Luca Giuliani Leggere
un'immagine
Il
Grand Camée de France e la successione
di Tiberio |
Il Gran Cammeo di Francia,
conservato al Cabinet des Medailles della
Bibliothèque
Nationale di Parigi (Inv. 264: Fig.1 e Fig. 2),
fa pienamente onore al suo nome. La pietra
(una sardonica indiana a cinque strati) misura
31 cm di altezza per 26,5 cm di larghezza.
Si tratta del cammeo piú grande che sia mai
stato prodotto: indicativo è il confronto
con cammei di epoca moderna, i piú grandi
e preziosi dei quali raggiungono al massimo
(e molto raramente) un diametro di otto o
nove cm. Prestigiosa è anche la provenienza
del cammeo. Fino alla rivoluzione esso apparteneva
al tesoro dei re di Francia, conservato nella
cappella reale, la Sainte Chapelle. Qui viene
menzionato per la prima volta in un inventario
del 1341; secondo la tradizione il cammeo
sarebbe stato portato in occidente intorno
alla metà del duecento da Baldovino II, imperatore
del regno latino di Costantinopoli, allora
in disperate difficoltà; probabilmente l'imperatore
cercava di barattare questo cimelio di valore
inestimabile con concreti aiuti economici
o militari; in questo modo il cammeo sarebbe
stato acquistato da Luigi IX, re di Francia.
Che il cammeo provenisse da Costantinopoli
depone per il fatto che avesse fatto parte
del tesoro degli imperatori romani. Questo
dovrebbe essere arrivato a Costantinopoli
con il trasferimento della sede imperiale
in epoca costantiniana: prima di allora era
sicuramente conservato a Roma, probabilmente
nel palazzo imperiale sul Palatino. Il cammeo
quindi è uno di quegli oggetti enormemente
preziosi che dall'antichità ad oggi sono
passati di mano in mano, fra imperatori e
re, senza andare mai perduti.
Al prestigio del cammeo
corrisponde un'iconografia
altamente elaborata: ed è proprio questa
a costituire il problema. In tutta la storia
dell'arte romana non si trova un'altra opera
che abbia dato adito a tante e tali discussioni.
Negli ultimi settant'anni l'identificazione
dei personaggi rappresentati e la datazione
precisa del cammeo sono stati oggetto di
innumerevoli controversie; a tutt'oggi, un
accordo sembra essere più lontano che mai;
ma quel che è peggio: mentre da un lato vengono
avanzate sempre nuove proposte, dall'altro
mancano dei criteri per distinguere le (poche)
ipotesi plausibili dalle (molte) inverosimili,
restringendo il campo delle alternative da
discutere; la discussione sembra quindi allargarsi
sempre di più, senza fare tuttavia alcun
progresso. Per capire le ragioni di questa
situazione così poco soddisfacente occorre
dare un'occhiata alla storia della ricerca.
Questa storia ha un inizio ben preciso.
In una lettera del 23 settembre del 1620
Nicolas Claude Fabri de Peiresc, antiquario
di chiara fama e lui stesso collezionista
di gemme antiche, scrive da Parigi al suo
vecchio amico Girolamo Aleandro a Roma[1]: "Io ho scoperto di nuovo in luogo
peregrino et rare volte aperto, una gioia
antiqua, la maggiore e la piú bella ch'io
abbia mai veduta". Poco oltre Peiresc specifica
che il luogo peregrino è in effetti una chiesa,
ma si guarda bene dal fare il nome della
Sainte Chapelle; Aleandro si trova molto
lontano: ma è piú prudente non dare troppe
informazioni. Sul cammeo "si veggono scolpite
vintiquattro figure [...] Il soggietto della
scoltura è l'Apotheosi dell'Imperatore Augusto,
di buona maestria, et del tutto conforme
alle antique". L'interpretazione di Peiresc è rivoluzionaria:
infatti nella Sainte Chapelle "la traditione
era che fosse la representatione del trionfo
di Giosepho". Peiresc è il primo a rendersi
conto che la scena rappresentata sul cammeo
non ha niente a che vedere con le storie
di Giuseppe: essa si riferisce non all'antico
testamento, bensí alla storia romana.
Sul cammeo, scrive Peiresc, "si veggono
tre ordini di figure, l'uno comme in Cielo ò in
Aria, l'altro comme in Terra sotto il primo,
et il terzo dissotto il secondo, come in
carcere sotterranea". Nell'ordine superiore
(Fig. 3) Peiresc riconosce al centro l'imperatore
Augusto (no 10, fig. 2: "la facie di Augusto
rassomiglia benissimo il profilo delle medaglie"),
accompagnato forse da Giulio Cesare (no 12,
fig. 2) e da Marcello (no 11, fig. 2, in
groppa ad un cavallo alato). Nell'ordine
di mezzo (Fig.4) vediamo al centro l'imperatore
Tiberio in trono (no 1, fig. 2), e accanto
a lui sua madre Livia (no 2, fig. 2); nel
giovane armato di fronte a Tiberio Peiresc
propone di riconoscere Germanico (no 3, fig.
2), nipote dell'imperatore e suo successore
designato; accanto a lui la madre, Antonia
Minore (no 4, fig. 2); la donna seduta dietro
a Germanico viene identificata con sua moglie
Agrippina (no 8, fig. 2); di fronte a lei
il figlio minore, il futuro imperatore Caligola
(no 7, fig. 2). A destra invece Peiresc vorrebbe
riconoscere Druso Minore (no 5, fig. 2),
figlio di Tiberio, con sua moglie Livilla
(no 6, fig. 2). L'ordine inferiore, nettamente
separato dai personaggi della famiglia imperiale, è costituito
da un gruppo di barbari prigionieri: subalterni
e anonimi. Dall'identificazione dei personaggi
proposta da Peiresc deriva una datazione
del cammeo ai primi anni del regno di Tiberio,
quando i due potenziali successori al trono,
Germanico e Druso Minore, erano ancora vivi;
ambedue sarebbero scomparsi prematuramente:
Germanico nel 19, Druso Minore nel 23.
L'interpretazione di
Peiresc fu accettata praticamente dalla
totalità degli studiosi.
Per oltre due secoli ha costituito un fondamento
indiscusso e - si sarebbe detto - indiscutibile
per chiunque si occupasse del cammeo. Se
vi erano ancora dei dubbi, questi riguardavano
al massimo l'identità di alcune figure secondarie
(come ad esempio il personaggio in abito
orientale no 13 fig. 2: Peiresc aveva pensato
che si trattasse della Dea Roma; altri proposero
piuttosto Julus, il figlio di Enea
fondatore della gens Julia, Alessandro
Magno, Apollo oppure Mitra); controversa
rimase pure l'occasione specifica dell'incontro
fra Tiberio e Germanico, a proposito della
quale Peiresc non aveva preso posizione:
si trattava del ritorno di Germanico dalla
spedizione sul Reno o della partenza del
medesimo per la guerra contro i Parti? Ma
nelle grandi linee l'interpretazione del
cammeo sembrava perfettamente chiara.
La situazione cambiò improvvisamente
nel 1934 con la pubblicazione di un articolo
di Ludwig Curtius[2]. Curtius mise a
confronto la figura no 12, fig. 2 , che Peiresc
aveva identificato con Giulio Cesare, con
una moneta con il il ritratto di Druso Minore,
figlio di Tiberio (Fig. 7 e Fig. 8): l'identità dei
tratti fisionomici parve evidente e indiscutibile.
Sulla scia di questo successo Curtius optò decisamente
per il confronto fisionomico come metodo
sicuro per stabilire l'identità anche degli
altri personaggi raffigurati sul cammeo.
Ne derivò un'interpretazione completamente
diversa da quella di Peiresc. Invariata rimane
solo l'identificazione di tre personaggi:
no 1, fig. 2 Tiberio, no 2, fig. 2 Livia
e no 10, fig. 2 Augusto; i due guerrieri
no 3 e no 5 , fig. 2 invece (sulla base di
confronti peraltro scarsamente convincenti)
diventano Caligola e Claudio; il ragazzino
in abito militare no 7, fig. 2 viene identificato
con Tiberio Gemello, figlio di Druso Minore.
Con i nomi dei personaggi cambia, naturalmente,
anche la datazione del cammeo. Il vero protagonista
della scena non è piú Tiberio in trono, bensí il
suo successore Caligola (no 3, fig. 2). Il
cammeo deve essere stato commissionato immediatamente
dopo la morte di Tiberio nel marzo del 37
(ma prima che Caligola obbligasse Tiberio
Gemello a suicidarsi, il che avvenne nell'ottobre
di quello stesso anno: i tempi sono, come
si vede, molto stretti). Ciononostante, il
cammeo mostra Tiberio come se fosse ancora
in vita. La scena pertanto ha un carattere
retrospettivo, riferendosi specificamente
alla situazione dopo la morte di Druso Minore
nel 23: situazione che avrebbe (sempre secondo
Curtius) creato le premesse per la successiva
carriera di Caligola.
Vedremo fra poco che
la situazione dopo la morte di Druso Minore
fu in verità assai
piú complessa, e che Caligola (contrariamente
ai suoi due fratelli maggiori: Nerone e Druso)
non vi ebbe un ruolo di primo piano. Ma quello
che interessa per il momento, al di là delle
singole proposte, è l'uso del confronto fisionomico
come metodo primario e praticamente esclusivo.
Questa scelta metodica ha fatto scuola. Un
ottimo esempio è costituito da un lungo articolo
di Hans Jucker del 1976[3]; si tratta fino ad oggi del contributo
più esauriente che sia stato dedicato all'iconografia
del cammeo, un vero capolavoro di erudizione
storica e di sagacia interpretativa - anche
se il risultato, come vedremo, è scarsamente
convincente. Dal punto di vista del metodo
Jucker segue fedelmente le orme di Curtius.
Egli accetta le identificazioni proposte
da Curtius per le figure no 12 e no 5, fig.
2: Druso Minore e Claudio. Il personaggio
chiave sarebbe però proprio quest'ultimo,
Claudio; accanto a lui Jucker riconosce la
quarta moglie, Agrippina Minore (no 6, fig.
2) e - al margine opposto della scena - il
figlio di lei, Nerone (no 7, fig. 2): l'iconografia
presuppone quindi il matrimonio fra Claudio
e Agrippina nel 49. Al centro dell'immagine
Jucker torna invece (sorprendentemente) a
vedere Germanico (no 3, fig. 2) al cospetto
di Tiberio: si tratterebbe della partenza
per la guerra contro i Parti nell'anno 17.
Il cammeo, in conclusione, sarebbe stato
commissionato in occasione delle nozze fra
Claudio e Agrippina e andrebbe interpretato
come un omaggio retrospettivo alla memoria
di Germanico: fratello di Claudio e padre
di Agrippina.
Al di là di tutte le differenze, le affinità fra
Curtius e Jucker sono abbastanza evidenti:
1) ambedue si basano, per ogni singolo personaggio,
sul metodo del confronto fisionomico. Ma
si tratta veramente di un metodo valido?
Appena un anno prima che uscisse l'articolo
di Curtius, Ranuccio Bianchi Bandinelli aveva
notato, a proposito del personaggio no 3,
fig. 2: "il supposto ritratto di Germanico
[...] ha, come gli altri ritratti dello stesso
cammeo, lineamenti così poco marcati e individuali,
che può concordare con qualunque ritratto
che abbia le stesse caratteristiche familiari
Giulio-Claudie"[4]. Sagge parole! In effetti le queste caratteristiche
familiari sono così forti da rendere molto
problematiche le identificazioni su base
esclusivamente fisionomica; non è un caso,
se proprio il metodo fisionomico ha portato
a tante controverse proposte per le figure
rappresentate sul cammeo. 2) Sia Curtius
che Jucker sono portati a riconoscere l'imperatore
regnante all'epoca in cui fu commissionato
il cammeo non con il personaggio centrale,
in trono (no 1, fig. 2), ma con una figura
relativamente marginale: il committente del
cammeo viene identificato da Curtius con
il personaggio no 3, fig. 2 (Caligola), da
Jucker con il no 5, fig. 2 (Claudio); ma
proprio il confronto fra le due tesi ne mette
in evidenza il carattere largamente velleitario.
3) Curtius e Jucker sono concordi nel ritenere
che il cammeo sia stato commissionato molto
tempo dopo la scena rappresentata al centro,
che quindi avrebbe un carattere retrospettivo.
Curtius immagina che il cammeo, che si riferisce
ad una costellazione di personaggi degli
anni venti, sia stato commissionato dopo
la morte di Tiberio nel 37; Jucker invece
ritiene che il cammeo sia stato prodotto
nel 49 e che la scena si riferisca alla partenza
di Germanico nel 17. In ambedue i casi non
abbiamo piú una chiara distinzione fra viventi
e defunti; anzi, vediamo comparire anche
dei personaggi che, all'epoca della scena
rappresentata, non sono ancora neppure nati:
mentre Germanico (secondo l'interpretazione
di Jucker) parte nel 17 per la guerra contro
i Parti, Druso minore (che morirà nel 23) è già asceso
in cielo; e accanto a Germanico vediamo il
piccolo Nerone, che nascerà vent' anni dopo.
Si direbbe che il cammeo non faccia nessuna
differenza fra viventi, defunti e nascituri.
Come farà lo spettatore ad orientarsi in
un'immagine che sembra rifiutarsi ad ogni
ordine ed ogni struttura? In effetti è proprio
questa mancanza di orientamento che, sulla
scia inaugurata da Curtius, ha portato ad
una vera e propria inflazione di identificazioni
e di interpretazioni controverse. Ma la colpa
di questa inflazione è veramente del cammeo?
O non deriva piuttosto da un difetto d'impostazione
metodica?
Torniamo a Peiresc e
rivediamo quali fossero le premesse del
suo metodo di interpretazione:
premesse così banali che Peiresc non le menziona
neppure; ed anche per noi non varrebbe la
pena di specificarle, se non fosse che la
ricerca scientifica moderna le ha così spesso
trascurate. Queste premesse sono due: 1)
il cammeo è un oggetto di enorme pregio e
prestigio, destinato ad essere messo in mostra
a corte: pertanto l'immagine deve necessariamente
seguire le regole del cerimoniale di corte.
La composizione ha un centro evidente ed
inequivocabile: esso coincide con il personaggio
no 1, fig. 2, in trono, circondato da una
corona di figure secondarie; questa posizione
centrale non può spettare che all'imperatore
attualmente regnante; se l'imperatore in
trono va identificato con Tiberio, se ne
deduce che il cammeo deve necessariamente
essere stato eseguito durante il suo regno
(14-37). 2) La distinzione fra l'ordine di
mezzo (in cui tutte le persone hanno letteralmente
i piedi in terra) e l'ordine superiore (in
cui tutte le persone sono rappresentate in
stato di levitazione) ha una precisa funzione;
essa serve a distinguere fra personaggi viventi
e personaggi defunti. Nell'ordine superiore
(e quindi celeste) abbiamo i defunti: secondo
Peiresc Augusto, Giulio Cesare e Marcello;
nell'ordine di mezzo vediamo invece i viventi:
Tiberio, Livia e altri membri della famiglia
imperiale; fra questi, in posizione di particolare
evidenza, Germanico, nipote di Tiberio e
suo figlio adottivo. Data la presenza di
Germanico fra i viventi, ne segue che il
cammeo deve essere stato eseguito prima della
sua morte prematura: fra il 14, anno dell'avvento
al regno di Tiberio, e il 19.
Queste premesse, che
riguardano la struttura generale dell'immagine,
erano e rimangono
perfettamente valide - al di là delle singole
identificazioni proposte. Essendo queste
identificazioni controverse, vorrei procedere
in due stadi: chiarire per prima cosa quali
sono i personaggi la cui identificazione,
allo stato delle conoscenze attuali, è veramente
sicura; ed esaminare poi, senza cercare ulteriori
confronti fisionomici, piuttosto la struttura
del gruppo nel suo insieme e vedere quali
conseguenze se ne possono dedurre.
Cominciamo quindi con le identificazioni
sicure: sono tutto sommato solo due.
Il personaggio no 10 (Fig. 5) va sicuramente
identificato con Augusto. Il tipo del ritratto
corrisponde con minime varianti al cosiddetto
tipo Primaporta, noto da centinaia di repliche
(Fig. 6)[5]; Augusto è rappresentato
capite velato, con lo scettro nella destra;
la corona radiata lo caratterizza come divo.
A lato di Augusto, come ha visto giustamente
Curtius, il personaggio no 12, fig. 2 va
identificato con Druso Minore, il figlio
di Tiberio (no 12: Fig.7). In effetti Druso è uno
dei pochi membri della famiglia Giulio-Claudia
ad avere un ritratto dalla fisionomia individualizzata
che si distingue chiaramente dal generico
volto di famiglia. Il confronto fra la figura
sul cammeo ed il ritratto di Druso su di
un asse emesso pochi mesi prima che questi
morisse (Fig. 8)[6] non
lascia adito a dubbi: inconfondibilmente
ritroviamo lo stesso profilo con la fronte
bassa e fuggente, il naso adunco, il mento
corto e rotondo. Fra tutte le figure sul
cammeo ne abbiamo quindi due che sono sicuramente
indentificabili; non sono molte; ma vediamo
quali conseguenze ne possiamo trarre.
La morte del figlio di
Tiberio nel 23 fu un avvenimento grave,
ma di attualità relativamente
limitata: dopo la morte di Tiberio stesso
nel 37, nessuno avrebbe più sentito il bisogno
di lamentare o anche solo di ricordare la
perdita di Druso Minore. Data l'importanza
che il cammeo attribuisce all'ascesa in cielo
di Druso, possiamo dedurre che esso è stato
eseguito probabilmente poco dopo la morte
di Druso e sicuramente prima della morte
di Tiberio. Ne segue che il personaggio in
trono (no 1, fig. 2) deve necessariamente
essere Tiberio. Stabilire questo è importante
perché (sorprendentemente) l'identificazione
del personaggio su base puramente fisionomica
risulta impossibile; in particolare, non
vi è nessuna somiglianza con il ritratto
di Tiberio, sempre caratterizzato da un gran
naso aquilino (Fig.9)[7].
La spiegazione è abbastanza semplice: sul
cammeo la testa del sovrano è stata rilavorata
in epoca successiva per attualizzarne l'aspetto
(Fig.10-11); l'intervento, puntualmente analizzato
fra l'altro da Jucker, va probabilmente datato
intorno alla metà del terzo secolo: alla
moda di quest'epoca corrispondono i capelli
cortissimi e la barba rappresentata da minute
incisioni sulla guancia e sul labbro superiore.
In origine il personaggio era imberbe e dotato
di un'abbondante capigliatura; nel corso
della rilavorazione fu rasato il cranio al
di sopra della corona e vennero eliminati
anche i capelli sulla fronte e sulla nuca;
ma alcune ciocche erano state incise troppo
profondamente perché fosse possibile cancellarle
completamente; ne restano delle tracce, abbastanza
ben visibili a luce radente: tre brevi incisioni
orizzontali sulla fronte dei solchi falcati
fra la nuca e l'orecchio (Fig.11). Nel corso
della rilavorazione, evidentemente fu modificata
anche la linea del profilo, normalizzando
sopratutto la forma del naso. Per identificare
il personaggio, la fisionomia non offre pertanto
alcun aiuto: è solo l'ascensione in cielo
di Druso nel registro superiore che ci mette
in condizione di stabilire che il personaggio
in trono, effettivamente, non può essere
che Tiberio.
Da questo dato deriva
anche l'identificazione
della donna seduta accanto a lui (no 2, fig.
2). Infatti Tiberio, dopo la sua infelice
unione con Giulia, figlia di Augusto, conclusasi
con un divorzio nel 2 a.C., non contrasse
nessun altro matrimonio; la donna al suo
fianco quindi non potrà essere che la madre
Livia, vedova di Augusto: ed in effetti la
testa sul cammeo, anche se rilavorata (Fig.12:
si noti il forte scalino fra la pettinatura
ed il viso), mostra un profilo che corrisponde
perfettamente al profilo di Livia, noto da
molti ritratti sicuramente identificabili:
si veda, ad esempio, un cammeo a Vienna che
mostra la vedova di Augusto in trono con
in mano un busto del marito divinizzato (Fig.
13)[8].
Chi può essere il guerriero no 3, fig. 2,
posto in posizione di tanto rilievo di fronte
all'imperatore? Peiresc e dopo di lui molti
altri, fino a Jucker, avevano pensato a Germanico.
Ma lo vieta una banale ragione cronologica:
Germanico è morto nel 19, 4 anni prima di
Druso; è impossibile che sul cammeo Druso
sia rappresentato come defunto, e Germanico
come vivo; se è morto Druso, deve essere
morto anche Germanico: l'identificazione
del personaggio di fronte a Tiberio è di
nuovo aperta. Il problema non è solubile
sulla base di confronti fisionomici.
Cerchiamo quindi di chiarire
la struttura di tutto il gruppo dell'ordine
di mezzo (Fig.
4). Elemento cospicuo di questo gruppo sono
tre personaggi vestiti di una corazza anatomica,
tipica degli alti ufficiali dell'esercito
romano: il no 3 (Fig.
14: con guance lanuginose:
si tratta della tipica barbula, caratteristica
degli adolescenti prima che comincino a radersi),
il no 5 (Fig.15:
con la lanugine meno pronunciata: deve quindi
esser un po' più giovane) ed
infine il no 7: ancora un ragazzino (Fig.16:
con una corazza di forma leggermente diversa,
probabilmente di cuoio e non di metallo).
Questo ragazzino corazzato è, iconograficamente
parlando, un unicum e richiede una
spiegazione: è assai troppo piccolo per ricoprire
concretamente un'alta carica militare; la
corazza quindi non puo' corrispondere ad
un rango effettivo; essa ha piuttosto il
carattere di un segnale visivo che mette
in evidenza una particolare affinità con
il mondo militare e, contemporaneamente,
sottolinea lo stretto rapporto con il guerriero
adolescente no 3. Altrettanto stretto è il
rapporto fra questi due personaggi ed il
terzo guerriero con la corazza (no 5, fig.
2). Ne deriva che abbiamo a che fare con
una triade di giovani guerrieri di cui viene
iconograficamente sottolineata la diversa
età: l'ipotesi più semplice è che si tratti
di tre fratelli. Ora proprio nei primi anni
venti vediamo emergere nell'ambiente della
corte imperiale tre fratelli che acquistano
rapidamente un notevole peso politico. Si
tratta dei tre figli di Germanico: Nerone
Cesare (nato nel 6), Druso Cesare (nato nel
7 o nell'8) e infine Caio Cesare (più tardi
detto Caligola, nato nel 12): nel 23 avevano
rispettivamente 17, 16 e 11 anni. Di Caligola
del resto era risaputo come fin dalla più tenera
età fosse stato abituato alla vita militare
(anche il suo nomignolo deriva da un tipo
di scarpe militari che evidentemente era
solito portare già da bambino: le caligae)[9]; in questi termini così ce lo descrive l'inizio
di una poesiola popolare citata da Svetonio: in
castris natus, patriis nutritus in armis...
(Calig. 8,1).
Se nei tre corazzati
vanno riconosciuti i figli di Germanico, è chiaro
che nell'ordine superiore, fra i defunti,
dobbiamo necessariamente
aspettarci la presenza del padre. Avendo
già identificato le figure no 10 e 12, per
esclusione Germanico andrà necessariamente
riconosciuto nel no 11, fig.2: il cavaliere
sul destriero alato, condotto verso Augusto
da un amoretto. In cielo abbiamo quindi Germanico
e Druso Minore ai lati del capostipite, Augusto.
Su questa base possiamo,
tornando all'ordine
di mezzo, tentare di identificare anche i
personaggi femminili. Nel caso della figura
centrale, seduta accanto a Tiberio, abbiamo
già visto che deve trattarsi di Livia, madre
dell'imperatore nonché vedova di Augusto.
Ai margini della scena, a destra e a sinistra,
vediamo altre due donne sedute (no 6 e 8
fig.
2): ambedue un po' piu in basso di Livia
- sia materialmente che sul piano gerarchico.
Di chi può trattarsi? Se sul cammeo sono
rappresentati Germanico ed i suoi tre figli,
non potrà mancare Agrippina, vedova di Germanico
e madre dei tre ragazzi. L'ipotesi più semplice è che
si tratti della donna no 6, fig.2: come Livia
corrisponde ad Augusto, così questa corrisponde
a Germanico (no 11). Agrippina è seduta accanto
al secondogenito Druso Cesare; ambedue, sia
Druso che Agrippina, alzano gli occhi al
cielo; la direzione degli sguardi ed il gesto
del braccio destro di Druso si rivolgono
non tanto a Germanico quanto ad Augusto.
Come figlia di Agrippa e della figlia di
Augusto, Giulia, Agrippina discende in linea
diretta dal Divo. Questo vale per Agrippina
e, attraverso lei, per i suoi figli, ma per
nessun altra delle persone rappresentate
sul cammeo; e soprattutto non vale per Tiberio,
originariamente membro della gens Claudia,
ed entrato a far parte della gens Julia solo
per essere stato adottato da Augusto: su
questo punto dovremo ritornare. Di Agrippina
conosciamo del resto anche il ritratto su
un sesterzo dei primi anni del regno di Caligola
(Fig.17)[10]:
il profilo non è particolarmente caratteristico,
ma il tipo di pettinatura corrisponde con
assoluta esattezza a quello del personaggio
no. 6 (Fig.18). Un confronto di questo genere
naturalmente non è sufficiente a dimostrare
che nella donna no.6 vada riconosciuta Agrippina:
basta però a stabilire che l'identificazione
con Agrippina è tipologicamente possibile.
La base argomentativa, per stabilire l'identità del
personaggio, non è costituita dal confronto
numismatico bensì dalla struttura della scena
nel suo insieme. Arrivati a questo punto,
anche la denominazione della terza donna
seduta (no 8, fig.2: ha in mano un rotolo:
probabilmente il contratto di nozze) non
sembra piú costituire un problema: sarà quasi
inevitabile identificarla con la terza vedova,
Livilla, moglie del defunto Druso Minore
e quindi nuora di Tiberio. Pertanto abbiamo
un perfetto rapporto di corrispondenza fra
i tre defunti nell'ordine superiore (Augusto,
Germanico e Druso) e le tre vedove nell'ordine
di mezzo (Livia, Agrippina e Livilla).
Rimane ancora da stabilire
l'identità dell'unica
donna in piedi (no 4, fig. 2): in confronto
alle tre vedove sedute deve trattarsi di
una figura di rango leggermente inferiore,
probabilmente piú giovane. Essa abbraccia
Nerone e sembra contemporaneamente aiutarlo
a sistemarsi l'elmo sulla testa: si tratta
di un gesto molto intimo, concepibile solo
fra madre e figlio o fra moglie e marito.
Di queste due possibilità la prima è da scartare,
il quanto la madre di Nerone è già stata
identificata con la donna seduta no 6. La
no 4 quindi non potrà essere che Giulia:
figlia di Druso (no 12, fig. 2) e di Livilla
(no 8, fig. 2), e quindi nipote di Tiberio.
Il matrimonio fra Nerone e Giulia nell'anno
21 aveva stabilito un nesso ancora piú stretto
fra i due rami della gens Julia: la
famiglia di Druso e quella di Germanico.
Tuttavia, stabilire l'identità dei singoli
personaggi non costituisce che un primo passo.
Per capire il significato dell'immagine nel
suo complesso bisogna ricordare la situazione
politica di quegli anni e soprattutto considerare
la problematica dinastica (vedi lo stemma
genealogico della famiglia: Fig.19, in neretto
sono i nomi dei personaggi che compaiono
sul cammeo). Augusto, nel 4, aveva adottato
il figlio di primo letto di sua moglie Livia,
Tiberio; questi a sua volta era stato indotto
ad adottare Germanico, il figlio di suo fratello
Druso Maggiore. Il senso della doppia adozione
era abbastanza chiaro: garantire una successione
a lunga scadenza e assicurare una posizione
di preferenza a Germanico, marito di Agrippina,
discendente diretta di Augusto (contrariamente
a Tiberio). Dopo la morte di Tiberio - secondo
il disegno di Augusto - il potere sarebbe
passato nelle mani non del figlio di Tiberio,
Druso Minore, bensí di Germanico. Ma il progetto
era destinato a dissolversi. Nel 17 Tiberio
affidò a Germanico l'incarico di ristabilire
l'ordine nelle province orientali. Mentre
le operazioni erano appena iniziate, nel
19, Germanico si ammalò e morì nel corso
di pochi giorni. Veniva così a mancare il
successore previsto a suo tempo da Augusto;
a Tiberio, che ormai aveva superato la sessantina,
si presentavano diverse possibilità: egli
avrebbe potuto designare come successore
suo figlio Druso, a suo tempo posto in secondo
piano da Augusto; oppure avrebbe potuto dare
la preferenza ai figli di Germanico, suoi
nipoti per adozione (che per parte di madre
discendevano direttamente da Augusto). Pare
che Tiberio optasse piuttosto per la prima
alternativa. Nel 23 fu coniata una moneta
con il ritratto di Druso (Fig. 8), dotata
di un'iscrizione che sottolinea il rapporto
genealogico: Druso Cesare, figlio di Tiberio
Augusto, nipote del Divo Augusto; forse Tiberio
si accingeva a presentare ufficialmente Druso
come suo successore, ma pochi mesi dopo l'emissione
della moneta questi moriva. A questo punto,
venivano inevitabilmente alla ribalta i figli
di Germanico.
Ed ecco i tre figli di
Germanico comparire anche sul nostro cammeo.
Dei tre naturalmente
quello piú importante è il maggiore, Nerone,
piazzato in posizione preminente, direttamente
di fronte al trono imperiale, in atto di
assumere da Tiberio un incarico militare,
probabilmente il comando di una spedizione
contro il tradizionale nemico orientale,
i Parti (infatti vediamo una figura in abito
orientale, seduta per terra in atteggiamento
contrito, fra Livia ed Agrippina: probabilmente
una personificazione della Parthia).
Partendo per l'oriente, Nerone si mostra
pronto a calcare le orme del padre, che proprio
durante una spedizione contro i Parti era
prematuramente deceduto. A sinistra e a destra
vediamo i fratelli di Nerone, i quali con
il loro atteggiamento dinamico preludono
a futuri successi militari: Druso portando
sulle spalle un trofeo, Caligola calcando
un mucchio di armi tolte ai nemici. Questo
preludio è tanto piú importante in quanto
Nerone stesso all'epoca non aveva ancora
personalmente dato alcuna prova di perizia
militare: poteva vantare solo la fama ereditata
dal padre. Ma il senso dell'immagine va assai
oltre i preparativi per una spedizione militare.
La posizione privilegiata di Nerone come
emissario ed interlocutore diretto di Tiberio
lo qualifica non solo per il comando militare,
ma anche come potenziale erede al trono.
Che il cammeo del resto ponga l'accento proprio
sulla successione dinastica, è reso perfettamente
chiaro dalla presenza, in cielo, di Augusto,
Germanico e Druso. Non si tratta quindi solo
della guerra contro i Parti: si tratta della
continuità della gens Julia e di chi
sarà chiamato a succedere a Tiberio. Questo
aspetto viene reso ancora piú evidente dal
personaggio no 13, fig. 2, che sembra portare
Augusto sulle spalle: si tratta con ogni
probabilità di Julus, figlio di Enea;
questo mitico fondatore della gens Julia è rappresentato
in abito orientale, quanto mai appropriato
per un Troiano, e con in mano una sfera da
identificare con il globo celeste, simbolo
dell'impero romano che si estende su tutto
il mondo. Il messaggio complessivo del cammeo è abbastanza
chiaro. Se però cerchiamo di situarlo nel
contesto politico dell'epoca, questo messaggio
acquista delle implicazioni quanto mai minacciose.
Riferendosi alla successione di Tiberio,
il cammeo tocca un punto assolutamente nevralgico
della politica di quegli anni.
Dopo la morte di Druso
era quasi inevitabile che l'attenzione
generale si concentrasse
sui figli di Germanico. Tiberio stesso parve
prendere posizione in questo senso. Subito
dopo la morte di Druso, ancora prima che
si celebrasse il funerale, Tiberio partecipò ad
una seduta del senato, dove - senza mostrare
lui stesso alcun turbamento - prese a consolare
i senatori in lacrime. "Rammaricò quindi
l'inesperta giovinezza dei nipoti [si tratta
dei figli gemelli di Druso e Livilla], il
declinare dell'età propria, e chiese che
fossero introdotti i figli di Germanico,
unico sollievo alle sue angosce presenti.
Escono i consoli, confortano con le loro
parole quei giovanetti, e li accompagnano
alla presenza di Cesare. Il quale, presili
per mano, esclama: Padri coscritti, questi
orfani del padre, io li avevo affidati allo
zio, invocando da lui [...] di averli cari
come fossero del suo stesso sangue, di educarli
per se e per i posteri. Toltomi Druso, a
voi queste istanze io rivolgo, a voi io qui
pubblicamente elevo, nel nome degli dei e
della patria, questa invocazione: i pronipoti
di Augusto, i discendenti di cosí illustri
avi, accogliete voi, voi guidate, compiendo
l'ufficio vostro e mio"; e rivolto a Nerone
e Druso aggiunge: "costoro terranno luogo
per voi di genitori; la condizione nella
quale siete nati è tale, che tutto ciò che
vi accade, di bene o di male, tocca l'interesse
dello Stato" (Tac. Ann. 4, 8, 3-5).
Le parole che Tacito qui mette in bocca
a Tiberio sono altisonanti, solenni, piene
di pathos - e allo stesso tempo stranamente
povere di significato concreto. Il principe
esorta il senato ad adottare i figli di Germanico.
Ma che cosa significa? Il ruolo di padre
adottivo può solo essere assunto da un individuo,
e non da un organo collettivo come il senato.
Tutto sarebbe stato perfettamente chiaro
se Tiberio avesse lui stesso adottato i tre
orfani: esattamente come a suo tempo Augusto
aveva adottato Caio e Lucio Cesare, dopo
la morte di Agrippa. Ma Tiberio se ne guarda
bene. E l'accenno a ciò che "di bene o di
male" potrà accadere a Nerone e a Druso,
si lascia intendere anche come una sottile
e velata minaccia. Ciononostante: è molto
probabile che la maggioranza dei senatori
abbia interpretato il discorso di Tiberio
come una chiara investitura: evidentemente
il principe desiderava che Nerone e Druso
venissero considerati come i suoi futuri
eredi. Ma questa interpretazione doveva presto
rivelarsi prematura.
All'inizio dell'anno
24, i pontefici ed altri sacerdoti inclusero
i nomi di Nerone
e Druso nella rituale preghiera di capodanno
per la salute del Principe. Questi reagì immediatamente
e con inopinata violenza, come se l'avere
associato al suo nome anche quello di Nerone
e di Druso costituisse un affronto inaudito.
Tiberio, fatti chiamare i pontefici, duramente "li
apostrofò se avessero per avventura obbedito
alle preghiere e alle minacce di Agrippina".
In altre parole: Tiberio sospetta un intrigo
contro di lui e vede come probabile iniziatrice
del medesimo la madre dei tre ragazzi. Piú tardi,
in Senato, Tiberio insiste ancora sull'accaduto "per
ammonire che pel futuro nessuno si permetta
di esaltare con prematuri omaggi l'animo
dei giovani, facilmente eccitabile, alla
superbia" (Tac. Ann. 4,17,1). Queste
parole facevano rientrare nei ranghi i figli
di Germanico e rendevano priva di fondamento
ogni speculazione sulla successione al trono.
Questa situazione d'incertezza
non è più cambiata.
Tiberio (come nessun altro imperatore) si è pervicacemente
rifiutato di designare un successore, lasciando
la questione in sospeso, per anni ed anni.
Ancora nel 35, a 76 anni (e due anni prima
di morire), Tiberio redasse un testamento
in cui nominava non uno ma due eredi del
suo patrimonio privato (e quindi due eredi
pari passu anche sul piano politico): il
più giovane dei figli di Germanico, Caio
detto Caligola, ed il suo nipote Tiberio
Gemello, figlio di Druso: rifiutando anche
in questa occasione di dare la preferenza
all'uno o all'altro. Questo continuo ed ostinato
rifiuto di una presa di posizione è spesso
stato interpretato come segno di debolezza:
mi sembra assai più probabile scorgervi il
segno di una deliberata strategia politica.
Come è noto, Augusto aveva perseguito una
strategia perfettamente opposta, cercando
di designare prima possibile e nel modo più chiaro
possibile il suo futuro successore (anche
se poi i successori designati erano sempre
morti prima del tempo: ad eccezione, infine,
di Tiberio). La chiarezza della successione
era strettamente legata alla stabilità del
potere. L'autorità del Principe, sia all'interno
della famiglia che sul piano politico, era
indiscussa; un'opposizione degna di questo
nome sembra non sia esistita; in un'unica
occasione, nel 23 a. C., pare ci sia stato
da parte di un gruppo di senatori un tentativo
di porre fine al potere di Augusto: tentativo
frustrato e mai piú ripetuto. Augusto poteva
fare pieno affidamento sia sull'appoggio
dei sudditi che sulla lealtà dell'eventuale
successore: e proprio per questo era in grado
di designare un successore senza mettere
minimamente in pericolo il proprio potere.
Ai tempi di Tiberio la situazione era
profondamente cambiata. I rapporti all'interno
della famiglia erano caratterizzati da
sospetti reciproci e da paura: almeno dalla
morte di Germanico in poi. Questa morte
era stata poco chiara: di malattia, si
diceva; ma Germanico stesso era certo di
essere stato avvelenato, e non pochi vedevano
in Tiberio il probabile mandante (Suet. Tib.
52, 3). Questi sospetti erano, probabilmente,
privi di fondamento: ma il loro risultato
psicologico, anche all'interno della famiglia
imperiale, deve essere stato devastante.
D'altra parte anche il clima politico generale
era tutt'altro che roseo. I primi approcci
fra Tiberio imperatore ed il senato furono
freddi e improntati ad una reciproca diffidenza.
Con il passare del tempo poi divenne sempre
più frequente che i senatori, per ingraziarsi
il sovrano, si denunciassero a vicenda:
i processi contro i denunciati si concludevano
regolarmente con pesanti condanne, in genere
a morte. Il risultato finale fu una specie
di regime di terrore: "Non mai come in
quella occasione la cittadinanza fu invasa
dall'angoscia e dalla paura: sospettati
financo i parenti; disertate le riunioni,
sfuggito ogni colloquio, ogni orecchio,
noto od ignoto, che ponesse ascolto; pure
le cose mute e morte, pure i tetti e le
pareti scrutate con diffidenza" (Tac. Ann.
4, 69). Forte e persistente sembra sia
stato in Tiberio il timore di finire vittima
di una congiura: Tacito cita una lettera
ai senatori in cui Tiberio confessa "esser
la sua vita tribolata dalle ansie per il
sospetto delle insidie nemiche" (Ann.
4, 70; è chiaro che queste insidie non
possono riferirsi a nemici esterni; il
sospetto si rivolge verso l'interno); secondo
Svetonio, Tiberio era solito dire di sentirsi
come uno che tiene un lupo per le orecchie
( Tib. 25,1). I sospetti sicuramente
non erano del tutto infondati. D'altra
parte anche fra i senatori malcontenti
e che eventualmente avrebbero appoggiato
una congiura non vi era nessuno che avesse
avuto l'intenzione di ristabilire la repubblica.
Era ormai chiaro a tutti che il senato
aveva bisogno di un Principe, e quindi
- nel caso della morte di Tiberio - di
un successore. Che cosa sarebbe accaduto,
se Tiberio avesse acconsentito a designare
un erede? La rosa dei potenziali candidati
era stretta: vi era un generale consenso
che non poteva trattarsi che di un membro
della famiglia imperiale. Ma, dopo la morte
di Druso Minore, proprio all'interno della
famiglia non vi era più nessun candidato,
della cui lealtà Tiberio avrebbe potuto
fidarsi pienamente. Qualsiasi successore
avrebbe necessariamente finito per costituire
un'alternativa a Tiberio stesso. Questo
avrebbe rafforzato l'opposizione ed indebolito
la posizione di Tiberio: forse addirittura
messo in pericolo la sua vita. Date queste
premesse, il rifiuto da parte di Tiberio
di designare un successore obbedisce ad
una chiara strategia politica: impedire
che l'opposizione trovi un punto di riferimento
in un potenziale successore e quindi in
una concreta alternativa personale al principe
regnante, mantenendo l'opposizione divisa
e priva di prospettive. Questa strategia
evidentemente ha avuto successo: dopo tutto
Tiberio, nonostante il continuo timore
di una congiura, è rimasto al potere fino
al 37 ed è riuscito a morire nel suo letto.
Vista in questa luce
la violenta reazione di Tiberio all'inclusione
dei nomi dei
due figli di Germanico nella preghiera
di capodanno (omaggio in fin dei conti
del tutto innocuo) acquista il carattere
di un segnale politico molto preciso: si
trattava di far capire a tutti che non
vi era nessun erede designato e che la
successione continuava ad essere una questione
aperta. Le allusioni di Tiberio ad eventuali
minacce rivolte ai pontefici da parte di
Agrippina o al carattere ancora immaturo
dei due giovani sono abbastanza chiare;
peraltro c'era, nelle immediate vicinanze
di Tiberio, chi usava un linguaggio assai
più esplicito e violento. Seiano ad esempio,
il potente prefetto dei pretoriani e confidente
stretto di Tiberio, era prontissimo ad
interpretare ogni appoggio dato ai figli
di Germanico come un atto d'insubordinazione
nei confronti del Principe e a dipingere
lo spettro di una rivolta. Seiano (scrive
Tacito) "insistentemente premeva, denunciando
esser la cittadinanza intera divisa in
fazioni, come in una guerra civile; esservi
molti che si dichiaravano partigiani di
Agrippina, e se non vi si ponesse un freno
sarebbero diventati sempre di piú: di non
vedere altro rimedio alla crescente discordia,
che la pronta eliminazione di alcuni fra
i piú temerari" (Ann. 4, 17, 3;
cfr. Suet. Tib. 54).
Date queste permesse è facile capire come
i rapporti fra Tiberio e Agrippina diventassero
sempre più tempestosi. Nell'anno 26 una
cugina di Agrippina viene accusata di preparare
incantesimi contro Tiberio; Agrippina,
sentendosi minacciata anche lei, corre
da Tiberio per difendere la cugina e "per
combinazione lo trova in atto di sacrificare
ad Augusto". Esasperata, Agrippina "esclama
che un sacrificio al divo Augusto mal conviene
a chi di Augusto perseguita la discendenza;
che lo spirito divino di Augusto non risiede
in mute statue, ma bensì in lei stessa,
Agrippina, immagine vivente di lui e nata
dal suo sangue divino" (Ann. 4,52).
Lo sguardo, che sul cammeo Agrippina rivolge
direttamente ad Augusto, trova qui un corrispettivo
preciso. Ma sia lo sguardo che le parole
riportate da Tacito sono altamente pericolose,
in quanto si riferiscono effettivamente
ad un punto debole di Tiberio: Tiberio
stesso per nascita non era membro della gens
Julia, nelle sue vene correva il sangue
della gens Claudia: sangue indiscutibilmente
nobilissimo, ma non sangue di Augusto;
Agrippina, al contrario, era nata dal sangue
di Augusto e poteva quindi definirsi "immagine
vivente di lui".
A fare ulteriormente
precipitare la situazione contribuí un intrigo di Seiano. Questi "fece
avvertire Agrippina, a mezzo di persone
che le si fingevano amiche, che Tiberio
tramava per avvelenarla, e che si guardasse
dai banchetti del suocero [Tiberio, in
quanto padre adottivo di Germanico]. Agrippina,
incapace di fingere, giacendo a mensa presso
Tiberio se ne stava rigida in volto e muta,
e non toccava cibo; finché Tiberio, a caso,
o perché messo sull'avviso, per sottoporla
a più sicura prova, lodata la bontà di
certe mele, gliene porse personalmente
una. Agrippina, ulteriormente insospettita,
passò il frutto ai servi senza neppure
accostarlo alla bocca. Tiberio, senza rivolgersi
a lei direttamente, disse alla madre che
non sarebbe sembrato inopportuno adottare
misure piú severe verso una persona che
evidentemente lo riteneva capace di veneficio" (Tac. Ann.
4, 54). Le parole di Tiberio sono apertamente
minacciose: chi accusa di veneficio il
Principe si autoproclama inimicus principis e
quindi hostis populi romani; le
conseguenze sono drastiche e potenzialmente
letali: l'inimicizia nei confronti del
Principe e del popolo romano infatti costituisce
un delitto ed è passibile di morte.
Nell'anno 27 Tiberio
si ritirò in Campania,
per non mettere mai più piede a Roma. A
controllare la situazione a Roma rimase
Seiano. I risultati non si fecero attendere
a lungo. Poco dopo la partenza di Tiberio,
Agrippina e Nerone furono sottoposti dapprima
agli arresti domiciliari, poi processati,
dichiarati nemici del popolo romano e deportati
in due piccole isole del Tirreno; sia l'uno
che l'altra furono probabilmente sottoposti
a violenti maltrattamenti: Agrippina perse
un occhio (Suet. Tib. 54, 3; 61,1);
ambedue morirono in prigionia, Nerone nel
31, Agrippina nel 33. Nel frattempo era
stato messo sotto accusa anche il secondogenito
di Germanico, Druso; fu anche lui dichiarato
nemico del popolo Romano, imprigionato
sul Palatino e lasciato morire di fame
nella sua cella (Suet. Tib. 54,
2). A questo punto, nel 33, dei figli di
Germanico l'unico sopravvissuto era Caio
detto Caligola; verso la fine dell'anno
30 era andato a vivere a Capri insieme
a Tiberio; nel 35 Tiberio fece testamento,
nominando suoi eredi Caligola e Tiberio
Gemello, il figlio di Druso Minore. Nel
37, morto Tiberio, Caligola sarà proclamato
imperatore e costringerà subito dopo Tiberio
Gemello al suicidio, ben sapendo che la
mera esistenza di un successore designato
metteva in pericolo il suo potere.
Torniamo al nostro
cammeo: quando può essere
stato commissionato, e da parte di chi?
L'arco di tempo in cui se ne può collocare
la fabbricazione è quanto mai stretto:
l'iconografia del cammeo presuppone la
morte di Druso Minore nel 23 e non è pensabile
dopo l'arresto di Agrippina e Nerone nel
27. Il cammeo quindi deve essere stato
eseguito fra il 23 e il 27 al piú tardi;
probabilmente fu commissionato subito dopo
la morte di Druso, quando effettivamente
molte erano le ragioni per ritenere che
i figli di Germanico fossero ormai predestinati
alla successione. Chi può essere stato
il committente? Abbiamo due sole certezze:
deve essere stato un esponente di primissimo
piano dell'élite imperiale, ricco e potente;
e non può assolutamente essere stato Tiberio.
Sul cammeo non vi è traccia dei due giovanissimi
figli di Druso. Vengono invece messi in
evidenza i tre figli di Germanico: sono
loro a costituire la speranza della gens
Julia e quindi dell'intero popolo romano;
il primogenito, Nerone, viene inequivocabilmente
presentato come candidato alla successione.
Il cammeo quindi fa esattamente quello
che Tiberio ha sempre accuratamente evitato
di fare: prende posizione per quanto riguarda
il problema della successione. Ma anche
se non conosciamo l'identità del committente,
possiamo essere abbastanza sicuri dello
scopo della committenza: il cammeo non
poteva essere che un regalo e per un regalo
di questo calibro non è pensabile che un
unico destinatario.
La pietra deve provenire
dall'India. Le sardoniche striate erano
enormemente preziose. Plinio nella Naturalis
Historia (37, 78, 204) le menziona
al terzo posto, dopo diamanti e smeraldi;
l'oro, in confronto, non occupa che la
decima posizione. Inoltre una pietra di
queste dimensioni (ricordiamo che si tratta
del cammeo più grande che sia mai stato
prodotto) deve essere costata una fortuna.
Un oggetto così non poteva essere destinato
che all'imperatore. Questo probabilmente
non vale solo per il Grand Camée: anche
altri cammei di livello simile saranno
da interpretare come regali destinati all'imperatore.
In genere questi cammei di altissima qualità sono
stati considerati in chiave esattamente
contraria: come delle commissioni imperiali,
la cui iconografia costituirebbe un'espressione
immediata ed autentica delle concezioni
dell'imperatore stesso ad uso di un cerchio
ristretto di fedelissimi. Se invece consideriamo
il Principe non come il committente, ma
come il destinatario, i cammei si presentano
in una luce molto diversa. Con un regalo
come questo il committente cercava di blandire
l'imperatore, di indovinarne le intenzioni,
forse anche di incoraggiarne certe decisioni.
Prendiamo in considerazione, ad esempio,
la cosiddetta Gemma Augustea, un cammeo
di altissima qualità oggi a Vienna (Fig.
20)[11]. Eseguito pochi
anni prima della morte di Augusto, esso
mostra il Principe seduto accanto alla
dea Roma; di fronte ad Augusto vediamo
Germanico in abito militare e Tiberio in
atto di scendere da un cocchio guidato
da una vittoria. L'iconografia evidentemente
si riferisce alla doppia adozione dell'anno
4, che aveva fatto di Tiberio il figlio
di Augusto e di Germanico il figlio di
Tiberio. Il committente della Gemma Augustea
aveva avuto buon gioco; le intenzioni di
Augusto relative alla successione erano
perfettamente chiare; non era difficile
indovinarle ed applaudirle: il regalo avrebbe
fatalmente incontrato il favore del destinatario.
Completamente diverso è il caso del Grand
Camée. Sotto il regno di Tiberio la questione
della successione era diventata sempre
più imperscrutabile: l'imperatore si ostinava
a tacere e ogni tentativo di indovinarne
le intenzioni poteva rivelarsi come un
grave errore; tanto maggiore però sembrava
il premio per chi riusciva a cogliere nel
segno. Il committente del Gran Cammeo ha
voluto prendere posizione: egli manifesta
la sua fedeltà alla gens Julia,
all'interno della quale mette però in evidenza
del tutto speciale i figli di Germanico
e presenta Nerone come candidato alla successione.
Ricordo ancora una
volta le minacciose parole che Tacito
mette in bocca a Seiano: "esservi
molti che si dichiaravano partigiani di
Agrippina, e se non vi si ponesse un freno
sarebbero diventati sempre di più: di non
vedere lui, Seiano, altro rimedio alla
crescente discordia, che la pronta eliminazione
di alcuni fra i più temerari". Tacito naturalmente
ha scritto questo ex eventu, ben
sapendo come erano finiti Agrippina ed
i suoi due figli maggiori. Il cammeo dimostra
che questo esito drammatico, non era facilmente
prevedibile dai contemporanei: neanche
da un alto personaggio dell'élite senatoria
(un committente di rango minore per il
nostro cammeo è impensabile). Il cammeo
potrebbe essere stato commissionato subito
dopo la morte di Druso, quando i figli
maggiori di Germanico sembravano essere
di gran lunga i favoriti per la successione;
ma l'esecuzione del cammeo deve inevitabilmente
aver richiesto del tempo: è praticamente
da escludere che il regalo sia stato consegnato
al Principe ancora prima che si verificasse
l'incidente delle preghiere di capodanno.
Evidentemente, anche dopo questo incidente
il committente del cammeo non aveva perduto
il suo ottimismo, restando fermo nel suo
appoggio ai figli di Germanico, ma lontanissimo
dal considerare questo appoggio come una
mancanza di lealtà nei confronti di Tiberio
stesso. Anzi: egli proclama ad alta voce
la sua fedeltà a tutta la gens Julia e
la sua speranza che Tiberio scelga finalmente
un successore, ponendo fine all'insicurezza,
alle speculazioni ed agli intrighi. Se
non vi fossero stati dei senatori che nutrivano
una tale speranza, il cammeo non sarebbe
stato prodotto. Quanto a me, mi sarebbe
piaciuto essere presente alla presentazione
del regalo e vedere la reazione di Tiberio.
Non avrei invece voluto trovarmi nei panni
di chi fece il regalo. Il cammeo era destinato
a portare disgrazia e morte: probabilmente
al committente, sicuramente ad Agrippina
ed ai suoi figli maggiori; pochi anni dopo,
nessuno di loro era piú in vita.
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