Alfredo Boscolo
Al centro della nazione polacca.
Aspetti politico-simbolici della ricostruzione
di Varsavia dopo la seconda guerra
mondiale
|
Introduzione
Nell’Europa devastata
dalla seconda guerra mondiale la ricostruzione
di Varsavia dovette confrontarsi con enormi
difficoltà tecniche, data la distruzione
pressochè totale di gran parte dell’edificato
urbano. Allo stesso tempo, però,
fu un’operazione dall’elevato
valore simbolico e politico. Nei mesi immediatamente
precedenti e successivi alla Liberazione,
avvenuta nel gennaio del 1945, il ruolo
stesso di capitale statale ricoperto da
Varsavia venne messo in discussione a causa
delle condizioni materiali in cui versavano
le sue aree centrali, quasi interamente
rase al suolo durante gli anni dell’occupazione
nazista. La questione di quali funzioni
assegnare alla città divenne, così,
un potente fattore di legittimazione per
le nuove autorità che si accinsero
ad affrontare tale compito nelle nuove condizioni
socio-politiche del dopoguerra.
Dopo una prima fase iniziale (1945-48)
in cui la direzione dell’opera venne
affidata agli architetti e agli urbanisti,
a seguito della stalinizzazione del paese
e del consolidamento della nuova struttura
politica post-bellica, il partito al potere
potè appropriarsi interamente del
ruolo direzionale dell’operazione.
L’architettura e l’urbanistica
vennero messe al servizio dell’ideologia.
La ricostruzione stessa assunse un significato
ideologico: Varsavia doveva divenire una
città socialista, il cuore
di una delle repubbliche popolari facenti
parte dell’impero sovietico e un «crocevia»
come si disse allora, «di collegamento
fra i popoli slavi» (e socialisti).
Dopo un primo quadriennio nel quale si
tentò di ricostruire la capitale
applicando il modello della città-regione,
votato al decentramento delle funzioni e
alla deglomerazione della popolazione in
una città integrata di dimensioni
regionali, la ricostruzione ricominciò,
a partire dal 1949, privilegiando la concentrazione
degli abitanti e l’accentramento delle
funzioni in una grande città monocentrica.
Varsavia durante la
seconda guerra mondiale: i piani di germanizzazione
e la distruzione della città
Fin dal giorno della conquista della città,
avvenuta il 28 settembre 1939, i nazisti
si adoperarono per togliere a Varsavia le
sue funzioni direzionali e il ruolo di riferimento
politico che le derivava dall’essere
l’indiscussa capitale dei polacchi.
A partire da quella data, come ricorda il
varsavianista Jan Gorski, lo scopo principale
della politica di gestione territoriale
degli occupanti tedeschi divenne, infatti,
quello di pervenire all’eliminazione
del ruolo della città come centro
politico e culturale della nazione polacca
[1]. In ottobre si compì la
spartizione della Polonia: le terre polacche
occidentali vennero annesse al Reich, mentre
quelle orientali furono occupate dall’Unione
Sovietica. I territori della Polonia che
non erano stati direttamente accorpati alla
Germania o all’URSS (comprendenti
le provincie di Varsavia, Cracovia, Lublino,
Kielce, Radom, Czestochowa e Lodz –
circa 90.000 kmq abitati da quasi 10 milioni
di persone) andarono a costituire un nuovo
Generalgouvernement, la cui sede
amministrativa centrale venne volutamente
installata a Cracovia, che divenne così
la capitale della nuova entità politico-territoriale.
Varsavia, invece, fu degradata a sede periferica
di uno dei quattro distretti provinciali
in cui il Generalgouvernement venne
suddiviso.
Negli anni a seguire, dopo aver ridotto
l’ex-capitale polacca a una città
di periferia del Reich, le autorità
di occupazione affidarono agli architetti
e agli urbanisti collaborazionisti il compito
di produrre dei piani per perseguire, non
solo dal punto di vista amministrativo,
l’involuzione strutturale e il ridimensionamento
territoriale della città. Gli scopi
ultimi di tale politica di gestione del
territorio vennero riconosciuti dallo stesso
governatore distrettuale, Ludwig Fischer,
in un memoriale del 1944 in cui scrisse
che, da quando era diventato governatore,
tutta la sua azione di governo, per quanto
riguardava la città, era stata finalizzata
a «privare Varsavia del suo carattere
di centro della Repubblica polacca, e contemporaneamente
a intraprendere tutto quanto fosse stato
necessario affinchè Varsavia, anche
sotto l’aspetto delle misure [fisiche],
non solo non potesse ingrandirsi, ma, al
contrario, subisse un ridimensionamento» [2].
L’attività di progettazione
vera e propria ebbe inizio nel ’40.
Il primo piano di germanizzazioneufficialmente
presentato fu poi conosciuto come piano
Pabst, dal nome dell’architetto
che lo firmò. In realtà l’elaborato
venne preparato da una squadra di urbanisti
provenienti da Würzburg (Hubert Gross,
Erwin Suppinger, Otto Nürnberger, Hans
Grimm, Max Kretschmar). Portava l’eloquente
titolo di Der Abbau der Polenstadt und
der Aufbau der Deutchenstadt. Prevedeva
una drastica riduzione delle dimensioni
territoriali della città (da 140
kmq a 15 kmq). Le uniche aree che dovevano
essere conservate intatte erano quelle della
Città vecchia e dei Giardini sassoni
– gli architetti tedeschi, infatti,
vi avevano rintracciato le indiscutibili
tracce della loro origine germanica –
dove si sarebbe insediata una comunità
tedesca di 130.000 persone. La popolazione
di nazionalità polacca sarebbe stata
relegata oltre i confini della Varsavia
tedesca, al di là del fiume, nella
zona meno sviluppata della città,
assieme alla comunità ebraica (all’epoca
non si pensava ancora di rinchiudere gli
ebrei in un ghetto, nè tantomeno
di sterminarli), cui veniva assegnata i
margini più orientali. Il piano Pabst
non venne mai reso operativo, dal momento
che la sua realizzazione, anche alla luce
delle esigenze belliche sempre più
pressanti, risultò alquanto complicata.
Privata del suo ruolo direzionale all’interno
della nuova struttura amministrativa tedesca,
ridotta (solo sulla carta) nelle sue dimensioni
fisiche all’interno dei piani degli
urbanisti tedeschi, Varsavia doveva inoltre
essere sistematicamente spogliata del patrimonio
artistico e architettonico che aveva acquisito
nel corso dei secoli durante i quali era
stata il centro dello Stato polacco. Durante
tutti gli anni dell’occupazione la
propaganda nazista presentò, infatti,
la civiltà autoctona (slava) del
vicino Governatorato generale come inferiore
rispetto a quella tedesca. A tal proposito
lo storico tedesco Max du Prel nel 1942
scriveva che
Varsavia non appartiene
al novero delle città che lasciano
delle impressioni durevoli. Quello che
vi è di artistico, si lascia percepire
solamente in maniera frammentaria e, oltre
a ciò, è interessante notare
come esso provenga proprio dall’epoca
del grande influsso culturale germanico,
quando vi furono erette le costruzioni
più importanti, dal punto di vista
artistico, dell’intera storia della
città. Si tratta del periodo tardo-medievale,
allorché a Varsavia la borghesia
germanica svolgeva un ruolo centrale,
e dell’epoca dei monarchi sassoni.
Solo questo vale la pena di essere visto
[3].
Le esigenze belliche costrinsero gli urbanisti
tedeschi a rivedere i loro progetti. D’altra
parte, però, nella pratica la riconfigurazione
territoriale della città si realizzò
solamente attraverso la divisione dello
spazio urbano secondo una logica razziale:
la minoranza tedesca si installò
nelle zone centrali in una sorta di quartiere
tedesco che si estendeva tra corso Ujazdowski,
corso Sucha, e piazza Unii Lubelskiej, mentre
gli ebrei, come già detto, vennero
rinchiusi nell’affollatissimo ghetto
ricavato nella zona settentrionale della
città.
Con l’evolversi delle operazioni
belliche, i sogni riduzionisti tedeschi
si rivelarono completamente incapaci di
disinnescare la centralità economica
e geo-politica di Varsavia e furono accantonati.
Quando, nel 1941, venne lanciato l’attacco
contro l’Unione Sovietica, la città
sulla Vistola divenne, infatti, il principale
snodo ferroviario sulla strada che dalla
Germania portava verso Mosca. Fu così
che lo sfruttamento del potenziale produttivo
della popolazione locale, costretta a lavorare
nelle fabbriche, e l’estensione delle
strutture di acquartieramento della Wehrmacht,
risultarono più opportuni rispetto
ai bisogni logistici dell’esercito
tedesco. Paradossalmente, quindi, le esigenze
belliche impedirono alla Germania nazista
di procedere in maniera decisa nell’opera
di trasformazione-ridimensionamento della
città attraverso gli strumenti della
progettazione urbanistica.
Nonostante gli insuccessi pratici dei piani
di germanizzazione, gli anni dell’occupazione
tedesca stravolsero egualmente il volto
di Varsavia. Dal 1 settembre 1939, quando
vennero sganciate le prime bombe da parte
dell’aviazione tedesca, al 17 gennaio
1945, giorno della definitiva liberazione
della città ad opera dell’Armata
rossa, la capitale polacca fu infatti oggetto
di tre successive fasi di distruzione che
lasciarono in rovina la gran parte dell’edificato
urbano e che ne sconvolsero la popolazione,
definitivamente privata della numerosa componente
ebraica. Dei quasi 1.300.000 abitanti che
Varsavia contava nel 1939, sei anni dopo
ne erano rimasti poco più di 162.000,
22.000 dei quali sulla riva sinistra della
Vistola, il cuore della città che
venne liberato per ultimo.
La comunità ebraica era stata invece
completamente cancellata. I più di
300.000 ebrei che vi vivevano – che
facevano di quella varsaviana la seconda
comunità ebraica più numerosa
del mondo dopo quella di New York –
vennero prima rinchiusi in un ghetto, assieme
ad altri ebrei e a degli zingari provenienti
da tutta l’Europa centrale, dove vennero
decimati dalla fame, dal freddo e dalle
epidemie, e quindi sterminati nei campi
di concentramento.
Durante gli anni dell’occupazione
nazista la città passò attraverso
due straordinari episodi di resistenza contro
gli occupanti, ovvero la sollevazione del
ghetto ebraico del 1943 e l’insurrezione
dell’anno successivo.
La sollevazione del ghetto si
concluse con l’uccisione, o la deportazione,
dei pochi ebrei rimasti che avevano deciso
di non accettare passivamente la deportazione
nei campi di sterminio. Il settore settentrionale
della città, l’area a più
alta concentrazione di popolazione ebraica
di tutta Varsavia in cui nel 1941 era stato
ricavato il ghetto ebraico, venne
letteralmente raso al suolo in risposta
alle azioni belliche dei rivoltosi ebraici.
L’insurrezione della città
, scoppiata nell’agosto del
1944, ebbe esiti simili: le aree centrali
vennero metodicamente distrutte
dai Kommando tedeschi appositamente istituiti
allo scopo di dare alle fiamme e/o di far
saltare in aria gli edifici e le aree dell’ex-capitale
di più alta importanza storica.
La ricostruzione della
capitale: una scelta politica
Nel 1944, prima che l’Armata rossa
arrivasse a Varsavia, era già scoppiata
la contesa sul futuro ruolo della città
nella struttura statale che la Polonia avrebbe
assunto nel dopoguerra. A Londra ebbe luogo
una vera e propria battaglia politica fra
il governo polacco in esilio, riconosciuto
dagli anglo-americani, e il Comitato di
liberazione nazionale (PKWN), costituitosi
nel luglio del 1944 (grazie all’appoggio
dell’Unione Sovietica) quale organo
esecutivo temporaneo. L’oggetto del
contendere era la possibilità, o
meno, di ristabilire la sede della capitale
della nuova Polonia a Varsavia. Nelle fila
del PKWN, non tutti, infatti, erano d’accordo
sull’opportunità di riportare
il governo a Varsavia [4]. A far sorgere
dei dubbi erano soprattutto le condizioni
materiali della città, nonchè
il fatto che essa, con l’avanzare
delle truppe sovietiche e il ritiro di quelle
tedesche, si sarebbe probabilmente trovata
lungo il fronte dei combattimenti.
All’epoca, però, i propositi
di Stalin erano già piuttosto chiari,
come emerge dalle memorie di Wladyslaw Gomulka,
allora segretario del Partito operaio polacco.
In un incontro fra i due, avvenuto il il
22 luglio 1944, Gomulka, dopo aver esposto
i dubbi di alcuni dei membri più
influenti del PKWN riguardo le possibilità
che una città in rovina fosse in
grado di ospitare la sede del governo, prese
atto che l’unica condizione che il
Cremlino poneva per l’elargizione
degli aiuti materiali e finanziari necessari
ad avviare la ricostruzione di Varsavia,
era che quest’ultima venisse ricostruita
nelle sua qualità di città-capitale:
«potrete ricostruire Varsavia nel
più breve tempo possibile solamente
alla condizione che, così come è
adesso, diventerà la sede del governo
provvisorio e di tutte le agenzie statali
centrali»[5].
Nonostante le incertezze, il ruolo di Varsavia
come capitale di stato venne riconosciuto
in una mozione del KRN (il Consiglio nazionale
di Stato, creato nel 1944 su iniziativa
del Partito operaio polacco come primo organo
direzionale della Polonia postbellica) nella
seduta del 3 gennaio 1945 [6]. In tale documento
si legge che
il Consiglio nazionale di stato vede in
Varsavia la capitale dello stato polacco
indipendente. Le rovine di Varsavia sono
il simbolo della lotta inflessibile del
popolo polacco per la libertà e la
democrazia, lotta che ha accompagnato la
capitale nel corso di tutte le insurrezioni,
della difesa del 1939 e dell’occupazione
nazista [...]. Il Consiglio nazionale di
stato ritiene che la ricostruzione di Varsavia
sia uno dei compiti essenziali dello stato
nell’opera di ricostruzione del paese.
Non appena la città venne liberata
dalla truppe tedesche, il 21 gennaio 1945,
a Lublino si svolse una “drammatica”
seduta del Consiglio dei ministri che durò
fino a notte fonda, nella quale –
come ricordò anni dopo Leon Chajn,
all’epoca vice-ministro della Giustizia
– il futuro ruolo di Varsavia venne
animatamente discusso. La maggior parte
dei ministri era contraria a trasferirvi
gli organi di potere; si preferivano la
vicina Lodz, o anche l’antica capitale
Cracovia, risparmiata dalla guerra. Bierut,
allora a capo del Consiglio nazionale di
Stato, manifestò le proprie perplessità
sul fatto che Varsavia, città il
cui centro era stato sostanzialmente raso
al suolo dai nazisti e in cui le vie di
comunicazione erano distrutte o minate,
fosse materialmente in grado di accogliere
da subito la sede del governo provvisorio.
Varsavia è stata vittima della furia
selvaggia dei tedeschi. Nonostante le terribili
distruzioni non rinunceremo a Varsavia quale
capitale dello stato. Ma nel momento in
cui ci insedieremo, dovremo esercitare uno
sforzo colossale per garantire alla città
le più elementari condizioni di vita.
Bisogna ricordare che le vie di comunicazione
sono state completamente distrutte [...]
Nelle attuali condizioni, sarà opportuno
[trasferire] la sede del governo a Varsavia?
Piuttosto, sarebbe più giusto, lasciando
che nella nostra risoluzione Varsavia venga
trattata ugualmente come capitale, portare
temporaneamente la sede del governo a Lodz,
la città posta al centro del paese
più vicina a Varsavia [7].
Lodz, d’altronde, era stata relativamente
poco danneggiata dai combattimenti. Inoltre,
la città, nota come la Manchester
polacca, aveva una popolazione prevalentemente
operaia. Come alcuni fecero allora notare,
era «un importante centro telefonico,
telegrafico e postale», e soprattutto
era una città «in cui i tedeschi
avevano costruito alcuni quartieri, [...]
dove esisteva [quindi] una serie di edifici
in grado di ospitare la sede del governo» [8].
Secondo il ministro Rzymowski, inoltre,
la scelta di lasciare il governo a Varsavia
sarebbe stata dettata, in parte, anche da
motivi affettivi, cosa che era da ritenersi
inammissibile, dato che gli obblighi (politici)
nei confronti del paese avrebbero dovuto
prevalere su quelli (sentimentali) nei confronti
di Varsavia [9].
Non mancarono tuttavia, le voci a favore
di Varsavia. Trasferire altrove il governo,
anche solo temporaneamente come si voleva
fare, non era certo il modo migliore per
creare le condizioni necessarie ad affrontare
la complicata opera di ricostruzione. Alla
fine la proposta di Bierut fu tesa a salvaguardare,
perlomeno in maniera formale, il ruolo istituzionale
di Varsavia:
Varsavia dovrebbe essere la capitale, ma
concretamente in che modo dobbiamo realizzare
questo intendimento? Dovremmo, in tutte
le maniere e in tutte le occasioni, sottolineare
il carattere di capitale di Varsavia. A
tal fine poporrei di tenere la prossima
seduta del consiglio dei Ministri a Varsavia.
Tuttavia, in relazione alle condizioni tecniche,
la nostra sede deve essere posta da qualche
altra parte [10].
Nella seduta successiva, tenutasi il 25
gennaio, Bierut presentò al Consiglio
dei ministri il resoconto riguardante la
visita-lampo da lui effettuata a Mosca,
assieme a Edward Osobka-Morawski, presidente
del Consiglio. La questione principale del
colloquio avuto con Stalin fu proprio il
futuro di Varsavia, che venne definitivamente
delineato:
Lo scopo del nostro viaggio a Mosca era
[discutere] la questione di Varsavia [...],
si trattava di capire se esistevano le condizioni
nelle quali avremmo potuto giungere a una
rapida ricostruzione della città
in qualità di capitale del paese,
e su quale aiuto avremmo in tal caso potuto
contare da parte dell’Unione sovietica,
nostra amica e alleata. Relativamente alla
ricostruzione abbiamo ottenuto la più
completa unanimità, nel senso che
il colonnello Stalin è dell’opinione
che Varsavia debba essere ricostruita il
prima possibile [...]. Ciò ci pone
di fronte al fatto che Varsavia sarà
la sede del governo. Assieme al premier
siamo quindi giunti alla conclusione che
dovremmo tutti ritrovarci il prima possibile
a Varsavia, per assicurare con la nostra
presenza e la nostra influenza la pià
rapida ricostruzione della capitale [11].
La questione non era sicuramente di secondo
piano per i membri del governo provvisorio,
che era in vita grazie all’appoggio
fornito dall’Unione Sovietica e che
era stato riconosciuto solo dalla Yugoslavia,
dalla Cecoslovacchia e dall’URSS stessa.
A Londra, inoltre, era attivo il governo
in esilio, che si riteneva l’unico
legittimo governo polacco e che poteva contare
sull’appoggio degli USA e dell’Inghilterra.
In questo contesto di legittimità
molto fragile il governo provvisorio filo-sovietico
doveva in qualche modo assicurarsi un minimo
di consenso da parte della popolazione.
E Varsavia, dopo le sofferenze patite negli
anni dell’occupazione nazista, possedeva
un valore simbolico enorme.
Anche per Stalin il futuro della città
era molto importante, al punto che nella
visita successiva dei delegati polacchi
a Mosca si discusse nuovamente di Varsavia,
in un momento in cui i tre grandi si erano
appena ritrovati a Yalta per parlare del
futuro del mondo e di un aspetto di importanza
essenziale per la nuova Polonia, ovvero
la sua configurazione territoriale. Come
venne comunicato nella seduta del Consiglio
dei ministri del 22 febbraio 1945, in questa
seconda visita fu ottenuta la promessa che
la ricostruzione di Varsavia, la
capitale dello Stato polacco, sarebbe stata
per metà finanziata dall’Unione
Sovietica [12].
La volontà di Stalin, ad ogni modo,
era conforme al desiderio della nazione
polacca. La maggior parte della popolazione
civile di Varsavia che era stata costretta,
su ordine dei nazisti, ad abbandonare la
città in seguito all’insurrezione
del 1944, vi fece ritorno all’indomani
della Liberazione [13], nonostante la durezza
delle condizioni di vita, la carenza di
abitazioni agibili, la mancanza di cibo
e di acqua potabile. Coloro che fecero ritorno
trovarono una città in ginocchio,
come si evince chiaramente dalle stime dei
danni presentate in occasione della VII
seduta del KRN, tenutasi nel maggio del
1945:
a soffrire maggiormente è il centro,
dove la percentuale di abitazioni completamente
distrutte arriva al 60,08%, e la quantità
di quelle salvate a solo il 15,33%. Al secondo
posto si trovano il quartiere occidentale
con dei valori, rispettivamente, del 65,76%
e del 16,86%, e quindi quello settentrionale,
con il 44,79% di case ditrutte e il 36,92
di case salvate. Le condizioni migliori
sono quelle della parte meridionale, dove
la perdita di edifici si attesta al 37,29%,
e la quantità degli edifici superstiti
arriva al 41,03% [14].
L’intera nazione
ricostruisce la propria capitale
Il decreto di ricostruzione
della città di Varsavia (dekret o
odbudowie m. st. Warszawy) del 28 febbraio
1945 segnò l’avvio ufficiale
dell’immensa opera. Con esso vennero
istituiti gli organi che si sarebbero occupati
della ricostruzione. Venne costituito il
Consiglio superiore per la ricostruzione
di Varsavia (NROW, Naczelna rada odbudowy
Warszawy), il cui scopo principale
era quello di «mobilizzare le risorse
spirituali e materiali dell’intero
paese per l’opera di ricostruzione
della capitale» [15].
Il Comitato per la ricostruzione della capitale
(Komytet odbudowy stolicy), aveva invece
un ruolo di coordinamento e di controllo
dell’opera di ricostruzione, mentre
le attività di progettazione e di
realizzazione vennero affidate all’Ufficio
per la ricostruzione della capitale (BOS,
Biuro odbudowy stolicy).
Successivamente, venne attivato, all’interno
del NROW, anche un Ufficio per la propaganda,
cui venne assegnato il compito di comunicare
alla popolazione i numerosi aspetti legati
alla rinascita di Varsavia. Fu il NROW a
ideare lo slogan «l’intera nazione
ricostruisce la propria capitale»
che venne scolpito sulla facciata di uno
dei palazzi del centro. Ci si rendeva infatti
conto, come si legge nelle circolari del
suddetto ufficio, che la ricostruzione poteva
essere portata a termine
solo quando l’importanza di tale
questione sarà stata capita da ogni
cittadino polacco [...]. Il clima emozionale
per questo grande compito indubbiamente
esiste nella società polacca. Infatti
non vi è polacco che non ami intensamente
la propria capitale [...]. Varsavia, inoltre,
è sulla bocca dell’intera Polonia.
La ricostruzione viene raccontata dalla
stampa, la si sente alla radio, se ne vedono
i progressi al cinema [16].
Il problema della ricostruzione costituì,
infatti, un argomento di costante dibattito
sulla stampa dell’epoca e produsse
una pubblicistica le cui dimensioni sono
la migliore testimonianza della portata,
anche popolare, della questione [17].
Fin da subito si cercò di far sì
che l’intera nazione contribuisse
alla ricostruzione del proprio centro politico,
economico e culturale più importante,
attraverso iniziative di vario genere. La
popolazione fu così “invitata”
a prestare il proprio servizio «per
la realizzazione di lavori [...] direttamente
o indirettamente necessari a far ritornare
la capitale al suo antico splendore e per
innalzarla al livello che compete alla grandezza
della rinata repubblica democratica»,
come venne sancito dal decreto sull’obbligo
generale del servizio personale nell’opera
di ricostruzione della capitale del 12 marzo
1945, che rese possibile l’impiego
di squadre di “volontari” nelle
prime operazioni della ricostruzione, ovvero
l’abbattimento degli edifici pericolanti,
la parziale rimozione delle macerie, la
raccolta di materiale edilizio [18].
Nel biennio 1945-46 venne
organizzata una attività di pubblicizzazione
che portò la questione di Varsavia
anche all’estero: in America la mostra
Warsaw accuses (che toccò
anche la Francia e l’Inghilterra)
venne inaugurata con i discorsi di eminenti
personalità quali Walter Gropius
e Lewis Mumford; in Inghilterra il Congresso
urbanistico di Hastings vide la partecipazione
dei vertici dell’Ufficio per la ricostruzione;
in Francia vennero mobilitati gli aiuti
della popolazione di origine polacca emigrata
prima della guerra; in Svezia venne costituito
un Comitato svedese per la ricostruzione
di Varsavia, con a capo il sindaco di Stoccolma
[19].
Anche da un punto di vista della posizione
geografica la rinascita della capitale non
mancò di porre dei problemi. A causa
del cambiamento dei confini dello Stato
polacco Varsavia non si trovava più
al centro dello Stato (e delle sue vie di
comunicazione), ma piuttosto spostata a
oriente: bisognava quindi ripensare tutte
le vie di comunicazione, mentre quelle dirette
verso i bacini carboniferi della Slesia,
tolti alla Germania, dovevano essere realizzate
ex-novo. Inoltre, l’eccentricità
geografica di Varsavia poteva anche significare
l’abbandono del modello di sviluppo
centralistico che era stato perseguito nel
ventennio interbellico quando, con il recupero
dell’indipendenza nazionale, la capitale
era ridiventata, in modo sorprendentemente
rapido, l’indiscusso centro direzionale
e culturale dello Stato [20]. In questa ottica
si valutò anche l’ipotesi,
subito però scartata, di far rinascere
Varsavia come una sorta di Washington polacca,
ovvero una capitale amministrativa dalle
dimensioni demografiche ed economiche ridotte.
Centralizzazione o decentramento erano
quindi delle strategie di sviluppo territoriale
cariche di una potente valenza simbolica
che emerse nella maniera più emblematica
nella ricostruzione del patrimonio architettonico
di Varsavia in quanto espressione dello
spirito di un’intera nazione. Oltre
a ciò, la necessità di reinsediare
milioni di persone provenienti dalle regioni
orientali, passate a far parte dell’URSS,
nelle terre occidentali riconquistate a
scapito della Germania [21], poneva delle
questioni di tipo culturale che non potevano
che essere molto sentite nella Polonia appena
uscita dalla traumatica esperienza dell’occupazione
nazista.
Nel marzo del 1946 il ministro per la Ricostruzione,
Michal Kaczorowski, in un discorso tenuto
in occasione dell’incontro del TUP,
la Compagnia degli urbanisti polacchi, descrisse
il problema nei seguenti termini:
un elemento centrale che caratterizza la
vita della Polonia nei primi anni del dopoguerra
è lo spostamento di enormi masse
di popolazione verso Ovest, è l’inserimento
di tale popolazione in un sistema di insediamenti
costruiti secondo i bisogni di una cultura
[quella tedesca] che ci è nemica.
[...]. In queste condizioni ho cercato con
perseveranza dei punti fermi capaci di stabilizzare
gli elementi essenziali della nostra cultura
e di opporsi agli influssi dei relitti tedeschi.
Ho riconosciuto uno di questo punti in Varsavia,
in qualità di capitale culturale
della Polonia [22].
Fu, però, a livello economico, che
la centralità di Varsavia, nel quadro
della ricostruzione del paese, emerse nella
maniera più evidente. Nel 1945 e
nel primo quadrimestre del 1946, Varsavia
assorbì il 66% del totale delle spese
di ricostruzione dell’intero paese
(le altre città assieme coprirono
il 19% del totale); nel secondo e terzo
quadrimestre del ’46 la percentuale
scese al 42% (altre città 28%) e
fu solo nel 1947 che la capitale cominciò
ad avere un peso minore rispetto alle spese
per la ricostruzione di tutte le altre città
polacche messe assieme (29% Varsavia e 53%
le altre città)[23]. La capitale,
da un punto di vista economico, venne quindi
trattata in maniera privilegiata, data la
scarsità delle risorse finanziarie
disponibili e le condizioni in cui si trovavano
molte altre città, e aree rurali,
della Polonia, uno degli Stati che ebbe
maggiormente a soffrire le devastazioni
della seconda guerra mondiale.
La ricostruzione della
capitale: dalla città-regione alla
città monocentrica
Nel contesto della rivoluzione
politico-sociale generata dalla guerra,
che aveva cancellato le vecchie élite
culturali e di potere creandone al contempo
di nuove, la ricostruzione fu inizialmente
portata avanti come un’azione di modernizzazione
urbanistica rivoluzionaria. A dirigerla
vennero chiamati quegli architetti e quegli
urbanisti che nel ventennio interbellico
gravitavano attorno al mondo delle avanguardie
funzionaliste e costruttiviste europee,
personalità politicamente schierate
che durante l’occupazione nazista
avevano continuato a progettare la modernizzazione
/ ricostruzione di Varsavia nei loro laboratori
clandestini. Grazie, quindi, all’appoggio
delle autorità governative, gli architetti
che dirigevano l’Ufficio per la ricostruzione
della capitale decisero di ricostruire Varsavia
applicando la lezione funzionalista, che
era stata da loro esplorata fin dagli anni
Trenta [24].
Essi lanciarono un’opera di ricostruzione
volta prima di tutto alla modernizzazione
della città, che venne fatta rinascere
come un complesso funzionale di quartieri
di diversa natura (residenziali, commerciali,
industriali), dove le aree residenziali
e quelle produttive sarebbero state contigue,
ma separate da ampie fasce verdi di isolamento.
A sostegno dei loro piani [25],
i vertici dell’Ufficio per la ricostruzione
poterono portare i materiali da loro stessi
elaborati nei laboratori clandestini durante
l’occupazione, soprattutto a partire
dal ’44, quando divenne evidente che
Varsavia avrebbe dovuto essere ricostruita
nella sua totalità. Facendo ciò,
gli architetti e gli urbanisti varsaviani
tracciarono una linea di continuità
diretta tra la ricostruzione di Varsavia
e le teorizzazioni delle avanguardie europee
degli anni Trenta. Due furono, a questo
proposito, i documenti di riferimento: la
Carta di Atene [26],
il manifesto dell’urbanistica moderna
alla cui stesura alcuni degli architetti
polacchi impegnati nella ricostruzione avevano
partecipato attivamente, e il progetto intitolato
Varsavia
funzionale [27],
presentato da Szymon Syrkus e Jan Chmielewski
ai Congressi
internazionali di architettura moderna (CIAM)
nel 1934, nel quale veniva proposta un’evoluzione
della capitale polacca secondo lo schema
della città-regione.
Questo progetto, per quanto calibrato sulle
specificità della regione di Varsavia,
in linea generale anticipò molte
delle linee di sviluppo dell’urbanistica
dei decenni successivi. Proponeva, infatti,
il superamento della differenziazione città-campagna
attraverso la pianificazione di una crescita
integrata delle aree rurali e di quelle
urbane, secondo delle prospettive di sviluppo
molto vicine a quelle che il pensiero socialista
aveva cominciato a esaminare già
nel XIX secolo, ben prima che la Rivoluzione
d’ottobre riaccendesse il dibattito
sulle forme dell’insediamento socialista
.
Come venne dichiarato dal direttore del
BOS in occasione della VII seduta del Consiglio
nazionale di Stato, tenutasi nel maggio
del 1945,
nella configurazione moderna della città,
l’antica correlazione tra l’idea
stessa di città e i suoi confini
amministrativi perde di significato. Essa
deve lasciare il posto ad una nuova concezione
[…] della città quale complesso
di aree specializzate. Per questo motivo
a Varsavia introdurremo, accanto alla concezione
di nucleo urbano [centrale], anche la concezione
di conurbazione varsaviana. [...] Nel caso
di Varsavia prevediamo che il gruppo dei
quartieri centrali occuperà una superficie
di circa 13.000 ettari [...], mentre la
superficie dell’intera città-regione
sarà di circa 1.700 kmq. [...] La
popolazione del polo centrale sarà
di circa 1.200.000 abitanti; 800.000 persone,
invece, vivranno nelle restanti aree della
conurbazione [28].
Si voleva, in sostanza, connettere
Varsavia con le cittadine limitrofe, creando
un sistema integrato e funzionalmente specializzato
che abbracciasse la capitale e i territori
circostanti compresi in un raggio di una
cinquantina di chilometri. A tal proposito,
come dichiarò il sindaco Tolwinski
[29]
nella medesima seduta del Consiglio di Stato,
si cercò subito di predisporre, peraltro
senza successo, un decreto per l’allargamento
dei confini amministrativi e l’istituzione
di un voivodato [30]
varsaviano che includesse anche le aree
suburbane.
Il modello della città regione trovò
concorde anche altri organi statali –
in seguito, tale omogeneità di vedute
non si sarebbe più riscontrata [31]
– come il ministero per la Ricostruzione,
quando il ministro stesso, Kaczorowski,
dichiarò presso la Commissione per
la ricostruzione del Consiglio nazionale
di Stato:
oggi noi vogliamo realizzare
il famoso postulato di Ebenezer Howard:
sposare la città con la campagna,
diminuire la distanza culturale tra la raffinata
vita metropolitana e la primitiva esistenza
del contadino, disperdere le industrie,
creare una rete di vivi centri [...], evitare
di accentrare tutto nella capitale [32].
Il decreto del 26 ottobre
1945 [33] sulla proprietà e l’utilizzo
dei suoli urbani, conferì la proprietà
dei terreni che si trovavano nell’area
urbana delimitata dai confini del 1939 alla
municipalità, mentre gli edifici
e gli altri oggetti rimanevano in possesso
dei legittimi titolari. La comunalizzazione
dei suoli, pur scontrandosi inevitabilmente
con gli interessi dei privati, consentì
la realizzazione di notevoli miglioramenti
strutturali rispetto alla Varsavia d’anteguerra:
le aree centrali, un tempo intensamente
edificate, vennero sostanzialmente risanate,
mentre la rete stradale venne razionalizzata,
pur rimanendo fedele, anche dopo l’allargamento
delle arterie principali, ai tracciati d’anteguerra.
Nel cuore di una Varsavia che si stava
facendo rinascere come una città
spiccatamente funzionalista, l’area
medievale della Città vecchia venne ricostruita fedelmente, perché
giudicata uno degli esempi più alti
di manifestazione della cultura polacca
a cui non era possibile rinunciare. La ricostruzione
di Varsavia era anche, infatti, l’orgogliosa
ricostruzione della tradizione nazionale [34].
La fase rivoluzionaria della ricostruzione
non durò, tuttavia, a lungo. Nel
dicembre del 1948 durante il congresso di
fondazione del Partito operaio unificato
polacco (PZPR), Bierut, già presidente
della Repubblica, venne nominato anche segretario
del Partito. Per la Polonia ebbe inizio
una nuova fase politica, lo stalinismo polacco,
che ebbe delle conseguenze dirette e immediate
anche sull’opera di ricostruzione
della capitale.
A seguito della conferenza
del Partito operaio polacco unificato del
giugno 1949 [35],
l’attività di progettazione
architettonica e l’urbanistica vennero
messe al completo servizio dell’ideologia,
nel senso che furono vincolate ai principi
ideologici del marxismo-stalinismo: conseguentemente,
la ricostruzione della capitale venne concepita
come un’operazione ideologica. D’ora
in avanti sarebbero stati i vertici politici
del Partito a guidarla, non più gli
architetti o gli urbanisti, secondo quanto
enunciato da Edmund Goldzamt, il teorico
del realismo socialista polacco, formatosi
a Mosca presso l’Istituto di architettura
[36].
L’esempio da seguire divenne il piano
di ricostruzione di Mosca di Semenov e Cernyšev
del 1935 [37],
in base al quale, sotto l’egida di
Stalin, la capitale sovietica era stata
completamente ristrutturata secondo i canoni
del realismo
socialista, la nuova dottrina estetica
neo-classicista che aveva sostituito le
tendenze moderniste sviluppatesi nella Mosca
di Lenin degli anni Venti [38].
Nelle relazioni di Goldzmant, presentate
ai vertici del Partito nello stesso anno,
gli «influssi disurbanizzanti delle
tendenze urbanistiche anglossassoni»
e «lo schematismo delle dottrine urbanistiche
lecorbusierane» vennero solennemente
condannati, come era già stato fatto
a Mosca negli anni Trenta. Sempre nelle
stesse relazioni si legge:
noi non vogliamo spingere l’industria
al di fuori della città, anche se
lì le condizioni di sviluppo sarebbero
le più adeguate e le più favorevoli
[...] Gli operai non dovrebbero ritrovarsi
nella periferia della vita della capitale.
I grandi impianti industriali devono essere
invece uno degli elementi basilari del paesaggio
della capitale anche nei suoi quartieri
centrali [39].
Di conseguenza l’industrializzazione
venne rilanciata in maniera massiccia. Tale
processo, che comportava l’espansione
numerica delle masse operaie residenti in
città, avrebbe avuto anche una precisa
valenza ideologica, quella di far rivivere
la città operaia d’anteguerra
e di contrastare il costante aumento degli
impiegati e dei burocrati, la categoria
professionale in più rapida ascesa
nella Varsavia dei primi anni del secondo
dopoguerra.
Nel 1949 Bierut pose la propria
firma in calce al Piano sessennale di
ricostruzione della capitale [40],
presentando ai propri concittadini le linee-guida
di una modernizzazione socialista che, rifiutando
la concezione del decentramento delle funzioni
e degli insediamenti, avrebbe dovuto creare
una città che fosse un centro di
grande dimensioni demografiche ed economiche.
I piani per la creazione della città-regione
di Varsavia – nei quali il decentramento
funzionale e amministrativo avrebbero dovuto
legare la città alla regione circostante
secondo i progetti che Chmielewski stava
elaborando nell’Ufficio generale per
la pianificazione territoriale (GUPP) dal
1945, secondo delle linee abbastanza simili
a quelle utilizzate in Inghilterra nella
costruzione delle New Towns e nell’implementazione
del piano per la Grater London
[41]
– vennero abbandonati dopo la svolta
del 1948, dal momento che Varsavia doveva
diventare un grande centro urbano socialista,
non una città-regione funzionale.
In tale ottica, nel 1951, l’ampliamento
della superficie amministrativa di quasi
quattro volte, realizzato su iniziativa
del Consiglio dei ministri [42], era collegato
alla definizione dei nuovi ruoli che città
e campagna avrebbero giocato nel processo
di industrializzazione socialista. Il Partito
operaio polacco unificato stabilì,
in maniera del tutto simile a quanto già
fatto dal PCUS nei primi anni Trenta [43],
che l’estensione dell’industria
pesante avrebbe inevitabilmente causato
la crescita di Varsavia. La proposta degli
urbanisti funzionalisti di disperdere i
complessi industriali nella regione circostante
venne ritenuta inadeguata, se non impossibile,
a causa delle dimensioni, giganti, di tali
strutture produttive [44].
Oltre che un grande centro di produzione
industriale, la capitale polacca doveva
diventare, come era già accaduto
per Mosca, una città socialista
monocentrica, capace di infondere nei
suoi abitanti la nuova sensibilità
dell’uomo nuovo socialista, diffondendo
nel paese intero i nuovi modelli di vita
e i nuovi valori. In questa nuova prospettiva
di sviluppo la centralità della capitale
all’interno dello stato doveva essere
rinvigorita. Le piazze e le arterie centrali
di Varsavia [45] vennero appositamente ridisegnate
in modo tale da rendere visibili i luoghi
e le sedi dei nuovi centri di potere, connettendoli
in un percorso lungo il quale le masse proletarie
avrebbero potuto sfilare durante le più
solenni occasioni di celebrazione. In un
periodo in cui l’urbanistica divenne
«ingegneria delle anime»[46],
si volle fissare, non senza una certa dose
di determinismo ambientale, come ha giustamente
scritto l’inglese David Crowley, docente
di storia del design al Royal College of
Art di Londra, «un reticolato che
propagasse l’elettricità ideologica
attraverso la città» [47] e,
conseguentemente, nel resto del paese.
Questo articolo
si cita: A. Boscolo,Al
centro della nazione polacca.
Aspetti politico-simbolici della ricostruzione
di Varsavia dopo la seconda guerra mondiale,
«Storicamente», 2 (2006),
http://www.storicamente.org/02boscolo.htm
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