CENTRI E PERIFERIE. FORME E MODELLI ATTRAVERSO
LA STORIA
Il secondo anno di vita della rivista prende
forma con la proposta di un nuovo dossier dedicato
a "centri e periferie" |
Nate all'interno della riflessione sulla
nascita dello Stato moderno e debitrici in
larga misura di una concezione eurocentrica,
che assegnava al vecchio continente e all'Occidente
il compito di definire i modelli di riferimento
attraverso i quali misurare e comprendere
gli 'altri mondi', le categorie interpretative
articolate sull'asse spaziale centro-periferia hanno
costituito un fondamentale strumento per
lo sviluppo delle conoscenze nel campo della
storia e delle scienze sociali. Questa capacità euristica
del concetto resta sostanzialmente intatta
anche oggi, sebbene lo schema binario del
rapporto centro periferia sia stato sottoposto,
in diversi ambiti disciplinari, a critiche
e revisioni che ne hanno evidenziato nuove
angolature analitiche e depotenziato la rigida
assialità dello schema spaziale. Le "periferie" sono
entrate in gioco come protagoniste di una
relazione di reciproca influenza con i "centri" e
altre categorie sono intervenute a designare
la specificità di questi rapporti, man mano
che da un mondo di Stati e nazioni si è delineato
lo scenario del nuovo mondo globale.
Il dossier intende innanzitutto
ripercorrere la complessità di questo schema
concettuale e teorico con una particolare
attenzione alle costruzioni culturali e ideologiche
che hanno intessuto la formazione dello Stato
moderno e degli Stati nazionali, attraverso
le quali si sono rafforzati o 'inventati' visioni
e appartenenze identitarie proiettate sulle
periferie. Ma centro-periferia è un
modello storiografico che è stato applicato
anche a periodi anteriori, come chiave di
lettura dei rapporti tra imperi e province,
tra città e territori. Da qui la necessità che
il dossier assuma un prospettiva di
lungo periodo che metta in relazione la polis greca
all'impero romano, i comuni al Sacro Romano
Impero, fino alla nascita degli Stati moderni.
La crisi del modello
binario, a cui prima si faceva riferimento,
sarà alla base di
quei contributi - che via via si raccoglieranno
nel dossier - che andranno evidentemente
oltre la dimensione nazionale, regionale
o locale dello Stato per superare l' immaginario
storiografico tendenzialmente eurocentrico
e chiamare in causa approcci disciplinari
differenti, capaci di mettere in luce le
reciprocità tra i due poli del modello in
questione. In questo contesto l'evocazione
del "sistema mondo" definito e proposto da
Wallerstein è quasi d'obbligo, nel duplice
senso di ambito nel quale collocare e assumere
concettualmente "il primato europeo" che
segna tutto il tragitto della modernità,
e di osservatorio concettuale nel quale cogliere
il valore e il peso della compresenza delle
differenze e delle alterità più assolute.
In tale ottica il dossier tenterà di
esplorare non solo i processi e le modalità attraverso
cui il "centro", nell'atto di conferire significato
e senso a mondi sconosciuti - ma anche a
mondi pur noti ma sempre «altri» come l'Oriente -,
costruisce immagini e narrazioni destinate
a riflettersi sulla sua stessa cultura e
autorappresentazione, ma anche i processi
attraverso i quali "le periferie" hanno adottato
i modelli del centro, magari finendo per
sottoporli a una critica radicale.
In questo quadro di insieme, privilegeremo
cinque filoni principali.
1. Il primo riguarda
lo "Stato moderno",
laddove centro e periferia hanno rappresentato
i poli contrapposti della 'modernità' e della 'resistenza' in
quei processi che la storiografia otto-novecentesca
ha visto condurre in modo unilineare - attraverso
la fase assolutistica e poi quella rivoluzionaria
- alla centralizzazione politica, alla razionalizzazione
burocratica e militare, all'unificazione
culturale e linguistica culminante nello
Stato-nazione. Gli studi degli ultimi tre
decenni, soprattutto degli anni Novanta in
coincidenza con l'accelerarsi della creazione
di un'entità statale europea sopranazionale,
hanno contribuito a rivedere tale rapporto
tra centro e periferia. Da una parte, su
scala continentale e macro-storica si è messo
in evidenza l'anacronismo insito in quell'idea
di "Stato moderno" e di "Stato-nazione":
gli Stati in età moderna - la Spagna degli
Asburgo, le isole britanniche dai Tudor agli
Hannover, la stessa Francia di Luigi XIV - furono
piuttosto entità composite, dove differenti
unità culturali e politiche furono unite
sotto un unico sovrano; una situazione in
cui piuttosto che imporre politiche dal "centro",
la concezione ordinaria di governo prevedeva
il rispetto delle istituzioni e delle culture
giuridiche e politiche locali e le sue pratiche
consistevano in una complessa opera di negoziazione
della corte con le élites e gli istituti
rappresentativi provinciali. Dall'altra l'idea
di una complessa interazione tra centro e
periferia è stata studiata su scala regionale
e microstorica, ponendo in luce la molteplicità di "centri" e "periferie" individuabili
nelle realtà politiche e istituzionali di
età moderna. In questa prospettiva, la storia
europea viene a caratterizzarsi come una
continua tensione: la "modernità" dello Stato
europeo scaturisce da questa tensione tra
le istanze di accentramento e le tendenze
alla dispersione del potere, dalla capacità di
recepire e adattare le proprie istituzioni
al pluralismo giuridico e istituzionale che
gli preesiste.
2. Un altro campo di
interventi riguarderà l'evoluzione
di questa dialettica centro/periferia costitutiva
dello Stato moderno in età contemporanea. L'età rivoluzionaria
e quella dell'Impero napoleonico sono state
assunte a momento fondativo di un decisivo
cambiamento nei rapporti di potere all'interno
dei confini statali. Di tale cambiamento
si sono studiati gli effetti: le dinamiche
e le caratteristiche del confronto tra le
due parti, oscillante tra i poli ideali della perfetta
integrazione e della totale opposizione.
Da una parte, avviene
il definitivo consolidamento dello Stato,
che arriva ad estendere la sua
giurisdizione in ogni ambito della vita pubblica,
sottraendo competenze e prerogative ai ceti
sociali, alla Chiesa, alle comunità. Il rapporto
centro-periferia ha richiesto da questo momento
letture analitiche delle dinamiche con cui
si è attuato l'adattamento della gerarchia
piramidale al territorio, imponendosi o incontrandosi
con esigenze e resistenze particolari. Adottando
il punto di vista dello Stato, le categorie
di indagine sullo "spazio nazionale" hanno
mostrato la tendenza a identificare il centro con
il paese, le istituzioni centrali con
la vita politica nazionale, e la stessa capitale con
il luogo di formazione e irraggiamento della
cultura nazionale 'ufficiale'.
Dall'altra parte, l'avanzata
del centro ha
imposto alle periferie una rielaborazione
del proprio patrimonio identitario in senso
funzionale ai ripetuti tentativi di emancipazione.
Nasce da questa forzata dialettica, come
ha sottolineato la storiografia francese,
la categoria di provincia come entità storico-culturale
autonoma, non riducibile alla subalternità di
cui si connota il termine periferia.
In altri contesti nazionali, l'unità di riferimento è la
città / comune o la regione. Anche il concetto
di patrimonio, inteso come corpus di
testimonianze naturali, monumentarie, simboliche,
della individualità / alterità della periferia,
provincia regione o comune, rispetto alla capitale;
così come quello di territorio, come
unità fisico-antropologica a se stante, devono
molto a questo processo di rielaborazione,
e alla affermazione di scale di indagine
alternative a quella statale. Riemerse come
autonomo oggetto di studio già con la scuola
di Labrousse, le periferie hanno infine
acquisito il 'rango' di tasselli fondamentali
per lo studio delle storie, delle identità,
delle culture nazionali contemporanee.
3.
Altri contributi metteranno alla prova
le capacità euristiche
del modello centro-periferia nel campo degli
studi delle religioni e delle chiese. Ci
interessa indagare come le religioni sviluppino
un particolare immaginario su centro e periferia,
legato al rapporto con determinati luoghi
di culto e devozione (sia dal punto di vista
geografico e istituzionale, sia dal punto
di vista meramente culturale), e come religioni
delle periferie, come quelle del Medio Oriente
antico, abbiano potuto imporsi al centro
istituzionale dell'impero fino a divenire
dominanti.
I
saggi che andremo a pubblicare analizzeranno
inoltre le modalità con
cui le diverse religioni - in primo luogo
ebraismo, cristianesimo e islam - organizzano
al loro interno il rapporto tra centri e
periferie sotto il profilo istituzionale.
Mentre il cristianesimo ha risolto tale rapporto
in una continua situazione di crisi e adattamento,
in un'oscillazione ricorrente tra l'idea
di un centro universale e una istanza locale,
periferica, che si può autonomizzare dopo
momenti di rottura, l'ebraismo, privo di
un centro politico e territoriale per almeno
due millenni, sopravvive con una forma istituzionale
debole in una diaspora senza centro, sviluppando
forme peculiari di riflessione e sacralizzazione
nei confronti del luogo simbolico di Gerusalemme.
L'islam, a sua volta, pur sperimentando un'espansione
politica simile a quella del cristianesimo,
si è strutturato sotto il profilo religioso
e istituzionale con modalità molto differenti
proprio in termini di rapporto centro/periferia.
Si
terranno per altro in considerazione anche
le forme di sacralizzazione
del territorio e dello spazio: ciò aiuta
a comprendere, in particolare, le strategie
attraverso cui cristianesimo e islam, in
quanto religioni con vocazione universale,
hanno "colonizzato" spazi lontani, sia dal
punto di vista culturale che geografico,
imponendosi su altre forme di religiosità.
Dal punto di vista culturale è utile analizzare
come le religioni organizzino e traducano
in termini religiosi lo spazio, attraverso
l'invenzione di culti locali, di pellegrinaggi
e percorsi sacri che segnano profondamente
le città e il territorio in generale.
Infine,
soprattutto per quanto concerne l'età moderna, verranno
considerate le modalità con cui i cristianesimi
di diversa confessione si sono confrontati
con altre culture nel momento in cui l'Europa
cristiana andò espandendosi al di fuori dei
suoi confini storici. In questo senso è utile
capire come, ad esempio, la Chiesa di Roma
si sia organizzata sui territori delle colonie
spagnole o ancora come abbia elaborato una
strategia culturale di evangelizzazione in
Oriente.
4. Un'altra area di intervento del dossier
riguarda la sfida lanciata dagli studi postcoloniali
all'etnocentrismo delle narrazioni storiografiche
occidentali ed il rapporto tra questi nuovi
studi di impianto culturale e le analisi
storico-economiche della World History.
Evento periodizzante nel panorama di questi
studi è stata la pubblicazione nel 1979 del
volume di Said, Orientalismo, perché ha
attirato l'attenzione sulla crucialità delle
rappresentazioni dell'Oriente nell'autorappresentazione
identitaria della modernità occidentale.
Da questi presupposti critici si sono sviluppati
diversi filoni intellettuali che dagli ambiti
dell'estetica e della critica letteraria
hanno mosso alla filosofia (in particolare
nel confronto con il pensiero decostruzionista)
e stanno interessando la ricerca storica.
Tra gli indirizzi storiografici più promettenti,
che rovesciano l'impianto analitico di un
centro che «guida» la periferia, vanno certamente
annoverati gli studi del collettivo indiano Subaltern
Studies, animato all'inizio degli anni '80
da Ranjit Guha. Questi studi hanno insistito
sulla centralità della azione delle classi
subalterne nella costruzione di una specifica
modernità indiana, criticando al contempo
la storiografia colonialista e quella di
impianto nazionalistico, che ha acquisito
gli stessi paradigmi della storiografia occidentale,
spostando semplicemente la figura sociale
guida del processo di modernizzazione, dall'élite coloniale
all'élite nazionale. Questa attenzione
alla agency delle classi subalterne,
che non a caso trova in Gramsci un fondamentale
riferimento teorico, viene coniugata attraverso
nuovi modi di rappresentare lo spazio, che
hanno come denominatore comune la critica
dell'assunzione della Nazione e dello Stato
come pilastri della costruzione delle narrazioni
storiche. Da qui hanno mosso studiosi delle
diaspore e dei sistemi di relazioni multiple,
i quali hanno messo definitivamente in crisi
una semplice relazione assiale tra centro
e periferia: gli studi sull'oceano Indiano
prima e dopo l'ingresso di portoghesi, olandesi
ed inglesi, così come l'analisi delle triangolazioni
atlantiche alla base dei movimenti demografici,
politici, economici che hanno disegnato il
volto dell'epoca moderna. Attraverso la
critica postcoloniale, e gli sviluppi che
essa ha generato in ambito storiografico,
diviene perciò possibile coniugare sofisticate
analisi di storia della cultura con metodologie
più «dure» e quantitative che analizzano
su scala globale temi classici della storia
economica quali quello della nascita e diffusione
del capitalismo commerciale e industriale.
5. Un ultimo filone di
indagine perseguito da alcuni saggi riguarda
gli studi geografici,
all'interno dei quali il modello centro/periferia
ha costituito una metafora imprescindibile
nel loro quadro concettuale e epistemologico.
Trovando terreno fertile in una geografia
sviluppatasi tra le due guerre, nella quale
il discorso geografico ribadisce il sopravvento
- anche negli approcci quantitativi - sul
fiscalismo cartografico, tale metafora ha
avuto la pretesa di proporre, in uno spazio al
contempo politico, economico e culturale,
modelli interpretativi basati sull'ordine
della geometria euclidea. Il declino dell'uso
del modello centro/periferia così concepito
si è fatto particolarmente sensibile nel
corso dell'ultimo ventennio. Esso ha avuto
origine da una parte nella critica ad una
visione "semplicistica ed ingannevole" delle
dinamiche spaziali che non tengono conto
delle nuove compressioni spazio/temporali,
dall'altra in un "ritorno" ad una forma discorsiva
basata sull'analisi delle espressioni e delle
intenzioni del soggetto, oltre che delle
identità collettive. Entità, queste, per
le quali la dialettica centro/periferia si
trasforma in relazione con una alterità "incommensurabile" - su
scale diverse - in un contesto spaziale disomogeneo,
discontinuo, anisotropo nel quale le reti
diventano fattori di coesione e al contempo
generatori di complessità. Il risultato di
questa tendenza è una crisi delle tradizionali
categorie spazio-temporali che, alimentata
dai fenomeni di globalizzazione, agisce sconvolgendo
gli assetti geografici su diverse scale:
dalle configurazioni urbane alle trasformazioni
del contesto globale. In tale panorama il
discorso geografico non può prescindere dai
forti, continui cambiamenti nella percezione
e nella rappresentazione del mondo. Cambiamenti,
questi, veicolati anche dal recente sviluppo
di strumenti analitici e comunicativi, quali
i sistemi informativi geografici, diffusi
largamente, anche nella pratica del "quotidiano",
attraverso Internet. |