Flavia Bruni
L'edizione elettronica di un
manoscritto:
il modello XML |
Una "base di dati" inquisitoriale.
Allo scadere del XVI
secolo, trascorso ormai un secolo e mezzo
dall'invenzione della stampa
e poco meno di un secolo dall'altra rivoluzione
ad essa strettamente congiunta, ovvero la
Riforma protestante, il libro stampato aveva
raggiunto una diffusione tanto ampia da non
essere paragonabile a nessun mezzo di diffusione
culturale dei secoli precedenti, sia a livello
quantitativo, e dunque sociale, sia per così dire
qualitativo, ovvero per quanto riguardava
la vastità degli argomenti trattati. Questo
non poteva non destare l'allarme all'interno
della Chiesa di Roma, proprio nel momento
in cui essa, sulla scorta delle deliberazioni
del Concilio di Trento, si accingeva alla
riorganizzazione delle strutture e al disciplinamento
culturale per affrontare le insidie provenienti
dall'interno della cristianità. Era risultato
evidente fin dagli esordi della Riforma come
una circolazione libraria priva di controllo
potesse avere esiti disastrosi per il tradizionale
monopolio culturale della Chiesa sull'Occidente,
e di conseguenza anche per la costruzione
politica che su di esso poneva le sue fondamenta.
Prese così lentamente forma quella che sembrava
essere l'unica possibile soluzione: la creazione
di un ferreo apparato di controllo, con la
funzione di vagliare, proibire, ed eventualmente
anche epurare l'intera produzione editoriale
europea del secolo trascorso, e, non di meno,
di quello ormai prossimo. Concretamente,
dopo alcuni conflitti di competenza, tale
compito fu assunto
al vertice dalla neonata Congregazione dell'Indice,
e lo strumento da essa
approntato per l'adempimento della propria
funzione fu l'indice dei libri
proibiti promulgato nell'anno 1596[1]."
Nonostante gli sforzi
compiuti per dare massima diffusione alle
proibizioni specialmente
dopo la promulgazione dell'indice del '96,
l'applicazione concreta risultò, com'è ovvio,
operazione tutt'altro che facile, anche in
quanto era inevitabile delegare parte del
compito di controllo ad una rete inquisitoria
a livello locale; tale decentramento spiega
perciò il sussistere di forti dubbi sulla
scrupolosa applicazione dell'Indice, fosse
pure più a causa di una non perfetta conoscenza
di esso che per deliberata volontà di trasgressione.
Dall'intento di controllare l'osservanza
delle prescrizioni almeno all'interno degli
ordini regolari si originò dunque un'"inchiesta",
promulgata dalla Congregazione dell'Indice,
che richiese di inviare a Roma le liste complete
dei libri posseduti sia dai singoli religiosi,
sia dalle biblioteche comuni degli istituti
di tutti gli ordini religiosi[2]. Ne risultò una
enorme mole di materiale, costituito da centinaia
di liste di libri pervenute a Roma in varia
forma: liste singole inviate come fogli sciolti,
oppure fascicoli numerati e rilegati che
rivelano una operazione coordinata all'interno
di alcuni ordini o di alcune province. Questa
ricchissima e preziosissima documentazione,
dopo il periodo napoleonico, è stata raccolta
nella Biblioteca Apostolica Vaticana in sessantuno
codici estremamente eterogenei, rilegati
per ordine di appartenenza e per lo più suddivisi
al loro interno per provincia, convento ed
eventualmente singolo possessore[3]. La rilevanza
di tale fonte sia per la conoscenza delle
biblioteche monastiche, sia per l'analisi
della produzione e circolazione libraria
in Italia tra XVI e XVII secolo è tanto evidente
da non richiedere ulteriori sottolineature[4].
Dell'intero corpus di
codici si sta occupando un gruppo di ricerca,
di cui faccio
parte, coordinato dal prof. R. Rusconi e
denominato RICI (Ricerca sull'Inchiesta della
Congregazione dell'Indice). Il progetto prevede
la trascrizione degli elenchi di libri, l'identificazione
delle edizioni, effettuata in una prima fase
su banche dati on line e successivamente
su repertori cartacei, e infine l'inserimento
in un database a cui verrà consentito
l'accesso non appena terminato l'inserimento
delle informazioni[5].
All'interno di un patrimonio già di per
sé di enorme rilevanza, occupandomi degli
elenchi pervenuti a Roma dalle province dell'Ordine
dei Servi di Maria ho potuto analizzare un
eccezionale documento, conservato nei ff.
28-47 del manoscritto Vat. Lat. 11286, che
riproduce il verbale di una inquisizione
compiuta nel convento dei Servi di Maria
di Lucca nel novembre dell'anno 1600, nei
confronti di un frate di nome Lorenzo[6].
Nella cella del frate, assente al momento
della visita inquisitoriale, erano stati
rinvenuti circa settecento libri, di cui
una buona parte identificabili come proibiti;
proprio la descrizione dei singoli libri
riportata nella lista testimonia un intervento
censorio, probabilmente operato per mano
dello stesso Lorenzo, tramite cancellature,
raschiature o applicazione di "piastrelli",
proprio in corrispondenza di nomi di autori
o editori condannati dall'Index[7].
Oltre all'elenco dei libri, redatto secondo
gli usuali canoni imposti dalla Congregazione,
nelle venti carte si trovano altresì parti
narrative che descrivono lo svolgimento della inquisitio nella
cella e nel convento, riportando anche gli
interrogatori a cui furono sottoposti i confratelli
di Lorenzo.
Di fronte a un documento
di tale interesse si è immediatamente delineata l'esigenza
di pubblicazione, congiunta con l'idea di
effettuare ricerche automatiche mirate all'interno
della lista dei libri. Da queste premesse è nato
l'esperimento, che sto sviluppando in maniera
autonoma e parallela rispetto al lavoro all'interno
del sopracitato gruppo di ricerca e che costituisce
la mia tesi di dottorato[8], volto ad elaborare
una digitalizzazione delle venti carte in
questione, avente come fine più concreto
e prossimo quello di un'edizione, sia elettronica
sia a stampa, che non trascuri la descrizione
accurata dei molteplici aspetti del documento;
ma forse di ancor maggiore rilevanza è l'obiettivo
concomitante di realizzare un database dei
circa settecento titoli della biblioteca
del frate elencati nel testo, rendendo possibili
operazioni e dunque ricerche in maniera automatica.
La modellizzazione.
Le entità.
Affinchè la ricerca possa dare dei risultati,
la digitalizzazione vera e propria deve essere
dunque preceduta da una fase di ricognizione
e sistemazione delle caratteristiche del
documento: bisogna cioè organizzare un modello il più possibile corrispondente al reale
aspetto della fonte, basatandosi sull'attenta
osservazione e selezione dei fenomeni ritenuti
significativi e delle relazioni tra di essi
intercorrenti. Si tratta del passaggio fondante
che chiamiamo di modellizzazione del
documento.
Nel caso dei sopracitati
fogli manoscritti, una modellizzazione
realizzata tramite marcatura
con il metalinguaggio XML può essere la soluzione
ottimale, in quanto consente di rendere la
complessità dei fenomeni riscontrati in maniera
relativamente semplice; all'origine di tale
idoneità è la possibilità di stratificare
la descrizione su diversi livelli sovrapponendo
più DTD[9], lasciando inoltre aperta l'eventualità di
aumentare indefinitamente i tag da
apporre per ottenere una modellizzazione
sempre più complessa e ricca di dati.
Adottando lo standard XML è sufficiente
rispettare alcune semplici regole di sintassi
nell'applicazione dei tag, dopo di
che questi ultimi, seppure definiti dall'utente
per le esigenze di descrizione dello specifico
documento, e non desunti dunque da alcun
linguaggio prestabilito, potranno essere
facilmente convertiti a seconda delle diverse
necessità: sarà facile procedere, ad esempio,
all'impaginazione su schermo per l'edizione
elettronica, trasformando i tag personalizzati
in quelli standard dell'HTML; o, allo stesso
modo, alla preparazione di un'edizione di
tipo "tradizionale", ovvero stampata
su carta; o, ancora, alla costruzione di
un database ordinato delle informazioni
contenute nel testo. La potenzialità maggiore
di questa procedura deriva infatti senza
dubbio dalla possibilità di applicare al
documento codificato dei filtri che operino
in base ai tag. Questi possono essere
considerati come delimitatori di campi ricorrenti,
di modo che la semplice inserzione di essi
trasformi, di fatto, il documento stesso
direttamente in un database. Mentre
in un database "tradizionale" avremmo
delle schede suddivise in campi, da riempire
di volta in volta con i dati, al contrario
operando tramite marcatura sono i tag ad
essere inseriti all'interno del documento
e a delimitare i campi, evitando così di "smembrare" la
fonte nei diversi campi[10].
Da un punto di vista
descrittivo-formale, invece, un aspetto
di grande interesse è costituito
dalla possibilità di non limitare il set
di caratteri a quelli contemplati dall'ASCII
128, senza tuttavia ricorrere a caratteri
non standard (ASCII 256), o peggio ad altre
fantasiose forme per la descrizione di fenomeni
non ritenuti assimilabili a processi di scrittura
odierni. È possibile infatti definire una
tabella di entità di riferimento, che può comprendere,
oltre ovviamente ai caratteri standard dell'ASCII
128, un numero teoricamente infinito di altri
fenomeni grafici in esso non rappresentati.
Diventa in questo modo possibile riconoscere
come entità a sé stanti, da noi "codificate",
una gran quantità di fenomeni ascrivibili
alla scrittura del XVI secolo, come abbreviazioni, "tituli" eccetera,
tutti elementi di cui si perderebbe completamente
traccia limitandosi a una piana trascrizione
diplomatica. Diventa in questo modo plausibile
l'obiettivo di realizzare una codifica del
documento a partire dalla sua entità fisica,
per così dire, e non dalla mera trascrizione
del testo in esso contenuto: quest'ultimo
infatti, per quanto per determinati fini
possa essere riconosciuto come l'elemento
di maggiore interesse, non è l'unica fonte
di informazione contenuta nel documento stesso.
La trascrizione diplomatico-interpretativa,
per definizione, "interpreta",
comportando una perdita di informazione,
che, se può essere per certi versi irrilevante,
potrebbe invece essere completamente fatale
per altri, riguardanti, appunto, gli aspetti
formali del documento e non il suo contenuto
verbale[11]. L'adozione di un modello XML
consente dunque una esauriente descrizione
del documento, sempre suscettibile di ampliamenti
successivi, per di più incorporandola, per
così dire, all'interno del documento stesso;
al tempo stesso, facilita l'applicazione
di procedure automatiche su campi di volta
in volta selezionati secondo le esigenze
della ricerca. Come detto sopra, il verbale
della inquisizione svolta nel convento di
Lucca è inserito in uno dei sessantuno codici
di un corpus, che custodisce nel
suo insieme documentazione grossomodo simile,
ovvero liste di libri posseduti da regolari
negli anni a cavallo tra fine XVI e inizio
XVII secolo. È dunque possibile in un primo
momento svolgere la ricerca in maniera strettamente
focalizzata sul campione prescelto, tentando
di compendiarne quanti più aspetti possibile
nella maniera ritenuta di volta in volta
più adeguata; in una fase successiva, tuttavia,
sarebbe plausibile o meglio auspicabile
applicare il modello di codifica elaborato,
progressivamente ampliandolo e perfezionandolo,
ad una documentazione sempre più vasta,
arrivando alla costruzione di un database
unico per l'intero corpus di codici:
anzi, proprio in questa prospettiva sono
da vedere i frutti più interessanti della
ricerca.
Questo articolo si
cita: F. Bruni, L'edizione elettronica
di un manoscritto: il modello XML, «Storicamente»,
1 (2005), http://www.storicamente.org/02_tecnostoria/strumenti/bruni.htm
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