Mariana e. Califano
Escrache: resistenza non violenta
nell'Argentina del dopo terrorismo di stato

Per comprendere i meccanismi su cui si reggeva il governo dello Stato argentino durante l’ultima dittatura, dobbiamo introdurre il concetto di “Stato Terrorista”, che è un nuovo tipo di “Stato d’Eccezione” con caratteristiche che lo rendono autonomo dallo “Stato Militare” previsto dalla costituzione in casi di pericolo o minacce all’ordine istituzionale. La peculiarità dello “Stato d’Eccezione” è l’abbandono della normativa dello “Stato di Diritto”, al fine di intraprendere prassi eccezionali al margine della legalità istituzionale rappresentata dal modello dello Stato democratico-parlamentare. Lo “Stato Terrorista”, invece, parte dal presupposto che l’assoggettamento alla legge, la trasparenza delle sue azioni e il controllo giuridico di esse, lo renda incapace nel suo compito di difesa degli interessi della società. Questo tipo di approccio ritiene che lo Stato tradizionale sia inidoneo a difendere l’ordine sociale capitalista e che sia necessario avviare una attività permanente parallela. Lo Stato, dunque, si sdoppia e presenta una facciata pubblica, assoggettata alla legge, e una controparte clandestina, al di fuori da ogni legalità, che stabilisce in modo costante le forme aberranti dell’attività repressiva illegale. Esso assimila il potere militare al governo e all’amministrazione dello Stato. Lo “Stato Terrorista” è la degenerazione dello “Stato Militare” portata al culmine. Il terrorismo di Stato è l’occultamento della sua stessa attività illegittima.[1]

Il golpe militare del 24 marzo 1976 non fu l’ennesimo della lunga serie iniziata nel 1930. Il regime che si insediò al governo del paese ebbe un carattere messianico e la pretesa di produrre dei cambiamenti irreversibili nell’economia, nel sistema istituzionale, nell’organizzazione sindacale, nell’educazione, nella cultura e nella struttura politica e sociale della comunità argentina e, nonostante le giunte militari susseguitesi al potere non abbiano raggiunto gli obiettivi che si erano prefissate, il loro agire fu di tale portata distruttiva che riuscì nell’intento di trasformare la società, lo Stato e la politica del paese.

Secondo i golpisti del ‘76, la società argentina era profondamente malata , la perdita dell’ordine e della stabilità nei rapporti d’autorità, erano da imputare al populismo e alle forme di organizzazione dell’economia che lo sorreggevano. La cornice ideologica di questa diagnosi è la doctrina de la seguridad nacional, sviluppata dagli ambienti militari negli anni ‘60. L'estremizzazione di questa dottrina portò a considerare che la “guerra rivoluzionaria, non dichiarata, promossa dalle forze sovversive”, doveva essere combattuta in tutti gli ambiti: da quelli relativi alla cultura a quelli relativi al lavoro, persino all’interno del nucleo familiare.

Il rigore repressivo della dittatura argentina, implementato in modo sistematico su vasti settori della popolazione, si distinse, oltre che per la sua ferocia, per l’impiego di procedure al di fuori di ogni sistema legale, le procedure che per l’appunto caratterizzano lo “Stato Terrorista”.  Il termine detenido-desaparecido è direttamente collegato alle specifiche modalità repressive adottate dal regime. È l’appellativo dato alle persone (donne, uomini e bambini) che in quegli anni hanno subito il terrorismo di Stato e sono scomparse per mano e volontà del governo militare. La procedura utilizzata iniziava con il sequestro della persona eseguito da forze anonime militari o di polizia che la conducevano in centri clandestini di detenzione, dove veniva sottoposta a torture. In seguito a una permanenza di durata variabile le persone venivano “trasferite”, vale a dire eliminate, a eccezione dei pochi casi in cui furono liberate e costrette all’esilio. Le persone “trasferite” venivano gettate da un aereo nel Río della Plata, oppure fatte esplodere o, ancora, uccise in finti scontri armati. Tutti loro venivano sepolti, come “NN”, in fosse comuni tenute segrete. Era negata ai familiari (quando non subivano la stessa sorte) ogni informazione riguardante il sequestro, le ulteriori vicende e infine la destinazione delle salme. Il termine detenido-desaparecido, quindi, si riferisce all’assoluta scomparsa del soggetto in questione e di qualsiasi informazione che lo riguardi.

Uno dei crimini senza precedenti perpetrato dalla dittatura fu il furto di neonati: le donne incinte venivano tenute in vita fino al momento della nascita dei loro figli. Dopo il parto venivano “trasferite”. I nascituri furono adottati dal personale militare, o da famiglie vicine al regime e considerate affidabili dal punto di vista ideologico. Le coppie “appropriatrici” li registrarono come figli naturali partoriti a domicilio e in presenza di qualche medico militare che certificò l’evento. Questo impedì alle loro famiglie naturali di rintracciarli. Il furto dei bambini fu un atto perverso, le donne incinte erano consce del fatto che la nascita del loro figlio avrebbe procurato la loro morte. Inoltre, il furto dell’identità del neonato implicava la morte del “figlio dei militanti” come identità narrativa, in quanto essi sarebbero stati la memoria della storia dei loro genitori e della propria. I bambini desaparecidos furono circa cinquecento, dei quali soltanto un’ottantina sono stati rintracciati fino a oggi e sono a conoscenza della propria identità e delle loro vere origini, grazie all’arduo e continuo lavoro delle coraggiose Abuelas de Plaza de Mayo.

Le organizzazioni che raccolsero le denunce di scomparsa presentate dai familiari delle vittime durante la dittatura furono la Liga Argentina por los Derechos del Hombre (LADH) e l'Azamblea Permanente por los Derechos Humanos (APDH), già attive nella difesa dei diritti umani. Dal 1980 in poi a esse si unirono il Centro de Estudios Legales y Sociales (CELS), il Movimiento Ecuménico por los Derechos Humanos (MEDH) e il Servicio de Paz y Justicia en América Latina (SERPAJ). Nell’aprile 1977, nacque la prima organizzazione formata da parenti diretti dei desaparecidos: Madres de Plaza de Mayo, poi si costituirono Familiares de Desaparecidos y Detenidos por razones Politicas e Abuelas de Plaza de Mayo. Hijos por la Identitad y la Justicia contra el Olvido y el Silencio (H.I.J.O.S.) si organizzò nel 1995, quando i giovani figli dei desaparecidos, bambini negli anni di piombo, avevano ormai raggiunto l’età adulta.

II governo democraticamente eletto il 30 ottobre 1983 doveva fare luce sui soprusi della dittatura, determinare i termini dell’illegalità della repressione, fare giustizia e ristabilire lo Stato di diritto, realizzando quel percorso che avrebbe permesso di elaborare le ferite aperte durante quei terribili anni. All’inizio, il governo dimostrò di voler impegnarsi in questo compito articolato e complesso che però non si accordava con le sue intenzioni di chiudere in maniera rapida la questione.

Se in un primo tempo i capi delle forze armate, massime cariche di Stato durante la dittatura e principali responsabili, furono condannati, le leggi successive di Punto Final e Obediencia Debida impedirono di continuare il cammino intrapreso. Le intenzioni del governo si dimostrarono quelle di chiudere in modo definitivo la questione. L’impegno e la perseveranza dimostrati dagli organismi dei diritti umani che continuavano a chiedere giustizia e a cercare la verità impedì che gli indulti concessi dal successivo presidente eletto, Carlos Menem, condannassero all’oblio l’intera vicenda.[2]

Oltre al comune impegno nel promuovere la memoria e la giustizia e nella ricerca della verità sui fatti di quegli anni, ognuna delle organizzazioni svolge compiti diversi. Madres de Plaza de Mayo, nata con l’obiettivo di ritrovare i propri figli, persevera in questo compito. Oggi essa opera in due organizzazioni: una rappresentata dalla sua presidentessa Hebe de Bonafini e l’Universidad de las Madres, l’altra, strutturata orizzontalmente e battezzata Madres de Plaza de Mayo Linea Fundadora, collabora con gli antropologi forensi nel riconoscimento dei cadaveri sepolti come “NN” nelle fosse comuni. I Familiares de Desaparecidos y Detenidos por razones Politicas realizzano un lavoro d’indagine, denuncia e mobilitazione per la libertà dei prigionieri politici. Hanno sempre rivendicato il ruolo di militanti dei propri familiari desaparecidos. Le Abuelas de Plaza de Mayo ritengono che i piccoli siano stati un “bottino di guerra”, oltre che una “punizione esemplare” per quelle famiglie che manifestavano il loro dissenso e sostengono che i loro nipoti abbiano il diritto di scoprire la loro identità. Il lavoro svolto da queste “infaticabili vecchiette” ha permesso di ritrovare molti figli di desaparecidos e di restituire loro storia e identità. Il CELS è l’organizzazione che ha raccolto ed elaborato più informazioni sulle desapariciones, la tortura e le uccisioni dell’ultima dittatura. Ha formulato due programmi di lavoro: uno giuridico e uno che si occupa di studi e ricerche successivamente pubblicate su argomenti relativi alle violazioni dei diritti umani. Il lavoro e gli obiettivi di H.I.J.O.S, invece, sono spiegati da uno dei suoi membri, Eduardo Natchman, nell’intervista presentata di seguito, nel corso della quale si è parlato dell’escrache, nuova tecnica di denuncia sviluppata dall’organizzazione stessa.

Il valore intrinseco di questa testimonianza risiede non esclusivamente nel racconto del vissuto traumatico del figlio di un desaparecido, ma in particolare nel racconto dello sviluppo dal basso di procedure innovative legate alla resistenza pacifica con l’obiettivo di preservare la memoria e di costruire una coscienza storica in una società che subisce una condizione di catastrofe sociale, umanitaria ed economica. L’escrache è connesso alla ricerca di un esercizio pieno della giustizia e dello Stato di Diritto, è una tecnica che si è propagata in vari settori della società, oltrepassando l’ambito specifico della lotta per i diritti umani.

L’intervista con Eduardo Natchman è stata realizzata nella sua casa di Buenos Aires, nell’ottobre del 1998, nell’ambito di una ricerca per la tesi di laurea in Storia Contemporanea dal titolo “I desaparecidos nella storia e nella memoria degli argentini” e discussa nella Facoltà di Discipline Storiche dell’Università di Bologna.

Considerata la difficile reperibilità di testi e materiale in italiano sull’argomento riporto a seguito dell’intervista una breve bibliografia di riferimento.

Intervista a Eduardo Natchman, rappresentante di H.I.J.O.S.

Buenos Aires, Ottobre 1998.

E:- Mi chiamo Eduardo Natchman, ho 41 anni. Mio padre è un desaparecido, è stato sequestrato il 19 giugno 1976, a Mar del Plata.

M:- Eri presente quando lo hanno preso?

E:- No, non ero lì in quel momento, c’erano i miei fratelli più piccoli. Siccome lo aiutavo nelle attività del teatro... Mio padre era il direttore del teatro di Mar del Plata, si occupava di produrre spettacoli. Io ero responsabile di portare i film alla cineteca dell’Aliance Française di Mar del Plata. Il giorno dopo sarebbe stata la festa del padre[3] ... Un gruppo armato è andato a prenderlo a casa. C’erano i miei cugini e i miei fratelli, ma lui non c’era. Era andato nell’ufficio di un’agenzia immobiliare dove teneva un po' di tutto, costumi del teatro... Stava cercando delle coperte perché mia zia era venuta a vivere a Mar del Plata. Lei era perseguitata a causa delle sue posizioni politiche, veniva da Córdoba. Suo marito era in clandestinità[4], era un avvocato e, oltre alla sua professione, era un militante di Vanguardia Comunista. Be’ hanno ritrovato mio padre in quell’ufficio e se lo sono portati via. Poco dopo il gruppo armato che era a casa se ne è andato. Per puro caso, quel pomeriggio ho telefonato a casa e ha risposto la mia sorellina, che aveva undici anni e mi ha avvertito, con mezze parole, che i milicos[5] erano lì, di non tornare a casa, “perché non c’era fretta”. Mi è sembrata una frase strana e, allora, ho immaginato la situazione.

M:- Dunque tu eri al corrente dello stato di cose?

E:- Be’, più o meno, perché sai uno pensa sempre che... Io ero più preoccupato per me, perché ero quello che militava in un’organizzazione politica, quello che frequentava i centri studenteschi, quello noto politicamente. Temevo più per me. Non mi preoccupavo per il mio vecchio, perché lui non militava attivamente. Simpatizzava con molte organizzazioni e tramite l’agenzia immobiliare aveva fornito le garanzie per l’affitto a molte persone, membri dell’ ERP compresi che, ovviamente, non potevano avere i documenti in regola.

M:- Ma tu eri al corrente dei metodi repressivi utilizzati dallo Stato, o del fatto che non si trattasse di arresti, ma di sequestri e desapariciones di persone?

E:- No. A quel tempo sapevamo di gente chupada[6] che, dopo un periodo variabile, ricompariva a disposizione del Poder Esecutivo Nacional (PEN). Il peggio che potesse capitare a queste persone era che per un periodo non si sapeva dove fossero recluse. Nei commissariati di polizia ci veniva negata ogni informazione sulla sorte delle persone fermate ma, dopo un po' di tempo, esse ricomparivano a disposizione del PEN. Tutto ciò comportava scarsa chiarezza sul periodo di detenzione, sulle imputazioni a loro carico e, siccome non venivano giudicati, rimanevano prigionieri politici a disposizione del PEN. Non si sapeva cosa gli sarebbe capitato in futuro. Ho conosciuto alcuni prigionieri politici a disposizione del PEN che furono direttamente esiliati.[7] Dei sequestri però... Si sapeva degli scontri armati, dei massacri, delle sparatorie, di gente, di intere famiglie massacrate e intuivamo... Perché questi fatti venivano poi divulgati come se ci fossero stati scontri armati e fucilazioni. Ma della desaparición no, era qualcosa che non sapevamo, non sapevamo cosa fosse la desaparición de persona. Siccome mio padre era una persona di rilievo, pubblicamente riconosciuta, pensavamo che non gli sarebbe successo niente, proprio perché era molto noto.

M:- Come avete agito dopo la scomparsa di tuo padre? Vi siete rivolti al comissariato di polizia, avete presentato un habeas corpus?

E:- Si, abbiamo presentato un habeas corpus e abbiamo contattato molte persone, ci siamo rivolti a tutti quanti. Ma, al tempo stesso loro (i militari) ci minacciavano di continuo, dicevano che se noi fossimo rimasti in silenzio, se avessimo mantenuto il segreto, ci sarebbero state maggiori possibilità che mio padre venisse liberato più in fretta. Infine... fu proprio il silenzio ciò che ne decretò la desaparición.

M:- Vuoi raccontarmi quale fu il percorso che avete seguito nella ricerca di tuo padre? Inizialmente, vi siete rivolti alla polizia?

E:- Si, siamo andati al commissariato di polizia. Be’, io non ci potevo andare per via della mia militanza politica, per una questione di sicurezza. Per una persona giovane era pericolosissimo farlo e io avevo 19 anni! Quindi sono andati mia madre e i suoi amici. Ma la mia vecchia non si è mossa molto, lei delegava...

M:- Tua madre militava politicamente?

E:- No, lei non aveva alcun vincolo con la politica... Era semplicemente la moglie di mio padre... Con una forte tendenza alla depressione. Ciò la portò a rimanere chiusa in casa, a non fare praticamente nulla. Subito dopo il sequestro di mio padre io sono dovuto sparire da casa, sono dovuto andare a vivere in campagna, in clandestinità; vivevo raccogliendo rose nei dintorni di Mar del Plata. Lì avevo sviluppato dei contatti e, tramite questi, sono venuto a sapere di molti altri che erano stati portati via lo stesso giorno. Tra il giorno e la notte del 19 giugno, a Mar del Plata, sono desaparecidas molte persone, soprattutto gente legata all’ERP, ma non solo. Io avevo un compagno di militanza che non apparteneva all’ERP ma che è desaparecido lo stesso giorno, solo perché suo cognato aveva militato nell’ERP. Anche un attore, membro del gruppo di teatro di mio padre, legato all’ERP è scomparso quel giorno. Be’, abbiamo fatto molte pratiche, abbiamo cercato persone solidali che fossero disposte a presentare un habeas corpus; persone che non fossero politicamente compromesse, perché ciò giocava sia contro la persona desaparecida, che contro lo stesso avvocato o notaio.

M:- Vorrei sapere come hanno reagito le persone, le tue amicizie, dinanzi alla desaparición di tuo padre? Come avete fatto a trovare un avvocato disposto a collaborare in un caso del genere?

E:- Ma guarda, c’è gente che non si è fatta più vedere, per paura. Altri lo hanno fatto per garantire la propria sicurezza. Sai, noi non potevamo sputtanare le persone.[8] Darsi da fare era pericoloso, inoltre uno si faceva prendere dalla paranoia, che a volte era giustificata. Oltre alla sensazione di essere perseguitati, lo si poteva essere veramente e allora erano guai! Per un periodo sono rimasto a Mar del Plata, studiavo storia all’università, avevo una macchina vecchia e piccolina e anche una moto; invece il mio vecchio aveva acquistato da poco una Torino. Da un giorno all’altro mi sono ritrovato a guidare la sua macchina e alle persone che mi chiedevano come mai raccontavo che mio padre era stato ingaggiato per lavorare a Mendoza o un’altra bugia qualsiasi.

M:- Raccontavi ciò per...

E:- Questa era la mia bugia. Ognuno aveva la propria, dato che non avevamo concordato niente in famiglia. Io sostenevo ciò con i miei compagni di università, che non conoscevano molto bene mio padre, invece ai suoi amici dicevamo la verità.

M:- Dunque l’iter per ritrovare tuo padre incominciò nel commissariato di polizia, dove non avete ricevuto informazione alcuna...

E:- Proprio così, poi ci siamo rivolti ad altri commissariati e infine abbiamo contattato un notaio che presentò una richiesta di habeas corpus, che venne immediatamente rifiutata. Successivamente abbiamo sviluppato una serie di strategie diverse, lungo il tempo, ma siccome gli avvertimenti perché rimanessimo in silenzio persistevano...

M:- In che modo vi facevano arrivare queste intimidazioni?

E:- Telefonicamente e qualche volta di persona.

M:- Si presentavano di persona a casa tua?

E:- Si, glielo lasciavano detto al portinaio; ma soprattutto avveniva telefonicamente o nei commissariati di polizia, dove ci recavamo per cercarlo.

M:- Dopo il rifiuto della richiesta di habeas corpus, a chi vi siete rivolti?

E:- Be’, mio nonno materno, che viveva a Buenos Aires, era socialista. Il segretario del Partido Socialista Democratico era stato nominato ambasciatore in Portogallo dal governo dittatoriale e mio nonno aveva preso contatti con lui e anche con altre persone influenti, ma non è riuscito a ottenere nulla.

M:- Avete contattato membri della Chiesa?

E:- Abbiamo avuto pochi contatti e quei pochi furono soprattutto con i sacerdoti terzomondisti, perseguitati anche loro. Ci siamo rivolti al rabbino Marshall Meyers, amico di mio nonno paterno e membro del movimento ebreo per i diritti umani. Però non si poteva fare molto, mio padre non era l’unico caso, anche se per noi lo era, abbiamo poi scoperto che non era affatto così.

M:- Dopo quanto tempo avete scoperto che c’erano altri casi di desaparición de personas?

E:- Be’, passavano i mesi e il numero delle persone scomparse aumentava, venivamo a conoscenza di nuovi casi.

M:- Come riuscivate ad ottenere queste informazioni? Passavano di bocca in bocca?

E:- Si, certo non tramite i mezzi d’informazione. Perché le persone si conoscevano, perché ci ritrovavamo nella stessa situazione.

M:- Dove facevate conoscenza? Nei commissariati di polizia?

E:- Non dentro i commissariati, ma fuori da essi. Magari qualcuno ti riconosceva perché ti aveva visto chiedere informazioni al loro interno. Probabilmente il fatto che il mio vecchio fosse una persona molto conosciuta destava interesse nelle persone, che quindi cercavano informazioni su di lui e su ciò che stava accadendo. Prima di andare via da Mar del Plata per venire qui, a Buenos Aires, ho parlato con il presidente della Croce Rossa che si trovava là per frequentare un corso di bagnino. Ci siamo incontrati e io gli ho raccontato tutto sulla vicenda di mio padre, gli ho anche detto che sarei andato a cercarlo nella Brigata 601 a Cané, nei dintorni di Mar del Plata e ci siamo accordati che se io non fossi stato di ritorno per le ore 18, lui sarebbe venuto a cercarmi. In quel posto mi hanno trattenuto per tutto il giorno, nudo, mi hanno picchiato e ho subito umiliazioni di diverso tipo. Ho avuto una bruttissima sensazione.

M:- Allora sei stato sotto sequestro per un giorno?

E:- Be’, in qualche modo sì, perché ero andato là e mi hanno mollato soltanto alle ore 20 perché la Croce Rossa era venuta a cercarmi. Da quel momento in poi sono tornato a vivere in campagna, ho mantenuto pochissimi contatti soltanto con mia madre. Un giorno, uno dei miei compagni di militanza l’ha incontrata e le ha detto che se lei aveva la possibilità di rintracciarmi mi avvertisse che dovevo “sparire”, che dovevo andarmene perché le cose si mettevano sempre peggio, che era una questione di vita o di morte, che dovevo andarmene al più presto! Allora mi sono tagliato i capelli e mi sono fatto la barba, ho preso una ventiquattr'ore dove ho messo qualche paio di camicie e delle mutande e ho preso la corriera per Buenos Aires, per andare a casa di mio nonno. Certo, come se Buenos Aires, con il gran numero di abitanti, potesse garantirmi un contesto di maggior sicurezza in confronto a quello offertomi da Mar del Plata. Questo è avvenuto il giorno in cui ho compiuto 20 anni. Avevo promesso a mia madre che sarei passato da casa a salutarla e infatti mi sono fermato un pochino da lei, per cambiarmi anche i vestiti. Il padre di una vicina mia amica, un ex poliziotto che aveva lasciato il servizio perché era peronista, mi ha accompagnato, con una vecchia macchina, alla stazione. Poi, ha seguito la corriera oltre Coronel Vidal, più o meno a 50 km da Mar del Plata: seguiva la corriera per controllare che non mi accadesse niente... In quel momento ha avuto inizio il mio 'esilio interno'. Qui, a Buenos Aires, sono andato a vivere a casa dei miei nonni e pochi giorni dopo, tramite un loro conoscente, ho trovato lavoro in una fabbrica. Questo lavoro non c’entrava niente con l’ambiente che avevo precedentemente frequentato e con i miei interessi, ma per me era un rifugio.

M:- I tuoi fratelli, invece, cosa hanno fatto?

E:- Mio fratello minore, tredici mesi più piccolo di me, studiava a La Plata. È rimasto lì per un po' senza tornare mai a Mar del Plata, poi anche lui è venuto a vivere qui, a casa di mio cugino. I miei due fratelli più piccoli sono rimasti con mia madre, a Mar del Plata, per almeno altri due anni e successivamente sono venuti tutti a vivere a Buenos Aires.

M:- Come vivevi l’esilio interno?

E:- Qui ho iniziato a riprendere contatto con alcuni miei compagni di militanza, con coloro che si erano esiliati da Mar del Plata, e che ho continuato a frequentare.

M:- Avevi contatti con militanti di Buenos Aires?

E:- Si, dopo qualche mese ho iniziato a conoscerne qualcuno. Entrare in contatto con loro mi ha permesso di osservare la vicenda di mio padre all’interno di un contesto più ampio. Questo episodio non era successo soltanto al mio vecchio, ma capitava anche a molti altri. Ho preso il mio primo contatto con un organismo per i diritti umani, frequentavo Familiares de detenidos desaparecidos. Fu là che venni a sapere di altri casi di persone dell’ambiente artistico, che conoscevo, che erano desaparecidas, un attore della tv e un regista cinematografico che mio padre conosceva perché aveva accettato di proiettare due suoi film che a Buenos Aires nessuno aveva voluto diffondere. Venni a sapere, inoltre, dell’esilio forzato, di coloro che, minacciati, lasciavano il paese. Moltissimi artisti vicini a mio padre andarono in esilio. Il fatto di vivere a Buenos Aires mi ha dato l’impressione di avere più libertà, sentivo che, essendo in mezzo a tante persone, potevo condurre una vita più nascosta.

M:- Quando e come hai preso coscienza del fatto che tuo padre era desaparecido?

E:- Devi sapere che la ricerca di mio padre fu costante, anche per le strade, mi guardavo in giro per vedere se mi imbattevo in lui, pensavo che forse si trovasse in clandestinità, come me, fuori dall’ambito quotidiano di Mar del Plata.

M:- Nutrivi la speranza che lui fosse stato rilasciato?

E:- Si, proprio così.

M:- Pensavi che, in tal caso, non si fosse messo in contatto con voi per motivi di sicurezza?

E:- Si. Sai quelle fantasie in cui pensi: che s’è n’è andato per conto suo, in esilio all’estero, per questioni di sicurezza personale, come avevano fatto tanti altri artisti. Fantasie... La ricerca era costante proprio nelle fantasie. Pensavo che magari potesse essere in un manicomio, contavo sulle sue capacità teatrali, forse stava simulando di essere pazzo o che ne so. Di fatto, quando fu creata la Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas (CONADEP), la prima cosa che abbiamo fatto è stata quella di andare a cercarlo al manicomio di Buenos Aires. Fu un esperienza bruttissima, non solo per le condizioni del manicomio, ma anche perché la ricerca diede un esito negativo; fu davvero dura, era il 1983. Ma tu mi chiedevi quando, durante la dittatura, ho capito che il mio vecchio era un desaparecido? Be’, quando ho preso contatti con i parenti di altri desaparecidos, a Buenos Aires, dopo qualche tempo, tra il 1977 e il ‘78.

M:- Quando hai capito che le persone desaparecidas non erano in clandestinità o in esilio, ma che, in genere, erano state sequestrate e successivamente uccise?

E:- In realtà quasi mai, a eccezione dei casi di cui avevo informazioni sul luogo e la data del sequestro e che dopo qualche mese comparivano nei giornali come morti in uno scontro armato. In realtà sapevamo dei campi di concentramento... ma la nozione che l’essere desaparecido presupponesse la morte dell’individuo, no... ne avevamo il timore, ma nessuno lo credeva realmente.

M:- In seguito, hai mai avuto la certezza di questi fatti, magari dopo il dossier prodotto dalla inchiesta svolta dalla CONADEP?

E:- No, nemmeno dopo la CONADEP. Certezza? Intimamente non c’è l’ho. Si, la logica mi dice che è morto, ma quella logica non posso accettarla, né politicamente, né intimamente; non posso accettarla, non posso e non l’ho interiorizzata.

M:- Dunque che spiegazione ti dai, cosa pensi sia successo a tuo padre?

E:- Penso che gli sia successo quello che è successo a tutti gli altri, che sia stato assassinato e che sia stato buttato nel mare o nel fiume... no so... nel mio caso c’è l’incertezza, a ogni modo non ho ancora elaborato la morte di mio padre.

M:- È la mancanza di una salma ciò che t’impedisce di elaborare il lutto?

E:- Si, ma anche perché il fatto di non accettare la morte rende politicamente più forti... Se c’è “la morte” vuol dire che si è commesso un assassinio e se c’è un assassinio allora ci sono, anche, gli assassini.

M:- Credi sia così?

E:- Si, ma non sarò io a dire che sono morti.

M:- Per motivi politici, come accennavi prima? Perché credi che sia una responsabilità che debbano assumersi i colpevoli, o lo Stato?

E:- Si, in un certo senso penso di si. Ma... anche perché è qualcosa che ho interiorizzato.

M:- Hai potuto parlare, raccontare a qualcuno il tuo caso?

E:- Ho parlato con pochissime persone, inoltre ho iniziato a farlo di recente.

M:- Cosa intendi per “di recente”?

E:- Be’, più o meno da tre o quattro anni. Poi l’ho sempre fatto in questo modo, tramite le domande che mi vengono poste. Sai, sono cose che continuano a fare male, nonostante il passare degli anni e la mia militanza in H.I.J.O.S., dove nell’ultimo periodo svolgo il compito di testimoniare le nostre vicende.... Cioè, la militanza mi rende più forte, ma tutto questo non finisce mai di fare male, di provocarmi angoscia. Inoltre, il mio carattere mi ha portato a eludere questi argomenti. Penso che le persone che mi chiedevano informazioni in buona fede, per solidarietà finivano per non domandare più, una volta che percepivano l’angoscia che provavo dinnanzi a questo tema. Il mio interesse a partecipare a queste interviste è quello di poter rilasciare la mia testimonianza, ho iniziato a farlo dopo il mio “debutto”, il 24 marzo del 1996, quando mi è toccato, per puro caso, leggere un documento [nell’atto commemorativo per il ventennale del colpo di Stato N.d.A.]. Da quel giorno sono diventato un personaggio pubblico, riconosciuto dalle persone come il figlio di un desaparecido. Prima non ero conosciuto in questa veste.

M:- Sostieni di non aver parlato delle tue vicende subito dopo il ritorno alla vita democratica, forse perché sentivi che quell’argomento non si poteva ancora trattare pubblicamente?

E:- No, ma nemmeno credevo di doverlo sbandierare. Lo si rende pubblico per necessità, ma non giro per strada dicendo che sono il figlio di un desaparecido, tuttavia compaio sui giornali.

M:- Quindi fino al 24 marzo 1996, oltre i parenti e gli amici stretti nessuno sapeva che eri figlio di un desaparecido?

E:- No, nessuno, nemmeno i miei compagni di lavoro.

M:- Perché hai scelto di diventare noto pubblicamente?

E:- Non lo so. Credo che c’entri con la militanza in H.I.J.O.S... Se lotto contro l’oblio e il silenzio, perché celare la mia identità? Vedi, la scelta che ho fatto la giustifico intellettualmente, inoltre mi fa bene affrontare la mia identità. Io non giro per strada indossando la spilletta di H.I.J.O.S., ma se partecipo ad una manifestazione o rappresento l’organizzazione in qualche evento chiaramente la metto. Tutto il mondo sa già che sono il figlio di un desaparecido e che milito attivamente, quindi quando c’è un escrache oppure un qualche evento che viene filmato dalla tv o commentato dai giornali, la gente mi cerca [nelle riprese, nelle foto, legge le dichiarazioni. N.d.A.] e se c’è stata repressione nel corso di una manifestazione s’informa se sto bene.

M:- Prima del 1996, come gestivi la tua situazione?

E:- Tentavo di parlare il più possibile, di scoprire la mia identità, senza bugie... Perché non negavo la mia identità ma nemmeno la rendevo pubblica e poi, all’interno di quale ambito dovevo farlo? Per quale motivo dovevo dirlo? Questo forse lo sa il mio terapeuta...

M:- Raccontami come andarono le cose quel 24 marzo del 1996.

E:- Be’, la notte del 23 marzo, verso le tre del mattino, abbiamo convocato un raduno davanti il palazzo dei tribunali, c’erano quasi 20.000 persone e io ero lo speaker. Il giorno dopo per ragioni fortuite mi hanno chiesto di leggere quel documento.

M:- Come mai eri tu lo speaker del raduno del 23 marzo?

E:- Mi ero offerto perché avevo già esperienze come speaker, lo avevo già fatto in altre mie attività. Sono un maestro di scuola, e oltre a insegnare lavoro nell’ambito della ricreazione per adulti, faccio lo speaker in eventi ricreativi di massa. Ed è perciò che non ho avuto paura di farlo in quell’occasione.

M:- Chi aveva organizzato il raduno del 23 marzo?

E:- H.I.J.O.S.

M:- Mi racconti come e quando si è formata la vostra organizzazione, come vi siete conosciuti, come avete deciso di lavorare insieme?

E:- Durante gli anni della dittatura c’erano diversi laboratori frequentati da figli di desaparecidos, che organizzavano corsi e attività di vario tipo. Alcuni si sono conosciuti così, poi i bambini erano assieme alle proprie famiglie, quando queste s’incontravano.

M:- Puoi spiegarmi dove si incontravano le famiglie delle vittime? Si incontravano nelle sedi delle organizzazioni per i diritti umani?

E:- Sì.

M:- Fammi capire, tua madre, per esempio, si recava con tua sorella nella sede dell’organizzazione, la portava con sé perché forse non sapeva con chi lasciarla?

E:- Non è proprio il caso di mia madre, ma più o meno avveniva così. Molte madri si ritrovavano fra loro per parlare di cosa fare per recuperare i propri parenti desaparecidos e, dunque, i bambini si conoscevano e crescevano insieme. Sono stati realizzati molti esperimenti, tramite il lavoro sociale, su questa situazione che non aveva precedenti simili neanche a livello internazionale. Hanno indagato sia gli psicologi che gli antropologi. In principio si sono sviluppati i laboratori per attività di gruppo, ma erano sempre collegati ad altre cose... L’organizzazione H.I.J.O.S. è nata quasi spontaneamente, verso la fine del 1995, quando nella Facultad de Arquitectura de la Plata fu realizzato un atto commemorativo per gli studenti e i professori detenidos desaparecidos di quella facoltà. In quell’occasione si sono resi conto che molti dei figli degli scomparsi avevano ormai più o meno vent’anni. Alcuni di loro avevano già qualche esperienza di militanza e atri si conoscevano di vista, alcuni non si erano mai visti, be’, poi hanno deciso di raggrupparsi.

M:- Come sono arrivati alla decisione di raggrupparsi?

E:- Per una necessità, collegata alla propria identità. Perché avevano un problema comune e volevano valutare come affrontarlo. Perché non è una vicenda esclusivamente individuale, perché può essere socializzata. Fu organizzato un ritrovo in campeggio, a Córdoba, al quale hanno partecipato i figli di desaparecidos delle diverse regioni del paese. In quell’occasione furono stabiliti i principi e le basi dell’organizzazione. Fu proposta la sigla H.I.J.O.S., Hijos por la Identidad y la Justicia contro el Olvido y el Silencio. Si decise di sviluppare una rete di contatti a livello nazionale che raccogliesse i figli dei desaparecidos, i figli di ex prigionieri politici, i figli degli uccisi e quelli degli esiliati durante la dittatura e negli anni che la precedettero. Qui, nella capitale, si è mantenuta questa impostazione originaria, ma esistono delle sedi regionali che raccolgono soltanto i figli dei desaparecidos e quelli degli uccisi. Qui, invece, partecipiamo tutti, nonostante le quattro discendenze diverse.

M:- Quali obiettivi vi siete posti?

E:- I propositi base dell’organizzazione sono la rivendicazione della lotta dei nostri genitori; l’opposizione alla Teoria de los dos demonios; l’opposizione alle leggi di Obediencia Debida, di Punto Final e all’indulto; la restituzione dei nostri fratelli scomparsi; il giudizio e il castigo di tutti i colpevoli del genocidio e dei loro complici, perché noi “non ci dimentichiamo, non perdoniamo e non ci riconciliamo!”[9]. Questi sono i principi fondamentali dell’organizzazione, che persistono e ai quali se ne aggiungono di nuovi. La rivendicazione della lotta dei nostri genitori fu decisa e aggiunta dopo il II convegno di Lanús, dell’anno scorso [1997 N.d.A.]

M:- Che cosa intendete con la “lotta dei vostri genitori”?

E:- Noi crediamo che i nostri genitori abbiano lottato per un paese migliore, senza distinzioni, né sulla loro appartenenza ideologica, né sull’organizzazione in cui militavano. Noi non mettiamo in discussione le loro scelte; non perché crediamo che non bisogna discuterle, ma perché loro sono caduti lottando per migliorare la situazione sul posto di lavoro, nei quartieri. Oggi stiamo peggio di prima...

M:- Quando e come nacque l’escrache? Te lo chiedo perché credo sia, tra le varie attività, quella divenuta di dominio pubblico.

E:- Sì, in effetti è la più conosciuta. Qui, nella capitale, siamo suddivisi in varie commissioni Alcune si occupano di questioni interne all’organizzazione, per esempio la commissione Finanze; altre si adoperano per questioni relative all’identità; altre ancora curano i rapporti con l’estero, l’ufficio stampa, la radio, il lavoro nei quartieri, gli interventi in ambito educativo, l’archivio, ecc. Escrache è la commissione che s’impegna per denunciare pubblicamente i genocidi impuniti. È come se facessimo un servizio a domicilio, segnalando le case dei colpevoli. La forma con cui svolgiamo queste manifestazioni è innovativa, perché anziché realizzarla dinanzi al parlamento, in Plaza de Mayo o in un altro luogo del potere, essa viene fatta davanti alla casa dell’assassino o del suo complice, o nei loro luoghi di lavoro. Uno dei primi escraches fu di un medico che lavorava in una casa di cura. Avevamo ricevuto la segnalazione, ci siamo radunati e siamo andati a manifestare davanti alla clinica. Abbiamo pubblicamente denunciato che quel tizio aveva assistito dei parti nei campi clandestini di detenzione e ora lavorava lì, con la qualifica di ostetrico. Poi ci siamo recati al suo domicilio e lo abbiamo segnalato pubblicamente, consegnando in tutto il vicinato dei volantini con scritto il numero di telefono, l’indirizzo e le accuse nei suoi confronti. Quello che più ci preme è rendere di pubblico dominio quello che succede. Informare la gente che, grazie alle leggi di Obediencia Debida, Punto Final e agli indulti, questi tizi sono rimasti in libertà e camminano per strada tranquillamente come tutti noi! Siamo convinti che gli assassini si meritino di stare in carcere, ma non abbiamo fiducia nella giustizia attuale e, dunque, chiediamo che venga fatta giustizia. Sembra una contraddizione, ma noi crediamo che, in qualche modo, la condanna sociale sia l’unica strada che riuscirà a portare in carcere queste persone, che promuoverà la giustizia legale.

M:- Raccontami la nascita della commissione Escrache.

E:- È nata un paio di anni fa [1996] ma, inizialmente, localizzare i tizi da 'sputtanare' risultava molto difficile. Adesso è più facile perché sono in molti quelli che ci inviano informazioni e segnalazioni.

M:- Inizialmente come riuscivate a raccogliere le informazioni?

E:- Be’, all’inizio i dati ce li forniva qualche ex detenuto che per caso incontrava un torturatore. Noi vogliamo dire alla gente che così come Astíz e Massera non possono camminare per strada perché la gente li riconosce e li ripudia, li 'escracha', così deve avvenire con molti altri perché loro non sono gli unici assassini.

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[1] Cfr. E.L. Duhalde, El Estado Terrorista Argentino. Quince años después, una mirada crítica. Buenos Aires, Eudeba, 1999.

[2] Obediencia Debida Legge 23.521 (Sancita el 4/6/87; promulgata il 8/6/87; pubblicata nel Bollettino Ufficiale il 9/6/87). Punto final, Legge 23.492 (Sancita el 23.12.1986; promulgata il 24/12/86; pubblicata nel Bollettino Ufficiale il 29/12/86). Decreti d’indulto. Decreti 1002, 1003, 1004 e 1005, datati 7 di ottobre del 1989 e Decreti 2741, 2742 e 2743 datati 30 dicembre 1990.

[3] È consuetudine festeggiare il proprio genitore la terza domenica di giugno. In Argentina si festeggiano anche i bambini, le mamme e gli studenti, oltre all’internazionale giorno della donna.

[4] Non solo militanti di alcuni partiti politici, vietati subito dopo il colpo di stato e i membri delle organizzazioni guerrigliere che partecipavano alla lotta armata vivevano in clandestinità, ma molti dei perseguitati erano costretti ad assumere questo 'stile di vita'.

[5] Modo spregiativo di chiamare i militari.

[6] Il temine gergale è utilizzato proprio per definire il sequestro di persone dal proprio domicilio, dal luogo di lavoro o dalla strada. La traduzione esatta è ciucciare o succhiare.

[7] Per i prigionieri politici la legge prevedeva la liberazione a condizione che scegliessero l’esilio. Furono pochi coloro i quali poterono beneficiare di tale diritto.

[8] In molti casi la casa del desaparecido era sorvegliata dalle forze repressive, gli attivisti che la frequentavano venivano così individuati, perseguitati e a loro volta sequestrati.

[9] Principale slogan dell’organizzazione.

 


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