Intervista a Bruno Bongiovanni
a cura
di Roberta Mazza
Classi dirigenti e storia dell'Italia
contemporanea. Definizioni, criteri
di selezione e ricambio generazionale
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Abbiamo intervistato
Ivan Scalfarotto a proposito del suo pamphlet
Contro i Perpetui in cui l'autore fa una
serie di considerazioni a proposito dei
ceti dirigenti, politici e non, del nostro
paese. Vorremmo approfondire
con lei in chiave storica alcuni dei temi
affrontati nell'intervista, anche alla luce
del volume dedicato alle classi dirigenti
italiane che lei ha curato di recente insieme
a Nicola Tranfaglia, (Le classi dirigenti
nella storia d'Italia, a cura di B.
Bongiovanni, N. Tranfaglia, Laterza, Bari,
2006). Comincerei proprio da una definizione
del concetto di "classe dirigente"
da voi utilizzato e dunque preferito ad
altre categorie elaborate da sociologi e
politologi, quali classe dominante, ceto
dirigente, élite etc.
Il concetto di classe dirigente, che è
molto usato da giornalisti e nel linguaggio
comune – o dagli stessi sociologi
e dagli storici, ma in modo poco consapevole
e generico – ha un'afferrabilità
spesso scarsa, labile. Vediamo dunque di
precisarne i contorni e di spiegare il perchè
lo abbiamo scelto.
Partiamo dal sostantivo “classe”.
Storicamente il concetto di classe è
molto antico, lo si trova in Tito Livio
quando parla delle cinque classi sociali
presenti a Roma in età monarchica.
I membri della società romana appartenevano
a una di queste classi; fuori da esse, Livio
dice che vi erano i proletari, altro termine
che avrà un lungo percorso storiografico.
Questa è la prima volta in cui emergono
questi concetti: classe e proletari. La
classe, dunque, è un segmento sociale
che in questo caso è definito quanto
al reddito, alla ricchezza dei soggetti;
una ricchezza che con il tempo poi comporta
rango e status nella catena delle
gerarchie sociali. Quando si usa l'espressione
classe, senza aggettivi che la qualificano,
si sta in questo ambito, si sta ad indicare
una classe sociale.
Ci sono poi diversi modi di intendere le
classi sociali e il rapporto che esse intrattengono
tra loro. La nozione marxiana di classe,
ad esempio, si precisa e definisce all'interno
dei rapporti di produzione, a seconda del
ruolo svolto nel processo produttivo (i
proprietari dei mezzi di produzione e scambio
da una parte e la forza lavoro dall'altra).
Secondo un'impostazione aperta da Weber,
con l'elaborazione del concetto di “ceto”,
ma che passa ad altri e va avanti fino allo
stesso Bourdieu, la classe è invece
status, distinzione sociale, derivanti
dal rango che si ha non tanto all'interno
del processo produttivo, quanto all'interno
della società nel suo complesso,
prendendo anche in considerazione perciò
quelli che Marx avrebbe definito aspetti
sovrastrutturali.
Ovviamente a ciò bisogna aggiungere
qualcosa, aggettivi che specifichino il
significato di classe. In ambito socialista
si arriva quindi a parlare di classe dominante:
per Marx questa è la classe che detiene
i mezzi di produzione e di scambio e che
domina, appunto, sulle altre. In ragione
di questo possesso e di questa sua natura,
tale classe ha un notevole ruolo politico
all'interno dello Stato. Alla fine dell'Ottocento
emerge un altro concetto, questa volta in
ambito decisamente conservatore, che è
quello di classe politica, che poi sfocerà
nel concetto di élite, la
cui teorizzazione si deve agli italiani
Mosca e Pareto e che passerà poi
a Michels, tedesco formatosi però
in Italia. La classe politica è l'insieme
degli organizzati e pochi che sempre, all'interno
di qualsiasi sistema politico, anche quello
democratico, ha la supremazia sui disorganizzati
e molti. Ci sarà sempre, anche nella
democrazia criticata da Mosca e nei regimi
socialisti criticati da Pareto, un'élite,
i governanti, che governa i governati.
Questi sono tutti concetti
forti: classe politica, élite,
classe dominante hanno una ben precisa collocazione
teorica nel dibattito e un'armonica costruzione
concettuale che li ha resi tali. Classe
dirigente invece è molto sfumato,
è come un generico contenitore che
riesce comprendere tutti questi concetti
teorici. Chi fa parte della classe dirigente?
Chi ha un ruolo di preminenza economica,
o professionale, o politica; ma anche chi
controlla i mezzi di comunicazione di massa
oppure riveste un ruolo di alto livello
nell'istruzione; penso anche poi a rappresentanti
del sindacalismo. Se pensiamo alla situazione
attuale, anche personaggi che appartengono
al mondo dei media in generale, certi personaggi
televisivi... Insomma 'classe dirigente',
rispetto ai concetti forti sopra richiamati,
ha un minimo di definitività teorica,
ma è attraente perchè ha una
massima elasticità. Agli storici
fa comodo, perchè ha una grande capacità
di distendersi nel tempo e di inglobare
figure sociali diverse, che via via sono
andate acquisendo un ruolo dirigente.
Questo aggettivo 'dirigente'
mi pare anche smussare, in un certo senso,
il discorso sul potere che molti dei teorici
che lei ha richiamato – ma anche altri,
come ad esempio C. Wright Mills –
accompagnavano alla teorizzazione del concetto
di classe dominante, élites etc.
Lei pensa che questo uso di 'dirigente'
sia collegato anche a una definizione e
percezione del potere che attualmente, com'è
chiaro, è qualcosa di ben diverso
da ciò che poteva essere tra la fine
dell'Ottocento e il primo Novecento?
Sì, sicuramente. Anche questo aspetto
rende insoddisfacente attualmente i concetti
forti sopra passati in rassegna e ci spinge
ineluttabilmente a utilizzare il concetto
di classe dirigente. Il potere si allarga,
è sempre più inafferrabile,
siamo sempre più in presenza di una
microfisica del potere. Non ci sono più
Palazzi d'Inverno, al punto che è
sempre più difficile parlare di potere,
ma è più sensato e realistico
parlare di poteri. Ciò deriva da
quel processo che prima ho delineato, seppur
sommariamente, di ampliarsi e complicarsi
delle classi dirigenti, che anche in questo
caso vanno usate al plurale. E' sempre più
vero, come diceva Montesquieu, che sono
i poteri che limitano il Potere: più
sono le classi dirigenti, più il
potere perde assolutezza e si diffonde a
sua volta. Le stesse dinamiche di conflitto
tra esponenti delle diverse classi dirigenti
diventano un elemento grazie al quale si
bilanciano i poteri e si allarga la democrazia.
Più sono le classi dirigenti, più
si contrastano tra di loro, più sale
il tasso di democrazia. La democrazia è
infatti un processo dinamico, che non ha
fine: se una società ha una molteplicità
di classi dirigenti, diverse non solo perchè
gestiscono poteri diversi, ma anche perchè
sono selezionate attraverso meccanismi differenti,
più alto sarà il tasso di
democrazia.
I processi di selezione delle
classi dirigenti delle società contemporanee
sono molto diversificati: esistono sistemi
di cooptazione, di elezione, di concorso
pubblico, per merito, per competenza etc.
Le classi dirigenti hanno dunque forme di
costruzione, affermazione e selezione tra
loro diversissime. La loro molteplicità
assicura anche che si operi un positivo
controllo reciproco che, per esempio, è
una forma di contrasto nei confronti di
un involgarimento o imbarbarimento che l'allargamento
della base, nella società di massa,
tendenzialmente comporta.
Nella letteratura teorica si è parlato
di una possibilità di élitismo
democratico, concetto che mi pare ossimorico,
penso chiaramente a Schumpeter: la selezione
delle classi dirigenti avverrebbe come nell'economia
di mercato, e dunque si scelgono gioco forza
i migliori, mentre i peggiori vengono scartati.
Ora se guardiamo alla realtà storica,
ad esempio quella italiana, ciò non
sembra accadere sempre. Ma faccio riferimento
a questo tipo di pensiero politico, proprio
per confermare che anche chi sostiene la
non eliminabilità della dimensione
elitaria può, dopo Michels e gli
altri, vedere comunque uno spazio per lo
sviluppo democratico.
Vorrei soffermarmi
ancora sul tema della selezione delle classi
dirigenti, in particolare di quelle italiane.
Nell'introduzione al volume da voi curato,
a proposito della scuola pubblica affermate
che, nonostante i suoi grandi meriti, essa
«non ha mai potuto diventare appieno
il meccanismo liberaldemocratico e salutarmente
competitivo della selezione delle classi
dirigenti, tanto che per decenni il principio
cooptativo ed ereditario non è stato
sufficientemente compensato dall'emergere
"dal basso" di talenti e professionalità».
Mi sembra che qui si colga uno degli elementi
che stanno alla radice di una quanto meno
carente dinamicità sociale nell'Italia
contemporanea. Questa staticità sociale,
che si registra attualmente, secondo lei,
è una caratteristica per così
dire italiana da sempre, o viceversa ci
sono stati periodi di maggiore permeabilità
tra le classi, di maggior dinamismo?
Il nostro sistema scolastico, grazie anche
allo sforzo di molti insegnanti che spesso
hanno lavorato in condizioni difficili,
ha senz'altro avuto il merito di aver contribuito
alla costruzione della coesione sociale
del paese, ma purtroppo, come abbiamo scritto,
non solo non ha promosso l'emergere dal
basso di talenti e professionalità,
che andassero poi a costituire le classi
dirigenti (del resto non è questo
il compito esclusivo o primario della scuola
pubblica), ma non è neppure stato
in grado di promuovere uguaglianza: ossia
non ha saputo dotare tutti gli studenti
di una stessa base di partenza, al di là
dei ceti sociali di provenienza. Non solo,
dunque, la scuola non è stata capace
di promuovere giustizia sociale, che pure
è un valore, ma non ha neanche saputo
fare un uso accorto, per così dire,
delle risorse disponibili, perchè
non ha valorizzato le intelligenze e le
capacità degli individui, che così
non sono state immesse all'interno della
società. Certo, ci sono stati momenti
storicamente importanti che hanno introdotto
cambiamenti: penso, ad esempio, alla Legge
Coppino dell'Italia liberale, oppure alla
riforma – voluta dal centro-sinistra
prima ancora che questo diventasse vera
e propria formula politica – della
scuola media unica. Tuttavia queste riforme
hanno tutte una caratteristica tipica del
riformismo italiano (che ha una storia comunque
di tutto rispetto, nonostante i difetti
che spesso gli si attribuiscono): si tratta
sempre di interventi presi all'ultimo momento,
interventi di rimessa, senza un quadro di
ampio respiro progettuale. Ossia quando
lo sviluppo produttivo e il contesto sociale
sono cambiati al punto tale da non poter
più rimandare di mettere mano alle
riforme, allora si è intervenuti.
Anche per la scuola secondaria e l'Università
è andata un po' così, penso
alla liberalizzazione degli accessi alle
facoltà universitarie dalle scuole
secondarie del 1969. Tutto fatto frettolosamente,
sotto la spinta di forti pressioni sociali
e del clima di quegli anni, senza riflettere
davvero sulle modalità e le conseguenze
della riforma.
Questo è un po' un
leit motiv della storia del nostro
paese ed è una dimostrazione del
fatto che le classi dirigenti italiane mancano
di progettualità, sono, per così
dire, sterili. Certo, come sosteniamo sempre
nel volume, esse sono state all'altezza
dei loro compiti nei momenti difficili,
come nel periodo dell'unificazione, in quello
della resistenza e della costituente, o
anche in certa misura nel periodo dello
sviluppo industriale, nella fase del cosiddetto
miracolo economico. Ma nel momento in cui
sembrerebbero esserci le condizioni per
affrontare con calma un quadro generale
di riforme, questo non viene fatto; è
una constatazione, forse più una
lamentatio di carattere politico
che una tesi storiografica, tuttavia mi
pare che i dati per sostenerlo non manchino.
Si arriva quindi sempre a una situazione
limite in cui i problemi si accumulano e
i nodi vengono al pettine e il cambiamento
si impone da sé: nel caso della riforma
della scuola media anche le forze conservatrici
dell'area di governo appoggiarono il progetto
di fronte all'evidenza di una realtà
sociale in cui i ritmi della crescita industriale
ed economica erano tali da rendere la soluzione
del problema dell'obbligo scolastico improrogabile.
La società era ormai di massa e la
scuola doveva rispondere alle necessità
di questo tipo di assetto sociale, con una
sistema meno classista.
Veniamo alla questione
generazionale. Nel libro di Scalfarotto
questo elemento emerge naturalmente in chiave
polemica (sebbene l'analisi dell'autore
evidenzi bene come le radici della questione
non stiano in una vaga gerontocrazia, bensì
nella mancanza di una reale meritocrazia).
Io vorrei affrontare il tema generazionale
con lei ancora una volta in chiave storica.
Il dato dell'invecchiamento della società
italiana è reale, gli indicatori
sociali lo dimostrano, ed è un dato
che le nostre classi dirigenti sono 'vecchie'.
Si arriva a ruoli chiave nell'economia,
nella politica, nell'istruzione etc. molto
tardi, rispetto alle medie europee, per
non parlare delle medie statunitensi e delle
aree cosiddette emergenti, quali Cina ed
India. Certamente ci può essere un
dato biologico: essendosi allungata la vita,
le fasi stesse dell'esistenza – infanzia,
adolescenza, giovinezza etc. – si
vanno rimodellando e ridefinendo, con uno
spostamento in avanti di certi riti di passaggio.
Rispetto a questo punto, alcuni dati come
la difficoltà del distacco dalla
casa dei genitori o il disagio generazionale
pare fenomeno in crescita anche altrove,
come in Francia, ad esempio, dove la ventiquattrenne
Sabine Herold ha fondato un movimento che
si va trasformando in partito politico e
si presenterà alle elezioni del giugno
2007 con un programma che punta espressamente
al ringiovanimento della classe politica.
Cosa ne pensa del fenomeno di invecchiamento
delle classi dirigenti italiane e del mancato
ricambio generazionale, che si traduce,
ovviamente, anche in staticità sociale?
Quali sono le sue radici storiche, in un
paese come il nostro che ha visto comunque
in alcune fasi emergere classi dirigenti
molto giovani, penso ad esempio alla resistenza
e al secondo dopo guerra?
La storia delle generazioni
purtroppo è poco praticata, ma sarebbe
interessante, sebbene presenti notevoli
difficoltà pratiche e teoriche: dunque
effettivamente è difficile parlare
di questi temi storicamente, senza studi
approfonditi e precisi di riferimento. E'
inoltre molto difficile fare comparazioni
storiche: la resistenza e la fase costituente
sono stati momenti di grande cesura e cambiamento
e quindi anche di ricambio delle classi
dirigenti, con l'emergere contestualmente
di nuove generazioni. Ma penso anche, in
chiave negativa e antidemocratica, a un
altro momento, alla fine della prima guerra
mondiale e a quel processo che ha portato
all'avvento del fascismo e all'eclisse delle
classi dirigenti liberali: anche lì
c'è stata una forte presenza giovanile.
Ci sono state cioè in Italia delle
crisi di regime che hanno 'pensionato' e
travolto pezzi importanti di classi dirigenti
soprattutto politiche, e in subordine anche
amministrative (questo anche se assieme
al ricambio ci sono state senz'altro molte
continuità: soprattutto in ruoli
amministrativi, dirigenziali etc. un pezzo
importante delle classi dirigenti fasciste,
ad esempio, senz'altro rimase al suo posto).
Vi sono dunque momenti eccezionali in cui
le classi dirigenti sono sottoposte a grandi
cambiamenti, anche dal punto di vista generazionale;
ma in altre fasi di cambiamento questo non
è avvenuto. Pensiamo alla fase dell'Unità
d'Italia: senz'altro non vi fu crisi di
regime, ma piuttosto una costruzione lenta
da parte di un'élite composita, costituita
da personaggi non così giovani, con
ruoli sociali e politici di rilievo –
certo al di là della variabile biologica,
come si diceva, per cui le fasi della vita
sono diversamente definibili attualmente. Naturalmente
questo dato biologico, che lei richiamava,
ed elementi contingenti, come la congiuntura
di difficoltà economica che stiamo
vivendo, rendono l'ingresso nell'età
adulta, con il distacco dalla famiglia,
più ritardato e difficile rispetto
al passato e dunque più difficile
diviene costruirsi un ruolo sociale e una
carriera. L'insicurezza economica e l'instabilità
lavorativa entrano senz'altro in gioco in
questo tipo di disagio sociale.
Storicamente mi vengono poi in mente dei
momenti in cui la giovinezza viene esaltata:
il periodo rivoluzionario e giacobino in
Francia elabora proprio una retorica sulla
giovinezza, simbolo stesso della rivoluzione;
i girondini e i giacobini avevano un'età
straordinariamente bassa. Nel primo dopoguerra,
quando venne fondato il Partito Comunista
d'Italia distaccandosi dal Partito Socialista,
era nettamente visibile il fatto che i comunisti
erano giovani e non portavano la barba:
Gramsci, Bordiga, Terracini, Togliatti avevano
circa trentanni, una generazione successiva
a quella di Turati e degli altri dirigenti
socialisti. Vi sono poi casi in cui la vecchiaia
delle classi dirigenti è addirittura
un simbolo tangibile di declino: pensi agli
ultimi anni dell'URSS, a Breznev, ad Andropov.
Lo stesso Gorbaciov, arrivato alla carica
di segretario generale del comitato centrale
del partito a cinquantaquattro anni, fu
tra l'altro accusato di essere giovane dai
suoi oppositori.
Aggiungerei che proprio
in casi come questo la vecchiaia diventa
simbolo evidente e tangibile della staticità
sociale che prima richiamavo, una staticità
che ovviamente in un regime totalitario
come quello appunto dell'URSS era voluta
e controllata...
Certo nel caso dell'URSS questo è
senz'altro vero, la vecchiaia delle classi
dirigenti è in quel contesto sintomo
di crisi e decadenza. In altri casi però
la situazione è diversa: pensiamo
all'avvento del vecchio generale De Gaulle
in Francia. Pur essendo accompagnato da
una retorica conservatrice, il suo governo
ha segnato l'inizio di una fase di grande
dinamismo e sviluppo economico e sociale
della Francia: De Gaulle era vecchio, ma
il paese 'ringiovanì'. Fu De Gaulle
a far cessare la guerra d'Algeria, eppure
era un generale settantenne, un uomo di
altri tempi... Egli rappresentò,
a dispetto dell'età anagrafica, un
cambiamento rispetto alle classi dirigenti
della Quarta Repubblica, incapaci di fare
uscire il paese dalla decolonizzazione,
pur essendo spesso di cultura radicale,
democratica, addirittura socialista. Ma
penso anche ad Adenauer, vecchissimo, eppure
l'uomo del miracolo economico tedesco.
Voglio dire con ciò che l'elemento
generazionale, all'interno della storia
delle classi dirigenti, è fenomeno
composito e complesso da analizzare. Ma
se guardiamo alla microdinamica dei ruoli
dirigenti in una società è
certo evidente che oggigiorno siamo di fronte
a una diffusa gerontocrazia e a una difficoltà
obiettiva dei giovani ad accedere non solo
alle classi dirigenti, ma alle carriere.
E questo è un fatto grave: lo si
vede all'Università, nelle aziende,
nelle professioni, ma anche nel mondo del
giornalismo e dei media: si accede a una
carriera in modo ritardato rispetto al passato.
D'altra parte oggi, rispetto al passato,
un sessantenne ha una forma fisica e una
capacità di lavoro enorme. Però
certo non ha quella capacità di innovazione
che può avere un ventenne o un trentenne,
e questo diventa un elemento che in qualche
modo richiama il concetto spengleriano di
"tramonto dell'Occidente", perchè
invece nel resto del mondo le cose vanno
certo diversamente...
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