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150° Anniversario Unità d'Italia
Luca Tedesco
Roma 1911 e la disfida dei Cinquantenari
(Questo articolo fa parte del Dossier L'Italia in posa. Il 150° e i problemi dell'Unità nazionale tra storiografia e rappresentazione sociale)
La seduta reale e l'«Italia unita per concordia di animi»
Le celebrazioni ufficiali cittadine, tenutesi nel marzo 1911, del cinquantenario della proclamazione dell'Unità d'Italia e di Roma a capitale del Regno si svolgono in un clima non segnato da una particolare conflittualità sociale[].
Cionondimeno a latere di queste si assiste a una proliferazione non solo di iniziative non ufficiali che danno conto del «rissoso antagonismo» [Gentile 2011, IX] tra visioni ideologiche della Nazione e dei suoi compiti tra di loro incompatibili ma anche di contestazioni e rimostranze di natura squisitamente materiale.
Dalla Relazione morale e finanziaria del 1910 della
Camera del lavoro di Roma e Provincia emergono anche, e ancor più delle ragioni del
malcontento sociale, contrasti e dissidi tutti interni all'organismo[]. Se la Camera, infatti, si era impegnata nell'«alleviare la classe operaja dal
continuo incessante rincaro dei viveri e delle pigioni» che «assottigliano le conquiste dagli
operai ottenute nel campo del salario» [Camera del Lavoro di Roma e Provincia 1912, 4] e non
aveva mai «mancato ai comizi continuamente tenuti nel 1910 dai ferrovieri per agitare la loro
questione nel paese e premere sulle intenzioni del radicale ministro dei LL.PP. on. Sacchi»
[Camera del Lavoro di Roma e Provincia 1912, 8], la Relazione doveva anche amaramente constatare che «i ferrovieri hanno [...] un
grave difetto: ed è quello di tenersi appartati dai movimenti dei loro compagni, disertando le
Camere del Lavoro qualunque esse siano» [Camera del Lavoro di Roma e Provincia 1912, 8] e che
nel corso dell'anno si erano iscritti alla Camera solo 225 ferrovieri, «una vera miseria!»
[Camera del Lavoro di Roma e Provincia 1912, 13]. La Camera aveva, «invano», tentato di
organizzare anche gli operai del settore chimico ma, sottolineava la Relazione, «qualche gruppo organizzato si è guardato bene dall'aderire alla
Camera del lavoro, malgrado le ripetute sollecitazioni inoltrate alla Federazione» [Camera del
Lavoro di Roma e Provincia 1912, 7].
Ad ogni modo, nella capitale il 1910 era stato punteggiato da agitazioni di fornai, postelegrafonici, ferrovieri e vetturini. Tra il febbraio e il marzo dell'anno successivo, poi, vi era stata l'adesione dei carpentieri e dei falegnami che lavoravano a Piazza d'Armi allo sciopero dei lavoratori del legno [Parisella 1980: 61-2] e si erano susseguite proteste contro il caroviveri, le spese militari e il rincaro degli affitti e manifestazioni per il suffragio universale, spesso, in verità, non confortate da un grande successo di pubblico [Talamo 1987, 152-3 e Parisella 1980, 54].
Di queste tensioni e insoddisfazioni che corrono sottotraccia non giungeva certo l'eco in
quel Campidoglio dove il 27 marzo, in seduta reale,
si sarebbe per l'appunto festeggiato il
cinquantenario della proclamazione dell'Unità italiana e di Roma a capitale del Paese, alla
presenza, come proposto dalla Commissione comunale per i festeggiamenti, nominata dalla giunta
capitolina nella seduta del 31 agosto 1910, «della Corte, del Corpo Diplomatico, del Governo,
del Senato, della Camera Elettiva, dei Grandi Ufficiali dello Stato, di una rappresentanza
degli Ufficiali Generali dell'Esercito e della Marina, delle Autorità locali, dei Sindaci dei
Comuni capoluoghi di provincia, del Consiglio Comunale e di quello Provinciale» [SPQR 1911:
131].
Eppure indizi di malumore è possibile rinvenire nelle carte del Gabinetto del Sindaco, depositate presso l'Archivio capitolino, che confortano la tesi della contrapposizione, veicolata dalla stampa socialista dell'epoca, tra due cinquantenari, quello borghese e quello, per l'appunto, proletario.
Erano dovuti passare decenni dall'annessione di Roma all'Italia, sosteneva l'«Avanti!», «perché un corpo di magistrati civici veramente italiano, cioè imbevuto profondamente di dinastismo sabaudo ascendesse il Campidoglio»[]. Se il quotidiano socialista riconosceva che questa era stata «almeno idealmente una vittoria della civiltà contro le ultime forze superstiti della reazione baronale e papalina», aggiungeva però come sarebbe stato «un grave errore storico volere attribuire questa vittoria alle capacità intellettuali e politiche del popolo di Roma», in quanto la vittoria del Blocco era stata «determinata da ceti professionali estranei e sovrapposti all'indole popolana della città, emigrati dal Piemonte e in genere dal Settentrione e quivi sviluppatisi con un temperamento politico e una orientazione economica più avanzata senza dubbio ma profondamente diversi dalla tradizione storica di Roma». La «terza Italia a Roma» era stata «opera della burocrazia dello Stato e irradiazione diretta del Quirinale. La Corte che voleva vivere isolata in un centro di sontuose mondanità non permise mai che Roma diventasse una grande città industriale»[]. I festeggiamenti ufficiali capitolini si riducevano quindi a «vana proclamazione del risorgimento politico», ma non potevano celebrare alcun «profondo risorgimento economico».
Ma sempre sulle colonne dell'«Avanti!» venivano denunciati tutti i limiti della svolta democratica di inizio Novecento. Se anche, infatti, la borghesia aveva «smesso certi suoi atteggiamenti polizieschi e forcaioli», era pur vero che «la politica dell'ultima parte del cinquantennio» aveva operato una «cristallizzazione delle oligarchie finanziarie industriali terriere, con appena qualche riguardo e qualche spunto di legislazione difensiva a profitto della classe operaia»[]. Il Cinquantenario non poteva così celebrare per la classe capitalista e quella operaia una storia comune.
Il tema, peraltro, dei «due cinquantenari», oltre che a echeggiare nei titoli dell'organo socialista, ricorreva anche nei momenti di mobilitazione e propaganda; «mentre la borghesia - recitava un ordine del giorno approvato dalla Camera del Lavoro riunitasi il 4 febbraio - si prepara a solennizzare il cinquantenario del regno, il proletariato potrà levare efficacemente la sua voce per fare il bilancio dei cinquant'anni di vita nazionale in rapporto ai bisogni della classe lavoratrice, e per affermare il diritto a migliori condizioni di esistenza e protestare contro tutte le forme di sfruttamento capitalistico» [Talamo 1987, 152].
Questo segno classista era ovviamente negato nelle celebrazioni governative.
Nathan, già nel discorso commemorativo della figura di Giuseppe Mazzini, tenuto il 10 marzo 1911, aveva esaltato i quattro «fattori massimi» dell'unificazione italiana («l'apostolo, il guerriero, il re, lo statista») e sottolineato come in Mazzini l'obiettivo unitario fosse stato prevalente rispetto a quello repubblicano e la religione concepita come possibile strumento di progresso civile. Il sindaco di Roma si era anche rallegrato degli «entusiasmi patriottici scoppiati spontanei» in tutti i ceti sociali in occasione del cinquantenario[].
Questa «immagine oleografica» [Gentile 1997, 18; De Nicolò 2010, 41] dell'unificazione quale
processo, privo di cesure, cui avevano partecipato con spirito cooperativo i suoi quattro
artefici veniva riproposto da Nathan nel suo intervento del 27 marzo:
«il sentimento di una Patria, libera ed indipendente dall'Alpi al mare, da Giuseppe
Mazzini, con la Giovane Italia, con le cospirazioni, coi moti, trasfuso nell'animo degli
Italiani, informò l'opera di ricostituzione assunta da Carlo Alberto nel 1848»[]. Dei «quattro che sintetizzano la storia del moto ascendente», il metodo e
l'azione, «apparentemente difformi ed ostili, prospettati oggi nel tempo, si armonizzano, si completano»[].
In questa lettura pacificata del Risorgimento si inseriva il bilancio soddisfacente dello sviluppo economico raggiunto, frutto del «silente lavoro» e dell'«imbrigliare gli smodati desideri».
Interclassismo e pacificazione sociale costituivano il leitmotiv che ricorreva anche negli
interventi degli altri oratori. Il Presidente del Senato Giuseppe Manfredi esaltava l'Italia
come «elemento di ordine e di pace»[] e la Casa regnante che si era «immedesimata col popolo italiano»; quello
della Camera Giuseppe Marcora l'«Italia unita per concordia di animi» e «fattrice di
incivilimento e di pace»[];
il Presidente del Comitato esecutivo per le feste commemorative, il conte Enrico di
San Martino, «il Paese tranquillo»[]. A parte, infine, il breve cenno di Marcora all'affrancamento della capitale «da
ogni signoria forestiera o teocratica», nelle celebrazioni ufficiali non vi era traccia alcuna
del dissidio apertosi tra Stato e Chiesa con la questione romana; anzi, proprio Vittorio
Emanuele III si assumeva il compito di ricordare come l'Italia, con Roma capitale, garantisse
«la tranquilla convivenza delle Chiese con lo Stato» e la «piena e feconda libertà alla religione»[].
Non può stupire, quindi, se proprio l'amministrazione bloccarda avrebbe poi celebrato l'impresa libica come suggello del processo di consolidamento di un indifferenziato corpo sociale, privo di fratture interne:
l'anno medesimo quando le celebrazioni per il cinquantenario rivelarono con le varie mostre, l'essere della nuova Italia, - chiariva un corposo e dettagliato rendiconto dell'attività della giunta Nathan - la spedizione di Tripoli ne attestò la salda costruzione morale, politica ed economica, la missione di civiltà assunta. Eran maturi i tempi perché l'Italia si collocasse al posto spettantele nel consesso delle grandi Nazioni. L'unione manifestatasi, né mai interrotta fra popolo e Governo, della consolidata unità morale [...]; la elasticità economica atta ad affrontare le spese di una guerra costosa, al di là del mare, con le risorse proprie, senza appello al credito, il credito nazionale mantenendo saldo ed intatto quale era; la organizzazione militare che, con una precisione invidiabile ed invidiata da altre nazioni, seppe compiere le più difficili operazioni di sbarco e di occupazione mercé la perfetta intesa fra esercito e marina, senza una indecisione, senza un errore; la tattica sapiente, lo spirito di corpo, il valore e l'audacia individuale di cui entrambi dettero prova, dai comandanti all'ultimo soldato, furono per molti una rivelazione; una rivelazione di elevatezza morale, di giovane vigore del paese, che avrà dato utile materia di riflessione a coloro i quali, all'interno ed all'estero, avrebbero aspirato ad arrestarne il fatale andare [SPQR 1912, 23].
Contro la cerimonia «senza un'anima» il Cinquantenario proletario
Il cinquantenario invece, non poteva evidentemente da par suo che sentenziare sprezzante
l'organo socialista, si era ridotto a una cerimonia «senza un'anima»[] che aveva ostentato «i simboli di una gloria cui nessuno crede». A questa
«L'Avanti!» opponeva, il giorno seguente la seduta reale, Il
«Cinquantenario» del proletariato[], non solo capitolino ma dell'intera penisola, e dava conto di manifestazioni
socialiste e operaie a Livorno, Parma, Oneglia, Castelmaggiore, Carpi, Piombino, Pisa, Firenze
e altre località. In quegli stessi giorni il quotidiano del Psi riferiva puntualmente di
agitazioni promosse da varie categorie di lavoratori, prima di tutto i particolarmente attivi tranvieri[]. Ancor più duro sarebbe stato il bilancio di fine anno stilato dal foglio della
frazione intransigente del Partito socialista che tacciò l'amministrazione comunale di aver
«vissuto una vita a sé, ignorando il popolo che le aveva conferito il mandato»[]. Aveva buon gioco allora «L'Osservatore Romano» ad ironizzare sulla distanza che
separava lo sfarzo e la retorica delle celebrazioni dalle precarie condizioni sociali in cui
versava la classe lavoratrice. Agli operai, infatti, non poteva che fare «penosa impressione»
assistere «agli sbandieramenti, ai banchetti, alle inaugurazioni, alle luminarie che si
riflettono sinistramente nella stanzetta buia e disadorna ove regnano ancora la miseria e
forse la fame»[].
Ma motivi di malcontento serpeggiavano non solo tra le fila operaie e non solo a causa del mancato invito a prendere parte ai festeggiamenti.
Il Consiglio direttivo della Società Ufficiali Pensionati del Regno, in verità, nella
deliberazione approvata all'unanimità nella seduta del 30 marzo, pur non volendo portare «una
nota dissonante nel giubilo delle presenti feste», non poteva non «dolersi» per essere stata
esclusa dai festeggiamenti[]; il Consiglio dei Reduci delle Patrie Battaglie “G. Garibaldi” nella seduta straordinaria
del 26 marzo 1911 stigmatizzava all'unanimità l'esclusione dalle celebrazioni di «coloro, che
volontariamente esposero la loro vita nei campi di battaglia e sacrificarono il loro avvenire
per realizzare in Roma l'aspirazione di tutti gl'Italiani»[], ricevendo il sostegno del «Giornale d'Italia» che lamentava l'assenza «di
riconoscenza da coloro che dimenticano come, senza gli sforzi ed i sacrifici e gli ardimenti
dei volontari, né Roma sarebbe stata liberata, né i gaudenti occuperebbero gli alti posti, su
cui siedono signorilmente senza curarsi dei doveri verso chi ha lottato e versato il sangue
per questa Italia»[]; gli Ufficiali in congedo, esclusi dalla cerimonia del 27 marzo, non mancarono di
ironizzare sulle «democratiche origini» dell'amministrazione bloccarda che avevano indotto a
dare «l'ostracismo a quelli appunto, senza l'opera dei quali i componenti la medesima non si
sarebbero mai sognati di arrivare ai fastigi del potere capitolino»[]; infine, i ferrovieri in servizio a Roma protestavano perché, a differenza delle
altre città, nella capitale le stazioni non erano state chiuse per le celebrazioni; «siamo
anche noi Italiani, - osservavano stizziti - e come italiani intendiamo partecipare
all'esultanza nazionale»[].
«Il malcontento serpeggia» anche tra gli impiegati
Ma era il Presidente dell'Unione italiana ferrovieri escursionisti a rivelare le ragioni, tutte materiali, che potevano indurre il ceto impiegatizio a non aderire entusiasticamente al clima celebrativo; «grave» - scriveva egli al sindaco - era infatti il «malcontento che serpeggia nella classe degli Impiegati, dovuto alle condizioni economiche e morali assai tristi in cui versa e ad un vivo risentimento generale prodotto dalla mancanza di ogni benevolenza da parte del Governo. E senza essere profeta, io prevedo che dalle circolari, dalla S.V. mandate ad associazioni ed organizzazioni economiche e professionali d'Impiegati, Ella riceverà ben poche evesioni [sic] completamente favorevoli ai di Lei nobili e patriottici sentimenti»[] [testo integrale link a 12].
Il tono risentito della missiva è comprensibile solo che si ponga mente alla circostanza che il ceto impiegatizio e burocratico era stato il nucleo centrale, consapevole e quindi esigente, di quel «disegno politico giolittiano di un incontro delle forze liberal-democratiche con quelle dei partititi popolari e del socialismo riformista per realizzare un progetto di buona amministrazione» [Vidotto 2001, 121] che attenuasse le tensioni che si erano andate acuendo a Roma a partire dall'incremento degli affitti registratosi nel 1903.
Anticlericalismo e polemica antisabauda
Se, poi, l'anticlericalismo era il collante culturale delle forze politiche che avevano dato vita al Blocco popolare, «la cultura laica e massonica aveva una forte presa e un largo seguito» [Vidotto 2001, 121] proprio nei settori dell'amministrazione.
Questo spiega presumibilmente la grande effervescenza di iniziative dell'associazionismo anticlericale nei giorni immediatamente precedenti la citata seduta reale. Era la Giordano Bruno, già dai primi giorni di marzo, ad annunciare convinta il suo protagonismo in questa direzione:«la vecchia città Leonina che sacrò alla redenzione di Italia i suoi figli migliori, che seppe le glorie della romana Repubblica, e gli strazi della tirannide papale, non poteva rimanere indifferente al fausto avvenimento che tutta Italia concordemente festeggia. E se il prete, oggi, non dimentico del potere temporale perduto, tenta opporsi all'entusiasmo dell'anima italiana, tanto più è nostro dovere, di fronte al Vaticano, ricordare i nostri martiri ed i nostri eroi che vollero Roma restituita all'Italia e che seppero per la luminosa idealità affrontare galere e patiboli»[].
L'Associazione, così, si rifiutava di partecipare a manifestazioni, fossero anche organizzate da comitati popolari e rionali, che non avessero «assunto carattere prettamente ostile al Vaticano»[].
La Sezione Macao-Castro Pretorio, sempre della Giordano Bruno, in assemblea generale, censurava «la servile politica del governo»[] ricordando all'«unione delle forze popolari» come suo obiettivo dovesse essere l'«ideale politico e sociale» della laicità[] mentre l'Associazione anticlericale Prati riusciva a promuovere conferenze con la partecipazione di consiglieri comunali[].
All'anticlericalismo si accompagnava poi nelle fila repubblicane la polemica antimonarchica che si giocava sulla critica dell'annessione da parte dei Savoia della tradizione mazziniana, depurata dalla sua componente repubblicana[]. Le celebrazioni ufficiali erano così mirate «a glorificare uomini ed istituti intorno ai quali non può essere unanime il giudizio e il consenso degli italiani» e a confondere «in una sola apoteosi tutti gli uomini che parteciparono alla grande opera della rivoluzione italiana»[].
Echi dell'intransigenza repubblicana, che non risparmiava neppure Nathan, giungevano perfino sulle coste atlantiche dell'America. «Il Giornale Italiano» di New York, infatti, dava conto della critica, in realtà infondata, mossa dai repubblicani al sindaco capitolino per essersi questi, a loro dire, nel suo ricordato discorso commemorativo del 10 marzo, rappresentato come «unico continuatore del pensiero e dell'opera di Mazzini»[]. Nelle celebrazioni ufficiali, e quindi monarchiche, accusavano poi i repubblicani, «non vibra[va] l'anima popolare»[]; esse erano «pei gaudenti e per gli arruffoni, pel popolo no, perché sente più il bisogno di sfamarsi che di divertirsi»[].
Anche l'«Avanti!» si sentiva in dovere di segnalare l'impegno repubblicano dando conto ai
lettori «delle manifestazioni repubblicane in contrasto coi festeggiamenti dinastici»[] organizzate dai «giovani repubblicani» di Roma. «Sotto la presidenza del Dott.
Mario Poce, - si legge su un altro dettagliato resoconto, questa volta del «"Messaggero", -
si adunarono i rappresentanti di tutti i circoli di Roma e i consiglieri comunali e
provinciali del gruppo repubblicano»[]. Vennero così votati all'unanimità ordini del giorno in cui la sezione romana del
Pri deliberava di promuovere una pubblica manifestazione «che ricord[asse] agli italiani fatti
ed uomini, ideali e programmi che gli storici aulici dimenticano e travisano».
Il Comitato esecutivo per i festeggiamenti popolari
Sulla necessità, richiamata dalla stampa repubblicana, di dare contenuto popolare alle celebrazioni per il cinquantenario dell'Unità d'Italia e di Roma capitale, le Carte del Gabinetto del Sindaco conservano fitti carteggi.
In una lettera, così, non firmata e indirizzata al consigliere Luigi Picarelli, si osservava che:
perché le feste cinquantenarie riescano complete, è necessario che vi concorra l'anima del nostro popolo. Io penso quindi che tra il Municipio e il Comitato per il 1911[] debba sorgere, vivere ed operare, un altro organismo che al di fuori della solennità grave e pesante delle cerimonie ufficiali porti una nota simpatica di gaiezza, un alito di vivacità. È l'iniziativa privata che noi, sembrami, dovremmo stimolare, incanalare, aiutare, affinché in ogni rione il 27 Marzo prossimo fosse celebrato con cerimonie speciali che abbiano le caratteristiche di vere e proprie feste di popolo. […] I miei amici politici e i socialisti, forse, non ne prenderebbero l'iniziativa; lei, che rappresenta l'elemento medio potrebbe, d'accordo con gli altri liberali più in vista [...], Consiglieri Comunali e Provinciali, e facendo centro al Ricreatorio XX Settembre, dar vita ad un Comitato rionale che dovrebbe, col concorso specialmente dei negozianti e delle Associazioni liberali, organizzare per il 27 Marzo speciali festeggiamenti, come luminarie, festivals, concerti, lotterie, corse, alberi della cuccagna, ecc.»[].
Una lettera del 14 marzo dà conto della nascita del Comitato esecutivo per i festeggiamenti
popolari nei Rioni di Borgo e di Prati per il Cinquantenario, comitato che avrebbe dovuto
provvedere alla raccolta dei fondi e all'attuazione del programma dei festeggiamenti[].
Questo, però, aveva bisogno di conoscere l'entità dei finanziamenti che il Comune e
il Comitato esecutivo per le feste commemorative del 1911 erano disposti a concedere. I
festeggiamenti popolari avrebbero dovuto consistere in luminarie, festoni, padiglioni, premi
per i balconi e le finestre meglio illuminate, festival all'aperto, conferenze, lotterie,
premi per gli alunni di Borgo e Prati, riscossione dei pegni di una lira per i poveri del
rione ed eventuali assegni ai bambini nati il 27 marzo. Per tutte queste iniziative era
assolutamente necessario «che il Comitato del 1911 trov[asse] modo di contribuire, in misura
conveniente a queste feste popolari, quando la totalità delle sue risorse è stata impegnata in
opere di cui il POPOLO VERO [sic] non potrà, con nessuna
probabilità, godere e che dovrà contemplare a rispettosa distanza. Occorre che la misurata
cerimonia ufficiale sia riscaldata dal palpito e dall'entusiasmo del popolo, e quindi è
necessario che i discorsi che si pronunceranno nei saloni dorati e le feste che allieteranno
la borghesia nei teatri e nei padiglioni, ripercuotano la loro eco nelle vie e nelle piazze,
ove soltanto purtroppo, il Comitato del 1911, confinerà al buio la maggior parte dei cittadini
di Roma».
Il Comitato esecutivo per le feste commemorative del 1911, si leggeva in un'altra lettera indirizzata a Nathan dal Presidente del Comitato per i festeggiamenti popolari nei rioni di Borgo e di Prati, «ha il dovere categorico di provvedere a festeggiamenti di carattere popolare, attualmente affatto trascurati nel suo programma». Esso deve iniziare «finalmente un'opera in armonia colle ragioni che giustificano la esistenza di una Amministrazione Popolare», in quanto
all'ambizione degli interessati dei Rioni ad avere le feste e non a subirle io Le dirò che a ragione, secondo me, eglino non possono ora contribuire in larga misura avendo già partecipato alle sottoscrizioni generali. Inoltre non v'ha dimenticato che essi sono i contributori delle finanze municipali e di Stato alle quali il Comitato del 1911 ha attinto in modo abbastanza largo, e ritengono quindi in buona fede che questo benedetto Comitato debba pur non dimenticare che a Roma esiste una grande quantità di gente per la quale i festeggiamenti del genere di quelli fino ad oggi proposti non rispondono allo scopo[].
Nonostante, però, difficoltà economiche e incomprensioni tra gli attori in campo, la stampa dell'epoca riferisce dei successi di diverse iniziative non ufficiali. Le luminarie nei rioni Ponte e Sant'Angelo, citiamo solo a titolo esemplificativo, «riuscirono superiori ad ogni aspettativa dei comitati organizzatori e gli abitanti vi parteciparono con grande entusiasmo. In tutta la serata i concerti dei ricreatori attraversarono al suono di allegre marce ed inni patriottici le vie dei quartieri. Anche nei quartieri di Porta Pia, Macao ed Esquilino i festeggiamenti furono riuscitissimi», soprattutto «per opera di due benemerite istituzioni: i ricreatori Pestalozzi e XX Settembre»[].
Bibliografia
Bertelli S. 1955, Socialismo e movimento e movimento operaio a Roma
dal 1911 al 1918, «Movimento operaio», 1: 65-89.
Camera del lavoro di Roma e Provincia 1912, Relazione morale e
finanziaria. Gennaio-dicembre 1910, Roma: Tipografia Popolare.
De Nicolò M. 2010, L'occasione laica: Ernesto Nathan sindaco di
Roma, in D.M. Bruni (ed.) 2010, Municipalismo democratico in età giolittiana.
L'esperienza della giunta Nathan, Soveria Mannelli: Rubbettino, 2010.
Gentile E. 1997, La Grande Italia. Ascesa e declino del mito della
nazione nel ventesimo secolo, Milano: Mondadori.
Gentile E. 2011, La Grande Italia. Il mito della nazione nel XX
secolo, Roma-Bari: Laterza, 2011 (I ed. 2006).
Parisella A. 1980, Fuori dalla scena: le classi popolari e
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Luca Editore.
SPQR 1912, Cinque anni di amministrazione popolare. 1907 –
1912, Roma: Tipografia F. Centenari
SPQR 1911, 27 marzo 1861 - 27 marzo 1911, Roma:
Tipografia Editrice Nazionale.
Talamo G. 1987, Dagli inizi del secolo all'avvento del
fascismo, in Talamo e Bonetta G. 1987, Roma nel
Novecento. Da Giolitti alla Repubblica, Bologna: Cappelli.
Vidotto V. 2011, Roma contemporanea, Roma-Bari:
Laterza.
Documenti riprodotti:
Associazione Giordano Bruno:
Lettera del Consiglio Generale della Associazione Giordano Bruno - Federazione Internazionale del Libero Pensiero, 7 marzo 1911, in Archivio Storico Capitolino, Gabinetto del Sindaco, busta 313, fasc. 2.
Consiglio Municipale
Solenne seduta reale del 27 marzo 1911, in ASC, Gabinetto del sindaco, busta 313, fasc. 1:
Mappa
Discorso di Ernesto Nathan
Discorso di S.E. Il Cav. Giuseppe Manfredi
Discorso di S.E. Il Cav. Giuseppe Marcora
Comitato esecutivo per i festeggiamenti popolari nei Rioni di Borgo e di Prati per il Cinquantenario:
Ercole Micozzi, Lettera a Nathan, 14 marzo 1911, in ASC, Gabinetto del Sindaco, busta 313, fasc. 2.
Ercole Micozzi, Lettera a Nathan, s. d., in ASC, Gabinetto del Sindaco, busta 313, fasc. 2.
Società fra gli ufficiali pensionati di terra e di mare:
Lettera indirizzata a Ernesto Nathan del 26 marzo 1911, in ASC, Gabinetto del Sindaco, busta 313, fasc. 2.
Deliberazione del Consiglio Direttivo , 30 marzo 1911, in ASC, Gabinetto del sindaco, busta 313, fasc. 1, Seduta reale.
Unione italiana ferrovieri escursionisti:
Lettera indirizzata a Ernesto Nathan del 16 marzo 1911, in ASC, Gabinetto del Sindaco, busta 313, fasc. 2.
| Come si cita: Tedesco, Luca, Roma 1911 e la disfida dei Cinquantenari,
«Storicamente», 7 (2011), art.
35, DOI 10.1473/stor116, http://www.storicamente.org/01_fonti/tedesco_roma_1911.htm |
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Abstract and Bibliographic information
ISSN: 1825-411X
DOI 10.1473/stor116
Storicamente, art. 35, 7-2011
Published: October 5th 2011
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Author's address: Univ. Roma Tre, Dipartimento di Studi dei Processi Formativi, Culturali e Interculturali nella Società contemporanea, Via Manin, 53, I-00185, Roma, Italy
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