Clizia Magoni – Rossana Silvagni
Guerre
di religione e violenze rituali. Immagini
dalla Francia del Cinquecento
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La notte del 24 agosto 1572,
la città di Parigi fu protagonista
di uno degli episodi di violenza più
tristemente noti tra quelli che insanguinarono
la Francia durante le guerre di religione
della seconda metà del XVI secolo.
Il popolo parigino, intimamente pervaso
dal sentimento di eseguire un comando imperativo
di Dio [1], si rese responsabile di un incontrollato
massacro di ugonotti presenti in gran numero
nella capitale del regno per assistere alla
celebrazione del matrimonio pacificatore
tra Margherita di Valois e Enrico di Navarra.
Nella notte di San Bartolomeo, le strade
della città fecero da scenario al
feroce accanimento dei cattolici sui corpi
degli eretici, come illustra magistralmente
l’immagine tratta dall’anonimo
manoscritto cinquecentesco intitolato De Tristibus Galliae carmen [2].
Le 39 tavole che corredano
questo poema in latino di circa 3000 versi,
offrono una preziosa sintesi figurativa
dei comportamenti rituali della violenza
messi in atto, nel corso dei conflitti religiosi
francesi, tanto dai protestanti quanto dai
cattolici. L’autore delle immagini,
presumibilmente dipinte nel penultimo decennio
del XVI secolo, ha infatti scelto di costruire
questo pamphlet di propaganda cattolica
attraverso alcuni episodi di violenza sacrale.
La carne del nemico, martoriata attraverso
le torture più fantasiose, bruciata,
flagellata, purificata, ma soprattutto esibita
in tutta la sua esplicita peccaminosità,
manifesta simbolicamente le colpe della
comunità intera: l’eretico,
reo di avere attirato sulla Francia le peggiori
sciagure, non merita neanche la pace eterna
di una sepoltura e attende l’ormai
imminente venuta di un Dio implacabile e
vendicativo.
Il ricorso a tali pratiche,
sempre più efferate, di tortura e
profanazione del corpo, può essere
compreso alla luce degli studi condotti
da Denis Crouzet sui riti della violenza
nell’ambito della cosiddetta cultura
dell’angoscia [3]
propria della prima metà del ’500.
Il periodo che precedette l’inizio
delle guerre di religione fu permeato dal
sentimento collettivo che l’umanità
si fosse macchiata di tali e tanti peccati
che la punizione divina non avrebbe tardato
ad abbattersi su di essa. Le tracce dell’imminenza
della fine, interpretate dai predicatori
e riportate da almanacchi e pamphlet,
fomentavano il panico escatologico. La diffusione
delle dottrine calviniste cominciò
ad essere interpretata come il segno tangibile
della maledizione scagliata da Dio sul regno
di Francia, ma nello stesso tempo la presenza
sempre più crescente di ugonotti
fu vista dai cattolici come il mezzo per
poter ricongiungersi a Dio nella violenza
che egli aveva profetizzato di dover compiere
sui corpi dei suoi nemici[4]. Uccidendo
e massacrando gli eretici, ogni fedele poteva
sperare nella propria salvezza ed elezione
presso Dio.
Dietro il tentativo di inscrivere materialmente
sul corpo dell’eretico la manifestazione
della sua colpevolezza si celava quindi
la proiezione di una soffocante angoscia
personale, acuita dalla consapevolezza dell’approssimarsi
del Giudizio divino. Ogni esercizio, discorso
o rappresentazione della violenza può
quindi essere inteso come una manifestazione
contingente della considerazione sacrale,
e al tempo stesso salvifica [5], della violenza
stessa di fronte all’inquietante consapevolezza
dell’ineluttabilità della propria
fine. In tal senso, le differenze comportamentali
manifestatesi nell’esercizio dei riti
sacrificali possono essere interpretate
come l’espressione di un diverso atteggiamento
di cattolici e protestanti nei confronti
dell’idea della morte. Nelle violenze
commesse dagli ugonotti è possibile
ravvisare una riproposizione, in chiave
sarcastica e chiaramente denigratoria, dei
comportamenti rituali messi in atto dai
cattolici durante la celebrazione dei sacramenti
e di tutte le pratiche legate al passaggio
dell’individuo nell’aldilà [6].
I riformati non temevano il passaggio dalla
vita alla morte, quanto piuttosto l’ira
divina di fronte alla presunzione della
Chiesa di Roma di gestire la devozione dei
fedeli.
Dietro questi comportamenti rituali si
celava un rifiuto volontario e puntuale
di tutta la simbologia cattolica. In particolare,
gli ugonotti si accanivano contro tutto
ciò che ricordava loro la volontà
della Chiesa di frapporsi fra l’uomo
e il divino, causa di una frattura nel rapporto
d’amore esclusivo fra l’individuo
e Dio.
Se i protestanti mettevano in scena il
rifiuto dell’apparato liturgico e
la volontà di ristabilire un rapporto
sincero con il divino, i cattolici teatralizzavano
invece la paura dell’approssimarsi
dell’incontro con Dio. È infatti
possibile riconoscere, negli episodi di
violenza in cui i carnefici sono i fedeli
di Roma, una sorta di rappresentazione dell’apocalisse,
una vera e propria messa in scena del Giudizio
divino e di tutte le sue conseguenze [7].
Le vittime della violenza cattolica subivano,
all’atto della morte, tutte le pene
che sarebbero state inflitte loro nell’aldilà,
secondo il principio del contrappasso; esse
venivano marchiate con segni di possessione
infernale, sistemate in pose oscene che
ne rendessero evidentemente manifesti i
peccati carnali più orribili. I cadaveri
venivano deformati, trattati come carcasse
di animali, allontanati simbolicamente dalla
loro dimensione umana perché loro
stessi si erano irrimediabilmente compromessi
mentre erano ancora in vita. La rappresentazione
della strage di San Bartolomeo contenuta
nel De Tristibus mostra alcuni dei comportamenti
rituali della violenza cattolica: i protestanti
vengono legati e trascinati, i cadaveri
vengono caricati sui carri, come carcasse
di animali appunto, e gettati nella Senna.
La disumanizzazione del corpo dell’eretico
caratterizza tutte le tavole del manoscritto:
gli ugonotti sono infatti ritratti sempre
in veste di scimmia, ma con abiti e atteggiamenti
umani.
Nelle immagini del De Tristibus che raffigurano
i riti della violenza protestante, gli episodi
di iconoclastia e di accanimento sul corpo
dei cadaveri compiuto dai seguaci di Calvino
vengono messi in relazione, più o
meno esplicitamente, con l’avvento
imminente dell’apocalisse. In alcune
illustrazioni, la scelta del soggetto narrativo
cade su quegli avvenimenti che nel XVI secolo
venivano letti ed interpretati come presagi
dell’imminenza del giudizio divino.
Una tavola ha per oggetto un forte terremoto
ed una tempesta violenta, un’altra
mostra una scena di follia, un’altra
ancora rappresenta la visione apocalittica
di una battaglia fra due eserciti celesti.
Un’immagine mostra l’epifania
di una Madonna con bambino.
In queste tavole, il pittore sfrutta una
serie di artifici compositivi per veicolare
la fruizione degli eventi raffigurati e
impedirne una libera lettura. Nelle modalità
rappresentative degli atti di profanazione
dei cadaveri e di accanimento sul corpo
dei membri del clero, la manipolazione del
meccanismo enunciativo [8] a scopo propagandistico
risulta più accentuata. L’autore
delle immagini utilizza le potenzialità
comunicative dell’enunciazione figurativa
per condannare non solo il comportamento
degli ugonotti, ma tutto quanto il culto
protestante.
La tavola che apre il De
Tristibus, un’allegorica rappre-sentazione
della presa della città di Lione
nel 1562, sfrutta un episodio realmente
accaduto per ridicolizzare l’atteggiamento
dei riformati nei confronti del rito dei
sacramenti. Questa prima immagine ha consentito
al curatore dell’edizione ottocentesca,
Lèon Cailhava [9],
di avvicinare il De Tristibus ad
altri due pamphlet [10]
pubblicati nella seconda metà del
XVI secolo a Lione, e sostenere quindi una
presunta origine lionese del manoscritto
da lui dato per la prima volta alle stampe
nel 1840. I frontespizi dei due libelli,
infatti, per contenuto ed impostazione figurativa,
sono praticamente identici alla tavola che
apre il De Tristibus. I protestanti
vi sono raffigurati in veste di scimmie
nell’atto di cavalcare e domare un
leone, evidente simbolo della città
e della Francia intera sotto il giogo dei
riformati. Sulla sinistra, alcuni soldati-scimmie
sono intenti ad ascoltare rapiti una sorta
di predica di fronte ad un pulpito improvvisato,
mentre altri si allontanano carichi di oggetti
preziosi, forse sacri, frutto del saccheggio
della città. Sullo sfondo, infine,
alcuni protestanti torturano sadicamente
un crocifisso.
La scelta di inserire nella tavola quest’ultimo
motivo iconografico estraneo all’evento
rappresentato, ma perfettamente decodificabile,
offre a chi osserva l’immagine una
duplice possibilità di lettura: il
pittore può avere rappresentato,
attraverso la messa in scena allegorica
di un episodio realmente accaduto, una parodia
della celebrazione del sacramento eucaristico.
In tal senso, la predica dal pulpito e la
scimmia che regge un calice molto simile
a quelli usati durante la Messa, possono
essere considerate come simboli di alcuni
momenti della celebrazione dell’eucarestia,
che ha il suo culmine, appunto, nella crocifissione.
Il pittore può quindi avere scelto
di inserire una serie di oggetti emblematici
avulsi dal contesto e una piccola citazione
dal repertorio canonico dell’iconografia
cristiana, allo scopo di svelare il reale
significato dell’immagine. La prima
tavola del De Tristibus può essere
dunque interpretata come una messa in scena
della tanto dibattuta questione della transustanziazione.
L’autore ha deliberatamente attribuito
ai calvinisti il comportamento che questi
ultimi denunciavano nei cattolici: gli ugonotti
ritenevano che la celebrazione stessa del
rituale dell’eucarestia fosse un’accozzaglia
di gesti scimmieschi, ridicoli e chiassosi;
d’altro canto, anche i fedeli di Roma
accusavano i riformati di “scimmiottare”
la fedeltà a Dio [11].
La scelta della scimmia come
animale simbolo per rappresentare gli ugonotti,
sembra avvalorare l’ipotesi secondo
la quale la presa di Lione nasconderebbe
una celebrazione del rito di dissacrazione
parodistica dell’eucarestia attraverso
il quale i protestanti manifestavano il
loro rifiuto nei confronti di tutto l’apparato
rituale del culto cattolico. Al di là,
infatti, dell’interpretazione etimologica
della parola huguenaux come una
storpiatura del termine francese guenaux
che indica una razza di scimmie, è
molto più probabile che la scelta
dell’animale, in questo caso, sia
dovuta ad altri motivi. Il pittore può
avere infatti volutamente rappresentato
gli ugonotti proprio nella veste di quell’animale
che i protestanti avevano scelto per denigrare
i sacerdoti cattolici intenti a celebrare
la Messa [12].
Nelle immagini del De Tristibus l’autore
ricorre più volte a questa forma
di ribaltamento, attribuendo agli ugonotti
dei comportamenti che erano invece considerati
come parte integrante della violenza cattolica.
La tavola che ha per oggetto la descrizione
di alcuni atti di violenza protestante durante
la presa della città di Nîmes
mostra, per esempio, una commistione fra
i diversi rituali dei cattolici e dei riformati.
Il pittore rappresenta, accanto all’impiccagione
di un frate, la profanazione di un cadavere
le cui viscere vengono date in pasto ad
un cavallo. Sulla destra, un uomo legato
a due maiali, viene presumibilmente trascinato
per la città come una bestia. Se
l’accanimento dei riformati sul corpo
dei membri del clero rientrava perfettamente
nelle dinamiche della violenza protestante,
al contrario l’utilizzo degli animali
per le torture e la scelta stessa di trattare
il corpo dei nemici alla stregua delle carcasse
delle bestie, apparteneva alla ritualità
dei cattolici [13].
Nella stessa figura l’autore inserisce
in alto a sinistra una piccola apparizione
di una Madonna con bambino. La scelta di
posizionare l’epifania al termine
della diagonale che incrocia il cattolico
sottoposto a torture e il frate impiccato,
può essere indice di una precisa
volontà del pittore di sottolineare
il percorso che il fedele compie dopo la
morte: questa immagine può dunque
essere letta come una rinnovata affermazione
del ruolo di mediazione attribuito dalla
Chiesa di Roma al clero, ai santi e alla
Madonna e come una manifestazione della
presenza divina anche nel martirio.
Nel De Tristibus si trovano molte altre
tracce della volontà di rappresentare
la manifestazione divina nelle vicende del
regno francese: una tavola mostra una città
sconvolta da piogge di sassi e terremoti,
con chiese che crollano e cadaveri sparsi
ovunque, una sorta di visione escatologica
babilonese. Un’altra propone la rappresentazione
di una battaglia fra due eserciti celesti.
Infine, anche la tavola dedicata alla morte
di Carlo IX, e quella che ha per oggetto
un episodio di follia, possono essere interpretate
come consapevoli trasposizioni iconografiche
dei segni dell’ira divina.
L’illustrazione che mostra una città
investita da tempeste e terremoti, può
essere letta come una rappresentazione simbolica
della diffusione di un’epidemia di
peste, un altro dei flagelli che i cattolici
interpretavano come manifestazioni della
volontà punitiva di Dio. Gli strali
e le fiamme che escono dal cielo, infatti,
oltre ad essere una chiara rappresentazione
di tuoni e lampi, corrispondono perfettamente,
forse non a caso, ad una delle iconografie
elaborate nel ‘300 e poi perfezionate
nei secoli successivi, per indicare appunto
il contagio della peste [14].
L’aver inserito nel manoscritto una
tavola che ha per oggetto dei catastrofici
sconvolgimenti climatici non sembra lasciare
dubbi circa la volontà del pittore
di voler costruire, attraverso le immagini
del De Tristibus, una sorta di catalogo
dei segni dell’approssimarsi della
fine: temporali, terremoti, la morte di
un sovrano e le visioni apocalittiche, sembrano
dare una forma contingente a quel pensiero
escatologico che tanto affliggeva i fedeli
di Roma e che, proprio per la sua natura
opprimente, veniva teatralizzato in ogni
rituale della violenza cattolica. Le scelte
compositive di queste immagini contribuiscono
a rafforzare tale ipotesi: il pittore ha
veicolato, anche in questo caso, la fruizione
delle scene attraverso un abile accostamento
delle tavole, ordinate secondo una successione
non solo cronologica ma anche funzionale
alla propaganda cattolica. L’osservatore
è implicitamente condotto ad attribuire
la colpa dell’ira divina e della sue
manifestazioni catastrofiche all’eresia
protestante.
La volontà coercitiva dell’autore
appare più evidente nell’ultima
parte del manoscritto che si apre con la
rappresentazione di una strage compiuta
dai protestanti; a questa seguono l’illustrazione
che ha per oggetto la città sconvolta
dalla tempesta e la tavola che mostra la
visione apocalittica di una battaglia celeste.
Vi è, in quest’ordine, una
sorta di crescendo della tensione generato
in primo luogo dalla scelta dei soggetti
rappresentati che esulano, almeno in parte,
dal tema delle guerre di religione. La successione
delle immagini sembra voler suggerire come
la barbarie protestante porterà distruzione
e morte nel regno di Francia e condurrà
così alla fine del mondo.
Per accompagnare il fruitore della sua
opera nella lettura delle immagini, l’autore
introduce inoltre una sorta di commentatore
interno al quadro [15], una metafigura sovradimensionata
che funge da mediatore fra lo spazio del
libro e quello della realtà. Nella
tavola che illustra una strage operata dai
protestanti, campeggia sulla sinistra un’enorme
figura femminile, armata come un soldato,
che indica la scena con un gesto perentorio
della mano. In effetti, questo personaggio
sembra voler accompagnare lo sguardo dello
spettatore, per mezzo di una mano di dimensioni
gigantesche, verso la scena della battaglia.
La donna è totalmente estranea alla
narrazione, appartiene addirittura ad un
altro spazio fisico che sconfina nella dimensione
dello spettatore. Con analogo artificio
retorico, nella rappresentazione della notte
di S. Bartolomeo il pittore inserisce un
altro delegato dello spettatore, un mediatore
in abiti da pellegrino, forse proprio lo
stesso San Bartolomeo. Le due figure, entrambe
a lato degli eventi, sono costruite per
fornire all’osservatore la chiave
di lettura dell’immagine. La donna
armata addita la violenza protestante, una
violenza di offesa; San Bartolomeo introduce
lo spettatore alla violenza cattolica, giustificata
implicitamente come espressione della volontà
di Dio.
Il santo interpreta dunque una ruolo di
mediazione fra il fruitore dell’immagine
e la scena raffigurata. Egli può
rappresentare il ruolo mediatore dei santi
nel rapporto fra l’uomo e la sfera
del divino e, al tempo stesso, fornire una
legittimità alla strage di San Bartolomeo.
Il gesto perentorio della donna armata non
introduce solo alla violenza della battaglia
rappresentata, ma anche alle immagini successive.
Il fruitore delle illustrazioni seguenti,
che hanno per oggetto la città distrutta
e la visione celeste, è obbligatoriamente
costretto a mettere in relazione la violenza
protestante e la diffusione dell’eresia
con l’avvento dell’apocalisse.
Il pittore, quindi, ha inserito nelle immagini
che mostrano la violenza in maniera esplicita,
dei commentatori capaci di creare un legame
ottico, gestuale e semantico fra l’evento
e lo spettatore, veicolando così
la comprensione delle immagini stesse.
Il delegato dello spettatore non è
sempre estraneo all’evento rappresentato,
ma può anche essere partecipe dell’episodio
narrativo. Nel caso della tavola che mostra
la morte di Carlo IX, ad esempio, il pittore
crea un legame ottico fra i religiosi a
lato del cadavere e lo spettatore. Queste
figure, volgendo lo sguardo al di fuori
della scena per guardare presumibilmente
lo spettatore, invitano ad una fruizione
guidata dell’evento rappresentato.
Nella tavola che ha per oggetto il massacro
di San Bartolomeo, la volontà coercitiva
dell’autore risulta ancora più
evidente, non solo a causa dell’inserimento
di una colossale figura di mediazione nello
spazio dello spettatore, ma anche per la
scelta di costruire proprio questa immagine
utilizzando una forma particolarmente esplicita
del meccanismo dell’enunciazione.
La città di Parigi viene rappresentata
come una grande veduta topografica, atto
enunciativo che presuppone la presenza dichiarata
di un osservatore [16]. Il punto di vista
viene fatto coincidere, in questo caso come
in molte altre tavole del De Tristibus,
con quello di un immaginario visitatore,
e in un certo senso, la strada che conduce
all’ingresso della città parte
proprio da lui. All’interno di questa
veduta, il pittore colloca degli episodi
di violenza, che l’osservatore deve
però essere in grado di riconoscere
come espressioni della violenza cattolica:
i fedeli di Roma trascinano i protestanti
legati, li accoltellano ed infine li gettano
nella Senna. Lo spettatore partecipa virtualmente
a questi rituali perché la manipolazione
del punto di vista operata dal pittore e
la scelta stessa del tipo di enunciazione,
obbligano a farlo. L’autore di queste
immagini spinge quindi il fruitore della
sua opera a comprendere ed approvare i riti
della violenza cattolica.
Nella rappresentazione dei rituali della
violenza protestante, invece, il pittore
compie differenti scelte compositive, senza
tuttavia rinunciare ad accompagnare lo spettatore
nella fruizione delle immagini. In questo
caso, ovviamente, la partecipazione virtuale
al rito deve condurre alla condanna della
violenza, non alla sua celebrazione.
Nelle immagini dedicate ad episodi di iconoclastia,
ad esempio, l’autore suggerisce una
partecipazione alla scena rappresentata
attraverso una manipolazione del punto di
vista. In particolare in una delle tavole
dedicate alla presa della città di
Lione, l’osservatore è costretto
a vedere gli ugonotti che distruggono le
campane della chiesa di St. Just, dall’interno
delle rovine. L’autore costruisce
una sorta di cornice di edifici distrutti,
all’interno della cornice stessa del
quadro. In questo modo, egli crea uno spazio
intermedio fra la scena raffigurata e la
realtà, una sorta di limbo per lo
spettatore, il cui punto di vista viene
fatto coincidere con quello di un immaginario
testimone oculare dell’episodio rappresentato.
Diversamente, nell’immagine che ritrae
una visione apocalittica sopra Parigi, l’autore
ha operato in maniera opposta rispetto alle
altre tavole: egli ha volutamente annullato
le marche dell’enunciazione a favore
di una rappresentazione che sembra non necessitare
di un narratore e di una successiva fruizione.
Questa immagine ha per oggetto una sorta
di grande mappa della città di Parigi,
un meccanismo enunciativo assolutamente
privo di punto di vista. Nella parte alta
della tavola, il pittore ha tuttavia inserito
una piccola rappresentazione che esiste
solo in virtù dell’affermarsi
di un narratore, una visione mistica in
cui due armate celesti si affrontano a cavallo.
Questa tavola è dunque costruita
su un enorme ossimoro iconografico, dato
dall’associazione di un enunciato
che non ha punto di vista, con uno che non
può esistere senza.
La battaglia celeste, alla stregua dell’apparizione
della Madonna con bambino, può essere
letta come una citazione emblematica, in
questo caso dal libro dell’apocalisse,
e come uno dei tanti segni della manifestazione
dell’ira divina che permeavano l’immaginario
collettivo [17]. La visione mistica è
una modalità enunciativa che viene
di solito accompagnata dalla raffigurazione
di colui che ha generato l’apparizione,
o dalle marche che tradiscono il meccanismo
stesso della visione [18]. In questo caso,
tuttavia, al posto del narratore, viene
dipinta la mappa di Parigi. Il soggetto
della tavola quindi può essere considerato
la modalità enunciativa della visione
apocalittica; protagonista del meccanismo
dell’enunciazione è la città
di Parigi, simbolo della Francia intera
e in questo caso della comunità cattolica
che vede imminente la propria fine. Questa
immagine può essere letta dunque
come una rappresentazione di quel panico
escatologico sotteso ad ogni rituale della
violenza cattolica: l’apocalisse incombe
sulla città che riconosce nella visione
dei cavalieri un segno dell’ineluttabile
avvento del Regno dei Cieli.
Mettendo in relazione la tavola che allude
all’avvento dell’apocalisse
con quelle che la precedono, lo spettatore
era naturalmente portato ad attribuire la
colpa dell’ira divina agli ugonotti,
rei di avere oltraggiato e distrutto i luoghi
consacrati, di aver ridicolizzato il sacramento
dell’eucarestia, di avere profanato
i cadaveri e torturato i civili e di avere
infine negato il ruolo della Chiesa di Roma.
Le rappresentazioni figurative della violenza
religiosa contenute nelle pagine del De Tristibus Galliae, funzionali alla propaganda
politica antiugonotta, rendevano esplicita
la paura escatologica che permeava gli animi
dei cattolici. Tuttavia esse esprimevano
altresì la consapevolezza della presenza,
in seno alla società francese, di
una barbarie che, a differenza delle epoche
precedenti i conflitti civili, non poteva
più essere percepita come distante
ed imputabile allo straniero, all’Altro [19].
In tal senso, la brutalità attribuita
ai calvinisti e la bestialità con
la quale essi venivano connotati nelle rappresentazioni,
potevano costituire un tentativo da parte
cattolica di ristabilire quella distanza
necessaria tra sé e il barbaro, tra
il popolo di Dio e gli eretici, per ritrovare
la propria immagine umana da opporre a quella
empia e disumana del nemico in prossimità
del Giudizio finale.
Questo articolo si
cita: Clizia Magoni – Rossana
Silvagni, Guerre di religione e violenze
rituali. Immagini dalla Francia del Cinquecento,
«Storicamente», 2 (2006), http://www.storicamente.org/01_fonti/immagini/magoni_silvagni.htm
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