso un autore
che, cattolico di fede e di formazione intellettuale,
è forse — lo ripetiamo — molto
meno barbaro e irrequieto (e molto più
«romano») di quanto la critica italiana
di quegli anni abbia colto da letture parziali
delle opere schmittiane.
VII. Complessivamente, le interpretazioni
italiane di Carl Schmitt nel periodo pre-bellico
si caratterizzano dunque per la stroncatura
idealistica di larga parte dei filosofi (che
per altro non paiono, nel complesso, essersi interessati
gran che al pensiero schmittiano): accanto al
rilievo della freddezza e della lucidità
di Schmitt non manca mai (e a questo proposito,
oltre alla generale temperie idealistica, incide
non poco il saggio di Löwith) la critica
della sua incompletezza di fronte ai classici
problemi della filosofia della pratica e della
politica; Schmitt viene collocato così
limitativamente in un preciso ambito esistenziale
e culturale, quello inquieto, barbarico, mitologico
della Germania totalitaria (in contrasto con la
pur riconosciuta «chiarezza» dell’autore,
e seguendo quella che del suo pensiero si può
definire una lectio facilior). Tale collocazione,
che in quegli anni non è certamente imputata
a colpa, fa tuttavia scattare la rivendicazione
di tradizioni «italiane, cristiane, latine»,
che si sostanziano in una aperta contrapposizione
culturale fra il fascismo più «accademico»
— di tali tradizioni proclamatosi il custode
e il potenziatore — e il nazismo (e Schmitt),
visto come fenomeno di assai più radicali
intendimenti (e proprio un certo radicalismo antiborghese
e antiliberale detta le poche pagine di quasi
incondizionato consenso a Schmitt, che viene dunque
ridotto, anche dai suoi sostenitori di allora,
al rango di brillante ideologo). Più emblematica,
significativa e fruttuosa, anche se per certi
aspetti più appartata e — allora
— di minore risonanza, è, come si
è visto, la vicenda di Cantimori, al quale
Schmitt interessa essenzialmente come possibile
viatico per la vagheggiata «terza via»[119]
(il sogno di una generazione di giovani intellettuali
fascisti, poi passati su posizioni di antifascismo);
l’interesse per Schmitt ha poi seguito la
stessa parabola di quel sogno giovanile, con tutte
le conseguenze del caso.
Per certi aspetti analoga a quella,
«filosofica» è la situazione
sul versante giuridico: qui opera potentemente
la Verfassungslehre, salutare correttivo
al normativismo positivistico, accolta con entusiasmo
dai più giovani costituzionalisti che,
sulla linea dell’insegnamento di Santi Romano,
scoprono con interesse scientifico (e forse con
qualche perplessità) la rilevanza della
politica come problematico fondamento della stessa
realtà giuridica; e questa forte influenza
di pensiero schmittiano continua costante, nel
dopoguerra, in Mortati e nella sua scuola.
Molte e gravi restano tuttavia
le obiezioni che in questi anni si muovono a Schmitt,
teorico dell’Ordnungsdenken e del
Führerprinzip, come in generale a
tutto il pensiero giuridico nazista (nel quale
Schmitt viene — a torto o a ragione —
integralmente inserito), troppo difforme da quello
italiano per poter essere adeguatamente valutato.
Gioca qui anche, probabilmente, e a livello di
non ancora raggiunta consapevolezza, la difficoltà
a definire giuridicamente il nazismo (difficoltà,
del resto, di cui i noti attacchi che Schmitt
dovette subire da parte degli ambienti «puri»
del regime sono una notevole testimonianza), stante
quella che in seguito verrà chiarita come
assoluta incompatibilità tra il fenomeno
del totalitarismo e qualsivoglia determinazione
giuridica[120].
Tale difficoltà, che non esiste se non
molto attenuata per il fascismo italiano, costituisce
così per alcuni materia di riflessione
scientifica e politica e implica, tra l’altro,
un deciso rifiuto di quella parte del pensiero
giuridico schmittiano che più gravemente
sembra ledere il principio della certezza del
diritto: per strano che possa sembrare, anche
in questi anni pesa dunque in misura determinante
sulla fortuna di Schmitt in Italia la circostanza
(non secondaria, in verità, per una comprensione
reale del pensiero schmittiano) del suo impegno
politico a favore del nazismo.
VIII. Una brusca frattura è
riscontrabile nell’interesse della cultura
italiana verso Schmitt dopo il 1943: da questa
data, infatti, e per quasi trent’anni, non
soltanto non si traduce più nulla (né
si ristampano i due libri apparsi in Italia nel
periodo pre-bellico), ma si assiste anche a un
silenzio pressoché completo della critica[121];
solo negli anni Settanta si torna a una certa
attenzione, sia di traduzioni che di interventi
critico-interpretativi. Eppure il nome e l’opera
di Schmitt non restano certamente ignoti, almeno
nell’ambito specialistico dei giuristi e
dei filosofi del diritto: le ragioni di questa
lunghissima quarantena saranno forse da rintracciare,
più che in una operazione deliberata di
esorcismo e di prudente distanziamento da un nome
tanto compromesso (motivazione che tuttavia non
può non aver giocato un ruolo di una qualche
importanza), nel fatto che anche nel periodo pre-bellico
l’interesse sollevato da Schmitt era stato
ben scarso, quasi del tutto legato a ragioni di
contingenza politica, e che insomma i problemi
teorici agitati da Schmitt non erano davvero presenti
nella cultura italiana.
Quanto su questa relativa sordità
abbia pesato l’idealismo gentiliano e crociano,
abbiamo detto in precedenza; ma né la crisi
generale dell’idealismo esplosa nel dopoguerra,
né l’affermarsi dell’esistenzialismo
prima e del marxismo poi (nonostante gli interventi
di Lukács e di Marcuse[122],
di larghissima divulgazione), hanno per lungo
tempo sollecitato un particolare interesse per
Schmitt: conosciuto per ragioni d’ufficio
dagli studiosi di storia delle dottrine politiche
e dai filosofi, il pensatore tedesco è
rimasto per lunghi anni irrimediabilmente out,
accostabile soltanto con una lunga e poderosa
serie di pregiudizi e di cautele, prigioniero
di una tradizione altamente sfavorevole. Il «caso
Schmitt» appariva chiuso e archiviato, né
si vedeva la necessità di riaprire l’istruttoria
per supplementi d’indagine.
Assai significativo di questa situazione,
per cui Schmitt appare un pensatore «marginale»
(ed «emarginato») anche quando il
dibattito culturale verte su problematiche assai
prossime a quelle schmittiane (tanto che un esplicito
riferimento parrebbe inevitabile), è il
I Simposio di Filosofia della politica,
sul tema «Tradizione e novità della
Filosofia della politica», tenuto a Bari
nel maggio 1970. In questo contesto, una relazione
di Sergio Cotta[123]
offre una tematizzazione esistenzialistica del
rapporto politica-diritto, due fenomeni interpretati
come «linee divergenti» da un unico
punto nodale: la correlazione ontico/ontologico.
Centro di tale correlazione è, sul piano
ontologico, l’essere-in-comunicazione
del soggetto, mentre su quello ontico tale
«comunicazione» viene ricondotta alla
«coppia fondamentale» amicizia/inimicizia,
sia nella dimensione interpersonale che in quella
associativa (cioè appunto la politica e
il diritto). L’analisi di Cotta pone così
in evidenza una dialettica intrinseca alla polis
(secondo il concetto schmittiano), e da questa
ineliminabile, collegando tale dialettica da una
parte alla struttura ontologica del soggetto,
dall’altra allo scontro di diverse e contrastanti
morali, unadelle quali è
quella specificamente politica[124].
La dipendenza da Schmitt appare
evidentissima, anche in considerazione del contesto
esistenzialistico e cattolico che molti critici
(Löwith, Dallmayr, Niekisch[125],
ma anche Marcuse e Lukács) ritengono indispensabile
per interpretare il pensiero schmittiano: a nostro
avviso, tuttavia, l’assunzione di Schmitt
all’interno di una analisi «filosofica»
e sistematica, lo spostamento a un livello antropologico
di quel concetto amico/nemico formulato per interpretare
la politica in termini esplicitamente non soggettivi,
non sono procedimenti pienamente legittimi (almeno
in sede filologica, ma va ricordato che Cotta
non ha questa intenzione), anche se attraverso
di essi si giunge a conclusioni assai interessanti,
come quella che la dialettica «ontica»
amicizia/inimicizia è sempre presente,
con entrambi i suoi estremi, all’interno
di ogni fatto politico.
Ora, qui interessa notare innanzi
tutto che la lettura di Schmitt appare libera
da censure ideologiche; in secondo luogo meritano
qualche attenzione alcune reazioni — nello
stesso Simposio barese — alla relazione
di Cotta, poiché sono la spia del particolare
rapporto con Schmitt di buona parte della cultura
politica italiana.
Alessandro Passerin d’Entreves[126]
rileva infatti nell’intervento di Cotta
una polemica anti-illuministica fondata sul «pessimismo»
(di origine cattolica), e si dichiara «insospettito»
dall’antitesi amico/nemico perché,
oltre a non essere esaustiva del fatto politico,
è di origine schmittiana e pertanto compromessa
con il nazismo; sottolineando così, ancora
una volta, la situazione di ostracismo in cui
si trova Schmitt.
Nella stessa circostanza, e in
forma più articolata, Biagio De Giovanni[127]
anticipa a Cotta un’obiezione che molta
critica marxista muoverà poi a Schmitt,
che cioè la dialettica amico/nemico è
«generica», priva di ogni correlato
storico, ideologica, e pertanto pronta «a
uno specifico riassorbimento acritico dell’empiria
storica così come si presenta», in
un contesto generale «naturalistico-volontaristico».
È dunque chiaro che De Giovanni trova Schmitt
insufficiente al compito che (per la sua lettura
althusseriana di Marx e di Hegel[128])
egli reputa invece proprio della filosofia politica,
cioè la «riflessione sul modo concreto
in cui una struttura determinata si presenta come
struttura articolata».
Fino al 1970, dunque, l’interpretazione
di Schmitt, almeno nelle correnti culturali rappresentate
al Simposio barese (e con la parziale eccezione
di Cotta, che appare però un caso isolato),
continua a essere quella di «ideologo nazista»,
in quanto tale inutilizzabile a livello scientifico,
oltre che politicamente impresentabile.
Né molto migliore è
la sorte assegnata a Schmitt in alcune opere di
carattere generale sul pensiero politico e filosofico
(con la parziale eccezione dell’Enciclopedia
Filosoficaacura del Centro di Studi filosofici
di Gallarate, per la quale Alessandro Giuliani
firma la voce Schmitt, abbastanza ampia
ed informata, anche se critica nei confronti di
un preteso «positivismo» di Schmitt,
che ridurrebbe il diritto al fatto politico[129]),
nelle quali l’autore tedesco trova spazio
pressoché soltanto come esponente del totalitarismo
nazista (e la fonte è quasi sempre soltanto
I Principii politici del 1935),
con una valutazione «ideologica» che
si conferma la tendenza dominante della nostra
critica.
Resta invece costante, in questo
periodo, l’interesse dei giuristi per Schmitt,
con la significativa circostanza che l’autore
tedesco ha ormai conquistato la posizione ed il
ruolo di un «classico», almeno per
quanto riguarda il diritto pubblico e costituzionale.
Così, più che di «scoperte»
(quale fu quella di Mortati nel 1940), si deve
parlare, in questi anni, di una ormai scontata
«sistemazione» del pensiero giuridico
schmittiano all’interno di precisi apparati
concettuali e di specifici nodi problematici.
Tale situazione è evidente soprattutto
nelle grandi opere generali, e particolarmente
nel Novissimo Digesto enell’Enciclopedia
del Diritto.
Nella prima di queste opere l’incidenza
di Schmitt è abbastanza evidente in alcune
voci, nelle quali gli interventi schmittiani sugli
specifici argomenti vengono direttamente menzionati[130];
e la voce Stato d’Assedio[131]
prende ancor più ampiamente in esame il
tentativo di Schmitt di sganciare l’Ausnahmezustand
dai singoli diritti positivi, per farne un
concetto di teoria generale dello Stato. È
poi presente una breve voce redazionale dedicata
specificamente a Schmitt[132]
(fatto eccezionale, poiché neppure l’Enciclopedia
Italianala riporta, mentre nel Dizionario
Enciclopedico Treccani il lemma si presenta
brevissimo e di carattere esclusivamente biografico),
nella quale l’autore tedesco viene definito
«suggestivo e contrastato costituzionalista»,
fondatore dell’indirizzo decisionistico,
e vien fatta menzione delle sue teorie attorno
ai concetti di costituzione, sovranità,
dittatura, parlamentarismo, politica, Stato totalitario,
Grossraumordnung, capo dello Stato, caso
limite. E tuttavia significativo che l’ultima
opera italiana su Schmitt citata in bibliografia
sia il saggio di Pierandrei del 1941.
Nell’Enciclopedia del
Diritto ampio spazio è dedicato a Schmitt
(oltre a vari accenni negli articoli Libertà,
Istituzione, Governo di fatto, Diritto
costituzionale, Necessità-diritto
pubblico[133])
sotto la voce Costituzione[134]
che porta la firma prestigiosa di Mortati; al
giurista tedesco viene ascritto il merito di aver
dato rilievo all’esigenza di trovare il
fondamento politico della costituzione, pur restando
ferme le ormai classiche riserve di Mortati per
quanto riguarda l'indeterminatezza di Schmitt
nell’individuare il soggetto della decisione
politica ed il suo contenuto, oltre che nello
spiegare la continuità d’azione dello
Stato.
A questo articolo di Mortati, che
presenta anche una breve sintesi dell’operatività
e della ricezione del pensiero schmittiano presso
la cultura giuridica italiana, si aggiunge, alla
voce Dittatura di Giovanni Sartori[135],
una valutazione più critica delle tesi
di Schmitt, a ulteriore riprova della problematicità
della sua influenza in Italia. Afferma infatti
Sartori che La Dittatura testimonia delle
difficoltà che incontrano i giuristi nel
muoversi sul terreno di questo concetto, raggiungibile
attraverso il diritto, ma non più per la
stessa via abbandonabile. La «dittatura
sovrana» di Schmitt si rivelerebbe così
un puro momento di forza, una manipolazione del
diritto positivo esistente con l’inattuabile
pretesa di crearne uno nuovo.
Nonostante un interesse abbastanza
costante[136]
che salda per certi aspetti la frattura trentennale
apertasi al livello delle interpretazioni storico-politiche,
l’attenzione dei giuristi italiani per Schmitt
si presenta nel dopoguerra priva di particolari
approfondimenti monografici, anche se nella sua
Storia della Filosofia del Diritto uno
studioso liberale, Guido Fassò[137],
dà rilievo, nell’ambito delle «teorie
giuridiche dei regimi totalitari», alla
figura di Carl Schmitt — considerato il
più importante teorico giuridico, e non
soltanto giuridico, del nazismo —, rilevando
anche, sia pure di sfuggita, un possibile rapporto
di Schmitt con Nietzsche. ÈE caratteristico
del coerente liberalismo del Fassò che
egli veda in Schmitt l’acerbo avversario
del giuspositivismo, per sottolineare che non
a questo (che pure per altri motivi non va esente
da critiche[138])
è da imputarsi la legalizzazione della
dittatura hitleriana, dato che proprio contro
il positivismo giuridico — visto come docile
strumento del liberalismo — si scagliò
più aspra la polemica dei nazisti, e di
Schmitt in particolare. Di quest’ultimo
Fassò ricostruisce brevemente — ma
con sicurezza — il curriculum di
filosofo del diritto, attraverso l’esposizione
delle opere principali, con particolare attenzione
allo spostamento dal decisionismo (Verfassungslehre)
all’Ordungsdenken (Über
die drei Arten...), spostamento che rivela
e accentua quella che secondo Fassò è
la costante del pensiero schmittiano: il diritto
della forza. Tale caratteristica rimarrebbe immutata
anche in seguito alla revisione operata da Schmitt
al suo concetto di ‘politico’ con
il saggio Der Nomos der Erde, dato che
la «ripartizione dello spazio» indicata
dal termine Nomosriproporrebbe appunto
l’equazione di forza e diritto[139].
(Fassò sfiora qui un concetto che non ci
sembra altri abbia svolto in Italia: la decisiva
importanza, nello sviluppo del pensiero schmittiano,
del periodo nazista, non certo per l’immediato
contenuto ideologico, quanto per lo spostamento
— che in quel periodo si attua, anche se
palese solo a tratti — dell'interesse di
Schmitt dalla «classica» politica
statuale a una geopolitica dei grandi spazi, nuovo
territorio di applicazione del «politico»,
che diviene così concretamente la ratio
della appropriazione, divisione,
distribuzionedella terra, cioè la
lotta per stabilire e spostare le linee d'amicizia
e d'inimicizia che si intersecano nel mondo.
È forse una delle maggiori «astuzie»
schmittiane questa operazione di revisione e di
copertura di temi nati nel suo periodo nazista,
e ritradotti in termini di obiettiva e neutrale
descrizione di un processo; ma è anche
— di nuovo — il segno della necessità
di separare, all'interno di quel periodo, la sua
adesione personale al regime dal consequenziario
svolgimento logico del suo pensiero).
IX. Bisogna attendere fino al 1972,
con la traduzione delle Categorie del «Politico»,
perché si verifichi in Italia, se non proprio
una Carl Schmitts Renaissance, certamente
un notevole interesse e una nutrita serie di interpretazioni
volte a ritessere le trame di una consuetudine
da tempo perduta col pensiero schmittiano. Nell'ambito
di questa nuova presa di contatto della cultura
italiana con Schmitt (parallela a una traduzione
francese che sta mobilitando anche i critici d'oltralpe[140])
si possono distinguere interventi di semplice
presentazione giornalistica[141]
da altri più ampi e meditati, che tentano
la definizione e il giudizio globale: noi ci occupiamo
soltanto di questi ultimi, per enucleare —
se esistono — alcune costanti interpretative,
e per instaurare così un parallelo fra
la lettura di anteguerra e quella contemporanea,
parallelo che può forse dire qualche cosa
sulla nostra cultura filosofico-politica.
Una circostanza che ha molto pesato
sulla fortuna italiana delle Categorie del
«Politico» è la Presentazione
che ne ha fatto Gianfranco Miglio[142]:
in essa — a nostro avviso il più
alto esempio italiano di comprensione di Schmitt
— per la prima volta ci si libera compiutamente
dai pregiudizi di una lettura attenta soltanto
agli aspetti «ideologici» e «filosofici»
del suo pensiero, e si procede ad una valutazione
«scientifica», privilegiando l'aspetto
«conoscitivo».
Secondo questa linea di tendenza,
Miglio mette in rilievo come siano in fondo due
i problemi intorno a cui si è affaticato
per sessant'anni «il gran vecchio della
politologia europea»: il rapporto fra diritto
e potenza, e quello fra Stato e politica, problemi
che per il loro stesso sussistere e permanere
dimostrano che lo sforzo schmittiano di «conciliare
la teoria giuridica dello Stato con la comprensione
scientifica della politica»[143]
non è certamente concluso. Ma «la
scoperta veramente copernicana delle categorie
del politico» — formalizzata nella
sua corretta funzione metodologica ed epistemologica:
«ovunque c'è politica, là
s'incontra l'antitesi amico/nemico»[144]
— pur necessitando, secondo Miglio,
di integrazioni sulla linea del rapporto con l'obbligazione
giuridica, si rivela un nuovo punto di partenza
per l'esplorazione di un nuovo continente, una
verità ancora «parziale», ma
paragonabile a quelle di Tucidide, Machiavelli,
Bodin, Hobbes, Mosca, Pareto, Tönnies, Weber[145].
Schmitt appare dunque non un ideologo, né
un dottrinario, ma un grande scienziato che vive
con attenzione e umiltà la crisi del Jus
Publicum Europaeum — è di quella
struttura che aveva permesso la coesistenza «ragionevole»
di diritto e politica —, e che proprio da
questa crisi muove alla ricerca del filo conduttore
che possa spiegare il fenomeno della politica,
sia nella storia (cioè nel suo rapporto
con lo Stato moderno), sia nel presente (cioè
in una situazione non giuridico-statale, ma di
pura ostilità «partigiana»).
Miglio aderisce dunque alla richiesta
di Schmitt, che alla sua opera venga riconosciuto
carattere scientifico e avalutativo (ma non certamente
«quantitativo», sul modello anglosassone),
tanto che si riferisce a essa come a un'ipotesi,
di cui «gigantesco esplodere nell'ultimo
decennio della conflittualità... ha fatto
salire vertiginosamente il grado di possibilità»[146].
Non più dunque la «sostanzialità»
— esistenziale e tragica — di cui
parlava Löwith, non più l'accusa idealistica
di empirismo e di carenza di fronte all'Atto puro,
allo Stato etico, alla filosofia della storia
o dei «distinti», non più la
sospettosa valutazione di estraneità; ma
uno Schmitt letto come lo scienziato che cerca
il punto di vista metodologico più atto
a spiegare un fenomeno, e che si foggia a questo
scopo uno strumento originale, un nuovo «criterio»
di conoscenza, problematico e aperto, e magari
inquietante per ciò che scopre; uno scienziato
che non si ritrae dal suo oggetto, ma che anzi
lo pensa fino in fondo, fino allo scandalo delle
conseguenze estreme; e che proprio per questo
è accusato — da chi vuole cercare
in Schmitt ciò che Schmitt non vuole dare
— di «distruzione della ragione»,
di empirismo, nichilismo, romanticismo e —
accusa che deve costringere al silenzio —
di nazismo.
Ora, è sintomatico che Miglio
abbia completamente ignorato il problema dell'ideologia
schmittiana, e che sia anzi pressoché
l'unico ad accettare, almeno parzialmente, la
tarda correzione del 'concetto' in «categoria»,
a sottolinearne la valenza conoscitivo-metodologica
(resta tuttavia aperto il problema dello Schmitt
compromesso con il nazismo: come e perché
una cesura sia a questo possibile e doverosa,
Miglio non indica esplicitamente, pur fornendo
elementi atti allo scopo; ma su ciò si
forniranno in seguito ipotesi di lavoro nostre).
Questa lettura di Schmitt suggerita
da Miglio con tanta sicurezza e libertà
rispetto alla nostra tradizione interpretativa
(che non è mai citata o presa in considerazione)
sgombra il campo da molti vecchi problemi ermeneutici,
ma ne solleva altri (non solo quello accennato
dalla cesura, ma anche quello della valutazione
dei rapporti possibili fra livello scientifico-politologicoedimensione
più propriamente filosofica nel
pensiero di Schmitt, in relazione soprattutto
alla crisi della nozione di «continuità»
della storia, al rapporto critica/crisi, alla
struttura del dominio), che solo in parte sono
stati colti e sviluppati dai commentatori italiani,
più spesso (con l'eccezione del marxismo
«operaistico», che tuttavia si muove
in completa indipendenza dall'ipotesi di Miglio)
attestati su posizioni di tradizionale diffidenza.
X. Costituisce al contrario un
caso a sé stante l'intervento schmittiano
di Costantino Mortati[147],
il quale — in linea con una più che
trentennale attenzione scientifica — vuole
far emergere dai testi di Schmitt soprattutto
la sintesi di politica e diritto, nella
forma di un pensiero «ordinativo»
e «istituzionale». Limitato l'antico
decisionismo schmittiano al puro momento costituente
dello Stato, (secondo quanto già
espresso in La Costituzione in senso materiale),
indicata la preminenza del rapporto autorità/subordinazione
su quello amico/nemico — che di quello è
soltanto il momento di crisi estrema, nel venir
meno dell'omogeneità politico/sociale che
è alla base di ogni ordinamento statuale
—, Mortati pare disposto ad accogliere assai
ampiamente la fondamentale tesi schmittiana che
«la considerazione del sistema normativo
non possa isolarsi da quella della società
a esso sottostante»[148],
vedendo anzi in Schmitt un deciso passo avanti
rispetto alla posizione di Santi Romano, per la
costante consapevolezza del tedesco che «il
sistema legale, appunto perché strumentale
rispetto ai fini con esso perseguiti non riesce
a raccogliere in sé la disciplina della
complessiva attività statale perché
non possono non prevalere su tale disciplina i
valori che vi sottostanno»[149].
L'omogeneità che Schmitt
vede necessaria per lo Stato moderno appare quindi
essa stessa politica, e non neutrale, come altri
hanno invece creduto di interpretare: è
la «costituzione in senso materiale»,
fondata sul rapporto supremazia/soggezione come
rapporto politico/giuridico (e qui Mortati si
differenzia, come è noto, da Schmitt, in
ordine alla pretesa «purezza» del
concetto di «politico», per il giurista
italiano inammissibile). Ma il risultato più
importante dell'interpretazione che Mortati dà
di Schmitt ci sembra essere questa: che lo Stato
(anche quello liberale) ha per Schmitt al suo
interno una chiara qualificazione politica di
fatto, proprio nello stabilire e nel delimitare
un'area neutrale di consenso, poiché questo
è deciso sovranamente da un'istanza supremamente
politica: così, anche se in certi casi
la neutralizzazione ha istituito un sistema la
cui politicità non è più
riconoscibile dall'interno del sistema stesso,
resta vero che l'omogeneità su cui lo Stato
si fonda ha immanente una crisi, il cui esplodere
ripropone — spostato — il problema
del punto di riferimento (Mortati accenna, per
spiegare Schmitt, al marxiano «rovesciamento
della prassi»[150]
con felicissima intuizione, poiché quel
processo che è marxianamente interpretato
come «rivoluzione» è per Schmitt
il puro fatto politico dello spostarsi del centro
di riferimento in una crisi strutturale di un
sistema, mentre per Mortati è infine l'oggetto
specifico dello studio giuridico/politico della
costituzione materiale).
Mortati riconosce così che
Schmitt ha formulato un'ipotesi scientifica di
altissimo livello, capace di spiegare la forma
generale (e, si presume, le determinazioni storiche)
del più profondo principio di organizzazione
statuale, ipotesi che in linea di massima non
è subalterna ad alcuna ideologia, ma che
è in grado di comprendere — sterili
lamentazioni sulla fine dello Stato di diritto
— anche la crisi attuale dello Stato europeo,
in bilico fra liberalismo e socialismo e incapace
di decidersi per un omogeneo ordinamento costituzionale
(che ponga fine alla divisione della sovranità
fra proprietà privata dei mezzi di produzione
da una parte e popolo dall'altra)[151].
E anche l'apertura polemica contro
Miglio non ci pare certamente coinvolgere questo
aspetto dell'interpretazione di Schmitt, quanto
piuttosto il problema della distanza fra diritto
e politica, distanza secondo Miglio molto accentuata
e costituente il vero problema centrale di tutto
il pensiero schmittiano, mentre evidentemente
secondo Mortati essa viene superata nel concreto
ordinamento della costituzione materiale, analogo
al pensiero organico/istituzionale di Schmitt:
quest'aspetto del suo pensiero giuridico va oltre
il passato decisionismo (a cui è invece
collegato il concetto di amico/nemico e la pretesa
di purezza del 'politico'), ed è in grado,
secondo Mortati, di spiegare anche situazioni
di crisi come la presente senza che sia necessario
riferirsi, come invece fa Miglio (che privilegia,
almeno nella Presentazione, Schmitt decisionista
del 'concetto'), a una perenne e insanabile frattura
fra politica e diritto[152].
Anzi, è proprio di fronte alla sfida proposta
dalla crisi contemporanea dello Stato che la scienza
giuridico-politica può dimostrare la sua
euristicità, anche superando certe remore
di Schmitt o dei suoi discepoli (soprattutto W.
Weber e Forsthoff), e può proporsi come
fatto politico e scientifico insieme, indagine
cosciente e razionale sulle complesse dinamiche
che regolano il passaggio da uno statuspolitico
a un altro, strumento critico di controllo di
una crisi.
Ancora una volta, dunque, Schmitt
si ripropone nella lunga attività teorica
di Mortati, come termine centrale di discussione
e di confronto, occasione per una precisazione
e un approfondimento delle più importanti
problematiche del pensiero politico e costituzionale;
e, secondo noi, in questo ultimo saggio Mortati
manifesta rispetto al pensiero schmittiano un
favore teorico forse più alto e completo
di quanto non fosse avvenuto in passato[153]
(ferme restando le ormai classiche riserve sul
rapporto amico/nemico), quasi a indicare alla
cultura italiana un nodo obbligato da affrontare
e da sciogliere.
XI. E tale urgenza sembra prontamente
recepita da Francesco Mercadante che, spinto da
un animoso intento di fare definitivamente i conti
con Schmitt, gli dedica il saggio forse più
lungo, informato, appassionato di tutta la bibliografia
italiana. [154]
Il complesso e articolato intervento — orientato
da una definizione apodittica iniziale (che deriva
da Löwith e da Laufer) di Carl Schmitt come
di un «dottrinario» che «pronuncia
giudizi di valore e sa di farlo»[155]
— può essere, per comodità
espositiva, raggruppato attorno a due fuochi polemici:
il primo è il dibattito Kelsen-Schmitt,
e la conseguente esposizione-confutazione del
pensiero schmittiano più propriamente antidemocratico
e antiparlamentare; il secondo consiste invece
in un'ampia analisi critica del concetto di «politico»,
con particolare attenzione a quelli che Mercadante
— coerentemente con la sua posizione iniziale
— ritiene i punti deboli — perché
«ideologici» — di tale concetto.
Diffidente seguendo Maus, verso
la Carl Schmitts Selbstverständnis,
Mercadante non vuole vedere sostanziale differenza
tra il primitivo concettoe il tardo criterio
del «politico», proponendo così
una linea di sostanziale omogeneità fra
lo Schmitt anteguerra e quello del dopoguerra,
con la sola variante di una prudenza senile, rivelata
da un linguaggio volutamente vago, non denotante
il «nemico» se non per metafora[156].
Non «scientificità» dunque,
ma pensiero dottrinariamente polemico e valutativo;
questa è la caratteristica di Schmitt,
la cui lettura è tuttavia necessaria —
sostiene Mercadante — per la cultura italiana,
che non lo conobbe a fondo neppure ai tempi del
fascismo[157].
Scopo di questa lettura — ancora una volta
«strumentale», anche se con segno
diverso da quello marxista — è di
non lasciare a Schmitt il monopolio della difesa
della democrazia reale (come invece accade a Kelsen,
che contrappone a Schmitt l'esangue concetto di
finzione democratica[158]),
e di togliere il veleno dalle sue accuse contro
la democrazia occidentale (non omogenea né
plebiscitaria come quella schmittiana), dimostrando
la contraddittorietà di quel concetto di
«politico» a partire dal quale esse
vengono formulate.
Poiché non si deve temere
che la verità scavi la fossa alla democrazia,
afferma Mercadante, le accuse schmittiane al «compromesso
quotidiano», alle «compatibilità
illimitate», alla degenerazione «totalitaria»
della democrazia, allo svuotamento del Parlamento,
vanno affrontate di petto: emergerà allora
che l'assolutismo decisionistico e volontaristico
cui fa riferimento Schmitt, la sua nozione di
omogeneità «sostanziale», non
sono altro che il corto-circuito di quel processo
di mediazione sociale che le democrazie sopportano
quotidianamente come «amministrazione»
e non come ordine gerarchico[159]:
il che, se da una parte induce a criticare l'esiguità
della base democratica delle cosiddette società
libere, dall'altra permette di rilevare la contraddittorietà
del pensiero schmittiano (almeno su questo punto),
che contrabbanda, dietro la mistica del Führer,
quello stesso complesso di difformi interessi
sociali che critica tanto aspramente quando sono
dispiegati nel sistema di mediazioni democratiche[160].
D'altra parte lo stesso Schmitt
si contraddice in relazione alla valutazione della
Machtergreifung hitleriana: da un lato,
infatti, questa è salutare, ai tempi della
vittoriosa affermazione, come rivoluzionaria instaurazione
di una triplice «costituzione» (Stato,
Movimento, Popolo), superante sia il dualismo
del II Reich (borghese/soldato) sia il
pluralismo di Weimar, sia lo Stato prussiano di
funzionari di hegeliana memoria; dall'altra è
giustificata, al «processo dei giuristi»
a Norimberga (nel quale tuttavia Schmitt fu assolto
in istruttoria con un «non luogo a procedere»),
proprio in nome della weberiana continuità
amministrativa della burocrazia, il cui modo di
funzionamento è la legalità, che
diviene anche fonte della legittimità[161].
Non è dunque lo Schmitt storicamente impegnato
nella politica contingente quello che più
interessa Mercadante, quanto piuttosto il critico
del «pluralismo» e delle «compatibilità
illimitate», il profondo indagatore dei
problemi delle democrazie e del parlamentarismo,
valutato più acuto teorico del concetto
amico/nemico[162].
Attraverso una vasta dottrina e
con ampiezza notevolissima di riferimenti bibliografici,
Mercadante riesce a stringere in un quadro unitario
i concetti principali delle più significative
interpretazioni di Schmitt: da tutto questo complesso
di motivi critici, giunge poi a una conclusione
cui era già pervenuto Mortati, che cioè
il rapporto amico/nemico non spiega l'associarsi
politico degli uomini, consumato su diverse basi
di coesione, come ad esempio il rapporto giuridico
di sottomissione[163].
L'obbligazione giuridica, insomma
(e lo studio del mutare di questa in relazione
al mutato centro di riferimento politico è
appunto una delle integrazioni suggerite anche
da Miglio al 'concetto' schmittiano),
e il concreto potere a essa collegato, non sono
spiegati da Schmitt: il suo concetto amico/nemico
è definito da Mercadante intuitivo,
incapace di fondare il principio della convivenza
umana, confuso e mescolato con altri da cui vorrebbe
invece rendersi indipendente, segno di un regresso
verso il totale «rimbarbarimento»[164],
vero filo conduttore — mai mutato o rinnegato
— che spiega tutta la carriera di Schmitt
e le sue oscillazioni politiche (ma Mercadante
rimprovera a Löwith l'eccessiva insistenza
sull'aspetto di calcolo cosciente dell'occasionalismo
schmittiano)[165].
Una certa simpatia per l'autore
e il convinto apprezzamento per alcune sue clamorose
intuizioni, non portano tuttavia Mercadante ad
accettarne in toto lavalidità scientifica;
anzi, contro la constatazione di Miglio di una
clamorosa conferma nella storia contemporanea
del 'concetto' schmittiano, Mercadante
polemizza a lungo, convinto che l'equilibrio del
terrore atomico sia stato introiettato dai popoli
in forma di coerente e sicura volontà di
pace[166].
E anche nel suo ultimo saggio di argomento schmittiano[167]
Mercadante, pur riconoscendo a Schmitt vari meriti,
fra cui quello di aver restituito al XX secolo
un Hobbes di vibrante modernità, ne limita
la portata teorica alla critica del parlamentarismo,
seguendo l'analisi di Petta[168].
Ritrovati nel concetto amico/nemico elementi di
escatologia cattolica e di «genealogia»
nietzschiana, Mercadante - seguitando il parallelo
con Hobbes, già istituito nel saggio precedente
- situa Schmitt prima della «ragione»
e della «protezione» che il sovrano
assoluto sa instaurare[169],
e conferma l'ipotesi di uno Schmitt tale da influenzare
— anche nascostamente — gran parte
della cultura europea (contro la svalutazione
operata da Lukács), anche Glucksmann e
i Noveaux Philosophes. Quello infatti sarebbe
in sintonia con Schmitt nell'affermare che potere
ed esclusionefanno la storia, questi
invece nel sostituire alla hegeliana «dialettica
del Tre» lo scontro politico «a Due»[170].
Schmitt resta in ogni caso per
Mercadante un importante metro di confronto per
la comprensione del mondo politico contemporaneo,
ma molto più come critico della crisi europea
(nella quale è drammaticamente coinvolto)
che come asettico scienziato politico: infatti,
anche il nuovo discorso sulla guerra, o 'politico'
numero due, è la Teoria del Partigiano,
sembraa Mercadante smentita da alcuni importanti
sviluppi strategici degli ultimi anni, come la
crisi di Cuba o la guerra del Vietnam[171].
Una lettura di Schmitt, nel suo complesso articolarsi
che, pur sollevando qualche perplessità,
è senza dubbio fra le più libere
e spregiudicate della tradizione italiana.
XII. I rapporti del nostro marxismo
con il pensiero schmittiano sono stati tradizionalmente
scarsi e segnati dai durissimi giudizi di Lukács:
un debolissimo interesse per le specifiche problematiche
sollevate da Schmitt e un generale ritardo sui
temi strettamente politici, ritardano così
al 1973 il primo intervento organico di scuola
marxista[172],
ad opera di Angelo Bolaffi[173].
Solo in seguito, come si vedrà, per circostanze
teoriche e pratiche notevolmente mutate, Schmitt
verrà più ampiamente considerato
e utilizzato.
Emblematico dell'approccio più
tradizionale è il saggio di Bolaffi, che
muove a Schmitt un'obiezione implicita nella nozione
stessa di marxismo come critica «dell'economia
politica»: il concetto del 'politico' proposto
da Schmitt non è «scientifico»
poiché non sviluppa il nodo dialettico
della «cosa stessa», cioè della
forma di produzione economica. La «superficialità»
schmittiana — lungi dal consentire una posizione
autonoma rispetto al «monopolio marxista»dell'interpretazione
della storia, come si proponeva l'autore[174]
— rivela Schmitt subalterno (in quanto incapace
di coglierlo nell'unico punto veramente decisivo,
cioè nella struttura economica di classe)
di quel mondo liberale e borghese di cui pretende
di essere il critico inesorabile.
La critica da destra al liberalismo
è dunque subalterna al capitalismo[175],
nonostante il pathos della «decisione»
che si contrappone alla «debolezza»
della «discussione» borghese: incapace
di concepire lo sviluppo storico dialettico, Schmitt
appiattisce la complessità della realtà
nella dimensione astorica e naturalistica dell'ideologia[176],
e fallisce così, secondo Bolaffi, sia sul
piano storico (sostanziale subalternità
al sistema capitalistico), sia su quello logico:
infatti una vera «teoria critica»
non deve tanto fondarsi sulla schmittiana contrapposizione
di normale e di eccezionale, quanto
— mondanamente — su quella di generico
e di tipico[177];
allo stesso modo, l'analisi dei rapporti politici
non procede in Schmitt da una anatomia della
società civile che ne riveli la struttura
di classe, quanto piuttosto «l'autore formalizza
e destoricizza i rapporti umani, regredendo dal
concetto di "classe sociale" a quello
naturalistico e metastorico di amico-nemico»[178].
E come il liberalismo ideologicamente considera
gli uomini uguali tra loro dal punto di vista
del diritto astratto, così Schmitt neutralizza
le reali divergenze di classe nell'omogeneità
istintuale e naturale di una antropologia negativa
e pessimistica, in cui ciascun uomo appare in
lotta contro l'altro[179].
La spiegazione del «caso
Schmitt» sta dunque, per Bolaffi, non in
un'inesistente autonomia del suo pensiero, ma
sì nella generale crisi post-bellica della
Germania di Weimar e del mondo capitalistico in
generale, stretto fra l'attacco socialista e la
necessità di una ristrutturazione più
razionale dei suoi procedimenti (lo Stato-piano):
in questa situazione non è tanto Kelsen
quanto Schmitt a fornire lo strumento ideologico
adatto a normalizzare una situazione anormale,
e ciò proprio attraverso il disprezzo e
il rifiuto della stessa legalità borghese,
strumento di controllo sociale ormai obsoleto;
il fine ultimo di Schmitt e del fascismo —
col quale viene pienamente identificato —
non è dunque più il dominio liberale
dell'uomo sull'uomo (mascherato in dominio della
«Cosa» sull'uomo, del capitale morto
su quello vivo — feticismo —), ma
chiaramente il diretto dominio politico (reazione)[180].
È chiaro che questa interpretazione
così pesantemente «valutativa»
stabilisce un punto di contrasto quanto mai violento
con quella di Miglio, verso il quale infatti Bolaffi
ha parole di aspra e polemica «sorpresa»
per la presentazione oltremodo favorevole del
pensiero schmittiano, presentazione che sviserebbe,
neutralizzandolo in un «minuetto accademico»,
il vero ruolo polemico-politico-ideologico del
pensiero di Schmitt[181].
Da un punto di vista coerentemente marxista, questo
è infatti soltanto il sintomo di quella
distruzione della ragione che, immanente al costituirsi
e allo svilupparsi del sistema capitalistico,
si presenta a volte nella forma del pensiero astratto-liberale,
altre volte nella forma — altrettanto ma
diversamente astratta — di un pensiero «realistico»
e cinicamente ragionante in termini di puro potere,
mai tuttavia in termini di dialettica economica.
Queste «due forme di dominio borghese»
si equivalgono, dall'unico punto di vista «scientifico»,
cioè da quello di classe; semmai quella
più scopertamente reazionaria (l'ideologia
di quelli che Horkheimer e Adorno chiamano «gli
scrittori neri della borghesia») si presta
maggiormente a costituire l'oggetto di una analisi
«in spaccato» del sistema capitalistico,
dalla quale muovere per smascherare anche la faccia
«liberale» del dominio. Da un tale
punto di vista, è evidente che appare inaccettabile
la pretesa schmittiana di fondare in modo autonomo
la scienza della politica, poiché questa
è già compresa nell'analisi totale
della società operata dal marxismo: ogni
attacco a questo monopolio (il monopolio dell'interpretazione)
deve far scattare l'accusa di «ideologia»
(particolarmente facile e a portata di mano nel
caso di Schmitt).
La pura e semplice difesa dell'esistente
(rilievo di origine marcusiana), la distruzione
della ragione (derivata dalle critiche di Lukács)
dicono in modo inequivocabile che Schmitt, di
fronte al pericolo immanente nella società
borghese di un bellum omnium contra omnes (che
egli oscuramente intuisce) non è spinto
da un interesse al rovesciamento della
contraddizione, ma resta legato a quel rifiuto
di ogni mutamento (della «trascendenza»)
che Nolte ha individuato come essenza transpolitica
del fascismo[182].
L'unico approccio possibile a Schmitt, in quest'ottica,
è dunque quello strumentale, di considerarlo
cioè da una parte — secondo un punto
di vista che gli è probabilmente estraneo,
e che comunque non gli rende pienamente giustizia
— come sintomo di una situazione decifrabile
con strumenti concettuali diversi da quelli schmittiani,
e, dall'altra, di impossessarsi di alcune sue
precise e puntuali critiche al liberalismo per
utilizzarle in altro contesto e con fini diversi.
Da un punto di vista analogamente
fondato su premesse ideologiche e metodologiche
di rigorosa ispirazione marxista, Carlo Roehrssen[183]
muove a Schmitt la duplice critica che il «concetto
di politico» non è autonomo dalla
situazione storica che lo genera – ma è
anzi un pensiero tutto interno alla crisi dell’ordine
borghese –, e che inoltre il mito dell’unità
interna dello Stato (ritenuto fondamentale in
Schmitt, cela e mistifica — nel suo pathos
«verticale» — la stratificazione
«orizzontale» in classi della società
capitalistica[184].
Questo errore di fondo, che fa di Schmitt un borghese
irretito nella sua astrattezza ideologica, opera
con particolare efficacia là dove l'autore
tedesco vuole ricostruire la storia politica d'Europa
sulla base dello spostamento «progressivo»
dei punti di riferimento dell'unità politica:
il carattere ipostatico del Zentralgebietnon
soltanto impedisce a Schmitt di scorgere la reale
dinamica storico-economica del processo di formazione
dello Stato moderno, ma lo spinge anche a emettere
un giudizio di non-politicità sullo Stato
liberale — punto d'approdo della neutralizzazione
—, con un sostanziale fraintendimento del
suo carattere realmente politico (il dominio
di una classe sull'altra)[185].
Anzi, secondo Roehrssen, per quanto
riguarda la critica allo Stato liberale Schmitt
sarebbe in contraddizione perfino con la sua stessa
teoria dell'omogeneità politica: infatti,
accusando il liberalismo di avere ridotto la dialettica
amico/nemico a «discussione» e a concorrenza,
viene meno alla sua stessa convinzione che la
politica consista appunto nel formarsi di una
omogeneità attorno a un concetto centrale
e nell'dal sistema ogni gruppo chiaramente inconciliabile.
Ora, lo Stato liberale, proponendo come modello
politico il borghese razionale-kantiano, e riducendo
a irrazionale tutto ciò che non è
il singolo individuo spirituale-astratto, realizza
al proprio interno un'«omogeneità
politica» di cui Schmitt non riuscirebbe
a cogliere — contro il suo stesso 'concetto'
— il fondarsi sul rapporto di esclusione
dell'eterogeneo[186].
L'ambiguità di Schmitt di
fronte alla politicità del liberalismo
è ricollegabile all'altra, se cioè
il nemico sia interno o esterno all'ordinamento
politico; così che il vero interesse che
secondo Roehrssen muove la ricerca schmittiana
e che sta a fondamento delle dure critiche allo
Stato liberale, è la forma dell'unità
politica statuale, ipostatizzata come valore astorico
e difesa (e sarebbe questo il significato reale
del pensiero di Schmitt) contro il socialismo,
che trova nelle peculiarità politiche dello
Stato borghese l’occasione e lo spazio per
un attacco all'esistenza stessa dello Stato[187].
La posizione di Schmitt sarebbe allora, liberata
da ogni ambiguità «scientifica»,
oggettivamente fascista, e si esaurirebbe nella
difesa del modo di produzione capitalistico, al
fine di restaurare il dominio diretto della borghesia
attraverso miti politici pre-borghesi, che garantiscano
una omogeneità politica libera dalle mediazioni
di uno Stato moderno.
Ora, ci sembra che questa metodologia
di lettura del testo schmittiano — indubbiamente
corretta entro i suoi parametri precostituiti
— testimoni ancora una volta di una certa
insensibilità a quanto di nuovo e di originale
è presente in Schmitt; insistere nella
richiesta di una teoria generale e dialettica
della storia e della società significa
non rilevare che il pathos specifico dell'operaschmittiana
sta proprio nel valutare «politica»
la stessa neutralizzazione, così a livello
culturale (la tecnica, che è comunque politicizzabile)
come a livello giuridico (il normativismo)[188],
e che il momento discriminante per definire la
politicità di una situazione è la
scientifica consapevolezza che se ne ha;
tale consapevolezza è da Schmitt collocata
nella sovranità, luogo in cui la
scienza coincide con il culmine della politicità
(il sapere con il potere), in cui assume evidenza
la facoltà d'interpretare[189],
che muta o sospende le precedenti delimitazioni
amico/nemico, e in una successiva crisi si sposterà
attorno a un diverso centro di organizzazione.
Il culmine di questo processo si è rivelato
storicamente come perdita della stessa capacità
interpretativa sovrana (la democrazia)[190]
e come sopravvivenza del «politico»
in forme tanto più violente quanto più
inconsapevoli (lo Stato totale «per debolezza»
e il «partigiano»): a tale perdita
Schmitt ha in un certo momento della sua vita,
e dopo aver tentato altre strade, contrapposto
l'esperienza nazista, senza scorgere la contraddittorietà
della sua stessa proposta. Anche il nazismo, infatti,
e ben più che il liberalismo, perde la
consapevolezza del 'politico', confuso nella mistica
völkisch del Blut und Boden eportato
a cieco Aktionismus;ma questa responsabilità
storico-culturale (comunque da precisare) di Schmitt,
non toglie — come si mostrerà in
seguito — valore euristico alla sua metodologia
di interpretazione del 'politico'.
Sempre nell'ambito di una valutazione
«tradizionalmente» marxista, e pertanto
segnata dagli stessi limiti, Francesco Valentini[191]
centra la sua lettura di Schmitt sul concetto
di «iperpoliticismo»: questo è,
per Valentini, «una dottrina che consideri
fondamentale rispetto alle altre forme del pensiero
e dell'azione l'operare politico»[192];
e «dottrinario iperpolitico», fautore
di una «democrazia plebiscitaria»
(ma Mercadante non è mai citato) e fortemente
autoritaria, è appunto Schmitt, la cui
polemica antiformalistica e in fondo antikantiana
sfocia (nonostante i civettamenti con Sorel e
con Lenin) nell'adesione al nazismo, non tanto
per una necessità logica della sua teoria,
quanto per una scelta irrazionale ed emotiva[193]
che certamente la teoria gli permette; Schmitt
si apparenterebbe così ai tanto criticati
politici romantici (il tema deriva da Löwith,
ma con una variante che potrebbe, se sviluppata,
essere decisiva: l'adesione al nazismo di Schmitt
non sembra, in Valentini, derivare da una struttura
«occasionalistica» del pensiero schmittiano,
ma da un fatto personale, biografico; su questo
punto, però, il critico italiano non si
dilunga, né è particolarmente perspicuo).
Ascritto dunque Schmitt, sulla scorta
di Schwab, a un ambito reazionario ma non specificamente
nazista (il paragone è con Alfredo Rocco),
Valentini esamina il pensiero politico schmittiano
in alcuni suoi passaggi fondamentali, insistendo
soprattutto sulla polemica antiformalistica e
sui rapporti con Rousseau e con Hobbes; e quest'analisi
l'autore conclude ravvisando appunto nell'iperpoliticismo
il leitmotivtutta l'di Schmitt (secondo
la tradizione combinata di Löwith e di Lukács)
collocato così lontanissimo sia dalla democrazia
razionale di Rousseau sia dal calcolo razionale
di Hobbes.
L'avventura teorica di Schmitt si
spiega dunque, per Valentini, con un «regresso
culturale» anti-illuministico, che lo collega
ai grandi reazionari francesi e a Donoso Cortés
(e questo dà ragione degli aspetti autoritari
del suo pensiero), sia con una scelta irrazionale
(l'adesione al nazismo) dovuta a un personale
anticomunismo; Schmitt dunque, incapace di essere
l'Hobbes del suo tempo — cioè di
salvare lo Stato tedesco dalla conflittualità
permanente di Weimar — è sostanzialmente
ricondotto al ruolo di coerente e implacabile
«distruttore della ragione».
Si va delineando tuttavia —
a fianco di questi interventi di valutazione generale,
e sempre in area marxista — una maggiore
attenzione alla specifica collocazione di Schmitt
nella crisi degli anni '20-'30, al suo ruolo nella
discussione sui problemi dello Stato, e anche
alla sua diretta collocazione politica (ma già
Roehrssen si era mosso, in parte, in questa direzione).
Questa esigenza di articolazione e di approfondimento
del pensiero schmittiano — che tuttavia
non è ancora una valutazione completamente
spregiudicata — è presente nell'intervento
di Michele Surdi[194],
prevalentemente centrato sui concetti di «pluralismo»
e di «Stato totale», visti come il
tentativo di organizzare una risposta allo «smantellamento
del rapporto dialettico Stato-società civile
nel primo crollo post-bellico».
Dalle critiche schmittiane alle
ideologie e alle pratiche pluralistiche all'interno
dello Stato (mentre all'esterno, nei rapporti
fra Stati, il pluralismo — cioè lo
scontro — è la corretta forma dell'ordine
concreto) Surdi deduce che il vero obiettivo di
Schmitt è di superare, oltre alla nozione
stessa di «consenso», la «interpretazione»
prodotta dall'economia capitalistica, attraverso
la nozione di «Stato totale»[195].
Quest'ultimo dovrebbe — secondo Schmitt
— porsi oltre lo scontro Stato-società,
che invece è presente sia nell'assolutismo
hobbesiano (il cui limite è il contrattualismo)
sia nelle implicite conseguenze liberali e democratiche
che da quello si sono svolte. Lo «Stato
totale», insomma, è la nuova figura
dell'interventismo, la ripoliticizzazione dell'economia,
con tratti che lo stesso Schmitt giudica comuni
al New Deal di Roosevelt[196].
Ma «traduzione politica dell'esigenza
storica di totalizzazione viene infine portata
a termine da Schmitt senza mediazioni»:
è la sua compromissione con il nazismo,
che Surdi giustamente ritiene contraddittoria
e «romantica», giocata com'è
sul collegamento mistico Führer-popolo[197].
Si apre — di nuovo — il problema del
significato del nazismo di Schmitt, di cui Surdi
pare sottolineare la radicalità, pur consapevole
che — sempre in àmbito marxista (cioè
senza ricorrere a Schwab e a Freund), con Valentini
e Mangoni[198]
— si è preferito ascrivere Schmitt
all'ala borghese-conservatrice del regime.
Su questo problema si inserisce
anche il saggio di Paolo Petta[199],
che, anche se a tratti esplicitamente subordinato
all'impostazione generale di Löwith[200],
presenta spunti nuovi e importanti: nel confronto
con Kelsen, pare a Petta che Schmitt rappresenti,
sia pure con notevoli contraddizioni, una linea
di pensiero e una proposta politica generale più
avanzate rispetto al tardo liberalismo ottocentesco
del neokantiano austriaco: anzi, «nella
critica del parlamentarismo consiste — secondo
Petta — il più rilevante contributo
dato dallo Schmitt al pensiero costituzionale
moderno: più che nella concezione della
costituzione materiale, che in Schmitt è
solo intravista, e più che nella teoria
del politico come antitesi amico/nemico, che anche
da noi taluno ha voluto riproporre come una costruzione
scientifica dotata di una sua oggettiva validità,
e che viceversa va considerata come uno dei prodotti
più discutibili dell'irrazionalismo politico
degli anni '20»[201].
È qui evidente, insieme
alla polemica con Miglio — e anche con Mortati
e particolarmente con l'ultimo —, il tipico
atteggiamento di tanta parte della critica italiana:
liquidazione «generale» del pensiero
schmittiano — attraverso l'accusa d'irrazionalismo
— e suo «recupero» particolare,
decontestualizzato, a fini puramente polemici.
Questo atteggiamento è però accompagnato,
in Petta, da una precisa e puntigliosa attenzione
all'impegno politico di Schmitt e al ruolo storico
contingente della sua dottrina; questa minuziosa
indagine storiografica è indubbiamente
un indispensabile momento di documentazione, e
ci mostra lo Schmitt prima soreliano, poi consulente
dei governi «presidenziali» e reazionari
di Schleicher e Papen, poi ancora «nazista»,
infine il Benito Cereno del dopoguerra[202];
ne deriva un giudizio di occasionalismo assai
prossimo, come si è detto, a quello di
Löwith.
L'esclusione del valore scientifico
di Schmitt è pressoché una costante
nel panorama della nostra critica; ma se, come
riconosce Petta, Schmitt appare colui che pone
domande alle quali Kelsen non sa rispondere[203],
se i suoi complessi antecedenti sono — oltre
ai cattolici reazionari — Heidegger (ma
bisogna ricordare che le principali opere di Schmitt
erano già apparse quando nel 1927 fu pubblicato
Sein und Zeit), Weber (per la tematica
della legittimità) e Tönnies, e se
il suo problema fondamentale è di dare
una risposta politica alla crisi dello Stato liberale
(trasformato, dall'ingresso delle masse, in «Stato
totale per debolezza»[204]),
allora è soltanto sul piano della proposta
politica contingente che Schmitt si contraddice.
Dopo aver scoperto l'emergere della crisi radicale
del 'politico' proprio attraverso le vicende politiche
di Weimar (e qui c'è il valore «scientifico»
del pensiero schmittiano, pur inserito in un contesto
di indubbia drammaticità e a volte di ambiguità,
poiché la criticascientifica si
connette con una tragica crisi storica,
e anzi la implica) le varie oscillazioni di Schmitt
nella sua collocazione politica personale sono
probabilmente il segno di un disorientamento operativo
che ha colto anche molti altri intellettuali,
e non soltanto tedeschi. C'è dietro alle
diverse vicende politiche di Schmitt un'essenza
di verità scientifica (l'analisi della
crisi della forma-Stato), che è forse il
vero livello a partire dal quale si deve leggere
Schmitt, oggi; il permanere di questo «grano
di verità» spiega anche perché
Schmitt non abbia mai completamente rinnegato
il proprio passato, facendo così credere
a molti che perdurassero in lui le antiche simpatie
politiche, mentre ciò che collega tra di
loro le varie tappe della carriera pubblica di
Schmitt è la scoperta (scientifica e 'storica'
a un tempo) delle strutture «critiche»
del politico e della loro crisi «epocale»
(e qui Petta coglie veramente nel segno, pur limitando
a quest'ultimo punto il suo consenso a Schmitt).
Ancora più articolata (anche
se sul problema dei rapporti Kelsen-Schmitt le
conclusioni sono analoghe) ci appare la ricostruzione
della situazione politico-istituzionale e del
dibattito filosofico-giuridico nella Germania
degli anni '20-'30, fornita di recente da Roberto
Racinaro[205].
Individuata la questione centrale nella trasformazione
del ruolo del parlamento nell'epoca di Weimar
(il cui studio incontra notevole fortuna, di questi
tempi, presso la cultura italiana[206]),
il progetto di razionalità neo-kantiana
proposto da Kelsen appare a Racinaro privo di
una sostanziale «tenuta» e destinato
a ricadere in un naturalismo deterministico che
è diretta conseguenza della pretesa critica
kelseniana al concetto di «sostanza».
Ed è a questo proposito che valgono soprattutto
lo Schmitt di Teologia Politica e il suo
recupero della sostanzialità medievale
della «pienezza di potere», fondata
sulla «decisione (quella decisione appunto
che mancava nella costituzione di Weimar). Ampio
spazio è dato anche ai concetti di «neutralizzazione»
e di «spoliticizzazione», e all'analisi
schmittiana della democrazia come ripoliticizzazione
totale e come mutamento della classica forma-Stato.
Ma la critica di Schmitt a Kelsen, se coglie nel
segno nel considerare il formalismo giuridico
una realtà incapace ormai di fondare quel
nuovo tipo di legittimazione che i tempi richiedono
(e che l'articolo 48 della costituzione di Weimar
in certo modo prefigura), è tuttavia giudicata
da Racinaro incompleta e fuorviante: la teoria
kelseniana è impari di fronte al tempo
presente non tanto perché invecchiata,
quanto perché rappresenta un equilibrio
di classe ormai spezzato e avviato a una diversa
ricomposizione (lo «Stato amministrativo»,
secondo quelle indicazioni di Weber che Schmitt
tuttavia misconosce – almeno secondo Racinaro[207]).
Ritorna così, sia pure in
un contesto più sfumato, la «classica»
accusa marxiana di «superficialità»;
ma ciò nonostante è evidente che
Racinaro considera senz'altro Schmitt più
idoneo di Kelsen a individuare il fatto nuovo
della diffusione e parcellizzazione del potere.
È inoltre da notare che Racinaro —
forse anche perché il tema stesso lo richiede
espressamente — articola il pensiero di
Schmitt intorno a centri diversi dal concetto
amico/nemico, a riprova che è possibile
trovare nel pensatore tedesco uno spessore teorico
che approfondisca anche il costituirsi e il mutare
della politica interna, contrariamente
a quanto sostenuto da molti commentatori.
Il 'politico' nella sua forma democratica
è lo spazio delle politiche contrapposte,
in cui non vigono più né la decisione
sovrana né la dittatura, e in cui si è
persa consapevolezza della teologia politica:
in tale spazio si organizza allora la nuova struttura
del potere, la «disseminazione» di
quella «contraddizione» sovrana che
era la forma dello Stato classico (il «dire-contro»,
la decisione come esclusione), e si apre così
— secondo Racinaro — una nuova prospettiva
verso lo Stato-sapere, lo Stato-competenze di
Foucault[208].
La descrizione schmittiana di questo processo,
che fu di Weimar ma che è anche dell'oggi,
sollecita Racinaro (ed altri marxisti che recuperano
Schmitt) a non liquidare il giurista tedesco come
semplice «distruttore della ragione»,
ma anzi a coglierne la capacità analitica
per integrarla in senso sistematico-dialettico,
perché — sorretta soltanto da se
stessa — non precipiti nella tentazione
autoritaria di destra.
Schmitt si coniuga allora soprattutto
con il marxismo degli «ex-operaisti»
(particolarmente Tronti e Cacciari), a definire
la nuova pensabilità di una duplice crisi:
quella della forma-Stato classico-borghese (e
dei conseguenti rapporti fra privato, sociale-economico,
e 'politico'), e quella dell'altrettanto classico
marxismo (nelle più disparate versioni,
dal materialismo dialettico al gramscismo). È
il tema, attualissimo, dell'«autonomia del
politico», che ha suscitato e suscita tuttora
un vivacissimo dibattito all'interno della cultura
italiana di sinistra[209],
e nel quale Schmitt sembra trovare una nuova fortuna.
Va però detto che se Schmitt
fornisce indubbiamente alcuni strumenti per analizzare
la crisi della forma classica di potere statuale
(da cui consegue l'aporeticità dei tradizionali
rapporti che la teoria instaurava fra politico
ed economico, e al limite fra struttura e sovrastruttura[210]),
si è tuttavia di fronte a un rovesciamento
soltanto parziale delle consuete stroncature di
origine lukácsiana. Schmitt costituisce
insomma soltanto uno dei momenti di riflessione
e di autocoscienza della nuova strategia culturale
e politica di quest'area marxista, e ben più
imponente appare piuttosto la presenza del «pensiero
negativo» (le riletture di Nietzsche e di
Heidegger — al quale tuttavia Schmitt è
collegato dal tema della tecnica come ultima figura
del dominio —, e in parte anche dei francofortesi)
o dell'austromarxismo. La scoperta dell'«autonomia
del politico», se è l'asse centrale
attorno a cui ruota la rilettura di Schmitt, non
vuole avere — nonostante le critiche che
a tale operazione vengono mosse[211]
— il significato di assegnare alla dimensione
politica un valore di «sostanzialità»:
pertanto, i temi del «concetto amico/nemico»,
della decisione, della dittatura, della sovranità,
della teologia politica, della critica al liberalismo
e al parlamentarismo, vengono assunti nel senso
weberiano di scoperta del «disincanto»
del 'politico', di un suo progressivo perdere
di sostanza e di assolutezza (il che fa scattare
presso gli avversari l'accusa di pragmatismo e
di tecnocrazia), di un suo presentarsi come spazio
di decisioni non «teologiche» né
«sostanziali»[212].
Schmitt vale dunque — in quest'ambito
— come pensatore concreto e realistico,
che mostra la valenza politica del diritto e delle
istituzioni, secondo un modello interpretativo
ormai consolidato; ma d'altra parte vale soprattutto
nell'elaborare una teoria «pura» (ma,
appunto, concreta e non formale) della politica
come dimensione autonoma e disincantata. Quello
che di Schmitt al contrario si rifiuta è
il suo voler dedurre la dittatura della
decisione, è il suo voler fare di
nuovo teologia politica, alla ricerca di una ricomposizione
del 'politico' che, non potendo essere quella
borghese — ormai in crisi —, appare
necessariamente orientata verso l'assolutizzazione
decisionistica e l'ordine «concreto»
nazista. Da chi scopre che il 'politico' non può
più essere Ordine assoluto non si accetta
la restaurazione (ideologica!) di uno pseudo-ordine
(ma a questo proposito la posizione di Tronti
pare più sfumata, e più attenta
a considerare i rapporti necessari fra ordine
e società civile): Schmitt è così
soltanto «utilizzato» all'di una rinnovata
strategia marxista, più lucida e più
adatta ai tempi della crisi. Ma la riproposizione
schmittiana dell'ordine cela — come si chiarirà
in seguito — dietro forme a volte impresentabili
o contraddittorie la scoperta «scientifica»
— che andrebbe valorizzata — del rapporto
inevitabile e strutturale fra ordine, associazione,
esclusione;tale costellazione concettuale
è per Schmitt ineludibile, anche nello
spazio contemporaneo di un 'politico' non più
assoluto né teologico: il suo insistere
sulla decisione politica come generatrice di ordine
è forse allora più segno della sua
consapevolezza scientifica che mistificazione
ideologica.
Indicate le caratteristiche di rilevantissima
novità, accanto alle più tradizionali
riserve, ci si deve tuttavia limitare —
in mancanza di una trattazione specifica e organica
del pensiero schmittiano nell'area del marxismo
«operaistico»— a un'operazione
di ricerca per via induttiva dell'incidenza di
Schmitt sulle analisi dei principali teorici dell'«autonomia
del politico», cioè Mario Tronti
e Massimo Cacciari. Particolarmente nel primo
paiono di origine schmittiana espressioni come
«dittatura sovrana del politico su tutto
il resto»[213],
la necessità metodologica — per criticare
la dialettica dell'economico e per scoprire la
specificità del ciclo politico rispetto
a quello del capitalismo — di un'indagine
che parta dalle origini dello Stato moderno[214],
e infine l'assunzione — come nuova rivendicazione
della classe operaia, che si porrebbe così
sullo stesso terreno di lotta della borghesia
— dell'autonomia del 'politico' come ultima
delle ideologie borghesi, ma con segno politico
cambiato[215].
Il tutto, all'interno di una problematica che
resta orientata marxianamente, alla ricerca di
un nuovo rapporto con Marx, con Gramsci, e di
una redefinizione del legame partito/masse[216],
oltre che di quello fra economia e politica e
del nodo struttura/sovrastruttura.
E il superamento degli schemi teologici
di partito così come della teleologia rivoluzionaria
(di derivazione hegeliana) pare l'asse strategico
attorno al quale ruota — a livello politico
— l'utilizzazione che anche Cacciari fa
di Schmitt; lo scopo è di comprendere l'attuale
mutamento della forma-Stato che si evolverebbe
verso una «neutralizzazione» (solo
temporanea, però, e il cui sbocco problematico
deve essere pilotato proprio attraverso nuovi
strumenti concettuali) di «distinte»
centralità, ormai superata dunque la vecchia
centralità dello Stato o dell'impresa[217],
e di snidare così il 'politico' dal suo
nascondiglio nel pensiero 'reazionario', che ne
ha conservato — per ultimo — la consapevolezza.
Dopo il fallimento del tentativo
hegeliano, risulta impossibile, secondo Cacciari,
pensare uno Stato dialettico all'altezza delle
reali contraddizioni economiche contemporanee,
uno Stato che sia il prodotto insieme libero e
necessario del principio dell'individualità
assoluta. Il fallimento della logica dell'Aufhebung
(che tuttavia aveva in Hegel il compito di pensare
uno Stato realmente adeguato al tempo dello Spirito
dialettico, comprendendovi anche l'aspetto di
rinunzia, così che la forma del 'politico'
vi appariva, per la prima volta, come problema[218]),
è stato esaminato da Cacciari, com'è
noto, soprattutto lungo il versante del pensiero
negativo, la cui crisi èimplicitamente
il giudizio sul fallimento della «tenuta»
della logica hegeliana e della sua pretesa di
instaurare un Assoluto capace di passare attraverso
il nichilismo economico del possesso.
Dal 'politico' hegeliano —
diverso, a sua volta, da quello barocco, sostanziale
e simbolico, veramente teologico-politico[219]
— il pensiero negativo procede alla scoperta
del disincanto della politica, che appare così
contraddizione non risolubile nel linguaggio totale
dello Spirito; dalla crisi dello Stato/Verità-del-Soggetto,
emerge allora in Nietzsche l'impolitico come
rinunzia alla «grande politica» totale,
come decadenza nella politicizzazione democratica,
come critica del politico dentro il politico[220]
La politica diviene territorio della scissione,
dello scontro, della decisione che divide e che
instaura un ordine fondato sul relativo (cioè
un'allegoria[221]).
E nella scoperta del politico come ordine caduco,
fondato non sull'assoluta sostanzialità
ma sul calcolo razionale, si inseriscono Weber
e Schmitt, e particolarmente quest'ultimo, con
la sua teoria della decisione sovrana fondata
sul nulla[222].
Ma se Schmitt è così
per Cacciari l'estremo risultato della secolarizzazione
e dell'autonoma relativizzazione del politico[223]
— ormai incapace di organizzare la
società, e le sue contraddizioni, in sistema
— èanche vero che Schmitt ripropone
con la teoria della dittatura l'«impraticabile
utopia» di un nuovo ordine, che, pur sapendo
di non poter più essere totale, finge ancora
una volta l'assolutezza teologico-simbolica[224].
È questo, come si è già detto,
il punto capitale di divergenza fra Schmitt e
Cacciari, che forse intuisce nel pensatore cattolico
la nostalgia dell'ordine simbolico-pontificale[225];
dalla consapevolezza — emergente dal versante
hegelo-marxiano — dell'impossibilità
dell'Ordine, Cacciari si fa forte per proporre
la trasformabilità dell'ordine politico
vigente, proprio in quanto relativamente autonomo
dal sistema dei bisogni (ma, secondo un'ottica
schmittiana, ogni trasformazione deve fondare
un ordine basato comunque sull'esclusione, la
cui «relatività» ed «elasticità»
sono pertanto più problematiche di quanto
Cacciari mostri di credere[226]).
Attraverso una tecnica di decisione fra
le possibili alternative si ripropone allora
la tesi della centralità operaia, che dovrebbe
appunto mantenere «aperto» il sistema
politico, impedire la riorganizzazione di una
forma di potere ancora una volta gestita dal capitale[227].
L'utilizzazione «spregiudicata»
(in ogni senso) del pensiero schmittiano trova
così la sua ragion d'essere in un più
generale rinnovamento della teoria e della pratica
politica della sinistra italiana, e dal punto
di vista dell'incidenza di Schmitt nella nostra
cultura è indubbiamente da segnalare come
la più notevole presa di contatto con l'opera
del pensatore tedesco, almeno sul terreno più
strettamente «filosofico» (anche perché
questi autori contribuiscono a spostare l'attenzione
degli interpreti dal tradizionale 'concetto' amico/nemico
ad altre tematiche schmittiane, forse più
fruttuose anche se indubbiamente a quello collegate,
come la neutralizzazione, la decisione, la teologia
politica); resta tuttavia aperto il problema di
restituire un'immagine unitaria di Schmitt, mostrando
la non completa estraneità di questa metodologia
di lettura rispetto a quella «scientifica»
proposta da Miglio. Questo tentativo, le cui linee
generali saranno fornite più oltre, non
vuole essere viziato da eclettismo né può
trascurare le diverse strategie politico-culturali
implicite nelle due proposte esaminate; piuttosto,
la loro integrazione si rende necessaria proprio
per superare le diffidenze che ancora —
e notevoli — segnano la lettura schmittiana
di Tronti e Cacciari, particolarmente in relazione,
ripetiamo, al problema dell'ordine, della sua
relatività e contemporaneamente della sua
necessità, cioè proprio di quell'aspetto
del pensiero di Schmitt che più di ogni
altro si presta alla squalificazione come ideologico,
e che deve invece essere recuperato come scientifico.
XIII. Ma per concludere il panorama
della presenza di Schmitt nella cultura italiana,
è necessario soffermarsi sugli ultimi interventi
di ambito non marxista, alcuni dei quali presentano
importanti motivi d'interesse e cospicue possibilità
di sviluppo, mentre altri appaiono inseriti nella
più tradizionale polemica contro lo Schmitt
«distruttore della ragione».
Sul venir meno dell'autonomia del
momento teorico di fronte all'uso totalitario
del concetto di 'politico' (tema caro alla cultura
italiana, presente fin da Cantimori e accolto
significativamente anche da Mercadante e Valentini,
in quanto certamente consono alla misura che si
vuole «classica» della nostra filosofia)
è costruito anche l'intervento su Schmitt
di Salvatore Valitutti[228].
Da un punto di vista rigorosamente liberale (in
non casuale sintonia con certo marxismo), Valitutti
individua il nucleo centrale del pensiero schmittiano
nell'incapacità di riconoscere la «distinzione»
tra sfera pratica, estetica e logica[229];
Schmitt è così trascinato dal proprio
concetto contraddittorio e confuso (secondo la
critica del Cantimori più «crociano»)
a una prassi politica altrettanto contraddittoria.
Nonostante la forte dipendenza da
Löwith (vero elemento unificante di tanta
parte della critica italiana), Valitutti se ne
distacca in alcuni punti, come ad esempio il rifiuto
dell'ipotesi di un cosciente e malizioso opportunismo
schmittiano, interpretato piuttosto come necessaria
contraddittorietà di un concetto in sé
mal formato (con un atteggiamento, dunque, alquanto
differente anche da quello di Valentini): in tal
modo è possibile a Valitutti superare il
problema del nazismo di Schmitt ed estendere l'accusa
di contraddittorietà a tutta la produzione
schmittiana. E anche quei momenti di storia contemporanea
che hanno fatto parlare Miglio di una «solare
conferma» delle tesi di Schmitt non sarebbero
altro che aspetti di quel processo di «distruzione
della ragione» in cui il mondo occidentale
è coinvolto dopo la crisi della filosofia
hegeliana; Schmitt appare così a Valitutti
simbolo e sintomo della disumanizzazione del presente,
di quell'«isterilimento» della civiltà
che Valitutti critica sulla scorta del suo liberalismo
(appassionatamente difeso dalle critiche schmittiane,
che ne coglierebbero soltanto l'aspetto liberistico,
ma non quello etico), non rifuggendo dal chiedere
aiuto all'Horkheimer di Eclisse della Ragione[230].
Le contraddizioni della teoria schmittiana
sono dunque sostanzialmente due, e fondamentali:
se l'incondizionata ostilità amico/nemico
sia contingente o piuttosto una dimensione necessaria
dell'agire umano; e, inoltre, se il 'concetto'
schmittiano abbia valore soltanto descrittivo
o pretenda di essere anche conoscitivo[231].
II pensiero schmittiano, diagnostico e portatore
a un tempo di un Male che appare insuperabile
perché non realmente conosciuto ma soltanto
vissuto ciecamente dall'interno[232],
non permetterebbe di risolvere queste aporie (affini,
peraltro, a quelle proposte da Löwith): la
lettura di Schmitt potrà allora giustificarsi,
secondo Valitutti, soltanto da un punto di vista
«strumentale», come lo studio «dal
vivo» di quel «virus anticonoscitivo»
al quale si oppone il classico, misurato e «distinto»
umanesimo crociano.
Sulla stessa linea è condotta
anche una rassegna bibliografica, sempre a cura
di Valitutti[233],
sulla fortuna di Schmitt in Italia; la fonte è
chiaramente la bibliografia posta in appendice
alle Categorie del 'Politico', aggiornata
(solo in parte, tuttavia) per gli anni posteriori
al 1972: si rinuncia così a un'indagine
più minuziosa, articolata e approfondita
dell'incidenza di Schmitt nella cultura italiana,
in favore delle interpretazioni più note
e in un certo senso «ufficiali».
E pertanto inevitabile che ne esca
l'immagine — in parte aderente al vero,
ma che certamente avrebbe potuto essere più
sfumata — di uno Schmitt integralmente respinto
dagli interpreti italiani, sia prima della guerra
(Cantimori, Volpicelli, e — sullo sfondo
— Löwith; unica eccezione, Evola),
sia dopo; in questo secondo momento la nota dissonante
è data evidentemente dalla Presentazione
di Miglio (non c'è invece traccia del dibattito
sull'autonomia del 'politico') e dalla sua lettura
«scientifica» e politologica, che
Valitutti non accetta soprattutto per quanto riguarda
il conflitto fra diritto e politica. Per Schmitt,
infatti, non solo non si può parlare di
«scienziato», ma neppure di empirico
«osservatore», proprio per il suo
totale coinvolgimento con quei fenomeni patologici
che appaiono più direttamente collegati
alla sua teoria, cioè l'estremismo il terrorismo
politici[234].
A questo studio bibliografico se
ne aggiunge, recentissimo, un altro, di Gennaro
Malgieri[235],
purtroppo insoddisfacente, nonostante l'evidente
simpatia dell'autore per Schmitt e per il suo
pensiero. «La recezione di Carl Schmitt
in Italia» è infatti analizzata quasi
esclusivamente nel periodo fascista, con particolare
apprezzamento per i saggi di Curcio e di Evola;
afferma inoltre Malgieri che da una parte «chi
si poneva sul terreno della concezione fascista
dello Stato nel considerare la dottrina schmittiana»
la respingeva, come fecero Volpicelli e Battaglia
(ma il loro rifiuto fu al contrario motivato molto
più dall'idealismo — attraverso la
nozione di pseudo-concetto — che dal loro
personale fascismo, il quale semmai agì
solo in seconda istanza, con il tema della 'romanità'),
mentre d'altra parte poco più oltre alla
cultura italiana «meno provinciale»
(Cantimori, e particolarmente quello del 1935,
ancora ambiguamente legato al fascismo, pur con
alcune perplessità su Schmitt, che Malgieri
tuttavia non documenta) viene ascritto il merito
di tenere in grande «stima e considerazione»
lo Schmitt, «anche perché la sua
opera era in perfetta 'sintonia' con quanto il
fascismo rappresentava politicamente, ma soprattutto
'esistenzialmente', proprio come risposta 'decisionistica'
al disfacimento sociale in atto nell'Italia giolittiana»[236].
Alla contraddittorietà di
questa definizione dei rapporti fra Schmitt e
il fascismo (imprudentemente considerato omogeneo
al pensiero schmittiano) non segue peraltro né
un approfondimento del pur fondamentale versante
giuridico né del dibattito seguito alla
pubblicazione delle Categorie del «politico»
(con l'eccezione di un riferimento polemico
a Valentini), così che il valore di questo
contributo resta piuttosto modesto, nonostante
i fervidi auspici che si formulano per una più
larga diffusione in Italia del pensiero schmittiano.
Spunti di maggior interesse offre
invece la presenza, sia pure per accenni, di Schmitt
nel recente Dizionario di Politica, a cura
di Bobbio e Matteucci[237]:
sono anzi i due curatori a firmare quelle voci
in cui il pensiero politico schmittiano viene
più ampiamente preso in considerazione,
nonostante i rispettivi punti di vista appaiano
alquanto differenti. Bobbio infatti fornisce della
dottrina di Schmitt (e del suo discepolo francese
Freund) un'esposizione fortemente critica, rilevando
che limitare la politica alla situazione in cui
sia presente un contrasto tanto forte da generare
il raggruppamento amico/nemico equivale a ridurre
il fatto politico alla guerra, cioè al
conflitto non risolubile se non con la forza[238].
L'opposizione «illuministica»
di Bobbio al 'concetto' schmittiano
si situa così sulla stessa linea che già
ha visto schierati tra gli altri Fassò
e Passerin d'Entreves, nonostante sia da notare
che il rapporto guerra/politica è in Schmitt
più problematico[239],
e che il concetto amico/nemico indica semmai la
contraddizione strutturale latente nell'associarsi,
e che si rivela soltanto nei momenti di crisi
(il venir meno della sovranità e la guerra
civile).
Più orientati verso una
lettura «neutrale» e scientifica del
testo schmittiano appaiono invece gl'interventi
di Nicola Matteucci, alle voci Resistenza (partigiano)e
Sovranità[240].
Fondamentale, nell'esposizione della schmittiana
Theorie des Partisanen, èl'accorgimento
di Matteucci che essa si situi nella complessa
vicenda per cui lo Stato perde il monopolio della
politica a favore del piccolo gruppo, con la conseguente
vanificazione dell'autolimitazione classico-statuale
della politica stessa, e con il relativo emergere
dell'ostilità assoluta, priva di regole
e tendente allo sterminio. Il tema caro a Schmitt
(e particolarmente rilevante ai nostri giorni)
della crisi interna dello Stato, che muove dallo
stesso principio politico su cui quello si organizza,
è poi da Matteucci ulteriormente ripreso
alla voce Sovranità, a partire dalla
definizione che ne dà Schmitt in Teologia
Politica, «sovrano è chi decide
sullo stato di eccezione»: tale definizione
offre a Matteucci lo spunto per una serie di rilievi
sull'attuale situazione di crisi della sovranità
statuale, evidenziata anche dal venir meno —
a livello dei moderni testi costituzionali —
della nozione di dittatura sovrana, così
che questa acquista validità euristica
ormai soltanto in circostanze rivoluzionarie.
Che l'utilizzazione del testo schmittiano
non debba avvenire attraverso direttive ideologiche
ma scientifiche, conoscitive (come rilievo della
crisi immanente alla prassi politica), oppure
a livello di storiografia politico-costituzionale
(attiva soprattutto nell'tedesco, ma presente
anche in Italia attraverso la mediazione di Miglio
e Schiera — della quale si dirà,
e che ci sembra comunque giusto indicare fin d'ora
come un'delle possibili vie di fruttuosa penetrazione
in Italia del pensiero schmittiano, o almeno di
alcune sue sollecitazioni metodologiche), appare
dunque una linea interpretativa che, abbastanza
difforme dalla tradizione, è annunciata
da questo e da altri accenni[241],
testimoni almeno di una sempre crescente attenzione
verso Schmitt.
Un ulteriore passo verso una lettura
scientifica del politologo tedesco ci sembra venire
infine da una recente opera di Gianfranco Poggi[242],
nella quale infatti, accanto ad annotazioni che
paiono ormai scontate sul brutale irrazionalismo
fascista di Schmitt e sulla sua incapacità
a definire il formarsi e il mantenersi del lato
«interno» della politica statuale[243]
(Poggi non pare considerare sufficiente a questo
scopo l'analisi schmittiana della sovranità),
sono presenti alcuni motivi di notevole interesse.
Anzitutto, Schmitt è in complesso considerato
come il portatore di un modello politologico generale
(fondato sul rapporto amico/nemico, del quale
Poggi opera forse una sopravvalutazione, mentre
andrebbe integrato con altri fondamentali nodi
teorici schmittiani), che spiega il rapporto fra
le comunità come instaurantesi in un vuoto
normativo (la politica, appunto)[244].
Accanto al modello conflittuale di Schmitt, Poggi
situa l'altro, di Easton, per alcuni versi ritenuto
inferiore quanto a capacità ermeneutica
complessiva.
Inoltre, anche nello sviluppo generale
dell'opera — e non soltanto quindi nelle
pagine preliminari, illustrative del «modello»
schmittiano — ci pare notevole l'influenza
di alcune tesi di Schmitt sull'analisi di Poggi;
e questo particolarmente là dove si afferma
che lo Stato assoluto usa il diritto per scopi
politici, oppure nell'individuare la sovranità
come destino politico dell'autodifesa di una comunità,
o ancora quando si riconosce essenzialmente schmittiana
la ricerca di maggior potere da parte di ciascuno
Stato, anche attraverso il conflitto interstatuale[245].
Complessivamente, dunque, siamo
di fronte a un buon esempio di apertura su temi
schmittiani in una sede scientificamente opportuna
(l'analisi del costituirsi dello Stato moderno),
e ciò a prescindere dalle perplessità
sopra esposte intorno ad alcuni luoghi specifici
del libro di Poggi. E su questa nuova circolazione
di Schmitt nella cultura italiana, su questo suo
progressivo affermarsi come momento ineliminabile
di una trattazione storiografica su temi politico-statuali,
è giusto insistere, perché è
da questo processo che pare lecito attendersi
(oltre che dagli sviluppi «filosofici»
individuati in alcuni settori marxisti e da quelli
«scientifici» proposti da Miglio)
la futura «nuova» rilettura e reinterpretazione
del pensiero schmittiano.
XIV. a) Al punto di stilare
un «bilancio» della fortuna italiana
di Schmitt e della sua incidenza sulla nostra
cultura, appare chiaro che alle questioni sollevate
fin dai primi interventi si sono aggiunti, nel
corso degli anni e mutando l'interesse dei lettori,
nuovi interrogativi che tuttavia non annullano
quelli precedenti e che anzi s'innestano su di
un atteggiamento comune nei riguardi dell'opera
schmittiana. Ai problemi tradizionali (occasionalismo
e irrazionalismo di Schmitt) si affiancano i più
recenti: se l'omogeneità politica dello
Stato valga all'interno o all'esterno dello stesso,
se il pensiero schmittiano goda nel suo complesso
di autonomia teorica oppure se sia soltanto un
ideologico ripiegarsi su se stesso del mondo borghese
in crisi, se l'analisi di Schmitt si collochi
prima del formarsi dello Stato (come preferiscono
quei lettori che privilegiano la Verfassungslehre)
oppure dopo, trascurando l'aspetto istituzionale
(come sostengono coloro, e sono i più,
che prendono in esame il concetto amico/nemico);
vi sono poi le questioni della «sostanzialità»,
dell'autonomia, della relatività del 'politico',
che si inseriscono nel quadro più generale
— di origine weberiana — del «disincanto»,
del «politeismo dei valori» e della
«razionalizzazione».
Fascisti, liberali, idealisti,
marxisti, cattolici[246],
storici delle dottrine politiche (particolarmente
nell'ambito degli studi sui reazionari cattolici,
su Hobbes, sul totalitarismo), filosofi del diritto,
costituzionalisti, hanno dimostrato, ciascuno
dal proprio punto di vista, e con strumenti più
o meno efficaci, che Schmitt non può fornire
una rigorosa e coerente dottrina sulle cause
dell'associarsi degli uomini, né sui
fini cheattraverso l'associarsi si perseguono
o si dovrebbero perseguire[247].
E in verità a Schmitt mancano troppi strumenti
interpretativi perché possa valere come
filosofo nel senso tradizionale del termine (ma
bisognerebbe vedere se si è mai proposto
come tale); la sconcertante capacità schmittiana
di muovere da un concetto particolarissimo per
ricostruire a partire da quello un'originale prospettiva
storica complessiva, ha in effetti affascinato
qualche lettore, ma non ha convinto i più:
resta il sospetto di dilettantismo, di un gusto
del paradosso che non può essere accolto
in sede scientifica, e che avrebbe in definitiva
soltanto valore ideologico.
E questa è più o
meno la posizione della critica italiana, che
per leggere Schmitt si è servita di concetti
classici (filosofia della storia, dialettica
idealistica o marxista) e di nozioni polemiche
(pseudo-concetto, occasionalismo, reazione,
rimbarbarimento, iperpoliticismo): lo si è
letto, insomma, come un autore che, dall'analisi
empirica e contingente di una sistorica, pretenda
di spiccare il balzo «ideologico»
verso una prescrizione di carattere generale (il
concetto amico/nemico), la quale, a sua volta,
si rivelerebbe funzionale a una specifica utilizzazione
storico-politica (il nazismo, sia pure da una
posizione non pienamente «allineata»).
Questa brusca serie di passaggi, dal particolare
all'universale e poi di nuovo al particolare,
è stata individuata come struttura generale
di tutta l'opera di Schmitt, ed è stata
utilizzata come chiave per interpretarla e ricostruirla
unitariamente, insieme con una segmentazione a
periodi del suo pensiero, che però confluisce
sempre nella suddetta struttura ermeneutica generale.
L'interesse per l'opera schmittiana sarebbe allora
così limitato allo studioso di storia delle
dottrine politiche, al giurista che viene a contatto
con lo scottante problema del rapporto «costituzionale»
fra diritto e politica, e che deve far riferimento
— tra le diverse posizioni — anche
a quella di Schmitt, al polemista che isola ed
estrapola dal testo schmittiano alcune proposizioni
per rivolgerle con segno e intento mutati contro
un obiettivo specifico, o infine a chi, da destra,
voglia affidarsi in pieno alla «lettura»
ideologica di Schmitt.
Da questo panorama riassuntivo
generale, che è valido per la quasi totalità
della critica italiana, emergerebbero così
alcune costanti interpretative, che si aggiungono
a quelle già altrove indicate: particolarmente,
la circostanza storica dell'di Schmitt a favore
del nazismo, appare attirare l'atetnzione di gran
parte dei commentatori come il fatto da sottolineare
con maggior rilievo, mentre, pur essendo importante,
va senza dubbio ridimensionato, né può
costituire il nerbo di un discorso su Schmitt.
Inoltre la nostra critica ha troppo spesso prestato
un'attenzione esclusiva al Begriff des Politischen
e al concetto amico/nemico che vi è
delineato, la cui «fortuna» ha così
indubbiamente giocato a sfavore di una più
articolata comprensione di Schmitt, che affida
il suo prestigio culturale anche ad altri e più
complessi interventi su temi dai quali il Begriff
può essere dissociato. Infine, resta
da sottolineare l'influsso combinato che —
su di una cultura già idealisticamente
refrattaria a Schmitt — hanno esercitato
sia la stroncatura di Löwith sia quella —
operante soprattutto nell'ambito marxista più
tradizionale — di Lukács, entrambe
convergenti nell'accusa di irrazionalismo, accusa
che si legittima sia seguendo il cammino che porta
Da Hegel a Nietzsche sia attraversando
la moderna Distruzione della Ragione.
Statisticamente non molto rilevanti
ma qualitativamente importantissime appaiono allora
quelle diverse modalità di lettura di cui
nel corso del lavoro abbiamo sottolineato la novità,
e particolarmente le interpretazioni di Miglio,
di Tronti e Cacciari, e di Mortati. Mentre quest'ultima
ha già dato i suoi frutti all'interno del
giuscostituzionalismo italiano, si deve riflettere
sulle prime due, per trarne le necessarie conseguenze
metodologiche e per instaurare — se possibile
— un nuovo rapporto con Schmitt.
Questi resta tuttavia, per la nostra
cultura, una presenza ancora non organica, che
agisce frammentariamente e che non crea in alcun
modo una «scuola»: ciascun interprete
è sollecitato da quegli aspetti di Schmitt
che gli sono più congeniali, e —
all'interno dei parametri ricordati — li
elabora secondo le proprie necessità. Devono
ancora essere affrontati in modo sistematico e
in tutta la loro complessità sia il pensiero
di Schmitt sia le questioni che pone sul tappeto,
che non sono poche né di poco conto. A
questo proposito, le osservazioni che seguono
vogliono essere soltanto una proposta preliminare
di metodologia per una rilettura di Schmitt, con
l'avvertenza che le eventuali prospettive aperte
restano ancora largamente da verificare attraverso
un accurato lavoro filologico, e che si tratta
per il momento soltanto di ipotesi di lavoro.
b) La constatata evidenza del fallimento
schmittiano di fronte ai temi «classici»
di filosofia della politica si spiega dunque col
fatto che in Schmitt è presente (e prevalente)
un tipo di interesse più «formale»
che ontologico, più conoscitivo che prescrittivo:
il 'concetto' di 'politico' potrebbe
allora essere considerato — come vuole del
resto lo stesso Schmitt, almeno negli ultimi scritti
— non una teoria dell'associarsi degli uomini,
ma il rilievo «strutturale» dell'immanenza
del principio d'esclusione in ogni associazione
'politica'; non una filosofia della storia, ma
l'individuazione dei centri a partire dai quali
si opera storicamente l'esclusione; non un mito
politico immediatamente utilizzabile, ma il principio
«formale» (anche se la «forma»
è l'esclusione reale)della politicità;
non un fine preordinato da sovrapporre alla storia,
ma la scoperta che dalla prassi stessa emerge
una «crisi» che ne contiene la «critica»
(nel duplice senso di «separazione»
e di «giudizio»)[248].
In questo senso, sviluppando la
felice intuizione di Miglio, che la scoperta di
Schmitt sia definibile «copernicana»
— cioè analoga a quella di Kant —,
si può affermare che la categoria del 'politico'
è un colpo decisivo contro la «sostanzialità»
fondamentale della politica, sia la «sostanza»
un valore etico o un dover essere metafisico o
un «necessario» sviluppo storico:
il 'politico' è per Schmitt soltanto un
rapporto, el'esclusione (il rapporto
amico/nemico) è l'elemento trascendentale
di ogni prassi politica, la condizione universale
e necessaria della politicità. Superata
ogni definizione eterogenea, il 'politico' si
autodefinisce nella sua purezza strutturale,
fondato nel non aver fondamento. Certamente, le
analogie fra Kant e Schmitt si fermano qui: il
grande avversario del neokantismo giuridico ha
delle strutture della prassi un concetto concretamente
dinamico, di contro all'astratta trama di relazioni
formali individuata da Kelsen; e inoltre non sempre
Schmitt è stato pienamente consapevole
del puro valore conoscitivo del suo concetto,
e lo ha spesso utilizzato politicamente anche
per assecondare movimenti politici precisi e contingenti;
ma al di là di queste aporie, gravi ma
non insuperabili, una simile interpretazione di
Schmitt può valere a uscire dall'impasse
in cui tanta parte della critica italiana è
caduta, e a risolvere l'apparente contraddizione
fra uno Schmitt teorico del «disincanto»
e uno Schmitt fautore di una politica «assoluta»
(cioè autonomamente sovrana).
Quella che è stata definita
anche dai critici più sensibili come ideologica
e surrettizia restaurazione di un Ordine, proprio
dopo che Schmitt stesso ha riconosciuto la forza
irresistibile della secolarizzazione e della razionalizzazione
dell'ordine teologico, deve essere spiegata esaurientemente
all'interno del testo schmittiano. A questo proposito
converrà osservare che la tematica della
sovranità è il contesto più
generale in cui si inserisce il 'concetto'
amico/nemico: la sovranità è appunto
la consapevole creazione (ex nihilo,
dunque, cioè teologicamente, e non semplice
difesa diuna pace giusnaturalistica dipendente
da Dio[249])
di un ordine per esclusione attraverso
la decisione sovrana, a partire da un centro di
riferimento consapevolmente assunto e «neutralizzato»,
attraverso una capacità «interpretativa»
che costituisce il vero luogo di produzione della
verità, in cui potere e sapere coincidono.
Ora, ogni ordine è essenzialmente
esclusione, per Schmitt, ogni «costituzione»
si fonda su di una conventio ad excludendum
pre-giuridica e supremamente politica, e ciò
permane vero nonostante il variare storico del
Zentralgebiet neutrale a partire dal quale
si esclude, e a prescindere dal fatto che la decisione
sovrana instaurante l'ordine emerga nella sua
saldezza simbolico-cattolica oppure perda la propria
consapevolezza nella parcellizzazione pluralistica
del potere (la crisi della forma-Stato nella democrazia).
Schmitt tiene dunque presente sia
il prima che il dopo del formarsi
dello Stato, sia la decisione politica pre-statuale
di creare un ordine, sia il perdurare statuale
di un'omogeneità interna (dinamica perché
consapevolmente fondata sull'esclusione) in conflitto
esterno con omogeneità statuali analoghe.
I temi dell'ordine e della sovranità, coniugati
con il Begriff, danno così ragione
anche, e contemporaneamente, sia della «scientificità»
di Schmitt, sia della sua rilevanza «filosofica»,
senza che fra le due interpretazioni vi sia contraddizione;
infatti, il disincanto della politica, il suo
essere un ordine razionale, ne fonda la conoscibilità
scientifica basata sul principio d'esclusione
a quella immanente, ma l'«andar dietro alla
verità effettuale della cosa», il
far parlare la «Cosa stessa», se è
un programma scientifico, è anche un rovesciamento
(una re-interpretazione) del fronte filosofico.
Se la verità è, secondo la scienza
schmittiana, 'insieme di regole interpretative
che di volta in volta la sovranità istituisce
per separare l'amico dal nemico (quis interpretabitur?),
stabilendo linee d'inimicizia e d'amicizia che
intersecano il pensiero politico fino a giungere
alla partizione geografica della terra attraversando
ogni pactum unionis attuatosi, se la struttura
di fondo della politica è «separarsi
per associarsi» (la determinazione attraverso
la negazione), se l'opera della scienza è
quella, avalutativa politica tempo, di
riconoscere il 'politico' negli ordini storicamente
susseguentisi, allora il pathos per il
concetto dell'ordine non solo non è ideologico,
ma è anzi il segno di una consapevolezza
teorica che la «filosofia» non può
rifiutare.
Il disincanto della politica non
è un venir meno del 'politico', ma soltanto,
eventualmente, della sua consapevolezza; il relativizzarsidella
decisione (cioè il suo cambiar centro di
riferimento) non significa che la decisione stessa
non sia in quanto tale comunque assoluta,
cheil «politeismo dei valori» non
implichi la loro lotta a morte[250].
La scientificità schmittiana non si ferma
davanti all'ordine, ma ingloba anche questo; ma
questa scientificità, ciò che vi
è di conoscibile nel 'politico', sta appunto
in questo, che la razionalizzazione continua
a essere teologia politica, fino alla teologia
negativa del pluralismo (la morte di Dio, a cui
corrisponde la definitiva perdita di consapevolezza
del 'politico', e contemporaneamente il suo riproporsi
in forme incontrollabili). La razionalizzazione
non toglie, ma rivela, la «necessità»
dell'Ordine, l'ineluttabilità del dominio
come esclusione.
Il processo descritto in Das
Zeitalter non è per Schmitt un trionfale
progresso verso il venir meno della trascendenza
(e della decisione), né è la marcia
di Dio nel mondo, né il movimento necessario
di un'entità ontologicamente definita (la
borghesia, il proletariato, il capitale, la Libertà,
lo Spirito) verso una Verità altrettanto
necessaria[251].
È la constatazione del permanere dell'esclusione
negli ordini mutati, è la continuità
delle strutture fondata sulla discontinuità
dei rapporti politici. Quella di Schmitt, insomma,
non è storia del Soggetto, ma dei rapporti
politici fra i soggetti storici nel loro concreto
strutturarsi e interpretarsi, ferma restando,
ora evidente e ora nascosta, la forma trascendentale
della politica.
La filosofia che voglia cogliere
in Schmitt il tema del disincanto, cioè
dell'autonomia del 'politico', che accetta la
sua scientificità operativa, deve seguirlo
anche là dove tale scientificità
si fa non ideologica, ma radicale e conseguente,
cioè sul tema dell'ordine, della decisione,
la cui ineliminabilità (scientificamente
fondata) implica proprio il più alto risultatoteorico
del pensiero schmittiano: la scoperta della logica
del dominio, del nodo interpretazione/politica,
sapere/potere. La scienza schmittiana è
sapere essenzialmente politico, è una avalutatività
che si esprime dalla decisione; la razionalizzazione
e la neutralizzazione non sono neutrali nel senso
più comune del termine (e neppure nel senso
della politologia anglosassone), ma al contrario,
pur essendo le strutture che permettono la conoscibilità
del 'politico', implicano sempre una crisi e una
esclusione (ancora il rapporto critica/crisi!).
Anche l'interpretazione scientifica è potere,
e ogni razionalità si istituisce all'interno
di un ordine politico: questo è il punto
nodale del pensiero schmittiano, il trapassare
della politologia alla «genealogia»,
la duplice valenza del suo concetto.
Sono dunque a questo punto possibili
rapporti analogici fra il pensiero di Schmitt
e quell'opera di «genealogia» della
storia che Foucault ha recentemente proposto[252]
sulla scorta di Nietzsche, e dalla quale emerge
che la storia è il susseguirsi delle interpretazioni
delle regole del potere e del loro variare, non
storia del sostanziale Soggetto dialettico-teologico,
ma della discontinuità.
Ci pare inoltre che Schmitt sia
giunto assai vicino alla scoperta che anche il
pensiero (la scienza) è organo del dominio
(della politica), e che questa scoperta lo porti
alla constatazione che la ricognizione avalutativa
e scientifica del 'politico' (il sistema dell'esclusione)
è già di per sé e immediatamente
una nuova linea interpretativa, cioè una
funzione del 'politico' e della sua 'crisi'. Questa
peculiarità della scienza schmittiana implica
però anche una difficoltà legata
al livello dell'esposizione, della quale Schmitt
appare cosciente là dove afferma «science
is but a small power, e nell'ambito del politico
la libertà del pensiero indipendente comporta
sempre un rischio supplementare»[253];
cioè, ci sembra, anche il rischio
di trasformare l'esposizione scientifica in propaganda,
di cedere alla polemicità implicita nella
scoperta del 'politico' per assecondare storicamente
una prassi politica contingente. In questo rischio
Schmitt è caduto precisamente quando la
forma generale del 'politico' è stata da
lui utilizzata» in senso filo-nazista: ma
questo esito non è — a nostro parere
— necessario, quanto piuttosto uno
degli esiti possibili, appunto il rischio
immanente a quella scoperta, che trova maggior
rilevanza sul piano biografico personale che su
quello scientifico e teorico.
L'attuale ritrarsi di Schmitt dalla
politica, il suo «rinvio della prassi»,
la sua presente predilezione per la forma classica
dello Stato e del Jus Publicum Europaeum,
sono allora la consapevolezza che la scoperta
'co' del 'politico' e della sua autonomia non
si lascia facilmente domare dalla ragione scientifica,
o «superare» dalla dialettica, la
cui pretesa di conoscere le regole del gioco,
di starvi dentro, di essere generata da quelle,
e di essere al tempo stesso capace di autoassolversi
deve allora apparire fallace. Né d'altra
parte Schmitt è orientato, nella sua ricerca,
da un interesse concreto, liberatorio, che gli
sia da guida per attraversare e superare il 'politico'
e la sua fondamentale contraddittorietà,
e proprio questa sua caratteristica dà
ragione della costante oscillazione schmittiana
fra lucidità e tragicità, fra descrizione
e «impegno» che la critica italiana
ha tanto insistentemente rilevato.
c) In definitiva, non ci pare che
la rilevanza filosofica implicita nella scientificità
del concetto schmittiano sia con questa in contraddizione,
poiché il 'concetto' stesso partecipa contemporaneamente
di entrambe, proprio in quanto ha il 'politico'
per oggetto. La complessa figura di uno Schmitt
«scienziato della politica» e filosofo
non tradizionale della politica, individua una
posizione interpretativa diversa da quella consueta,
che era invece giocata sulla critica dell'empiria
schmittiana dal punto di vista classicamente filosofico-dialettico.
Riassumiamo brevemente i termini
delle nostre proposte metodologiche: la scienza
(e non l'ideologia) schmittiana conosce contemporaneamente
sia l'autonomia disincantata del 'politico'
sia la necessità dell'ordine per esclusione,
che si fonda sulla decisione-interpretazione;
il campo scientifico del 'politico' è la
discontinuità, la crisi immanente in ciascun
ordine, che ne permette la conoscenza critica;
la politologia schmittiana è contemporaneamente
scientifica e filosofica avalutativa e politica,
anzi, in generale, il sapere è connaturato
al potere; sul versante più strettamente
filosofico, il concetto schmittiano implica una
ridefinizione — sulla linea Nietzsche, Heidegger,
Foucault — del rapporto pensiero/essere,
al di fuori degli schemi dialettici tradizionali,
e centrato sul nesso critica/crisi; come, dal
punto di vista politico e strutturale ogni
ordine ha in sé una crisi, ogni
neutralizzazione ha in sé un'esclusione,
così, dal punto di vista epistemologico
e filosofico, ogni sapere ha in sé
un potere, a ogni scienza è correlata
una critica, all'avalutatività è
collegata un'interpretazione; della doppia valenza
del concetto schmittiano è stata accettata
solo una parte, e si è giudicato ideologico
il tema dell'ordine e della decisione «assoluta»,
mentre va considerato nel suo significato globale
e nelle sue possibilità euristico/critiche;
infine, il rapporto schmittiano scienza/dominio,
interpretazione/'politico', non è certamente
garantito a priori, e implica il rischio
che la polemicità del sapere si trasformi
in uso immediatamente propagandistico della scienza.
La nostra proposta implica del
resto alcuni corollari metodologici, che derivano
proprio dalla distinzione fra 'concetto' (sui
due versanti, quello politologico e quello filosofico,
che abbiamo tenuto distinti per à espositiva
e anche perché in effetti la critica italiana
li ha spesso giudicati inconciliabili) e sua «utilizzazione»
(resa possibile, quest'ultima, dalla «crisi»
su cui si fonda il concetto stesso, e che lo rende
a un tempo scientifico e polemico): primariamente,
che si debba leggere tutto Schmitt per ricostruirne
le linee di pensiero senza estrapolarne segmenti
più o meno emblematici; in secondo luogo,
che all'interno di questa lettura spregiudicata
non si debbano tanto instaurare alcune tra
periodi differenti del pensiero schmittiano (unificati
poi dal giudizio di occasionalismo), quanto piuttosto
che si possa e si debba decodificare, dietro all'uso
propagandistico, il perdurare di una linea di
pensiero autonoma (si veda a questo proposito
il rapporto intercorrente fra certi scritti di
diritto internazionale del periodo nazista e il
successivo Nomos der Erde). Dunque, non
più cesure articolate diacronicamente per
periodi (con il relativo problema di individuare
quello più significativo, e ciascun critico
sceglie quello che meglio ritiene), ma una
sola fondamentale, quella sincronica e strutturale
— correlata al «rischio» immanente
al concetto schmittiano — fra «scientificità»
e «utilizzazione» propagandistico-polemica.
Ci pare altresì necessario
che tale «cesura» non divenga una
«censura», un deliberato ignorare
le difficoltà che in tale progetto di lettura
indubbiamente esistono, e che si riassumono nella
necessità di distinguere dalla coppia interpretativa
tradizionale (empiria/filosofia dialettica) l'ipotesi
nuova e contrapposta (scientificità/dominio,
sapere/potere), e di calcolare attentamente quel
«rischio» che Schmitt stesso indica
nel paragonarsi a Benito Cereno[254],
che cioè il 'politico' incontrollato trascini
lo scienziato nella perversione propagandistica.
E anche la questione sollevata
dal marxismo, sulla ideologicità del pensiero
schmittiano e sulla conseguente sua ambiguità
nella determinazione della posizione del nemico,
se interna o esterna allo Stato (se quest'ultimo
cioè sia — particolarmente nella
sua forma liberale — omogeneo, o, al contrario,
porti in sé la contraddizione amico/nemico),
potrebbe, alla luce di quanto si è già
detto, venire spostata: il 'politico' è
infatti alla base di ogni Stato, come associazione
per esclusione, ordine pagato con una dichiarazione
implicita di ostilità (anche interna, dunque,
anche se temporaneamente neutralizzata
dall'istanza sovrana[255])..
La struttura politico-costituzionale così
formatasi ha dentro di sè una crisi (controllabile
dall'istanza sovrana attraverso la consapevole
«decisione sullo stato d'eccezione»,
e fondamento della conoscibilità stessa
del 'politico'), crisi che consiste essenzialmente
nella possibilità di rimettere in gioco
gli elementi precedentemente aggregati, in forme
nuove: ora, tenendo conto del punto di vista di
Schmitt, concentrato attorno al fenomeno della
crisi (si conosce soltanto il «caso limite»!),
ci pare che quello stesso processo che i marxisti
identificano come rivoluzione possa invece
essere schmittianamente letto come spostamento
delle regole interpretative sovrane e delle
linee d'esclusione che fondano l'ordine.
È bensí vero che Schmitt,
come del resto si è già rilevato,
non ha gli strumenti filosofico-dialettici per
sistematizzare le cause e i fini del movimento
del 'politico'; tuttavia, a questo punto, l'asserita
ideologicità del suo pensiero si fa problematica,
poiché parrebbe che egli colga proprio
la meccanica strutturale del riprodursi del 'politico'
(il «movimento della struttura» di
cui parla De Giovanni), anche se tale movimento
viene colto soltanto dall'interno, nel momento
in cui la crisi si rivela nella sua dimensione
«nascente» come esclusione, separazione
che si organizza (si «sospende») in
determinate forme epocali (cioè in ogni
Zentralgebiet), ma non si toglie né
si supera, riproponendosi come presenza immanente,
come rischio proprio della politica. Ordine e
crisi sono allora le due facce del pensiero schmittiano,
analoghe a potere/sapere, che bisogna saper leggere
anche là dove si fa più facile l'accusa
di ideologia.
Questa dialettica «dimezzata»,
priva di interesse al cambiamento, non si presenta
tuttavia meccanica come la vecchia Ragion di Stato,
poiché non è un semplice sistema
di regole o di consigli, ma è anzi conscia
della politicità della stessa interpretazione
scientifica. Ed è proprio questa difficile
e problematica scientificità «critica»
che in precedenti interpretazioni è stata
fraintesa non solo come ideologia (e su questo
si è già detto) ma anche come «occasionalismo»,
proprio perché capace di spiegare scientificamente
differenti situazioni politiche in diverse specificità
storiche. Se d'altra parte l'occasionalismo schmittiano
consiste nel tanto discusso passaggio dal decisionismo
al pensiero giuridico organico-istituzionale,
le cause di esso andranno cercate, oltre che in
una forma di opportunismo politico, certamente
presente, soprattutto nella necessità che
in Schmitt si è fatta sentire di passare
dal concetto amico/nemico (la forma strutturale
del 'politico') a una operativa analisi storica
sul campo del «costituirsi» del politico
e del suo articolarsi concreto. Non c'è
discontinuità fra i due momenti del pensiero
schmittiano: decisionismo e Ordnungsdenken
simul stabunt, simul cadent; infatti
entrambi sono soggetti alla problematicità
di tutto il pensiero schmittiano, da una parte
concetti scientifico-filosofici, dall'altra utilizzabili
a scopo propagandistico-ideologico. L'uno non
è in sé piùnazista
dell'altro, e a questo dovrebbe bastare il tardo
apprezzamento di Mortati per il tema dell'ordinamento;
l'utilizzazione ideologica dell'Ordnungsdenken
in favore del nazismo (così come dei
concetti di Grossraum e dicrisi della forma-Stato)
invita piuttosto a essere sempre in guardia di
fronte al rischio implicito nel pensiero schmittiano
e a sottoporlo a una duplice operazione: da una
parte esso va infatti storicizzato (attraverso
uno stretto collegamento con la crisi di Weimar,
della quale Schmitt fu appassionato interprete,
fino al punto da restarne come ipnotizzato), d'altra
parte va invece letto prescindendo il più
possibile dagli usi contingenti che ne sono stati
fatti, per saggiarne spassionatamente l'euristicità.
E per concludere questa serie di
corollari e di considerazioni aggiuntive, va infine
ricordato che proprio il rapporto decisionismo/Ordungsdenken
ci restituisce quello omologo fra ordine e
crisi, e che proprio il sommarsi in Schmitt di
un interesse scientifico con uno storico-istituzionale
indica — oltre a dargli una sensibilità
storica senza farlo essere uno storicista —
un'importantissima area di incidenza del suo pensiero,
quella della storiografia «costituzionale».
XV. Delineare alcune possibili
prospettive di operatività del pensiero
schmittiano è già in certa misura
implicito nelle proposte formulate e nel giudizio
espresso sulla critica italiana, tenendo presente
che la loro definizione può in questa sede
essere data soltanto per linee generali, e che
non si tratta comunque in nessun caso di proporre
semplici «utilizzazioni» o assunzioni
acritiche e immediate di alcuni contenuti del
pensiero schmittiano, del quale anzi si aspira
a cogliere la piena valenza critica, analitica
e metodologica.
La fecondità epistemologica
del pensiero di Schmitt (all'opera anche, ad esempio,
nella critica letteraria[256])
giustifica un interesse che esca dall'ambito fin
qui tradizionale di giuristi e di storici delle
dottrine politiche o di filosofi della pratica,
per affermarsi come ripensamento del modo stesso
di concepire la ricerca storico/politica. Le linee
strategiche per una rinnovata presenza di Schmitt
nella cultura italiana potrebbero allora articolarsi
sui seguenti versanti: il progetto di una nuova
politologia; una metodologia per la ricerca storiografico-costituzionale;
la consueta operatività nell'ambito piùstrettamente
giuridico; il dibattito filosofico-politico sulla
razionalizzazione, il mutamento della forma-Stato
e l'autonomia del 'politico'.
Per quanto riguarda gli studi costituzionalistici,
è da dire che sul rapporto politica/diritto
Schmitt ha già dato molto alla nostra cultura,
nei limiti in cui questa lo vuole seguire; ma
sempre in ambito giuridico, piùfruttuosa
si presenterebbe forse una lettura di Schmitt
volta a sollecitare gli studi di storia del diritto
e della «classica» cultura giuridica
europea[257].
Sul versante politologico, l'influenza
di Schmitt potrebbe essere ancora più marcata
e fruttuosa, data una certa indecisione che si
nota fra i cultori della materia sulle reali prospettive
e metodologie di ricerca. Ci pare a questo proposito
che Schmitt integri molto bene il tipo di scienziato
politico non «filosofo» (nel senso
tradizionale di filosofia della prassi, da cui
evidentemente la politologia deve distaccarsi),
con forti interessi storico-giuridici (ma non
normativista), attento alle relazioni internazionali,
alla politica comparata e alla storia della burocrazia,
proposto da alcuni studiosi[258]
qualche tempo fa. Per quanto riguarda il rapporto
della scienza politica con la filosofia, con la
storiografia e con le discipline giuridiche, Schmitt
si presenta — almeno nella nostra ipotesi
— con le carte in regola: non si rifugia
infatti nelle scorciatoie di una dialettica male
intesa, e usa coscientemente concetti storicamente
«formati», rifiutandone così
esplicitamente un uso puramente descrittivo e
«neutrale», come avviene invece nel
metodo quantitativo-calcolatorio anglosassone
(il rapporto avalutatività/polemicità
del suo 'concetto'!); come Max Weber, è
storico del presente e politologo del passato;
infine, in quanto non è filosofo nel senso
tradizionale, non sovrappone categorie estranee
alla concretezza del 'politico', e in quanto non
è normativista non riduce la complessità
del reale al puro fatto giuridico. La sua scientificità
si traduce in libri politicamente importanti,
pur senza che Schmitt sia un ideologo, che demistificano
le ideologie e guardano con libero e realistico
spirito critico dentro le strutture della polis.
È evidente che questa
identificazione di Schmitt con il «vero»
scienziato politico (su di una linea che comprende
Mosca, Weber, Pareto) è possibile soltanto
sulla base della distinzione fra valenza scientifica
del concetto e sua possibile utilizzazione ideologica,
ed è altrettanto evidente che all'interno
di questa ipotesi, lungi dall'apparire un distruttore
della ragione (se non di quella storicistico/provvidenziale),
Schmitt si presenta come colui che indaga il grado
di consapevolezza dell’organizzazione
politica, che da questa è resa appunto
conoscibile (ma tale consapevolezza non
è astratta, anzi implica, come si è
già detto, la sovranità, la decisione,
la crisi, l'esclusione).
Accanto a questa prospettiva di
una scienza politica, impegnata a conoscere criticamente
la crisi di un'epoca[259]
(e dunque contemporaneamente scientifica, filosofica
e storica), si situa l'altra, su di un piano altrettanto
militante e operativo, che vede Schmitt maestro
della storiografia costituzionale (politologo
del passato), capace di inseguire, con metodo
veramente interdisciplinare, l'intreccio storico
e concreto di diritto, politica e amministrazione:
in questo senso Brunner, Böckenförde,
Koselleck (tradotti o presentati in Italia da
Pierangelo Schiera[260])
indicano una possibile e già sperimentata
e fruttuosa linea di operatività del pensiero
schmittiano. Ora, nonostante sia Brunner la fonte
metodologica più diretta e immediata per
la ricezione italiana della recente Struktur
und Verfassungsgeschichte, è in verità
riconosciuta universalmente come fondamentale
la distinzione, proposta nella Verfassungslehre,
tra Verfassunge Konstitution, con
le conseguenti sollecitazioni a un'analisi libera
da riferimenti anacronistici ed attenta ai concreti
assetti istituzionali e amministrativi, e alle
reali dinamiche politiche che li permeano; e dalla
storiografia costituzionale ci si attende in Italia,
dopo il libro di Schiera[261],
una messe di importanti risultati.
Infine, sul versante che si è
convenuto di definire filosofico, il ruolo di
Schmitt è già stato esaminato; conviene
sottolineare tuttavia ancora una volta che il
suo complesso e difficile pensiero si trova al
punto d'intersezione di varie tradizioni culturali,
da quella giuridica dell'Allgemeine Staatslehre
a quella politologica di Weber, Mosca, Pareto,
a quella filosofica di Nietzsche, Heidegger e
in generale del pensiero negativo (i rapporti
con Hegel, che sono forse più importanti
di quel che si pensi, appaiono comunque di una
tale complessità da non poter essere sviluppati
in questa sede). Questo nodo teorico e storico,
che rende Schmitt tanto enigmatico, rappresenta
comunque un termine di confronto che appare sempre
più obbligatorio per la cultura filosofica
italiana con interessi politici. La rilettura
di Weber e di Nietzsche, la formulazione —
all'interno del pensiero dialettico — del
concetto di dominio, la nuova riflessione sul
rapporto società civile-Stato a partire
dai «classici» luoghi hegeliani e
marxiani, ma con la consapevolezza di quanto di
originale hanno prodotto in merito la storia politica
e la teoria del XX secolo, infine il tema dell'autonomia
del 'politico': questa costellazione teorico/pratica
può in generale essere iscritta nel rapporto
critica/crisi, e sollecita un tentativo di riformulazione
radicale del classico nesso pensiero/essere. Questi
temi, entrati non da molto nella cultura filosofica
italiana, possono esaltare il potenziale critico
del pensiero schmittiano, e fare di Schmitt il
«reagente» che ponga in evidenza quelle
contraddizioni che, come costanti della struttura
del 'politico', la filosofia tradizionale ha troppo
spesso voluto «superare» nel pathos
dello Spirito e della Prassi.
| Come si cita: Galli,
Carlo, Carl Schmitt nella cultura italiana
(1924-1978). Storia, bilancio, prospettive
di una presenza problematica, «Storicamente»,
6 (2010), art. 11, DOI 10.1473/stor86, http://www.storicamente.org/01_fonti/Galli_Carl_Schmitt.htm |
|
|