Alberto
Monti
Che cos’è un GIS archeologico?
Riflessioni a margine di alcune esperienze
sul campo |
Introduzione: i GIS
in archeologia
Ormai da diversi anni l’impiego dei
sistemi informativi territoriali si è
affermato anche in campo archeologico. Ciò
è dovuto sicuramente al fatto che
in molti ci si è resi conto che essi
rappresentano uno strumento in grado di
risolvere una vasta gamma di problemi che
affliggono le metodologie di gestione ed
analisi dei dati archeologici. Anche studiosi
che nella maggior parte dei casi non si
erano mai rivolti con particolare interesse
agli aspetti spaziali dell’archeologia,
non hanno potuto rimanere insensibili al
fascino esercitato da questo nuovo strumento.
Il GIS (acronimo di Geographical Information
Sistem) è discretamente semplice
da impiegare, i software costano ormai poco,
l’hardware necessario è anch’esso
divenuto economico, ed è facile trovare
tra studenti e neolaureati in discipline
archeologiche entusiasti volontari pronti
ad investire tempo per imparare ad utilizzarlo.
E soprattutto, non dimentichiamolo, l’output
grafico di un sistema informativo territoriale
è quanto di più accattivante
l’archeologia sia riuscita a produrre
di recente per il grande pubblico, le amministrazioni
e gli sponsor. Il GIS in archeologia piace,
fa gran figura e conferisce a chi lo usa
una immagine da scienziato moderno con un
investimento modesto.
Scopi, modi per ottenerli
e caratteristiche dei GIS archeologici
L’archeologia è la disciplina
che studia l’uomo del passato attraverso
i manufatti e le tracce che di esso ci sono
pervenuti. Il fuoco dell’analisi è
sugli oggetti, ma ciò che si vuole
conoscere e spiegare sono i comportamenti,
il perché delle cose. Data questa
premessa appare chiaro che la prima notevole
differenza tra un GIS convenzionale ed uno
archeologico sta negli obbiettivi: una pubblica
amministrazione, o anche un’azienda,
realizzano un sistema informativo solitamente
per gestire delle situazioni attuali, o
per prevedere degli scenari futuri, per
prendere decisioni; in un progetto archeologico
il SIT (sistema informativo territoriale,
sinonimo italiano di GIS) serve invece soprattutto
per aiutarci a spiegare situazioni passate.
Se questo è vero allora ciò
che connota un GIS archeologico non è
tanto il suo contenuto, cioè i dati
che gestisce, bensì la sua capacità
di favorire la loro interpretazione. Vi
sono SIT che gestiscono dati archeologici
ma che, sia dal punto di vista concettuale
che da quello tecnico, archeologici non
sono, perché gestiscono i dati relativi
a monumenti antichi, reperti, aree esplorate
proprio come un SIT convenzionale gestirebbe
lampioni, linee ferroviarie o lotti edificabili.
Senza cioè che vi sia una grossa
differenza nel bilancio tra i dati inseriti
e le informazioni ottenute. L’esempio
più classico in questo senso sono
le carte archeologiche urbane che sempre
più spesso vengono realizzate per
le nostre città. La funzione principale
alla quale assolvono è quella di
elencare e mostrare posizioni e caratteristiche
dei depositi archeologici, per salvaguardarli,
ma senza dirci su di essi nulla di più
di quello che già sappiamo. Esse
costituiscono naturalmente un provvidenziale
supporto all’ardua opera di salvaguardia
del nostro minacciatissimo patrimonio, e
la loro utilità è assolutamente
indubbia, ma qui mi preme sottolineare che
dal punto di vista concettuale e tecnico
non si discostano molto da GIS convenzionali.
Per trovare qualche cosa di diverso bisogna
quindi rivolgersi ai sistemi informativi
territoriali nati per generare nuove informazioni,
quelli che potremmo definire archeologici
“di ricerca”. Essi, data una
certa mole di dati spesso reperiti appositamente
mediante scavo o ricognizione di superficie,
tentano di generarne altri, nuovi, integrando
così le carenze che sempre affliggono
la conoscenza sulla realtà antica,
testimoniata solamente da labili tracce.
Ecco dunque un’altra differenza: nei
GIS convenzionali i dati ritraggono la realtà
nota, una realtà nella quale il significato
degli oggetti è evidente negli oggetti
stessi (il significato di una strada è
chiaro, essa è una direttrice di
spostamento di persone e merci). L’opera
di reperimento di questi dati consiste quindi
in una sorta di osservazione/censimento,
poiché ciò che si vede o si
misura è l’essenza di ciò
che si vuole gestire.
In archeologia invece la realtà,
cioè le rovine di edifici, i frammenti
di ceramica, le screziature di colore nel
suolo, sono solo il pallido ricordo di quello
che esisteva un tempo, e la loro osservazione/censimento
porta solo alla ricostruzione di una realtà
frammentaria e labile: cosa significa una
concentrazione di cocci rotti ritrovati
sulla superficie di un campo arato? E può
addirittura accadere che ci capiti di impostare
un GIS senza nemmeno sapere se i dati che
ne sono la base abbiano un qualche significato,
tanto scarse possono essere le nostre conoscenze
sui gruppi umani che hanno abitato il contesto
che stiamo analizzando. Per ottenere il
significato degli oggetti, dal quale deriveranno
i dati, occorre dunque una fase in più
rispetto a ciò che fa chi recupera
i dati per un GIS convenzionale: quella
interpretativa. In essa, grazie al nostro
bagaglio di conoscenza pregressa, noi cerchiamo
di integrare le lacune del significato di
ognuno degli oggetti che compariranno nel
SIT.
Terza differenza sono gli standard qualitativi:
solitamente il nostro budget è, ahimè,
molto più ridotto di quello delle
PA o delle aziende private, i mezzi più
scarsi, le procedure più artigianali
(molti dei nostri sistemi sono realizzati
con il vasto supporto di studenti alle prima
armi), le condizioni di lavoro sono disagevoli,
le basi cartografiche delle nazioni ove
operiamo sono approssimative o addirittura
non esistono. A questi aspetti, che di primo
acchito renderebbero lo standard dei nostri
prodotti quasi inaccettabile agli occhi
di uno specialista di GIS convenzionali,
si contrappone la nostra adesione alla scuola
filosofica dei teleologisti, quella che,
opponendosi al deontologismo, privilegia
il raggiungimento di un obiettivo al modo
in cui lo si raggiunge. In altre parole
noi consideriamo di avere avuto successo
nella realizzazione dei nostri sistemi non
solo se li abbiamo realizzati secondo standard
qualitativi idonei – il che naturalmente
si cerca di fare sempre – ma soprattutto
se essi ci aiutano a raggiungere lo scopo
per cui erano stati pensati: come ad esempio
capire perché in un luogo sono accaduti
determinati fenomeni o impedire che un’area
archeologica venga devastata. La chiarezza
degli intenti è dunque fondamentale.
Quarta differenza, rispetto alla maggioranza
dei SIT convenzionali, è l’uso
della tridimensionalità nella realizzazione
di modelli del territorio: è chiaro
infatti che quando si cerca di comprendere
i comportamenti dell’uomo antico una
delle variabili più importanti è
quella che riguarda lo spazio nel quale
esso ha agito. Questo spazio è naturalmente
tridimensionale, ma mentre nei GIS convenzionali
il comportamento dinamico di vie di comunicazione,
linee elettriche, percorsi stradali, e di
ciò che vi si muove è spesso
noto anche dal punto di vista delle formule
matematiche, per l’uomo antico al
contrario queste formule non esistono, esistono
solo i loro esiti sul territorio sotto forma
di reperti. Ecco dunque che la realizzazione
di modelli dello spazio quanto più
realistici possibile è requisito
fondamentale per verificare, mediante l’uso
di algoritmi non pensati per l’archeologia
ma combinati insieme in modo idoneo, se
le deduzioni effettuate partendo dai resti
archeologici abbiano una qualche attendibilità.
I nostri GIS si basano quindi quasi sempre
su modelli tridimensionali.
Anche la precisione di questi modelli 3D
e di tutti i livelli informativi è
diversa da quella dei sistemi convenzionali:
la più adatta, per noi, non è
necessariamente la più alta possibile
(che spesso è al di là delle
nostre capacità tecniche), ma quella
che riteniamo sia confacente a cogliere
gli aspetti dell’ambiente percepiti
dall’uomo antico. È chiaro
che un TIN (triangulated irregular network,
ossia rete irregolare di punti dotati di
coordinate x, y e z) ad equidistanza dei
punti di un metro è magnifico per
un’analisi a scala territoriale, ma
se uno ad equidistanza di cinque metri è
ugualmente in grado di rappresentare la
pendenza che ha costretto un ingegnere romano
a deviare il tracciato di una strada dal
percorso più diretto, allora il modello
a cinque metri è già adatto
ai nostri scopi. Senza contare che costa
meno, è più facile da realizzare
e richiede un hardware più modesto.
I punti che abbiamo evidenziato sono il
portato di una serie di riflessioni scaturite
dall’esperienza di vari progetti GIS
ai quali abbiamo avuto occasione di lavorare,
riflessioni che consideriamo parte fondamentale
della professionalità di un archeologo
che utilizza i SIT come strumento di conoscenza.
Di seguito illustriamo brevemente alcuni
dei progetti che hanno suscitato le considerazioni
esposte, nella speranza che possano essere
utili alla condivisione di esperienze e
allo stimolo di una proficua discussione
tra archeologi, ingegneri, economisti, cioè
tutti coloro che utilizzano i SIT per analizzare
e gestire un qualche fenomeno che si esprima
a livello territoriale.
La Carta del rischio
archeologico di Durres
Il primo caso che presento riguarda la
“Carta del rischio archeologico di
Durres” (Buora e Santoro 2003) progetto
italo-albanese diretto da Sara Santoro Bianchi,
dell’Università di Parma, in
collaborazione con UNOPS (United Nation
Office for Project Services) e DAD (Dipartimento
di Archeologia di Durres/Durazza).
Durazzo, l’antica Dyrrakium-Epidamnos,
è nata come colonia greca nel VIII
secolo a.C. e da allora è stata,
fino alla fine del medioevo, una delle principali
città del Mediterraneo. Essa può
vantare una densità monumentale e
stratigrafie sepolte del livello di Roma,
anche se naturalmente su una estensione
molto più ridotta. Il progressivo
inserimento dell’Albania nel circuito
europeo di circolazione di capitali ha dato
il via ad una urbanizzazione selvaggia della
città: “mostri” in cemento
da venti piani sorgono nel centro storico
al ritmo di parecchi all’anno, mentre
dagli scavi delle loro fondazioni escono,
e vengono distrutti, mosaici policromi,
sepolture con corredi ed interi edifici
marmorei. Era quindi urgentissimo dotare
l’Amministrazione durazzina di uno
strumento puntuale di tutela, da usare come
base per le concessioni edilizie ed il monitoraggio
del rispetto delle severe norme appena varate.
Ecco dunque la situazione: l’inizio
delle attività per la realizzazione
della carta si colloca a maggio 2003, la
pubblicazione del fascicolo, con l’elaborato
perfettamente idoneo alla distribuzione
ed all’uso, al dicembre 2003. Il personale
impiegato era composto da quattro persone:
Sara Santoro, capo del team, il sottoscritto
e due studenti dell’Università
di Parma. Le attrezzature di cui eravamo
dotati consistevano in un computer portatile,
uno scanner A4 commerciale ed una stazione
integrale utilizzata per alcuni rilievi.
Le basi cartografiche matriciali erano una
fotocopia A1, rovinata in alcuni punti,
di una vecchia carta catastale scala 1:2500,
la migliore base a grande scala che è
stato possibile reperire consultando il
Comune, le autorità centrali di Tirana
ed anche vari uffici ONU, e un collage di
quattro fogli di una carta topografica albanese
in scala 1:50000 per il territorio.
Il tutto è stato georeferenziato
utilizzando le coordinate del reticolo della
carta topografica, identificando su di essa
tre punti di controllo riconoscibili anche
sulla catastale. A questi livelli raster
sono stati sovrapposti quattro livelli vettoriali
rappresentati rispettivamente gli ingombri
delle aree archeologiche conosciute, le
posizioni puntuali dei rinvenimenti sporadici,
le ipotesi di presenze archeologiche, con
una precisione di qualche metro. Sulla base
di questo abbiamo infine elaborato una suddivisione
della città in aree di rischio di
distruzione del patrimonio in caso di edificazione
(Santoro e Monti 2003).
Fig.
1: Le canalizzazioni sotterranee antiche
della città di Durres identificate
tramite una interrogazione GIS
L’elaborato a prima
vista potrebbe anche fare inorridire, specie
se paragonato agli standard dei GIS realizzati
ad esempio dalla Regione Emilia-Romagna,
che cito perché è l’ente
i cui prodotti conosco meglio. Ma la “Carta
del rischio archeologico di Durres”
raggiunge il suo obiettivo: è stata
realizzata nei tempi stabiliti, con i pochi
mezzi a disposizione e se le prescrizioni
che presenta saranno rispettate salverà
il patrimonio archeologico di Durazzo. Questo,
a mio parere, costituisce un grosso successo.
Il progetto Carta
archeologica di Pantelleria
Un esempio differente riguarda un progetto
molto più ampio in quanto a sviluppo
territoriale e più consistente in
termini di personale coinvolto e con destinazione
scientifica: la Carta archeologica di Pantelleria,
missione congiunta tra Università
di Bologna (prof. M. Tosi) e Soprintendenza
archeologica siciliana. A Pantelleria, nel
corso di sette campagne annuali di sei settimane
ciascuna, abbiamo tentato di ricostruire
l’insediamento antico sull’intera
isola (80 Kmq circa), attraverso estensive
ricognizioni di superficie (Monti 2003a).
In questo caso i mezzi sono stati più
abbondanti, anche se non certo paragonabili
a quelli dei migliori uffici GIS: il laboratorio
era stato organizzato nell’ex discoteca
di un albergo ed il team informatico era
formato dal sottoscritto e da un paio di
studenti. Tre i computer a disposizione:
i nostri.
Il GIS che ne è risultato
è piuttosto articolato: un modello
tridimensionale dell’isola su equidistanza
di dieci metri, comprendente anche le batimetriche
fino a cinquanta metri di profondità,
è stato interamente realizzato mediante
digitalizzazione a video dei quattro fogli
della cartografia CTR 1:10000. Su questo
TIN si sovrappongono quasi cinquanta livelli
informativi vettoriali, che ritraggono concentrazioni
e dispersioni di ceramica rinvenute in ricognizione
sulla superficie dei campi, strutture antiche
di qualunque tipo, la geologia, la natura
dei terreni, le fonti d’acqua, le
risorse naturali, le caratteristiche degli
approdi marittimi, i percorsi di spostamento
e molto altro. Queste informazioni ed il
modello 3D sono state analizzate congiuntamente
per simulare e spiegare comportamenti degli
antichi nei confronti dell’ambiente
(Monti 2002a).
Fig. 2: Il modello tridimensionale
dell’isola di Pantelleria, realizzato
nell’ambito della missione attraverso
la digitalizzazione manuale delle curve
di livello dell’isola desunte dalla
cartografia CTR 1:10000.
Abbiamo studiato l’impatto del vento
sulla vegetazione, le aree invisibili dal
mare, le difficoltà di spostamento
interne ecc. Ci siamo allora resi conto
che l’insediamento di epoca punica
e poi romana si è espanso muovendo,
attraverso i secoli, dal versante NO dell’isola,
meno acclive, più fertile, meno sferzato
dal vento, più ricco di fonti d’acqua
e meglio servito da approdi naturali, verso
le zone periferiche ed aspre del centro
e del versante SE, le quali sono state preferite
nell’alto medioevo, con il manifestarsi
del clima di insicurezza seguito alla caduta
dell’Impero Romano (Monti 2002b).
In questo caso il GIS ci ha fortemente
supportato nel comprendere il principale
fenomeno di lunga durata nella storia antica
dell’isola.
Una fortezza da analizzare:
la rocca di Riolo Terme
Il terzo caso riguarda un
GIS molto diverso, quello di un edificio:
la rocca tardo medievale di Riolo Terme
(Monti 2002c). Come tutte le fortificazioni
essa deve le sue forme alla sua funzione,
quella di opporre la massima capacità
difensiva agli attacchi di un eventuale
aggressore. Riolo poi è una fortificazione
particolare, perché appartiene al
gruppo delle “rocche della transizione”,
cioè a quelle strutture nate come
ultimo gradino evolutivo dei castelli medievali,
sotto la spinta della diffusione dei primi
cannoni. In questo caso la questione fondamentali
era comprendere i ragionamenti difensivi
degli artefici della fortezza sulla base
delle forme di ciò che essi avevano
realizzato. Infatti ogni singolo accorgimento,
dalla forma delle torri alla lunghezza dei
tratti di mura che le separano, alla posizione
delle troniere (le finestre dalle quali
sparavano i cannoni dei difensori) ricoprivano
loro specifiche funzioni. Ho deciso di realizzare
un semplicissimo GIS basato su due modelli
tridimensionali: il primo è quello
dell’area territoriale della rocca
e del borgo di Riolo, ed il secondo quello
delle strutture della rocca e delle mura.
Sul secondo modello sono poi stati posizionati
tutti gli apparati difensivi, in particolare
le troniere, suddividendole per tipologie
e ponendole alla quota e nella posizione
reale. Infine, utilizzando l’algoritmo
viewsheed (una procedura codificata su comando
che identifica lo spazio visibile da uno
o più punti a partire dai quali si
effettua l’analisi), ho calcolato
cosa si vedesse da ogni troniera, il che
equivale a ciò che gli artiglieri
potevano colpire, e sommato le singole aree
visibili. Il risultato è una mappa
del territorio di Riolo suddivisa in cinque
livelli di “pericolosità di
approccio” alla rocca, che equivalgono
alle probabilità che un aggressore
aveva di essere colpito da un maggiore o
minore numero di cannoni dei difensori e
da quelli di grosso o piccolo calibro.
Fig. 3: Analisi della pericolosità
di approccio alla rocca di Riolo Terme:
la mappa mostra la suddivisione dello spazio
intorno alla fortificazione, i cui toni
di colore dal verde al rosso sono proporzionali
al numero e calibro dei cannoni che erano
in grado di colpirne ogni zona.
In questo caso il GIS ha prodotto
informazioni su situazioni puntiformi del
territorio ben difficilmente ottenibili
in maniera diversa.
Progetto Rio La Venta:
ricognizioni di superficie nella selva El
Ocote
L’ultimo caso riguarda
invece un problema scientificamente tutt’altro
che risolto: ci troviamo nella selva El
Ocote, stato del Chiapas, Messico, nell’ambito
della missione Rio La Venta, dell’Associazione
Rio La Venta (Badino et al. 1999).
Qui ancora una volta mi sono occupato del
GIS territoriale e delle ricognizioni di
superficie. Durante questa prima missione
di ricognizione per sei settimane abbiamo
vissuto e lavorato in una tendopoli a quattro
ore di fuoristrada all’interno della
selva, forniti di corrente grazie ai gruppi
elettrogeni e con l’acqua da recuperare
a mano in due pozzi posti a circa venti
minuti di marcia dal campo.
I problemi da risolvere erano notevoli:
l’unica base cartografica esistente
è una carta topografica in scala
1:50000, ma la nostra zona, essendo semplicemente
selva inabitata, compare solo come una grossa
macchia verde; vi sono segnalate comunque
le curve di livello, ad equidistanza di
cinquanta metri. La ricognizione consisteva
nel decidere in quale direzione andare,
fare un rilevamento con la bussola e buttarsi
a capofitto nella selva avanzando con il
machete, ad una velocità di un centinaio
di metri all’ora. Ovviamente il problema
più grosso è il posizionamento
dei siti archeologici rinvenuti: la visuale
intorno è di qualche metro, perché
siamo nel folto della foresta, e dunque
non sono visibili nemmeno i punti di riferimento
dei quali pure si possa conoscere l’esistenza;
inoltre i GPS non funzionano a causa della
fittissima coltre arborea. In questo caso
l’unica soluzione era quella di realizzare
complesse poligonali trigonometriche basate
su rilevamenti magnetici a bussola e valutazione
empirica delle distanze percorse a piedi
sul terreno impervio, sovrapponendo poi
il tutto al modello 3D. Quest’anno
siamo riusciti in questo modo ad individuare
e posizionare una trentina di siti sconosciuti
e ad avanzare le prime ipotesi di suddivisione
territoriale (Monti 2003b).
Anche in questo caso credo che lo standard
non sia esattamente quello prescritto dai
manuali di GIS che si usano nelle facoltà
universitarie, nemmeno nelle nostre. E tuttavia
questo è un altro impiego reale,
un’altra situazione nella quale o
si procede in questo modo o non si procede
affatto.
Conclusioni
Ciò che a noi interessa non è
dire “adesso non si può fare”
aspettando di avere tempi e risorse che,
nel panorama di crisi della ricerca attuale,
sono sempre più improbabili, ma migliorare
le nostre conoscenze sull’uomo antico
operando nelle condizioni reali, nelle quali
è davvero possibile agire con i mezzi
usualmente disponibili. Usando i GIS come
strumenti che aiutano a pensare, e sapendo
che questo è, secondo noi, il loro
migliore uso possibile. I casi che abbiamo
presentato rappresentano altrettanti tentativi
per utilizzare la tecnologia GIS quale strumento
in grado di implementare i risultati delle
analisi condotte sui dati resisi disponibili
grazie a fonti di vario tipo. Essa non si
sostituisce alla riflessione condotta sui
dati dal ricercatore, ma costituisce un
ausilio atto a rendere più rapida,
precisa, coerente ed oggettiva la visualizzazione
e misurazione dei dati stessi, durante il
processo conoscitivo destinato a trarne
informazioni storiche. In questo campo la
sperimentazione, condotta su contesti reali
ed avvalendosi di strumentazione e software
di disponibilità quotidiana, rappresenta
la principale via per aumentare sempre più
l’utilità dello strumento stesso.
Riferimenti bibliografici
Essendo il contributo basato principalmente
su riflessioni ed esperienze dell’autore,
qui si riporta solo la bibliografia utile
per chi volesse approfondire la conoscenza
sui casi menzionati.
Buora e Santoro 2003: M. Buora,
S. Santoro, (a cura di), Progetto Durres;
l’indagine sui beni culturali albanesi
dell’antichità e del medioevo:
tradizioni di studio a confronto, «Antichità
Altoadriatiche» LIII, Trieste 2003.
Badino et al. 1999: G. Badino
et alii (a cura di), Rio la venta; tesoro
del Chiapas, Padova 1999.
Monti 2002a: A. Monti, Insediamento
di epoca classica a Pantelleria: un’ipotesi
basata su ricognizioni e GIS, contributo
nell’ambito del XV Convegno internazionale
di studi su “L’Africa Romana”,
Tozeur (Tunisia), 13-17/12/2002, in corso
di stampa.
Monti 2002b: A. Monti, Archeologia
ambientale a Pantelleria: un modello insediamentale
per i siti di epoca tardopunica, in
«L’Africa Romana» XIV,
atti del convegno di studi, Roma 2002.
Monti 2002c: A. Monti, La
rocca di Riolo come strumento bellico: le
sue forme, il suo funzionamento, la sua
evoluzione in Aa.Vv., Riolo e la
sua rocca: appunti di storia e d’archeologia,
Faenza, 2002.
Monti 2003a: A. Monti, L’archeologia
sul terreno: ricognizione di superficie
e GIS, in S. Santoro Bianchi (a cura
di), Pantellerian ware: antiche pentole
di Pantelleria, Palermo, 2003.
Monti 2003b: A. Monti, Archeologia
ambientale nella selva El Ocote: prime considerazioni
su problemi, metodologie e risultati,
atti del XXV Convegno Internazionale di
Americanistica, Perugia, 22-26 Maggio 2003,
in corso di stampa.
Santoro e Monti 2003: S. Santoro,
A. Monti, Carta del rischio archeologico
della città di Durres, Durazzo
2003.
Questo articolo si
cita: A. Monti, Che cos’è
un GIS archeologico? Riflessioni a margine
di alcune esperienze sul campo, «Storicamente»,
2 (2006), http://www.storicamente.org/02_tecnostoria/strumenti/02monti.htm
Versione stampabile
|