| Paolo
Capuzzo
Nuove dimensioni del rapporto centro-periferia:
appunti per un dossier
|
I concetti di centro
e periferia hanno assunto un'importanza fondamentale nell'organizzazione
del sapere delle scienze umane e sociali.
Pur con declinazioni specifiche, l'utilizzo
dello schema binario centro-periferia ha
esercitato una funzione normativa nella costruzione
della conoscenza, individuando degli assi
privilegiati di organizzazione delle esperienze
sociali, delle formazioni culturali, degli
interessi politici e del funzionamento delle
istituzioni. In questo schema i centri avrebbero
definito degli standard tipologici in funzione
dei quali sono state analizzate esperienze "residuali", "dissonanti", "eterogenee", "delocalizzate" definite
appunto periferie. Negli ultimi anni
questo schema binario di organizzazione del
sapere è stato sottoposto a critiche e revisioni
in diversi ambiti disciplinari che hanno
introdotto nuove angolature analitiche e
depotenziato la rigida assialità dello schema
spaziale. Le "periferie" sono entrate in
gioco come protagoniste di una relazione
di reciproca influenza con i "centri" e nuove
categorie sono intervenute a designare la
specificità di questi rapporti. Se è evidente
la concomitanza di questo mutamento epistemologico
con la fase della cosiddetta globalizzazione
e con la necessità di interpretarne i processi
economici, sociali, culturali, occorre resistere
alla tentazione di collocare il superamento
dello schema assiale centro-periferia in
una prospettiva "stadiale", vale a dire come
modalità del sapere aggiornata alla condizione
postmoderna o globalizzata contemporanea,
che succederebbe a quelle precedenti. Ciò limiterebbe
infatti la potenziale portata della discussione
epistemologica e metodologica attorno al
binomio centro-periferia lasciando inalterato
il modo, esplicito o implicito, in cui queste
categorie hanno funzionato nei diversi ambiti
disciplinari cristallizzando dei "regimi
di verità" (Foucault) che sono diventati
elementi normativi nella costruzione delle
discipline, oltrepassandone i confini per
depositarsi nel senso comune e nel linguaggio
della quotidianità.
Un dibattito al crocevia di diverse discipline
Secondo la scienza cognitiva
classica la metafora più appropriata per riferirsi alla
mente è quella di un programma che elabora
simboli; le caratteristiche del programma
non sono influenzate dal tipo di macchina
o di organismo in cui è implementato. La
mente viene intesa perciò come una sorta
di pianificatore o organismo di controllo
centrale, in possesso di modelli centralizzati
e dettagliati del mondo. Ne consegue che
per studiare la mente non è necessario conoscere
le caratteristiche fisiche degli organismi
che ne sono provvisti, né il tipo di interazioni
che questi organismi hanno con l'ambiente
che li circonda.
Questo tipo di rappresentazione
dei protocolli che guidano il processo
conoscitivo è stata
messa in crisi in molteplici contesti scientifici.
La nascita della cibernetica, al crocevia
di un dibattito interdisciplinare,[1] ha rappresentato uno dei fronti
di attacco e smantellamento di questa linea
epistemologica. Gregory Bateson, in un saggio
di inizio anni Settanta dedicato ai fondamenti
epistemologici della cura dell'alcolismo,
riassume con grande efficacia i risultati
di un lavoro intellettuale che lo aveva impegnato
nei vent'anni precedenti:
Dal punto di vista positivo,
si può affermare
che qualunque insieme dinamico di
eventi e oggetti che possegga circuiti causali
opportunamente complessi e in cui vigano
relazioni energetiche opportune, mostrerà sicuramente
caratteristiche proprie della mente. Tale
insieme eseguirà confronti, sarà cioè sensibile
alla differenza (oltre a essere influenzato
dalle ordinarie «cause» fisiche, come collisioni
o forze); «elaborerà l'informazione», e sarà inevitabilmente
autocorrettivo... .
Un «bit» d'informazione può essere definito
come una differenza che fa differenza; tale
differenza, nel suo procedere e subire successive
trasformazioni in un circuito, è un'idea
elementare.
Ma, ed è ciò che più conta in questo contesto,
si sa che nessuna parte di questo sistema
in interazione può esercitare un controllo
unilaterale sul resto del sistema o su una
qualunque altra sua parte. Le caratteristiche
mentali sono inerenti o immanenti nell'insieme
in quanto totalità. .
Quindi non è possibile
che in un sistema che manifesti caratteristiche
mentali una
qualche parte possa esercitare un controllo
unilaterale sopra il tutto. In altre parole, le
caratteristiche mentali del sistema sono
immanenti non in qualche sua parte, ma nel
sistema come totalità. .
Si può dire che la «mente» è immanente
in quei circuiti cerebrali che sono interamente
contenuti nel cervello; oppure che la mente è immanente
nei circuiti che sono contenuti nel sistema:
cervello più corpo; oppure, infine,
che la mente è immanente nel più vasto sistema:
uomo più ambiente. .
Si consideri un individuo
che stia abbattendo un albero con un'ascia; ogni colpo d'ascia è modificato
o corretto secondo la forma dell'intaccatura
lasciata nell'albero dal colpo precedente.
Questo procedimento autocorrettivo (cioè mentale) è attuato
da un sistema totale, albero-occhi-cervello-muscoli-ascia-colpo-albero;
ed è questo sistema totale che ha caratteristiche
di mente immanente. .
Ma non è questo
il modo in cui l'occidentale
medio vede la sequenza degli eventi che caratterizzano
l'abbattimento dell'albero; egli dice: «Io
taglio l'albero», e addirittura crede che
esista un agente delimitato, l'«io», che
ha compiuto un'azione «finalistica» ben delimitata
su un oggetto ben delimitato.[2]
Nel funzionamento di
una «mente» così concettualizzata,
ambiente, corpo e cervello interagiscono
come entità concrete, ciò significa che il
processo conoscitivo non può essere rappresentato
come una procedura indipendente dalla struttura
fisica che lo mette in essere, ma anche che
non esiste un centro capace di controllare
l'intera operazione cognitiva. Questa
concezione sistemica ha diverse conseguenze,
pensiamo ad esempio al superamento della
tradizionale separazione tra processi cognitivi
di livello alto, come il pensiero e il linguaggio,
e processi di livello basso, come la percezione
e l'azione. Lo stretto legame tra corpo e
mente traspare chiaramente nel modo in cui
percepiamo, memorizziamo e organizziamo in
categorie ciò che ci circonda. In questa
prospettiva, l'attività cognitiva non si
fonda sulla manipolazione di simboli, ma
ha le sue basi nel sistema senso-motorio.
La cognizione è dunque embodied, incorporata,
cioè nasce dall'interazione tra l'organismo
e l'ambiente, ed è situata, cioè radicata
in contesti reali.
Lo «spaesamento» che questa
prospettiva produce rispetto alla lineare
concezione
di un autonomo soggetto conoscente mi sembra
un fertile punto di avvio per una riconsiderazione
della funzione del binomio centro-periferia.
La proposta di «naturalizzazione della mente»,
infatti, apre un ambiente conoscitivo popolato
da una pluralità di punti di vista, mediati
da percezioni corporee e da simboli manipolabili.
La parzialità dell'osservazione e la sua
contingenza, insomma, non costituiscono un «limite» della
conoscenza, ma la sua condizione ordinaria.[3] Il punto di vista
adottato non mette in gioco uno spazio oggettivo
di tipo euclideo, bensì uno spazio soggettivamente
costruito, ossia strutturato e valorizzato
a partire dall'esperienza del soggetto incarnato
che lo abita, lo percorre e lo crea. Dalla
proiezione dello schema corporeo (Merleau-Ponty)
- inteso come insieme dinamico intenzionale
mosso da una progettualità - emerge una struttura
polarizzata e intrinsecamente valorizzata
dello spazio. Schemi spaziali di base quali
dentro/fuori, su/giù, vicino/lontano, centro/periferia,
prendono forma e si inscrivono nel linguaggio
a partire dal «corpo proprio fenomenologico»,
dall'intenzionalità del suo movimento.
L'ampiezza della prospettiva
di Bateson risulta estremamente fertile per
il carattere
inclusivo della sua nozione di «sistema» rispetto
alla pluralità dei linguaggi scientifici.
Persino le zone oscure della coscienza entrano
nella rete dei «canali della conoscenza»: «Questa
rete di canali non è limitata alla coscienza,
ma si estende fino a includere tutti i canali
dei processi mentali inconsci, siano essi
neurovegetativi, repressi, nervosi, ormonali.»[4] Altre discipline condividono una
riflessione critica sui concetti di centro
e periferia. Tra i geografi l'enfasi sulla
rottura epistemologica «postmoderna» ricorre
alla figura del «labirinto» per sovvertire
la riduzione del mondo a «tavola» operata
dalla «ragione cartografica». Il labirinto,
figura irrappresentabile proprio perché priva
di un centro, nella sua versione egizia conserva
il ricordo della dimensione ctonia del nostro
pianeta:[5] non soltanto perciò l'assenza
di un centro sulla superficie, ma la riscoperta
della fisica profondità del pianeta.
Ecco allora che la lineare
superficie delle rappresentazioni cartografiche
viene scossa
da compressioni spazio/temporali e dal ritorno
a forme discorsive sensibili alle espressioni
e intenzioni di un soggetto per il quale
la dialettica centro/periferia si trasforma
in relazione con una alterità «incommensurabile» - su
scale diverse - in un contesto spaziale disomogeneo,
discontinuo, anisotropo in cui le reti costituiscono
dei fattori di coesione e al contempo dei
generatori di complessità.
La soggettività cartografica sta anche al
centro di nuovi interessi nella teoria della
letteratura. Lo studio dei fondamenti di
una «poetica dello spazio» riflette sulle
modalità di rappresentazione estetica dei
luoghi, delle loro attribuzioni canoniche
e genealogiche, del loro rilievo simbolico
per le culture nazionali e, nondimeno, per
l'interiorità di colui che li visita, li
percorre o li abbandona. Una cartografia
delle culture si interroga, infatti, sulla
possibilità di rintracciare l'origine e la
formazione delle geografie simboliche proprie
di ogni cultura, sul fondamento delle singole
mitologie nazionali, dei canoni letterari,
di quelli scientifici e dei modelli percettivi
ed estetici volta a volta interessati. Le
riduzioni cartografiche del mondo non si
limitano, così, alla loro funzione ordinaria
di rappresentazioni spaziali della realtà:
esse divengono, in una prospettiva più ampia,
mappe dell'immaginario culturale. Nuove concettualizzazioni,
come quelle di "geofilosofia" o di "geocultura",
sembrano oggi in grado di far funzionare
lo spazio come figura di pensiero, sul modello
del «cronotopo» di Michail Bachtin. Il momento
del viaggio - etnografico, culturale, naturalistico,
sentimentale, formativo o narrativo - è il
principio motore fondamentale di questo immaginario.
Una prospettiva storica, dal Grand Tour settecentesco
al moderno turismo di massa, assiste all'articolarsi
di problemi, contrasti e rimozioni che ci
restituiscono l'immagine di un confronto
tra culture in continua mutazione: la colonizzazione
e la decolonizzazione costituiscono punti
di rottura, di mutamento nella rappresentazione
di sé e degli altri. Mutano di significato,
così, le esperienze del viaggio, dell'attraversamento
di una frontiera, della conoscenza di territori
inesplorati. Esse divengono possibilità di
ampliamento dell'orizzonte conoscitivo e
percettivo di un io moderno, spinto alla
mobilità dalla ricerca di altri possibili
mondi, nei quali inventare altre rappresentazioni
di sé.
La storiografia
Il dibattito sui modelli
della conoscenza ha trovato da tempo una
sua dimensione all'interno
della storiografia. Sono saltate le grandi
narrazioni che sorreggevano l'autorappresentazione
dell'epoca moderna e proprio in ciò si è rintracciata
la cifra del transito ad una condizione postmoderna,[6] ma sono saltati anche i modelli
di razionalità mutuati dalle scienze sociali
che dotavano preventivamente di senso l'agire
degli attori storici.[7] Su quest'ultimo
versante ha assunto un centrale rilievo l'esperienza
della microstoria che, attraverso la riduzione
della scala di indagine, ha permesso di sviluppare
una nuova sensibilità rispetto alle motivazioni
dei soggetti della storia, alla loro specifica
cultura, al loro modo di pensare e di agire.
Questi modelli del sapere, insomma, sono
andati in crisi da almeno un quarto di secolo,
sia nella variante narrativa storicista,
sia in quella, più aggiornata, che vedeva
la storia come serbatoio di dati per la verifica
del funzionamento di modelli economici o
sociali. La centralità assunta dalla storia
culturale negli anni Ottanta e Novanta[8] trova
tra le proprie ragioni la necessità di superare
alcuni presupposti che avevano ispirato le
tradizioni storiografiche precedenti, vale
a dire la presunzione che l'azione dei soggetti
rispondesse a fissati modelli di razionalità o
che fosse sussumibile come elemento di una
narrazione, nazionalista, marxista, o liberalprogressista,
che la dotasse di senso.
E' evidente che in questo quadro di fondo
il mantenimento di un rapporto epistemologicamente
gerarchico tra il centro e la periferia fosse
improponibile. Una ricerca promossa da questo
dipartimento dedicata appunto a «Centro e
periferia», avviata proprio negli anni Ottanta,
e che aveva come oggetto il rapporto tra
Stato centrale ed enti locali, abbandonò quasi
subito l'ipotesi iniziale dello studio della
compressione delle periferie da parte del
centro e si sviluppò invece indagando i modi
della relazione tra i due poli, di tipo istituzionale,
ma soprattutto informale. Tuttavia, se nel
dibattito teorico il venir meno di uno schema
centro-periferia definito dal primato e dall'autonomia
del centro sembra essere assodato, meno vero
ciò sembra essere per quanto riguarda le
pratiche di ricerca, e ancora di meno per
il senso comune storiografico. Vi sono degli
elementi apparentemente banali che danno
conto dell'inerzia di un determinato impianto
metodologico. Generalmente, infatti, sono
i «centri» a produrre gli archivi, soprattutto
per quanto riguarda l'enorme apparato documentario
messo in essere dagli Stati nelle loro variegate
articolazioni istituzionali. Questa imponente
voce che produce documenti rischia di schiacciare
la periferia, ridotta ad immagine vagheggiata
dal centro che la costruisce in quanto oggetto
di intervento e regolazione. Esistono evidentemente
contro misure rispetto a questa tendenza
che consistono sia nell'arricchimento del
quadro delle fonti, sia nel modo attraverso
il quale interrogare le fonti istituzionali.
Occorre tuttavia che sia chiaro il presupposto
epistemologico che attribuisce centralità euristica
alle periferie, vale a dire che il contesto
rispetto al quale mettere in campo una metodologia
sia quello di una relazione reciproca che
coinvolge le periferie nella conoscenza del
centro, e viceversa. Oggetto di indagine
diviene così il rapporto stesso di centro
e periferia e la spazializzazione di questo
rapporto assume forme più complesse rispetto
ad una lineare rappresentazione euclidea.
La sfida postcoloniale
Il binomio centro-periferia
ha assunto una funzione fondante nelle narrazioni
della
storia del mondo a partire dalla costituzione
stessa del sapere storico moderno. La Weltgeschichte ha
infatti rappresentato il canone della interpretazione
idealistica della storia dell'occidente che
si è costruita sulla base dell'opposizione
alle civiltà orientali, prive della capacità di
autocomprensione dialettica, e ai «popoli
senza storia», il cui studio è stato demandato
al sapere antropologico nei suoi fondamenti
positivistici ottocenteschi. Anche le esperienze
intellettuali più interessanti dell'inizio
del Ventesimo secolo, come l'approccio comparativo
weberiano allo studio delle civiltà, hanno
individuato nell'Occidente un canone di modernità rispetto
al quale misurare le esperienze extraeuropee.
Si tratta perciò di riconoscere i dispositivi
che hanno costituito le grandi famiglie narrative
della storia del mondo per mettere in luce
la natura storica dei paradigmi formali che
le hanno ispirate.[9] In altri termini,
la costruzione del sapere storiografico in
Occidente andrà letta nel quadro del contesto
storico del progetto di dominio che l'Occidente
ha dispiegato verso gli altri continenti.
Questa prospettiva consente di aprire molteplici
linee di indagine.
Se pensiamo a due fondamentali
opere di Edward Said possiamo registrare
il passaggio
significativo, maturato negli anni Ottanta,
che ha trasformato i presupposti dello studio
della storia che proviene dalle «periferie» del
mondo.[10] Orientalismo ha
rappresentato una fertile provocazione intellettuale
perché ha chiamato in causa il «centro» nella
produzione di una «periferia», l'Oriente
appunto, mostrando come la costruzione di
questa periferia immaginaria, esterna all'Occidente,
abbia assunto una funzione centrale nell'autorappresentazione
dell'Occidente. In questo quadro il centro
giocava una partita autoreferenziale rispetto
ad una periferia che sembrava essere oggetto
passivo. In Cultura e imperialismo questa
costruzione viene resa più complessa dal
riconoscimento della agency della
periferia, vale a dire il ruolo attivo dei
soggetti subalterni colonizzati nella produzione
della propria immagine e nell'interpretazione
e nel riuso dei linguaggi e dei testi normativi
scritti dal centro colonizzatore. Si è trattato
di un passaggio decisivo che ha rimesso in
gioco dei soggetti storici che le modalità di
costruzione del sapere storico prevalenti
in occidente avevano bandito: sia le narrazioni
dell'emancipazione nazionale - nelle quali
le élites autoctone assumono il testimone
della modernità dalle metropoli coloniali
per inverare la tradita missione civilizzatrice
-, sia i modelli interpretativi economico-sociali
derivati da rigide griglie normative che
hanno visto in tutte le periferiche "anomalie" degli
elementi residuali che il procedere della
modernità avrebbe assorbito.[11]
La nuova dimensione del
rapporto centro-periferia allarga perciò il contesto scientifico entro
il quale studiare il rapporto di interdipendenze
che ha formato l'odierno mondo globalizzato
coinvolgendo le genealogie delle costruzioni
disciplinari che hanno narrato e interpretato
l'epoca moderna. Così lo esprime Said:
In ogni cultura definita
su base nazionale io credo vi sia una aspirazione
alla sovranità,
ad esercitare influenza e a dominare. In
questo la cultura francese e inglese, indiana
e giapponese, sono vicine l'una all'altra.
Al tempo stesso, paradossalmente, mai come
oggi siamo consapevoli di quanto imprevedibilmente
ibride siano le esperienze storiche e culturali,
di come esse condividano tra loro molte esperienze,
spesso contraddittorie, e territori, di come
attraversino i confini nazionali, di come
sfidino l'azione poliziesca dei dogmi
semplicistici e dei patriottismi urlati.
Lungi dall'essere entità unitarie, monolitiche
o libere da influenze esterne, le culture
in realtà assumono più elementi «stranieri»,
alterità e differenze di quante consciamente
ne escludano. Chi mai, in India o in Algeria,
può oggi tranquillamente distinguere le componenti
francesi o inglesi del passato dalla realtà del
presente? E chi mai, in Inghilterra o in
Francia, può chiaramente circoscrivere la
Londra inglese o la Parigi francese escludendo
l'impatto dell'India o dell'Algeria su queste
città imperiali?
E non si tratta di questioni
nostalgicamente accademiche o teoriche,
poiché, come vedremo,
esse hanno importanti conseguenze sociali
e politiche. Sia Londra che Parigi hanno
un gran numero di immigrati provenienti dalle
ex colonie, le quali, a loro volta nella
vita di tutti i giorni conservano molto della
cultura inglese o francese. Ma questo è evidente.
Per fare un esempio più complesso, prendiamo
in considerazione la ben nota questione dell'immagine
dell'antichità greca classica o della tradizione
come fattore determinante dell'identità nazionale.
Studi come quello di Martin Bernal, Atena
nera o di Eric Hobsbawm e Terence Ranger L'invenzione
della tradizione, hanno evidenziato la
straordinaria influenza degli interessi e
delle priorità odierne sulle immagini pure
(e persino purgate) che noi ci costruiamo
di un passato privilegiato e conveniente
dal punto di vista genealogico; un passato
da cui abbiamo escluso gli elementi, le vestigia
e le narrazioni indesiderate.[12]
Tra Orientalismo e Cultura
e imperialismo Said
aveva incontrato le opere di alcuni giovani
storici indiani (Shahid Amin, David Arnold,
Parta Chatterjee, David Hardiman e Gyanendra
Pandey) che dalla fine degli anni Settanta
si erano raccolti attorno al professor Ranajit
Guha alla Jadavpur University di Calcutta.
Nasceva così il collettivo Subaltern Studies il
cui progetto era di rinnovare la storiografia
dell'Asia del sud per emanciparla tanto dal
marxismo ortodosso che dalle scuole di Cambridge
influenzate da Namier per rivalutare l'agency
dei contadini nel processo di modernizzazione
indiano.[13] Un punto di
riferimento fondamentale nell'elaborazione
di questa proposta scientifica è stato l'utilizzo
dei concetti di classe e Stato elaborati
da Gramsci nei Quaderni, al fine di
superare l'economicismo imperante nell'ortodossia
marxista. Guha aveva studiato con Susobhan
Sarkar, interprete indiano del pensiero gramsciano
sin dagli anni Cinquanta, ma nella genealogia
intellettuale dei subaltern studies confluì anche
la ricezione del dibattito britannico sulla
storia delle classi subalterne, in particolare
i lavori di Hobsbawm di inizio anni Sessanta[14] e la «storia dal basso», sviluppata da E.P.
Thompson, C. Hill e R. Hilton. Il primo volume
dei Subaltern Studies uscì nel 1982
e i primi quattro (fino al 1985) erano fortemente
influenzati dal programma revisionista della «storia
dal basso» tanto da aprire una vivace discussione
con la rivista marxista più ortodossa «Social
Scientist», legata al partito comunista indiano.
Alla metà degli anni '80, tuttavia, si aprì un
dibattito che introdusse nuovi temi teorici,
attraverso la ricezione della critica dell'illuminismo
del poststrutturalismo francese, mediata
dalla lettura dei testi di Foucault, autore
particolarmente influente soprattutto per
Chatterjee e Arnold.
Nella seconda metà degli anni '80,
questi lavori dalla «periferia» indiana arrivarono
in Gran Bretagna, dove ricevettero severe
critiche, e negli Usa, dove invece hanno
avuto un'enorme influenza, anche perché sono
arrivati nel momento dell'esplosione del
dibattito sul multiculturalismo, particolarmente
favorevole alla valorizzazione di una originale
storiografia indiana. Il patronage di
Said sulla pubblicazione dell'antologia degli
scritti nel 1988,[15] poi, aiutò certamente
l'affermazione accademica dell'opera. Da
questo incontro con il «centro» americano
la «scuola» si è frammentata in vari filoni
e si è perlopiù allontanata dai temi della
politica e dell'economia per avvicinarsi
alle analisi di «testi» e «discorsi», più in
sintonia con il clima culturalista e postmarxista
dei dipartimenti di storia americani.
Si deve ad un giovane
esponente di questa corrente intellettuale
l'elaborazione di
un programma di ricerca riassunto nell'efficace
formula di «provincializzare l'Europa»,[16] vale
a dire il riconoscimento della specificità dell'esperienza
della modernità europea e l'indagine sulle
sue forme di interazione con altre esperienze
storiche, nel quadro dell'unificazione del
mondo promossa dal colonialismo e dall'imperialismo.
L'impianto storicistico attraverso il quale
le scienze sociali europee hanno costruito
il concetto di modernità è stato infatti
acquisito dai nazionalismi delle periferie
del globo che ne hanno rilocalizzato il centro
nelle proprie metropoli, facendone dei fuochi
di irradiazione della modernità. La rivolta
politica, insomma, non ha portato con sé una
revisione dei presupposti culturali del dominio
europeo, ne ha soltanto dislocato la figura
sociale. Il progetto di provincializzare
l'Europa mostra le ambivalenze della modernità di
matrice europea, la sua affermazione violenta,
impensabile senza l'imperialismo, di un monolitico
tempo storico che annulla le differenze e,
d'altro canto, riconosce come essa abbia
messo a disposizione risorse intellettuali
che hanno aiutato i subalterni delle periferie
degli imperi nel processo di affermazione
soggettiva nel quadro di un orizzonte universalistico.
Si tratta perciò di muovere dall'appropriazione
della tradizione del pensiero europeo per
la comprensione della modernità non europea,
scandagliando differenze che non sono riducibili
nel territorio di una zona franca, sovralocale,
del linguaggio scientifico, ma che sono tuttavia
traducibili. E' solo localizzando gli assunti
universalistici che si apre lo spazio per
le voci della differenza.
Tutto ciò non fa che rinforzare l'idea di
una pluralità delle declinazioni della modernità,
una pluralità che la narrazione della "transizione" si
ostina a misconoscere. Le aporie che la comprensione
della modernità indiana ha presentato, alla
luce di questo schema di pensiero, sono state
perciò rubricate come stranezze o persistenze
arcaiche proprio perché mancavano concetti
e modi di indagine che si sganciassero dalla
narrazione europea sulla genesi della modernità,
ne provincializzassero l'esperienza.
In questa nuova prospettiva,
che ha recepito e rielaborato metodi e
temi del dibattito
storiografico sulle classi subalterne degli
anni '70 e '80, è saltata la struttura binaria
e gerarchica del rapporto centro-periferia
e si è posto l'accento sulla multidimensionalità della
storia del mondo, sottoponendone a critica
fondamenti e rappresentazioni e rivalutando
l'agency e il protagonismo di soggetti
dei quali erano state finora ignorate le
voci. E' su questo terreno che le ricerche
storiche si possono proficuamente confrontare
con quelle dell'antropologia, un sapere tradizionalmente
vocato allo studio delle comunità locali
che negli ultimi anni è stato attraversato
dalle sfide nuove e complesse implicate nel
processo di globalizzazione. La compressione
spazio-tempo e la mobilità di massa rendono
obsolete le categorie dicotomiche con cui
si è tradizionalmente analizzata la relazione
tra le diverse aree del globo e l'economia
culturale globale è un ordine complesso di
forze che si giustappongono e si disgiungono,
dove i flussi globali culturali quali popolazioni,
tecnologie, denaro, immagini ed idee si muovono
generando una realtà colma di fratture.[17] Viene
così spostato il discorso tradizionale dell'antropologia,
che costruiva unità di indagine tendenzialmente
omogenee e localizzate e viene invece concepita
la cultura come fenomeno in perenne movimento,
in costante tensione tra ciò che risiede
e ciò che entra da fuori, tra locale e globale,
dove ciò che risiede non è mai stabile, ma
soltanto un polo di una tensione.
Questi incroci tra la ricerca
etnografica e gli studi culturali apre nuove
dimensioni anche all'indagine storica, testimoniato
dall'interesse per il concetto di diaspora
che negli ultimi anni viene utilizzato anche
al di fuori della storiografia sull'ebraismo,
suo contesto di origine, per designare fenomeni
irriducibili ad una dimensione nazionale,
solidamente ancorata ad un centro e che
si caratterizzano invece per le «affiliazioni
multiple» e il «decentramento».[18] Un campo di ricerca
per il quale il binomio centro-periferia
non potrà che assumere nuovi significati
e definizioni.
Questo articolo si
cita: P. Capuzzo, Nuove dimensioni
del rapporto centro-periferia: appunti per
un dossier, «Storicamente»,
2 (2006), http://www.storicamente.org/02capuzzo.htm
|