DIBATTITI
Anna Foa*
I pericoli di un metodo a-logico
La domanda da cui parte il libro di Ariel Toaff, Pasque di
sangue, è una domanda a cui, dalla fine dell’Ottocento in
qua, la storiografia aveva rinunciato, considerandola legata alla polemica antigiudaica
e poi antisemita, e quindi superata da ogni seria ricerca scientifica: le accuse
di omicidio rituale che costellano la storia degli ebrei europei dopo il XII
secolo riflettevano, sia pur parzialmente e solo in alcuni casi, fatti realmente
accaduti, o erano costruzioni mitologiche inventate dai persecutori? Insomma,
gli ebrei avevano davvero l’abitudine di uccidere a Pesach
bambini cristiani per fabbricare azzime o a scopo medicinale? Così, se
alla fine dell’Ottocento, più esattamente nel 1891, Hermann Strack
poteva ancora nel suo libro (Das Blut im Glauben und Aberglauben der Mensheit)
sentire il bisogno di affermare a chiare lettere l’innocenza degli ebrei,
successivamente la storiografia aveva preso a dare assolutamente per scontato
queste premesse ad indagare invece la costruzione del mito del sangue nella
storia. Nessuno storico degno di questo nome aveva finora preso sul serio la
domanda se gli ebrei potessero in qualche modo avere praticato sacrifici rituali.
Nemmeno quanti avevano indagato sull’ostilità anticristiana del
mondo ebraico, come Cecil Roth negli anni ’30 del Novecento e recentemente
Elliot Horowitz a proposito del Purim, o Yisrael Yuval a proposito del qiddush
ha shem nella Germania delle Crociate, si erano posti la domanda di una
possibile realtà dell’accusa di omicidio rituale, lavorando invece
sul terreno delle rappresentazioni e del loro reciproco influsso tra i due mondi.
Ed ecco che il libro di Toaff riporta la questione della realtà sul tappeto
e lo fa partendo da un punto di vista del tutto inedito; quello della necessità
di sfuggire ad un’ottica puramente negativa, in chiave antisemita, degli
ebrei, e di ridar loro carne e sangue, azioni e percezioni, passando da una
mera storia dell’antisemitismo ad una storia in positivo degli ebrei.
Un ottimo proposito, che non mi pare però del tutto nuovo, come dimostra,
per l’ Italia, la storiografia più recente (e come non citare a
questo proposito i contributi apparsi nella rivista «Zakhor», diretta
dallo stesso Ariel Toaff e arrivata al suo decimo anno?)
Peccato però che questo proposito di restituire realtà agli ebrei,
nel caso di un’accusa antiebraica come quella del sangue, finisca per
tradursi nel risultato di prender per buone le confessioni degli accusati, e
attribuire loro una effettiva realtà storica; «dobbiamo chiederci
se le confessioni degli imputati siano resoconti puntuali di eventi effettivamente
accaduti, oppure di credenze, da inquadrarsi in contesti simbolici, mitici e
magici da ricostruire. … Sciogliere i nodi non è compito agevole
né semplice, ma forse neppure impossibile» (9). In sostanza, se
gli ebrei confessano, e se gli ebrei nella storia sono attori, e non oggetti
passivi, allora dobbiamo cercare il vero che c’è nelle loro confessioni.
Di qui, parte il percorso di Toaff, volto ad «indagare sull’eventuale
presenza di credenze ebraiche negli omicidi rituali, legati alla celebrazione
della Pasqua».
Ma di che area geografica stiamo parlando e di che periodo storico?
L’area su cui il discorso di Toaff si muove è quella coperta dalla
presenza di ebrei ashkenaziti; la Germania, l’Italia settentrionale in
primo luogo. E qui, nell’evidente e precostituita volontà di contrapporre
un ebraismo ashkenazita violento e «fondamentalista» ad un civile
e illuminato ebraismo italiano e sefardita, Toaff trascura il fatto che accuse
di omicidio rituale si ritrovano anche in area a presenza sefardita, in Spagna,
in Italia meridionale, e nei testi antiebraici spagnoli, come in Alonzo de Espina.
In realtà, Toaff postula che in generale nell’area ashkenazita
si verificassero casi di omicidio ritualizzato di bambini cristiani, anche se
non si esprime direttamente su questo punto e parla invece, nell’introduzione,
di «usi e tradizioni legati a esperienze irripetibili», di un fenomeno
«limitato a gruppi presso i quali tradizioni popolari che nel tempo avevano
aggirato o sostituito le norme rituali della halakhah ebraica e consuetudini
radicate, impregnate di elementi magici e alchemici, si sposavano in un micidiale
cocktail con un fondamentalismo religioso violento e aggressivo» (13).
Ma di che gruppi stiamo parlando? In realtà, infatti, questi piccoli
gruppi fondamentalisti non appaiono nel libro, e invece il suo discorso si concentra
sulla comunità di Trento, ashkenazita sì ma non fondamentalista.
L’impressione del lettore è che si stia parlando di un clima generale
e non di casi limitati e particolari. Forse perché, se così avesse
fatto, Toaff si sarebbe trovato nell’obbligo di documentarli, di trovare
dei riscontri. Il che non ha fatto. Altrettanto complesso è il discorso
sulla periodizzazione, che copre esplicitamente un periodo di quattro secoli,
un po’ troppo per parlare di pochi casi isolati, e volta a suggerire l’idea
di pratiche di lungo periodo. Il libro, in ogni caso, non si concentra su alcuni
casi di gruppi «fondamentalisti», per usare l’espressione
anacronistica e fuori luogo dell’autore, ma sul caso di Trento (perché
l’unico ben documentato), e di lì, per analogia, sugli altri casi
famosi di accuse del sangue: Endingen, Ratisbona, Rinn, Portobuffolé,
e via discorrendo. In sostanza, tempi e spazi appaiono dilatati rispetto all’assunzione
originaria, mai seriamente approfondita, di piccole sette fondamentaliste.
Al cuore delle argomentazioni di Toaff è, lo abbiamo detto, il processo
di Trento. È la sua analisi, l’analisi delle deposizioni processuali
degli ebrei accusati di aver ucciso ritualmente a Pesach il piccolo
Simonino per mescolarne il sangue alle azzime, che lo spinge a considerare che
le deposizioni dei rei confessi non potevano essere soltanto un’invenzione
dei giudici. Di lì, il suo percorso di ricerca si dipana, per successivi
avvicinamenti fondati soprattutto sull’associazione, attraverso l’uso
medicinale del sangue, le percezioni anticristiane sottese al Purim, il rituale
della circoncisione, il seder di Pesach, fino all’asserzione,
espressa talvolta come mera possibilità, talaltra come plausibilità
talaltra come fatto concreto, della realtà dell’omicidio rituale
e del commercio di sangue di bambino cristiano, trasferito da un luogo all’altro
nelle sacche dei mercanti ebrei, con tanto di certificato di kasherutt.
Ma questi capitoli di considerazioni antropologiche sul sangue e la centralità
del sangue nel mondo ebraico non reggerebbero da soli la costruzione di Toaff,
e sono da lui presentati soltanto come un contorno, un riscontro a quella che
è la sua tesi fondamentale, su cui basa la sua rilettura dei processi:
che le risultanze dei processi siano troppo concordanti e troppo particolareggiate
per essere solo invenzione dei giudici. Che esse riflettano quindi non un immaginario
condiviso da parte degli inquisiti (ipotesi meritevole di una discussione seria),
ma dati di realtà. In questa sua analisi, Toaff considera come riscontri
il fatto che gli inquisiti nominassero persone realmente esistenti, descrivessero
situazioni reali nello spazio e nel tempo, parlassero un ebraico-tedesco che
i giudici non potevano conoscere, come non potevano conoscere i particolari
dei rituali ebraici.
È questo, degli elementi reali riscontrabili nelle confessioni rese sotto
tortura in questi secoli, un argomento già proprio, fin dall’inizio,
dei giudici. Nel 1631, in un testo famoso destinato a combattere i processi
contro le streghe, la Cautio criminalis, così ne parlava il
gesuita tedesco Friedrich von Spee, confessore e difensore delle donne accusate
di stregoneria:
Dall’esperienza sembrerebbe che siano vere quelle dichiarazioni rese sotto tortura che concordano con le circostanze: se, ad esempio, Sempronia ammette sotto tortura di aver ucciso, attraverso arti magiche, tre mesi prima, la mucca di Tizio, come pure due anni prima il bambino di Gracco, e altre cose simili, e i giudici verificano e scoprono che effettivamente tre mesi prima la vacca di Tizio era morta, e davvero, anche, il figlio di Gracco era morto da due anni, ecc., che cosa è più evidente della veridicità di quelle dichiarazioni rese sotto tortura? Questo è esattamente quello che è accaduto; dunque sono veritiere le dichiarazioni rese sotto tortura. Così ragiona il volgo, e non solo quello, ma perfino molti giudici esperti, inquisitori, consiglieri dei principi, che spesso ho ascoltato; e sono rimasto sbalordito, perché non stavano dicendo per scherzo o per il gusto di discutere, come in un primo momento avevo creduto, ma seriamente e con la ferma convinzione di aver dimostrato con prove inoppugnabili che la confessione di Sempronia doveva essere stata assolutamente vera.
Rispondo. È gravissimo errore pensare di aver fornito, in questo modo, una dimostrazione sicura e sentirsene soddisfatti. Ecco, infatti, come stanno le cose: Sempronia non poteva ignorare ciò che è noto a tutto il villaggio, finanche ai bambini, e cioè che, in quel luogo e in quelle date, la vacca era morta, il bambino aveva perso la vita e altre vicende simili che erano accadute nel villaggio. Quando dunque le sofferenze della tortura la spingevano a confessare di aver commesso qualche maleficio, allora ammetteva quelle cose che sapeva essere accadute, attribuendosene la responsabilità [1].
Le procedure della Germania di Spee non erano certo molto distanti
da quelle della Trento in cui si svolse il processo contro gli ebrei nel 1475.
Ed è vero, come Toaff si premura di sottolineare, che l’uso della
tortura era regolamentato, non selvaggio. E allora? Forse che una tortura regolamentata,
decisa su decreto, era meno dolorosa? Molto potremmo citare, anche tratto dallo
stesso testo di Spee, su tale regolamentazione. Ma basti qui dire ciò
che Toaff non dice nel suo libro, che essa veniva stabilita anche nel caso di
discordanze fra le deposizioni dei vari inquisiti, nelle denunce discordanti
dei complici, e in genere qualora senza tortura (de plano) gli inquisiti
avessero ritrattato la loro precedente deposizione resa sotto tortura (la ragione
di questa ultima pratica è che si veniva a creare una contraddizione
tra due testimonianze dello stesso imputato, contraddizione che poteva essere
risolta solo attraverso una nuova tortura). In sostanza, per smettere di essere
torturati, gli imputati dovevano non soltanto confessare, ma confessare cose
plausibili, coerenti con le altre confessioni, passibili di riscontri. Ecco
quindi che le confessioni si riempiono di particolari, di nomi, di date, di
fatti. Tutte cose che gli inquisitori non potevano conoscere, un quadro però
che rendeva plausibile e reale la confessione dell’omicidio, la sua descrizione
particolareggiata. Senza contare che il processo condotto dal vescovo Hinderbach
a Trento si svolse nella più netta illegalità, come sostenne il
visitatore mandato da Roma, il vescovo Battista de’ Giudici. A meno di
non voler prendere per buona, come sembra fare Toaff, l’idea che il vescovo
fosse stato corrotto dagli ebrei, come denunciò allora Hinderbach. Ma
dobbiamo abbracciare davvero acriticamente tutte, proprio tutte, le tesi del
vescovo di Trento?
Consideriamo, per entrare un po’ di più nel merito delle sue argomentazioni,
il XII capitolo intitolato Il memoriale della passione, in cui Toaff
affronta il problema cruciale per la sua tesi dell’«uso del sangue
d’infante cristiano nella celebrazione della Pasqua ebraica». Esso,
scrive Toaff all’inizio del capitolo, «era apparentemente oggetto
di una normativa minuziosa, per lo meno a quanto risulta dalle deposizioni di
tutti gli imputati ai processi di Trento» (173): una frase in cui la parola
chiave non è «almeno a quanto risulta», cioè un limitativo
dell’affermazione generale, ma quel «tutti» che sottolinea
l’omogeneità del quadro.
«Ogni eventualità era prevista e affrontata - prosegue scivolando
a dare consistenza e realtà al quadro - e, quasi facesse parte integrante
delle più collaudate regole del rito, l’impiego del sangue era
sottoposto ad una casistica ampia ed esauriente» (173). Da quel momento
in poi, Toaff prosegue attraverso una serie di descrizioni minuziose del modo
in cui gli ebrei avrebbero mescolato il sangue di un bambino cristiano alle
azzime pasquali, tutte desunte dai documenti processuali, almeno fino alla nota
8, dove a corroborare la confessione di uno degli imputati, Angelo da Verona
(confessione che secondo Toaff fornisce una presentazione «molto colorita
e credibile» del rito) si introduce il testo settecentesco del Bonelli,
violentemente antigiudaico. Alla nota 10, invece, viene introdotto il testo
apologetico di Divina, Storia del beato Simone da Trento, del 1902,
a sostenere l’affermazione, emersa in tutte le confessioni, che il capofamiglia
scioglieva nel rito il sangue nel vino solo prima di recitare le maledizioni
d’Egitto. Ma il capitolo prosegue con le rivelazioni di un personaggio
particolarmente interessante e centrale nel testo di Toaff, Israel Wolfgang,
un giovane pittore convertito, poi anch’egli accusato di aver partecipato
all’uccisione di Simonino e giustiziato con gli altri. Le sue «rivelazioni»,
come le chiama Toaff, sono tratte dal solito Divina, e corroborate da altre
deposizioni processuali. A questo punto, Toaff interviene direttamente, con
effetto teatrale, a dare la sua interpretazione: a raccontare nei particolari
lo svolgimento di un Seder potevano essere solo gli ebrei, i giudici non erano
in grado di suggerirglielo. Ergo, «ipotizzare che fossero proprio loro
a dettare con le torture quelle rappresentazioni del rituale del Seder, con
le relative formule liturgiche in ebraico, appare poco credibile» (178).
Il compito di procurarsi il sangue dell’infante cristiano, insiste Toaff,
incombeva al capofamiglia. Fra le note a supporto di questa tesi, oltre alle
solite deposizioni processuali, studi ebraici sul ruolo dei capifamiglia ashkenaziti
non nelle uccisioni rituali ma più banalmente… nella celebrazione
dei riti di Pasqua. In tutto questo ragionamento, senza troppo parere, è
avvenuto il passaggio dalla celebrazione dei riti pasquali al compito di procurarsi
il sangue di un bambino cristiano. Ma, sono sempre le deposizioni processuali
a dirlo, se un capofamiglia era povero, era dispensato dal procurarsi un ingrediente
costoso come quello. E Divina viene nuovamente citato a sostegno della tesi
che gli ebrei ricchi fossero soliti distribuire generosamente sangue di bambino
agli ebrei poveri. E a questo punto, scivolando ancora in un deciso indicativo,
Toaff ci da la sua spiegazione di un rito la cui esistenza non ha in nessun
modo provato: «Il rito del vino, o del sangue, e delle maledizioni aveva
una doppia valenza. Da una parte doveva ricordare la miracolosa salvezza di
Israele…Dall’altra si proponeva di avvicinare la redenzione finale,
preparata dalla vendetta di Dio sui gentili…» (181). Ma no, subito
dopo apprendiamo che la spiegazione non è una interpretazione di Toaff,
bensì una deposizione processuale di Trento, quella del vecchio Mosè
di Wurzburg. Gli ebrei inquisiti a Trento sono infatti pronti a rispondere alle
domande dei loro giudici sul significato e l’origine di quel rito, anche
se non sono in grado di fornire delle risposte precise, limitandosi a richiamarsi
alla tradizione talmudica e a sottolineare la trasmissione solo orale di questi
rituali, per mantenerne il segreto. Tutti gli ebrei processati inoltre insistono
sul fatto che tutta la comunità doveva partecipare all’infanticidio
rituale, una deposizione che a noi sembra fatta apposta per coinvolgere collettivamente
gli ebrei ma che Toaff, senza spiegarne il nesso ma solo in una postmoderna
assonanza, collega… agli usi funebri collettivi dell’ebraismo tedesco.
E di nuovo torna qui la contrapposizione fra ashkenaziti ed italiani. I giudici
infatti chiedono come mai gli ebrei italiani non conoscessero queste usanze,
e gli inquisiti affermano trattarsi di un’usanza del solo mondo tedesco.
Ma non di tutto, afferma Toaff. Infatti, in una deposizione trentina
si affermava che due viaggiatori ebrei tedeschi si erano rifiutati di far commercio
per loro di sangue cristiano. Segno, afferma Toaff, prendendo immediatamente
per buona, testualmente, la deposizione, che non tutti gli ashkenaziti compivano
questi riti, ma solo «circoli fondamentalisti dell’ortodossia ashkenazita»
(186). E a riprova cita il Ristretto della vita e martirio di S. Simone
fanciullo di Trento, opera agiografica composta nel 1594 a Roma. Perché,
conclude Toaff, il rito doveva essere mantenuto segreto. Oltre ai passaggi in
questo senso dei soliti imputati che deponevano sotto tortura, Toaff si appoggia
infine a altri testi diversi da quelli agiografici: Le Toledot Ieshu,
testi di polemica anticristiana databili tra il IV e l’VIII secolo, diffusi
nel mondo ebraico (ma naturalmente Toaff sottolinea soltanto la diffusione in
area ashkenazita), in cui si ritrova frequente il richiamo al segreto. Nulla
nei testi citati può far supporre che quel segreto si riferisca ai sacrifici
di bambini cristiani e non invece alle storie anticristiane, che il mondo cristiano
considerava gravemente blasfeme. Ma per Toaff il cerchio si è chiuso,
e l’uso del sangue è provato.
Lo stesso procedimento a-logico ritroviamo nel resto del libro. Facciamo ancora
un esempio, quello di un capitolo centrale per le tesi di Toaff, il capitolo
6, sul Sangue magico e terapeutico. Anche questo capitolo prende le
mosse dalle deposizioni processuali, che rivelano l'uso di sangue di bambini
cristiani a scopo medicinale, e in particolare per guarire la ferita della circoncisione.
Ma gli ebrei, scrive, non menzionano il sangue fra i rimedi della circoncisione.
Omissione che «potrebbe non essere casuale» (95), e che spinge Toaff
a vedere se i convertiti, sempre pronti a rivelare i «segreti» degli
ebrei, lo citino. Eppure , neanche i convertiti ne parlano. «Si potrebbe
dedurre … che sia una chimera tendenziosa invenzione degli inquisitori...
Ma questa sarebbe una risposta sbagliata e fuorviante» (97). Tutto qui.
A supportare questa incredibile affermazione, Toaff usa quelli che chiama i
testi della Kabbalah pratica. Testi tutti molto più tardi e che non parlano
di sangue cristiano ma di sangue in generale, e che possono al massimo dimostrare
la diffusione del sangue ad uso medicinale. È pur vero che Toaff accosta
all'uso medicinale del sangue il costume superstizioso di mangiare il prepuzio
dopo la circoncisione, che non c’entra niente, a rigor di logica, ma che
contribuisce a dare degli ebrei un’immagine di cannibalismo che non stona
nel quadro d’insieme. Su questa base, Toaff torna indietro nel tempo,
a criticare la deposizione difensiva a Trento del vecchio Mose da Wurzburg,
che si richiamava al divieto biblico del sangue, fuorviante secondo Toaff perchè
l'uso di sangue (animale) era invece previsto dalle raccolte di segullot
in uso presso gli ashkenaziti. E qui introduce, con un piccolo inciso, «umano
o animale», il sangue umano, che fino ad allora non c'era. Di nuovo, dopo
essersi dilungato sull'uso del sangue di coniglio, introduce il sangue di bambino
cristiano, traendolo non dai testi ebraici bensì, ancora una volta, dalle
deposizioni processuali (102). A questo punto, Toaff spiega la contraddizione
tra norma (che vieterebbe l’uso del sangue) ed uso (che invece lo consentirebbe),
risolvendola, attraverso la distinzione tra sangue dei cristiani, permesso e
sangue degli ebrei, proibito, distinzione fatta da Lazzaro da Serravalle, imputato
a Trento, e dal solito convertito Israel Wolfgang (la fonte su cui si basa,
alle note 40 e 42, è sempre Bonelli). Poi Toaff passa alla contraddizione
fra minhag e norma, per arrivare in fondo, quadrando il cerchio, a
dire che
Dagli atti del processo di Trento emergerebbe non soltanto l'uso generalizzato di sangue da parte degli ebrei tedeschi per scopi curativi e magici, ma anche la necessità che essi, a detta degli inquisitori, avrebbero sentito di provvedersi di sangue cristiano (e di un bambino battezzato in particolare) soprattutto per celebrare i riti di Pesach (107).
Subito dopo si introduce il commercio del sangue di bambino con
tanto di certificato di kasherut: «A detta degli accusatori
di Trento, la clientela più accorta aveva preteso che i rivenditori si
provvedessero di certificati di idoneità rituale» (108). Ma, «per
quanto paradossale e inverosimile possa sembrare ai nostri occhi questa circostanza
… crediamo che essa meriti una certa attenzione». Senza supporto
e senza riscontri. Il testo termina suggerendo che nei certificati di kasherutt
del sangue del bambino sacrificato, «la scritta omettesse intenzionalmente
ogni avviso esplicito al tipo di mercanzia trattata» (109). Ancora una
volta, il cerchio si chiude, e Toaff da per dimostrato il suo assunto di partenza,
che gli ebrei si procurassero il sangue di bambini cristiani e lo vendessero
con un certificato di kasherut.
Ancora una parola sul linguaggio di Toaff: uno stile piacevolissimo, immaginifico,
coloristico, pieno di frasi ad effetto, che inganna e trascina il lettore.Vengono
in mente i libri di Piero Camporesi, un autore molto amato e citato da Toaff,
con i suoi materiali affastellati e con il suo procedere per assonanze e somiglianze,
lasciando libertà alle parole. L’apparato di note è amplissimo,
tale da suggerire al lettore non specialista l’idea di un supporto filologico
di primo piano, di un libro insomma documentatissimo. Invece non lo è,
ma di questo possono accorgersene solo gli specialisti, facendo un attento raffronto
fra ogni affermazione e la nota su cui si appoggia. Un procedimento, quello
usato in questo libro da Toaff, che uno storico non dovrebbe assolutamente usare
e che fa di questo libro una specie di “falso”: non semplicemente
un libro che presenta un’interpretazione sbagliata, ma un libro che manipola
le fonti.
La ricaduta del lancio scandalistico del libro da parte di Sergio Luzzatto e del suo successivo ritiro da parte di Ariel Toaff merita inoltre qualche riflessione immediata. Temo però che sarà questo un tema su cui bisognerà riflettere ancora in futuro. Dopo il ritiro da parte di Toaff del libro, e dopo che le critiche degli storici, tutte documentate e tutte basate su una accurata lettura da parte loro del libro, sono state fatte passare per una campagna di linciaggio preventivo, il discorso sui media si è spostato: non si parla più della colpevolezza o meno degli ebrei medioevali, ma della lobby ebraica che è tanto potente da impedire ad un libro di circolare e che opera preventive scomuniche. In questo senso, il comunicato di condanna della consulta rabbinica, sia pur moderato nei toni e lontano dall’essere una scomunica, è stato, a mio avviso, un errore gravissimo. L’idea che circola ora è che dove c’è fumo c’è arrosto, e dove gli ebrei vogliono togliere dalla circolazione un libro, vuol dire che si tratta di un libro che presenta verità sgradite. È chiaro che simili voci non possono trovare risposata a livello razionale. Siamo di fronte al riemergere di vecchie mitologie che pensavamo sepolte e che evidentemente poco basta a far riapparire. Personalmente, io auspico che il libro ritorni in circolazione. Ha fatto ormai, a livello di opinione comune, tutto il danno che poteva fare, meglio che sia sugli scaffali di tutte le librerie e che affronti le critiche degli studiosi. Per questo, ho deciso di regalare alla Biblioteca del mio Dipartimento la mia copia di Pasque di sangue.
* Anna Foa è professore di Storia moderna presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Specialista di storia sociale e culturale e di storia degli ebrei, è autrice tra gli altri del volume sugli Ebrei in Europa dalla Peste Nera all’emancipazione (Roma-Bari, Laterza, 1998, trad. ingl. California University Press, 2000).
[1] F. von Spee, I processi contro le streghe. Cautio Criminalis, a cura di A. Foa, Roma, Salerno, 2004, 177-78.