DIBATTITI
Anna Foa*
I pericoli di un metodo a-logico
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La domanda da cui parte il
libro di Ariel Toaff, Pasque di sangue,
è una domanda a cui, dalla fine dell’Ottocento
in qua, la storiografia aveva rinunciato,
considerandola legata alla polemica antigiudaica
e poi antisemita, e quindi superata da ogni
seria ricerca scientifica: le accuse di
omicidio rituale che costellano la storia
degli ebrei europei dopo il XII secolo riflettevano,
sia pur parzialmente e solo in alcuni casi,
fatti realmente accaduti, o erano costruzioni
mitologiche inventate dai persecutori? Insomma,
gli ebrei avevano davvero l’abitudine
di uccidere a Pesach bambini cristiani
per fabbricare azzime o a scopo medicinale?
Così, se alla fine dell’Ottocento,
più esattamente nel 1891, Hermann
Strack poteva ancora nel suo libro (Das
Blut im Glauben und Aberglauben der Mensheit)
sentire il bisogno di affermare a chiare
lettere l’innocenza degli ebrei, successivamente
la storiografia aveva preso a dare assolutamente
per scontato queste premesse ad indagare
invece la costruzione del mito del sangue
nella storia. Nessuno storico degno di questo
nome aveva finora preso sul serio la domanda
se gli ebrei potessero in qualche modo avere
praticato sacrifici rituali. Nemmeno quanti
avevano indagato sull’ostilità
anticristiana del mondo ebraico, come Cecil
Roth negli anni ’30 del Novecento
e recentemente Elliot Horowitz a proposito
del Purim, o Yisrael Yuval a proposito del
qiddush ha shem nella Germania
delle Crociate, si erano posti la domanda
di una possibile realtà dell’accusa
di omicidio rituale, lavorando invece sul
terreno delle rappresentazioni e del loro
reciproco influsso tra i due mondi. Ed ecco che il libro di Toaff riporta la
questione della realtà sul tappeto
e lo fa partendo da un punto di vista del
tutto inedito; quello della necessità
di sfuggire ad un’ottica puramente
negativa, in chiave antisemita, degli ebrei,
e di ridar loro carne e sangue, azioni e
percezioni, passando da una mera storia
dell’antisemitismo ad una storia in
positivo degli ebrei. Un ottimo proposito,
che non mi pare però del tutto nuovo,
come dimostra, per l’ Italia, la storiografia
più recente (e come non citare a
questo proposito i contributi apparsi nella
rivista «Zakhor», diretta dallo
stesso Ariel Toaff e arrivata al suo decimo
anno?) Peccato però che questo proposito
di restituire realtà agli ebrei,
nel caso di un’accusa antiebraica
come quella del sangue, finisca per tradursi
nel risultato di prender per buone le confessioni
degli accusati, e attribuire loro una effettiva
realtà storica; «dobbiamo chiederci
se le confessioni degli imputati siano resoconti
puntuali di eventi effettivamente accaduti,
oppure di credenze, da inquadrarsi in contesti
simbolici, mitici e magici da ricostruire.
… Sciogliere i nodi non è compito
agevole né semplice, ma forse neppure
impossibile» (9). In sostanza, se
gli ebrei confessano, e se gli ebrei nella
storia sono attori, e non oggetti passivi,
allora dobbiamo cercare il vero che c’è
nelle loro confessioni. Di qui, parte il
percorso di Toaff, volto ad «indagare
sull’eventuale presenza di credenze
ebraiche negli omicidi rituali, legati alla
celebrazione della Pasqua».
Ma di che area geografica
stiamo parlando e di che periodo storico?
L’area su cui il discorso di Toaff
si muove è quella coperta dalla presenza
di ebrei ashkenaziti; la Germania, l’Italia
settentrionale in primo luogo. E qui, nell’evidente
e precostituita volontà di contrapporre
un ebraismo ashkenazita violento e «fondamentalista»
ad un civile e illuminato ebraismo italiano
e sefardita, Toaff trascura il fatto che
accuse di omicidio rituale si ritrovano
anche in area a presenza sefardita, in Spagna,
in Italia meridionale, e nei testi antiebraici
spagnoli, come in Alonzo de Espina.
In realtà, Toaff postula che in generale
nell’area ashkenazita si verificassero
casi di omicidio ritualizzato di bambini
cristiani, anche se non si esprime direttamente
su questo punto e parla invece, nell’introduzione,
di «usi e tradizioni legati a esperienze
irripetibili», di un fenomeno «limitato
a gruppi presso i quali tradizioni popolari
che nel tempo avevano aggirato o sostituito
le norme rituali della halakhah
ebraica e consuetudini radicate, impregnate
di elementi magici e alchemici, si sposavano
in un micidiale cocktail con un fondamentalismo
religioso violento e aggressivo» (13).
Ma di che gruppi stiamo parlando? In realtà,
infatti, questi piccoli gruppi fondamentalisti
non appaiono nel libro, e invece il suo
discorso si concentra sulla comunità
di Trento, ashkenazita sì ma non
fondamentalista. L’impressione del
lettore è che si stia parlando di
un clima generale e non di casi limitati
e particolari. Forse perché, se così
avesse fatto, Toaff si sarebbe trovato nell’obbligo
di documentarli, di trovare dei riscontri.
Il che non ha fatto. Altrettanto complesso
è il discorso sulla periodizzazione,
che copre esplicitamente un periodo di quattro
secoli, un po’ troppo per parlare
di pochi casi isolati, e volta a suggerire
l’idea di pratiche di lungo periodo.
Il libro, in ogni caso, non si concentra
su alcuni casi di gruppi «fondamentalisti»,
per usare l’espressione anacronistica
e fuori luogo dell’autore, ma sul
caso di Trento (perché l’unico
ben documentato), e di lì, per analogia,
sugli altri casi famosi di accuse del sangue:
Endingen, Ratisbona, Rinn, Portobuffolé,
e via discorrendo. In sostanza, tempi e
spazi appaiono dilatati rispetto all’assunzione
originaria, mai seriamente approfondita,
di piccole sette fondamentaliste.
Al cuore delle argomentazioni di Toaff è,
lo abbiamo detto, il processo di Trento.
È la sua analisi, l’analisi
delle deposizioni processuali degli ebrei
accusati di aver ucciso ritualmente a Pesach
il piccolo Simonino per mescolarne il sangue
alle azzime, che lo spinge a considerare
che le deposizioni dei rei confessi non
potevano essere soltanto un’invenzione
dei giudici. Di lì, il suo percorso
di ricerca si dipana, per successivi avvicinamenti
fondati soprattutto sull’associazione,
attraverso l’uso medicinale del sangue,
le percezioni anticristiane sottese al Purim,
il rituale della circoncisione, il seder
di Pesach, fino all’asserzione,
espressa talvolta come mera possibilità,
talaltra come plausibilità talaltra
come fatto concreto, della realtà
dell’omicidio rituale e del commercio
di sangue di bambino cristiano, trasferito
da un luogo all’altro nelle sacche
dei mercanti ebrei, con tanto di certificato
di kasherutt.
Ma questi capitoli di considerazioni antropologiche
sul sangue e la centralità del sangue
nel mondo ebraico non reggerebbero da soli
la costruzione di Toaff, e sono da lui presentati
soltanto come un contorno, un riscontro
a quella che è la sua tesi fondamentale,
su cui basa la sua rilettura dei processi:
che le risultanze dei processi siano troppo
concordanti e troppo particolareggiate per
essere solo invenzione dei giudici. Che
esse riflettano quindi non un immaginario
condiviso da parte degli inquisiti (ipotesi
meritevole di una discussione seria), ma
dati di realtà. In questa sua analisi,
Toaff considera come riscontri il fatto
che gli inquisiti nominassero persone realmente
esistenti, descrivessero situazioni reali
nello spazio e nel tempo, parlassero un
ebraico-tedesco che i giudici non potevano
conoscere, come non potevano conoscere i
particolari dei rituali ebraici.
È questo, degli elementi reali riscontrabili
nelle confessioni rese sotto tortura in
questi secoli, un argomento già proprio,
fin dall’inizio, dei giudici. Nel
1631, in un testo famoso destinato a combattere
i processi contro le streghe, la Cautio
criminalis, così ne parlava
il gesuita tedesco Friedrich von Spee, confessore
e difensore delle donne accusate di stregoneria:
Dall’esperienza sembrerebbe che siano
vere quelle dichiarazioni rese sotto tortura
che concordano con le circostanze: se, ad
esempio, Sempronia ammette sotto tortura
di aver ucciso, attraverso arti magiche,
tre mesi prima, la mucca di Tizio, come
pure due anni prima il bambino di Gracco,
e altre cose simili, e i giudici verificano
e scoprono che effettivamente tre mesi prima
la vacca di Tizio era morta, e davvero,
anche, il figlio di Gracco era morto da
due anni, ecc., che cosa è più
evidente della veridicità di quelle
dichiarazioni rese sotto tortura? Questo
è esattamente quello che è
accaduto; dunque sono veritiere le dichiarazioni
rese sotto tortura. Così ragiona
il volgo, e non solo quello, ma perfino
molti giudici esperti, inquisitori, consiglieri
dei principi, che spesso ho ascoltato; e
sono rimasto sbalordito, perché non
stavano dicendo per scherzo o per il gusto
di discutere, come in un primo momento avevo
creduto, ma seriamente e con la ferma convinzione
di aver dimostrato con prove inoppugnabili
che la confessione di Sempronia doveva essere
stata assolutamente vera.
Rispondo. È gravissimo errore pensare
di aver fornito, in questo modo, una dimostrazione
sicura e sentirsene soddisfatti. Ecco,
infatti, come stanno le cose: Sempronia
non poteva ignorare ciò che è
noto a tutto il villaggio, finanche ai
bambini, e cioè che, in quel luogo
e in quelle date, la vacca era morta,
il bambino aveva perso la vita e altre
vicende simili che erano accadute nel
villaggio. Quando dunque le sofferenze
della tortura la spingevano a confessare
di aver commesso qualche maleficio, allora
ammetteva quelle cose che sapeva essere
accadute, attribuendosene la responsabilità
[1].
Le procedure della Germania
di Spee non erano certo molto distanti da
quelle della Trento in cui si svolse il
processo contro gli ebrei nel 1475. Ed è
vero, come Toaff si premura di sottolineare,
che l’uso della tortura era regolamentato,
non selvaggio. E allora? Forse che una tortura
regolamentata, decisa su decreto, era meno
dolorosa? Molto potremmo citare, anche tratto
dallo stesso testo di Spee, su tale regolamentazione.
Ma basti qui dire ciò che Toaff non
dice nel suo libro, che essa veniva stabilita
anche nel caso di discordanze fra le deposizioni
dei vari inquisiti, nelle denunce discordanti
dei complici, e in genere qualora senza
tortura (de plano) gli inquisiti
avessero ritrattato la loro precedente deposizione
resa sotto tortura (la ragione di questa
ultima pratica è che si veniva a
creare una contraddizione tra due testimonianze
dello stesso imputato, contraddizione che
poteva essere risolta solo attraverso una
nuova tortura). In sostanza, per smettere
di essere torturati, gli imputati dovevano
non soltanto confessare, ma confessare cose
plausibili, coerenti con le altre confessioni,
passibili di riscontri. Ecco quindi che
le confessioni si riempiono di particolari,
di nomi, di date, di fatti. Tutte cose che
gli inquisitori non potevano conoscere,
un quadro però che rendeva plausibile
e reale la confessione dell’omicidio,
la sua descrizione particolareggiata. Senza
contare che il processo condotto dal vescovo
Hinderbach a Trento si svolse nella più
netta illegalità, come sostenne il
visitatore mandato da Roma, il vescovo Battista
de’ Giudici. A meno di non voler prendere
per buona, come sembra fare Toaff, l’idea
che il vescovo fosse stato corrotto dagli
ebrei, come denunciò allora Hinderbach.
Ma dobbiamo abbracciare davvero acriticamente
tutte, proprio tutte, le tesi del vescovo
di Trento? Consideriamo, per entrare
un po’ di più nel merito delle
sue argomentazioni, il XII capitolo intitolato
Il memoriale della passione, in
cui Toaff affronta il problema cruciale
per la sua tesi dell’«uso del
sangue d’infante cristiano nella celebrazione
della Pasqua ebraica». Esso, scrive
Toaff all’inizio del capitolo, «era
apparentemente oggetto di una normativa
minuziosa, per lo meno a quanto risulta
dalle deposizioni di tutti gli imputati
ai processi di Trento» (173): una
frase in cui la parola chiave non è
«almeno a quanto risulta», cioè
un limitativo dell’affermazione generale,
ma quel «tutti» che sottolinea
l’omogeneità del quadro.
«Ogni eventualità era prevista
e affrontata - prosegue scivolando a dare
consistenza e realtà al quadro -
e, quasi facesse parte integrante delle
più collaudate regole del rito, l’impiego
del sangue era sottoposto ad una casistica
ampia ed esauriente» (173). Da quel
momento in poi, Toaff prosegue attraverso
una serie di descrizioni minuziose del modo
in cui gli ebrei avrebbero mescolato il
sangue di un bambino cristiano alle azzime
pasquali, tutte desunte dai documenti processuali,
almeno fino alla nota 8, dove a corroborare
la confessione di uno degli imputati, Angelo
da Verona (confessione che secondo Toaff
fornisce una presentazione «molto
colorita e credibile» del rito) si
introduce il testo settecentesco del Bonelli,
violentemente antigiudaico. Alla nota 10,
invece, viene introdotto il testo apologetico
di Divina, Storia del beato Simone da
Trento, del 1902, a sostenere l’affermazione,
emersa in tutte le confessioni, che il capofamiglia
scioglieva nel rito il sangue nel vino solo
prima di recitare le maledizioni d’Egitto.
Ma il capitolo prosegue con le rivelazioni
di un personaggio particolarmente interessante
e centrale nel testo di Toaff, Israel Wolfgang,
un giovane pittore convertito, poi anch’egli
accusato di aver partecipato all’uccisione
di Simonino e giustiziato con gli altri.
Le sue «rivelazioni», come le
chiama Toaff, sono tratte dal solito Divina,
e corroborate da altre deposizioni processuali.
A questo punto, Toaff interviene direttamente,
con effetto teatrale, a dare la sua interpretazione:
a raccontare nei particolari lo svolgimento
di un Seder potevano essere solo gli ebrei,
i giudici non erano in grado di suggerirglielo.
Ergo, «ipotizzare che fossero proprio
loro a dettare con le torture quelle rappresentazioni
del rituale del Seder, con le relative formule
liturgiche in ebraico, appare poco credibile»
(178). Il compito di procurarsi il sangue
dell’infante cristiano, insiste Toaff,
incombeva al capofamiglia. Fra le note a
supporto di questa tesi, oltre alle solite
deposizioni processuali, studi ebraici sul
ruolo dei capifamiglia ashkenaziti non nelle
uccisioni rituali ma più banalmente…
nella celebrazione dei riti di Pasqua. In
tutto questo ragionamento, senza troppo
parere, è avvenuto il passaggio dalla
celebrazione dei riti pasquali al compito
di procurarsi il sangue di un bambino cristiano.
Ma, sono sempre le deposizioni processuali
a dirlo, se un capofamiglia era povero,
era dispensato dal procurarsi un ingrediente
costoso come quello. E Divina viene nuovamente
citato a sostegno della tesi che gli ebrei
ricchi fossero soliti distribuire generosamente
sangue di bambino agli ebrei poveri. E a
questo punto, scivolando ancora in un deciso
indicativo, Toaff ci da la sua spiegazione
di un rito la cui esistenza non ha in nessun
modo provato: «Il rito del vino, o
del sangue, e delle maledizioni aveva una
doppia valenza. Da una parte doveva ricordare
la miracolosa salvezza di Israele…Dall’altra
si proponeva di avvicinare la redenzione
finale, preparata dalla vendetta di Dio
sui gentili…» (181). Ma no,
subito dopo apprendiamo che la spiegazione
non è una interpretazione di Toaff,
bensì una deposizione processuale
di Trento, quella del vecchio Mosè
di Wurzburg. Gli ebrei inquisiti a Trento
sono infatti pronti a rispondere alle domande
dei loro giudici sul significato e l’origine
di quel rito, anche se non sono in grado
di fornire delle risposte precise, limitandosi
a richiamarsi alla tradizione talmudica
e a sottolineare la trasmissione solo orale
di questi rituali, per mantenerne il segreto.
Tutti gli ebrei processati inoltre insistono
sul fatto che tutta la comunità doveva
partecipare all’infanticidio rituale,
una deposizione che a noi sembra fatta apposta
per coinvolgere collettivamente gli ebrei
ma che Toaff, senza spiegarne il nesso ma
solo in una postmoderna assonanza, collega…
agli usi funebri collettivi dell’ebraismo
tedesco. E di nuovo torna qui la contrapposizione
fra ashkenaziti ed italiani. I giudici infatti
chiedono come mai gli ebrei italiani non
conoscessero queste usanze, e gli inquisiti
affermano trattarsi di un’usanza del
solo mondo tedesco.
Ma non di tutto, afferma Toaff.
Infatti, in una deposizione trentina si
affermava che due viaggiatori ebrei tedeschi
si erano rifiutati di far commercio per
loro di sangue cristiano. Segno, afferma
Toaff, prendendo immediatamente per buona,
testualmente, la deposizione, che non tutti
gli ashkenaziti compivano questi riti, ma
solo «circoli fondamentalisti dell’ortodossia
ashkenazita» (186). E a riprova cita
il Ristretto della vita e martirio di
S. Simone fanciullo di Trento, opera
agiografica composta nel 1594 a Roma. Perché,
conclude Toaff, il rito doveva essere mantenuto
segreto. Oltre ai passaggi in questo senso
dei soliti imputati che deponevano sotto
tortura, Toaff si appoggia infine a altri
testi diversi da quelli agiografici: Le
Toledot Ieshu, testi di polemica anticristiana
databili tra il IV e l’VIII secolo,
diffusi nel mondo ebraico (ma naturalmente
Toaff sottolinea soltanto la diffusione
in area ashkenazita), in cui si ritrova
frequente il richiamo al segreto. Nulla
nei testi citati può far supporre
che quel segreto si riferisca ai sacrifici
di bambini cristiani e non invece alle storie
anticristiane, che il mondo cristiano considerava
gravemente blasfeme. Ma per Toaff il cerchio
si è chiuso, e l’uso del sangue
è provato.
Lo stesso procedimento a-logico ritroviamo
nel resto del libro. Facciamo ancora un
esempio, quello di un capitolo centrale
per le tesi di Toaff, il capitolo 6, sul
Sangue magico e terapeutico. Anche
questo capitolo prende le mosse dalle deposizioni
processuali, che rivelano l'uso di sangue
di bambini cristiani a scopo medicinale,
e in particolare per guarire la ferita della
circoncisione. Ma gli ebrei, scrive, non
menzionano il sangue fra i rimedi della
circoncisione. Omissione che «potrebbe
non essere casuale» (95), e che spinge
Toaff a vedere se i convertiti, sempre pronti
a rivelare i «segreti» degli
ebrei, lo citino. Eppure , neanche i convertiti
ne parlano. «Si potrebbe dedurre …
che sia una chimera tendenziosa invenzione
degli inquisitori... Ma questa sarebbe una
risposta sbagliata e fuorviante» (97).
Tutto qui. A supportare questa incredibile
affermazione, Toaff usa quelli che chiama
i testi della Kabbalah pratica. Testi tutti
molto più tardi e che non parlano
di sangue cristiano ma di sangue in generale,
e che possono al massimo dimostrare la diffusione
del sangue ad uso medicinale. È pur
vero che Toaff accosta all'uso medicinale
del sangue il costume superstizioso di mangiare
il prepuzio dopo la circoncisione, che non
c’entra niente, a rigor di logica,
ma che contribuisce a dare degli ebrei un’immagine
di cannibalismo che non stona nel quadro
d’insieme. Su questa base, Toaff torna
indietro nel tempo, a criticare la deposizione
difensiva a Trento del vecchio Mose da Wurzburg,
che si richiamava al divieto biblico del
sangue, fuorviante secondo Toaff perchè
l'uso di sangue (animale) era invece previsto
dalle raccolte di segullot in uso
presso gli ashkenaziti. E qui introduce,
con un piccolo inciso, «umano o animale»,
il sangue umano, che fino ad allora non
c'era. Di nuovo, dopo essersi dilungato
sull'uso del sangue di coniglio, introduce
il sangue di bambino cristiano, traendolo
non dai testi ebraici bensì, ancora
una volta, dalle deposizioni processuali
(102). A questo punto, Toaff spiega la contraddizione
tra norma (che vieterebbe l’uso del
sangue) ed uso (che invece lo consentirebbe),
risolvendola, attraverso la distinzione
tra sangue dei cristiani, permesso e sangue
degli ebrei, proibito, distinzione fatta
da Lazzaro da Serravalle, imputato a Trento,
e dal solito convertito Israel Wolfgang
(la fonte su cui si basa, alle note 40 e
42, è sempre Bonelli). Poi Toaff
passa alla contraddizione fra minhag
e norma, per arrivare in fondo, quadrando
il cerchio, a dire che
Dagli atti del processo di Trento emergerebbe
non soltanto l'uso generalizzato di sangue
da parte degli ebrei tedeschi per scopi
curativi e magici, ma anche la necessità
che essi, a detta degli inquisitori, avrebbero
sentito di provvedersi di sangue cristiano
(e di un bambino battezzato in particolare)
soprattutto per celebrare i riti di Pesach
(107).
Subito dopo si introduce il
commercio del sangue di bambino con tanto
di certificato di kasherut:
«A detta degli accusatori di Trento,
la clientela più accorta aveva preteso
che i rivenditori si provvedessero di certificati
di idoneità rituale» (108).
Ma, «per quanto paradossale e inverosimile
possa sembrare ai nostri occhi questa circostanza
… crediamo che essa meriti una certa
attenzione». Senza supporto e senza
riscontri. Il testo termina suggerendo che
nei certificati di kasherutt del
sangue del bambino sacrificato, «la
scritta omettesse intenzionalmente ogni
avviso esplicito al tipo di mercanzia trattata»
(109). Ancora una volta, il cerchio si chiude,
e Toaff da per dimostrato il suo assunto
di partenza, che gli ebrei si procurassero
il sangue di bambini cristiani e lo vendessero
con un certificato di kasherut. Ancora una parola sul linguaggio
di Toaff: uno stile piacevolissimo, immaginifico,
coloristico, pieno di frasi ad effetto,
che inganna e trascina il lettore.Vengono
in mente i libri di Piero Camporesi, un
autore molto amato e citato da Toaff, con
i suoi materiali affastellati e con il suo
procedere per assonanze e somiglianze, lasciando
libertà alle parole. L’apparato
di note è amplissimo, tale da suggerire
al lettore non specialista l’idea
di un supporto filologico di primo piano,
di un libro insomma documentatissimo. Invece
non lo è, ma di questo possono accorgersene
solo gli specialisti, facendo un attento
raffronto fra ogni affermazione e la nota
su cui si appoggia. Un procedimento, quello
usato in questo libro da Toaff, che uno
storico non dovrebbe assolutamente usare
e che fa di questo libro una specie di “falso”:
non semplicemente un libro che presenta
un’interpretazione sbagliata, ma un
libro che manipola le fonti.
La ricaduta del lancio scandalistico
del libro da parte di Sergio Luzzatto e
del suo successivo ritiro da parte di Ariel
Toaff merita inoltre qualche riflessione
immediata. Temo però che sarà
questo un tema su cui bisognerà riflettere
ancora in futuro. Dopo il ritiro da parte
di Toaff del libro, e dopo che le critiche
degli storici, tutte documentate e tutte
basate su una accurata lettura da parte
loro del libro, sono state fatte passare
per una campagna di linciaggio preventivo,
il discorso sui media si è spostato:
non si parla più della colpevolezza
o meno degli ebrei medioevali, ma della
lobby ebraica che è tanto potente
da impedire ad un libro di circolare e che
opera preventive scomuniche. In questo senso,
il comunicato di condanna della consulta
rabbinica, sia pur moderato nei toni e lontano
dall’essere una scomunica, è
stato, a mio avviso, un errore gravissimo.
L’idea che circola ora è che
dove c’è fumo c’è
arrosto, e dove gli ebrei vogliono togliere
dalla circolazione un libro, vuol dire che
si tratta di un libro che presenta verità
sgradite. È chiaro che simili voci
non possono trovare risposata a livello
razionale. Siamo di fronte al riemergere
di vecchie mitologie che pensavamo sepolte
e che evidentemente poco basta a far riapparire.
Personalmente, io auspico che il libro ritorni
in circolazione. Ha fatto ormai, a livello
di opinione comune, tutto il danno che poteva
fare, meglio che sia sugli scaffali di tutte
le librerie e che affronti le critiche degli
studiosi. Per questo, ho deciso di regalare
alla Biblioteca del mio Dipartimento la
mia copia di Pasque di sangue.
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