| Maria
Teresa Guerrini
La pratica del viaggio di istruzione
verso i principali centri universitari
italiani nel Cinquecento
|
Premessa
Nell’ambito di un tema
di ricerca come quello del viaggio d’istruzione,
fino ad ora studiato in una prospettiva
letteraria e in funzione di un’analisi
legata alla mera storia dell’educazione
e delle università, la categoria
interpretativa “centro-periferia”
costituisce un inedito punto di osservazione
per lo sviluppo del problema in un’ottica
spaziale che, come vedremo, non rimase fissa
nel corso dei secoli bensì presenta
aspetti di mutamento coerenti all’evoluzione
delle istituzioni educative che agirono
da centri di attrazione per tutto il Medio
Evo e per buona parte dell’età
moderna. Un grande impulso a questi studi
è stato dato sul fronte storico-letterario,
a partire dagli anni Settanta, dal Centro
interuniversitario di ricerche sul viaggio
in Italia (CIRVI)
e dal CRHIPA
(Centre de Recherche en Histoire et histoire
de l'art. Italie, Pays Alpins, Interactions
internationales) che continuano a tenere
contatti con i più importanti storici
della letteratura di viaggio. Questi studiosi
hanno privilegiato nelle loro analisi soprattutto
l’aspetto narrativo delle varie esperienze
riportate dagli studenti nel corso delle
loro peregrinationes attraverso i più
celebri centri di educazione superiore dell’età
moderna. Il loro sguardo si è rivolto
soprattutto ad analizzare il modo con cui
questi particolari viaggiatori percepirono
realtà diverse, estranee e non familiari
rispetto a quelle in cui erano cresciuti.
Un maggiore ritardo nel trattare queste
tematiche si è invece registrato
sul fronte degli storici dell’educazione
e delle università, i quali hanno
cominciato solo negli ultimi decenni ad
avvicinarsi a queste particolari testimonianze
di viaggio. Iniziative quali FASTI,
RAG
(Repertorium Academicum Germanicum), e per
l’Italia ASFE [1], data base che sarà a breve
disponibile on-line insieme a quello sui
Maestri e scolari a Siena
e Perugia (1250-1500), costituiscono
esempi isolati di banche dati in cui sono
state incorporate informazioni relative
alla mobilità studentesca di studenti
e docenti partendo soprattutto dall’analisi
dalle fonti documentarie e considerando
solo in misura ancora marginale le testimonianze
letterarie, che risultano tuttavia essere
ricche di informazioni utili per arricchire
il quadro storico dei vari personaggi trattati.
Il viaggio d’istruzione
come pratica comune ai giovani nobili
Fin dalle origini delle università,
i giovani appartenenti alle più importanti
famiglie europee furono impegnati in tour
in direzione dei maggiori centri di formazione
superiore, e questo ha costituito la costante
di un comportamento collettivo alla cui
base risiedeva il desiderio di apprendere
gli insegnamenti dei prestigiosi maestri.
Nell’autentica Habita, concessa
a metà del XII secolo da Federico
I, l’imperatore intese offrire una
protezione giuridica a tutti coloro che
si trovavano a peregrinare per motivi di
studio e per amore del sapere, identificati
nella stessa Costitutio con le
parole «Amore scientie facti exules»
[2]. La peregrinatio academica,
fin dalle origini, fu pertanto favorita
da una serie di privilegi derivanti proprio
dalla condizione di viaggiatori alla quale
venivano assimilati studenti e maestri,
e grazie a queste agevolazioni costoro hanno
potuto spostarsi attraverso l’Europa
godendo delle immunità legate allo
status giuridico privilegiato a
cui venivano associati.
Se nel corso dell’Alto Medio Evo le
strade e i sentieri che attraversavano l’Europa
erano percorsi soprattutto da mercanti,
ecclesiastici e pellegrini (guidati nei
loro spostamenti rispettivamente da moventi
commerciali e religiosi), questa tendenza
cambiò a partire dal ’200 a
seguito dello sviluppo dei primi centri
di istruzione superiore (Parigi e Bologna
per citare fra i più importanti).
I principali viaggiatori divennero pertanto
i giovani appartenenti alle nobili casate
europee in grado di potersi garantire un
viaggio il più possibile immune da
pericoli e di assicurarsi un soggiorno dignitoso
all’interno delle città visitate,
scelte per lo più in quanto sedi
di centri di studio superiore. In questa
prima fase, nella quale vi era scarsità
di istituzioni educative, concentrate soprattutto
tra Italia, Francia e Spagna, gli studenti
del Centro e Nord Europa si spostavano per
necessità verso i centri universitari
del Sud Europa: Montpellier, Salamanca,
Bologna e Padova costituivano le mete più
ambite da quanti sceglievano di vivere una
simile esperienza.
Lo spirito cosmopolita dell’Umanesimo
contribuì poi a mantenere viva questa
pratica culturale, ma fu a partire dai primi
decenni del XVI secolo che il viaggio d’istruzione
si diffuse massicciamente coinvolgendo,
almeno fino agli inizi del ’600, un
numero significativo di giovani provenienti
da tutta Europa. A riprova di ciò
basta analizzare i dati in nostro possesso
relativi al numero delle lauree in diritto
civile conferite complessivamente nello
Studio di Bologna dal 1378 al 1796 [3], che
presentano un andamento di notevole crescita
proprio a partire dai primi anni del ’500.
Dalle circa 100 lauree nel decennio 1490-1500
si passò infatti alle 400 del periodo
1540-1550, raggiungendo l’apice agli
inizi del XVII secolo in cui si toccò
la punta massima dei 600 gradi accademici
conferiti su base decennale.
Per comprendere il fenomeno di progressiva
crescita delle frequenze da parte degli
studenti “forestieri” occorre
raffrontare questi dati con quelli relativi
alla composizione per area geografica di
provenienza dei laureati in legge canonica
e civile [4]. In questo modo emerge come,
almeno fino alla metà del ’500,
il rapporto tra citramontani e ultramontani
fosse percentualmente paritario e dal decennio
1560-1570 la media degli stranieri cominciò
ad attestarsi sul 25%, e tale livello si
mantenne pressoché stazionario, con
periodi di maggiore e minore frequenza,
fino agli ultimi decenni del Settecento.
Con l’età moderna non solo
cambiò in maniera significativa il
numero totale degli studenti che affluirono
verso i centri di istruzione superiore,
ma ad essere modificato fu anche il legame
che si era creato nel Medio Evo tra questi
centri e le periferie da cui provenivano
gli studenti. A partire infatti dai primi
decenni del ’500 questo rapporto univoco
fu annullato dalla massiccia proliferazione
di fondazioni universitarie che interessò
tutti gli Stati europei, e in particolar
modo quelli dell’area germanica e
i paesi del Nord: le antiche mete di studio
continuarono ad attrarre i giovani ma a
queste se ne aggiunsero di nuove collocate
soprattutto nei territori dell’Impero.
A stimolare l’interesse e la curiosità
di questi giovani contribuiva una polifonia
di esperienze che andavano ormai al di là
del puro ambito accademico: la conoscenza
degli uomini, degli usi e dei costumi radicati
nei diversi luoghi insieme al consolidamento
di amicizie costituivano un primo passo
nella formazione dei futuri uomini di Stato.
Gli studenti e i docenti, nella scelta dell’itinerario
da seguire, non erano più mossi unicamente
da esigenze pratiche legate alla scarsa
diffusione di istituzioni di istruzione
superiore all’interno dei loro territori
di origine, bensì entravano in campo
anche interessi personali che potevano essere
legati ad un particolare luogo, ad una comitiva
di studenti diretta verso un determinato
centro di studi oppure a una predilezione
verso una zona preferita di sovente ad un’altra
per il clima favorevole e per la presenza
di bellezze artistiche.
La pratica della peregrinatio
academica rimase comunque per tutta
l’epoca moderna un costume diffuso
soprattutto tra i giovani del Nord e Centro
Europa che, nonostante la massiccia proliferazione
di fondazioni universitarie anche sui loro
territori di origine, continuarono a portare
avanti la tradizione del viaggio di studio
attraverso l’Europa. Gli studenti
continuarono quindi a muoversi, ma in maniera
più limitata. I lavori di Ad Tervoort
[5] e Willem Frijhoff [6] hanno messo in particolare evidenza
questo calo nelle università italiane
per lo specifico caso degli studenti olandesi.
L’Italia, con la presenza delle sue
famose università, divenne meta privilegiata
degli studenti d’Oltralpe che sceglievano
di compiere una parte del loro itinerario
nelle città universitarie in cui
potevano essere certi di trovare altri compatrioti
riuniti in associazioni studentesche come
le nationes [7] o nei collegi[8], istituzioni in grado di offrire
loro accoglienza e sostegno.
Padova e Bologna, insieme a Siena, Perugia
e Pisa, costituirono i principali poli culturali
di attrazione degli studenti provenienti
dalle regioni dell’Impero per la presenza
in queste città di importanti nationes
germanicae. In particolare le magistrature
padovane nel corso di tutta l’età
moderna si distinsero per la tolleranza
usata nei confronti di studenti e maestri
provenienti dai territori riformati e aderenti
a dottrine eterodosse rispetto a quella
cattolica [9].
Negli altri Studia italiani, dove i controlli
da parte della Chiesa si fecero più
serrati, sovente accadeva che i giovani
decidessero, dopo aver frequentato le lezioni
dei maestri per un periodo che si poteva
protrarre anche per due anni, di fare ritorno
nelle zone di origine senza aver conseguito
il titolo dottorale, ossia l’attestato
finale del corso di studi compiuto durante
il loro soggiorno. Questa scelta veniva
da essi operata per non incappare nella
rigida pratica della professio fidei
[10] imposta dal Concilio tridentino
a tutti i giovani che intendevano sottoporsi
all’esame di laurea. Molti di essi
optavano piuttosto per l’acquisizione
del titolo dottorale presso centri universitari
vicini alle loro zone d’origine anche
perché così facendo avrebbero
incontrato meno ostacoli per ottenerne il
riconoscimento, da parte delle amministrazioni
locali, propedeutico per iniziare una carriera
professionale.
In media gli studenti rimanevano lontani
da casa per un periodo di tempo che variava
tra i due e i tre anni. Molto spesso, nel
corso del loro viaggio, essi non facevano
ritorno nei luoghi di origine se non in
casi eccezionali: troppo elevato era il
costo, troppi erano i rischi e i pericoli
da affrontare lungo il cammino, e per questo
motivo preferivano viaggiare organizzati
in comitive.
Il viaggio di studio
del Principe di Anhalt
Sovente accadeva che un giovane
nobile, il quale molto spesso per motivi
di sicurezza si spostava in incognito, decidesse
di intraprendere un viaggio accompagnato
da un seguito di altri coetanei che lo scortavano
in tutti i suoi trasferimenti e che approfittavano
della circostanza per frequentare anch’essi
gli Studia previsti dall’itinerario.
Questo è, ad esempio, il caso di
Ludwig principe di Anhalt che, all’età
di 19 anni [11], decise di partire dalle regioni
settentrionali dell’Impero per intraprendere
un viaggio in Italia che lo portò
per più di tre anni (dalla primavera
del 1598 fino all’estate del 1601)
a frequentare i più importanti centri
d’istruzione secondaria intervallando
questi soggiorni educativi con visite alle
principali città d’arte. Nella
matricola della natio germanica di
Bologna l’Anhalt figura come registrato
in una data compresa tra il 24 e il 29 settembre
1598 con lo pseudonimo di Ludwig von Lindaw
[12]. Dalla matricola redatta dal
Weigle per lo Studio di Perugia emerge poi
come il principe si sia spostato in questa
città comparendo nelle registrazioni
come «Ludovicus a Lindaun» [13] tra il 17 settembre 1598 e il
26 ottobre 1598, mentre circa sei mesi dopo,
tra il 24 aprile e l’8 maggio 1599,
si trovava iscritto nei registri della nazione
germanica di Siena come «Ludwig von
Lindaw alias Ludovicus princeps Anhaltinus
incognitus hic transiit» [14], e tale immatricolazione venne
reiterata il 17 agosto 1600 [15].
Da uno sguardo veloce alla
documentazione parrebbe ci si trovi in presenza
di un semplice viaggio di istruzione in
cui uno studente, seguendo un preciso itinerario
dal Nord verso il Sud della Penisola, avesse
scelto di fare tappa nelle città
in cui sapeva di trovare accoglienza e protezione
nella corporazione studentesca che radunava
gli scolari provenienti da una comune zona
di origine. Scorrendo con maggiore attenzione
gli elenchi che riportano i nomi degli studenti
immatricolati si può notare come
coloro che precedevano e seguivano Anhalt
in tutte e tre le nationes fossero
sempre gli stessi studenti, ovvero Christophorus
von Lehndorff [16], Philipp Jacob von der Grey
[17] e Wernhardt von Krossigkh (quest’ultimo
in realtà si trovò in compagnia
del gruppo solo a Bologna)[18] che risultavano essere, dal
diario di viaggio [19] redatto dal principe, a tutti
gli effetti i suoi accompagnatori.
Alfred Reumont [20], che ha studiato questo memoriale
soprattutto per quanto attiene la permanenza
fiorentina dell’Anhalt, dà
conto di un itinerario preciso riportando
tappe e specificando gli incontri avuti
dal principe nelle corti italiane che si
trovò a visitare. Dal racconto emerge
come la via scelta per valicare le Alpi
sia stata quella del Friuli e che la comitiva,
una volta giunta a Treviso, attraverso la
strada per Malghera, giunse con
una piccola nave a Venezia, dove sostò
per una sola giornata per poi ripartire
alla volta di Padova passando per Mestre
e di nuovo per Treviso. Anche in questo
caso la permanenza della compagnia di viaggiatori
sul territorio veneto deve essere stata
molto breve poiché al nobile tedesco
interessava raggiungere Firenze dove intendeva
trascorrere l’estate. Giunto a Rovigo,
e passando il Po a Francolino, arrivò
a Ferrara dove ebbe modo di assistere, in
un periodo compreso presumibilmente tra
gli inizi di maggio e la fine di giugno
del 1598, alle cerimonie di accoglienza
predisposte per l’ingresso in città
di papa Clemente VIII, ritornato in possesso
della capitale del Ducato estense.
Reumont riferisce a questo proposito come
«trovandosi scarso comodo nell’albergo,
ripieno di gente, il principe col suo seguito
partì presto, recandosi per la Scala
a Bologna» [21]. Da Bologna Ludwig
raggiunse Firenze dove si fermò tutta
l’estate a partire dal 22 giugno 1598.
Ecco uno stralcio della narrazione presa
dalla traduzione operata da Reumont: «si
prese stanza nell’albergo della Corona
d’oro; ma vana era la mia speranza
di riposare dopo le fatiche e il caldo del
viaggio, giacché le cimici mi tormentarono
a segno da cacciarmi dal letto» [22].
Il principe si dilunga nel
diario in una esaustiva trattazione sulla
città di Firenze, dove soggiornò
fino all’autunno del 1598, manifestando
l’intenzione di trasferirsi successivamente
a Roma e a Napoli. Tuttavia sappiamo dalla
documentazione che prima di recarsi in visita
a queste due ultime città la comitiva
fece ritorno a Bologna, alla fine di settembre,
e tutti i giovani nobili che la componevano
si immatricolarono nella natio germanica
locale. In seguito visitarono anche Perugia,
dove li abbiamo visti figurare nei registri
dell’omonima nazione cittadina tra
la metà di settembre e la fine di
ottobre del medesimo anno. Almeno per quanto
attiene la presenza bolognese di questo
gruppo di studenti si potrebbe supporre
che la loro permanenza in città sia
stata molto breve. A conferma di ciò
è stata condotta una verifica sui
verbali delle assemblee della Nazione di
Bologna convocate nell’autunno del
1598 e non si sono trovati negli elenchi
dei presenti alle riunioni i loro nomi.
Da Roma e Napoli, dove rimase
l’autunno e l’inverno del 1599,
l’Anhalt fece ritorno a Firenze, città
viva culturalmente, nella quale frequentò
i circoli letterari e fu addirittura iscritto
nel 1600 all’Accademia della Crusca.
Fu probabilmente nel corso di questo prolungato
soggiorno, terminato nell’estate del
1601, che il principe con il suo seguito
si recò per ben due volte a Siena
dove risulta iscritto, come si è
già visto, nella matricola della
natio germanica cittadina, una prima volta
nella primavera del 1599, e successivamente
nell’estate del 1600. Alcune tappe
dell’itinerario di viaggio del principe
di Anhalt rimangono ancora avvolte nella
nebbia, tuttavia dal confronto delle fonti
documentarie con il memoriale da lui lasciato
si è potuto fare chiarezza su parecchi
punti rimasti sino ad ora in sospeso, confermando
l’ipotesi avanzata da Reumont che
presentò questo viaggio sganciandolo
dalla mera logica pedagogico-educativa per
accostarlo a quello che un secolo più
avanti si affermò come il Grand
Tour, un viaggio con intenti culturali
intesi in senso più ampio.
Già da questo primo esempio si è
potuto vedere come la peregrinatio
dei giovani nobili si caratterizzasse per
essere prettamente urbana. Gli studenti
generalmente prediligevano un centro universitario
in cui fissavano la loro dimora ma, dopo
un periodo di tempo passato in quel luogo,
si spostavano in altre città sedi
di Studia altrettanto famosi fino
a visitare in media almeno tre o quattro
centri di istruzione superiore.
La partenza dalle periferie non implicava
pertanto il raggiungimento di un solo centro
di studi ma venivano compiute, nel corso
del viaggio, tappe che toccavano tutti gli
Studia più prestigiosi della
zona e, nel corso dei loro spostamenti accadeva
che questi giovani facessero sosta anche
in alcuni luoghi dove non necessariamente
vi era la presenza di un’università.
Queste soste erano motivate dalla visita
a chiese, monumenti, rovine e biblioteche
o per assistere a particolari eventi che
venivano celebrati in concomitanza del loro
passaggio. Le feste, i banchetti, gli spettacoli
e persino le esecuzioni capitali esercitavano
infatti una forte attrazione sui giovani
studenti dell’epoca.
Il viaggio-pellegrinaggio
di Federico I di Württemberg Il duca
protestante
Federico I di Württemberg
[23] decise, nel 1600, di lasciare
i territori imperiali sud-occidentali per
visitare l’Italia approfittando della
ricorrenza del giubileo per il quale furono
predisposti una serie di festeggiamenti
agli inizi di quell’anno. Egli viaggiava,
per motivi di sicurezza, in incognito con
il nome di Fritz von Sponeck, accompagnato
da un seguito di nobili di corte e servitori.
Il duca risulta immatricolato a Bologna
nella natio germanica il 19 gennaio
1600 [24], di ritorno dal viaggio a Roma;
tra i suoi compagni di avventura figurano
anche Benjamin von Buwinckhausen [25], Franz Ludwig Zorn von Bulach
[26] e Peter im Hoff [27], tutti immatricolatisi nella
natio il 5 febbraio del 1600. Il
duca, iscrivendosi nei registri della corporazione
studentesca, aveva reso un onore alla Nazione
bolognese e infatti tale notizia viene riportata
con enfasi dai sindaci negli Annales
[28] con la promessa di divulgare
l’informazione solo una volta che
egli fosse partito.
Di questo viaggio è rimasta la memoria
redatta da Heinrich Schickhart [29], l’accompagnatore della
comitiva di giovani nobili, che fecero presto
ritorno in patria: infatti nei verbali stilati
dai sindaci della Nazione il 6 febbraio
1600 non figura tra i presenti alla seduta
nessuno di questi quattro studenti che probabilmente
si erano immatricolati poco prima di partire.
I diari tenuti dal principe di Anhalt e
da Heinrich Schickhart rappresentano testimonianze
di inestimabile valore se raffrontate e
integrate con i dati forniti dalle fonti
prettamente istituzionali.
Dall’analisi di queste ultime (registri
matricolari e verbali di laurea, per citare
a titolo di esempio le più conosciute)
siamo infatti in grado di ricostruire solo
una parte degli itinerari di viaggio compiuti
dai giovani nobili attraverso l’Europa.
Costoro non sempre sceglievano di iscriversi
nei ruoli delle matricole universitarie
o in quelli delle nazioni e, come è
già stato detto, molto spesso rientravano
dal loro viaggio senza aver ottenuto il
titolo dottorale. Per poter definire con
dovizia di particolari queste peregrinationes
attraverso l’Europa ci vengono allora
in aiuto altre fonti non istituzionali
rappresentate appunto dai
diari di viaggio, dai memoriali, dalle lettere
degli studenti scambiate con i familiari
e dai libri amicorum. In particolare
questi ultimi rappresentavano una sorta
di diario di viaggio tenuto dallo studente
che in essi raccoglieva le dediche apposte
dai compagni di studio e dagli insegnanti
incontrati nel corso della sua peregrinatio
accademica e con i quali aveva stretto
rapporti di amicizia. La pratica di tenere
questi libretti era radicata soprattutto
tra gli studenti tedeschi, ma si diffuse
successivamente nei Paesi nordici e nei
Paesi Bassi.
Uno studio approfondito di
questa fonte (sono stati stimati circa 12.000
esemplari conservati per lo più alla
British Library e nelle biblioteche tedesche
delle città di origine di questi
studenti) permetterebbe di individuare con
precisione le rotte tracciate dagli studenti
nel corso del loro viaggio, poiché
vi è elencata una serie innumerevole
di particolari sfuggiti alla fredda registrazione
dei notai, degli scribi e degli addetti
alle Cancellerie dei vari Studia.
In linea generale, in tutte queste testimonianze
letterarie, gli itinerari di viaggio vengono
scanditi puntualmente con indicazioni temporali
e di luogo, facendo emergere anche gli intenti
che spingevano questi particolari viaggiatori
a muoversi; molto spesso il desiderio di
apprendere era solo uno dei moventi che
li portava a percorrere migliaia di chilometri
lontano da casa. Da queste fonti spesso
emergono anche i motivi per i quali veniva
scelto di abbandonare per un determinato
periodo di tempo la città di origine
dove molto spesso vi era un altrettanto
valido centro di studi, oltre che alle difficoltà
oggettive e materiali a cui dovevano fare
fronte studenti e maestri in una quotidianità
diversa da quella in cui erano cresciuti
e si erano formati. E in favore di questo
aspetto, le lettere di raccomandazione o
la presenza, nelle città scelte per
soggiornare, di qualche familiare o di qualche
personaggio che aveva contatti con l’ambiente
dello studente costituivano un valido aiuto
per una sua piena integrazione nel contesto
cittadino [30].
Christoph Kress e
il viaggio di studio come tradizione familiare
Il soggiorno in Italia di Christoph Kress
rappresenta un esempio di come la scelta
compiuta da questo studente rientrasse in
una strategia familiare che aveva visto
lo zio, una ventina di anni prima, precederlo
in una simile esperienza. Christoph mantenne
i contatti con il padre attraverso una cinquantina
di lettere [31] e, grazie al confronto delle
notizie contenute in questo epistolario
con le informazioni desunte dalle fonti
istituzionali, siamo in grado di restituire
un quadro abbastanza dettagliato dei suoi
spostamenti.
Costui era un giovane studente
originario di Norimberga che giunse a Bologna
nell’autunno del 1559, dopo aver studiato
per tre anni nel centro universitario di
Lipsia, dove era stato ospitato nella casa
del famoso umanista Joachim
Camerarius e dove figurava nell’elenco
degli iscritti all’Università
nel semestre estivo del 1556 [32]. Nel 1559 si ritrova invece
fra i presenti alle sedute della natio
germanica di Bologna [33] insieme ad altri due compagni
norimbergesi (Georg Tetzels e Georg Hoffman).
Le lettere di Christoph al padre in questo
caso precisano unicamente la data di arrivo
in città, e cioè il 17 settembre
di quell’anno, e danno informazioni
sul mezzo di trasporto utilizzato dal giovane
nel viaggio da Lipsia attraverso Augsburg
e Innsbruck. Egli informa il padre che per
spostarsi si era servito di un cavallo che
in seguito fu costretto a vendere per potersi
vestire «all’uso del paese»
[34].
Kress, partito da Norimberga nel 1556 all’età
di circa 14 anni [35] sollecitato dal padre,
aveva deciso di intraprendere questo viaggio
di studio in Italia che doveva costituire
anche un’occasione per riacquistare
la piena forma fisica dato il suo stato
di salute perennemente cagionevole. Bologna
era stata scelta per il legame privilegiato
che la famiglia aveva con questa città
dove risiedeva lo zio Albert Scheurl, all’epoca
impegnato nella gestione dei propri possedimenti
e in affari commerciali, che quindi poteva
costituire un punto d’appoggio per
Christoph.
Come è già stato
accennato, anche Albert era stato studente
nella città felsinea all’incirca
un ventennio prima del nipote. Lo si ritrova
infatti in qualità di scolaro negli
Annales della natio germanica
presente alle sedute del 1544 [36] e Gustav K. Knod [37], che ha dedicato a Scheurl una
scheda biografica, lo dà come proveniente
da Ingolstadt e da Lipsia a partire dal
1539: lo si ritrova infatti iscritto nella
matricola nel semestre estivo del 1540 [38]. Una volta conclusi gli studi,
Albert aveva deciso di non recidere il legame
costruito con Bologna nel corso della sua
gioventù rimanendovi per amministrare
le finanze familiari. E, a proposito di
questioni economiche, ritornando all’epistolario
di Kress, si scopre come il costo della
vita a Bologna fosse molto alto e Christoph
in tutte le lettere spedite al padre non
perde occasione per rimarcare questo fatto.
Aldrovandi traduce così la prima
lettera spedita al padre da Bologna:
Non posso celarvi che l’onnipotente
Iddio ha castigato parecchi luoghi d’Italia,
fra i quali Bologna, specialmente nelle
viti; per il gran secco ne andarono a male
un sì gran numero, che al dir degli
abitanti, a memoria d’uomo, non si
è mai veduto niente di simile; anche
il pane è assai caro, potrei quasi
compare da voi per un heller quello che
qui vale un pfennig ... Che anno cattivo
mi è mai toccato![39]
Per questo motivo Christoph fu costretto
ad alloggiare nell’abitazione dello
zio che abitualmente affittava stanze a
scolari dello Studio bolognese a prezzi
modesti. E proprio in questa circostanza
egli conobbe due studenti che erano come
lui a pensione da Albert Scheurl. Si tratta
di Iohannes Nützel e Carolus Pfintzing
von und zu Weigelshof, entrambi iscritti
nei registri della Nazione germanica di
Bologna un anno prima rispetto a Kress,
e cioè nel 1558 [40]. La permanenza
bolognese di Christoph si protrasse almeno
fino all’inizio dell’estate
del 1560 (nella sua lettera datata 8 luglio
1560 egli infatti si lamenta per il caldo).
Proprio nella primavera di
quell’anno fu testimone dei fatti
che videro la fuoriuscita verso Ferrara
dei compagni della natio germanica
in segno di protesta nei confronti dell’autorità
cittadina che aveva compiuto un torto nei
confronti di uno studente tedesco avendo
violato il suo status privilegiato
[41]. Kress narra con dovizia di
particolari questa vicenda che probabilmente
lo coinvolse in prima persona. Knod [42] ci informa che una volta terminata
l’esperienza bolognese, il giovane
tedesco soggiornò per un periodo
limitato a Lucca (probabilmente impegnato
in un viaggio nell’Italia centrale)
e dopo il novembre 1561 fu costretto a fare
ritorno a Norimberga, a seguito della morte
del padre, avvenuta nel novembre del 1560.
Questo evento probabilmente condizionò
la sua vita poiché, rientrato quasi
immediatamente dal suo viaggio di studio,
lo si ritrova già nel giugno del
1562 impegnato a muovere i primi passi nella
sua carriera professionale a Spira. Dal
1565 ritornò nella città d’origine
dove ricoprì importanti incarichi
amministrativi fino alla morte, avvenuta
il 23 giugno 1583 [43].
Il diario di viaggio
di Nicolas Audebert
Di pochi anni successivo al soggiorno di
Christoph Kress in Italia fu il viaggio
d’istruzione compiuto dall’orleanese
Nicolas Audebert che rimase lontano dalla
propria terra per tre anni e sette mesi,
tra l’ottobre del 1574 e l’aprile
del 1578, e di quest’esperienza si
è conservata una ricca testimonianza
nel diario da lui stesso compilato [44].
Anche Nicolas, così come aveva fatto
in precedenza Christoph, aveva seguito una
tradizione familiare avviata dal padre Germain,
umanista e poeta, che negli anni quaranta
del ’500 aveva compiuto un analogo
viaggio d’istruzione in Italia durato
all’incirca tre anni e nel corso del
quale aveva visitato la città di
Bologna [45], frequentando i corsi di Andrea
Alciato [46], recandosi poi a Venezia, Roma
e Napoli, e in onore di queste ultime città
aveva composto tre poemetti latini. Olivero,
autore dell’edizione del diario di
Nicolas Audebert, nell’introduzione
avanza l’ipotesi che il viaggio del
giovane francese avesse, oltre lo scopo
di apprendere la disciplina legale dai celebri
maestri attivi sulle più importanti
cattedre italiane, anche la finalità
di divulgare l’opera letteraria paterna
presso gli eruditi dell’epoca [47].
Nel diario di viaggio Nicolas
fissa con precisione tutte le tappe dell’itinerario
da lui svolto, a partire dal 2 ottobre 1574
quando, a cavallo, si recò da Orléans
a Lione, fino al suo rientro in patria registrato
il 27 aprile 1578, due giorni dopo aver
conseguito il dottorato presso l’Università
di Bourges visitata sulla strada del ritorno.
Numerosi furono gli accompagnatori che seguirono
Nicolas nel corso del suo viaggio, a partire
da un certo monsieur Pignerelle
che percorse con lui il tratto tra Orléans
e Lione; l’attraversata del Moncenisio
fu invece fatta in compagnia di padre Bernardino
Castori da Siena, mentre per la navigazione
in battello lungo il Po fino a Ferrara il
giovane viaggiatore decise di unirsi ad
un gruppo di studenti italiani. Numerose
furono le soste compiute. Egli infatti decise
di fermarsi a Pavia, Piacenza e Cremona
per visitare la celebre Università
ticinense e le antiche chiese edificate
in queste città.
A Bologna arrivò nell’autunno
del 1574 in compagnia del nobile piemontese
Carlo Broglia (futuro arcivescovo di Torino)
e trovò ospitalità nella casa
di Francesco della Rota, nella strada di
Centrotrecento, vicino all’antica
dimora distrutta dei Bentivoglio. Nicolas
riferisce con precisione di aver abitato
insieme ad altri due studenti di origine
piacentina (Verduzzio Landi e Giacomo Mantuato)
e a un francese capitano della marina (Pasquier
Cornu). Rimase a Bologna fino all’aprile
1575 e in seguito decise di partire per
un tour nel Nord-Est nel corso del quale
dimorò a Venezia in compagnia di
Jacques de Vizé, anch’egli
studente a Bologna[48], che rimase insieme a lui almeno
fino a Padova, città dove Nicolas
si trattenne, una prima volta, solo due
giorni (dal 5 al 6 maggio 1575) per poi
fare ritorno a Venezia da dove poté
meglio curare gli interessi editoriali paterni.
A fine maggio risale la notizia di un secondo
soggiorno patavino (allietato dalla visita
di Arquà Petrarca e dai bagni termali
di Abano), passaggio per un ritorno a Bologna
dopo una breve sosta nelle città
di Mantova e Ferrara.
Fu quindi nella città
felsinea una seconda volta a partire dagli
inizi di giugno del 1575 e vi rimase per
un anno e tre mesi. A Bologna, dopo una
malattia che lo colpì nell’autunno,
causata dal clima malsano della città,
il giovane orleanese decise di frequentare
le lezioni dello Studio iscrivendosi nella
matricola dell’Universitas legistarum
il 19 dicembre 1575 [49] e rendendosi attivo nella vita
universitaria. Dopo un viaggio nel Centro
e nel Sud della Penisola, che lo portò
a visitare nell’arco di otto mesi
Genova, Pisa, Firenze, Roma e Napoli (compiendo
una traversata in barca tra Genova e Pisa,
per poi avvalersi fino a Roma dei servizi
di posta e proseguendo per Napoli con il
servizio bisettimanale del procaccio [50]), fece ritorno a Bologna dove
per circa altri dieci mesi riprese a studiare
le leggi[51]. Nella primavera del 1578 lasciò
definitivamente l’Italia e, dopo aver
visitato alcune città lombarde e
piemontesi, ritornò ad attraversare
il Moncenisio in condizioni climatiche avverse
di bufera, spostandosi con l’ausilio
di una sedia denominata ramasse
sulla quale erano posti dei pattini per
scivolare sulla neve.
Come è già stato detto, egli
si fermò a Bourges per addottorarsi
il 25 aprile 1578, giorno del suo compleanno,
e proseguì il viaggio di ritorno
in compagnia di Jacques de Bordeaux, un
altro studente francese proveniente, come
l’Audebert, da Bologna [52]. Il rientro
in patria di Nicolas, datato 27 aprile 1578,
fu immediatamente seguito, come ipotizza
Oliviero, da un periodo di apprendistato
che si protrasse fino alla fine del gennaio
1579, quando il giovane avvocato sostenne
la sua prima causa al Présidial di
Orléans. Di tre anni posteriore,
cioè nel 1582, è la sua nomina
a consigliere non originario presso il parlamento
di Bretagna con sede a Rennes, città
nella quale terminò la sua carriera
morendo, a distanza di pochi giorni dal
padre, nel dicembre 1598.
Il viaggio d’istruzione
di Basilius Amerbach
Una scelta diversa da quella compiuta da
Audebert, laureatosi a Bourges sulla strada
del ritorno, era stata presa nei decenni
precedenti da altri due studenti i quali
avevano preferito conseguire il titolo dottorale
a Bologna, città nella quale avevano
effettivamente frequentato le lezioni.
Il primo di questi fu Basilius
Amerbach [53], del quale è rimasto
un epistolario costituito da missive in
latino scambiate con il padre, il celebre
giurista Bonifacio,
datate intorno alla metà del ’500,
periodo in cui Basilio scelse di compiere
un viaggio di istruzione in Italia, partendo
da Basilea, per studiare nelle più
importanti università della Penisola.
Basilius
Amerbach in un dipinto datato 1591
che lo ritrae all’età di 57
anni.
Le fonti documentarie attestano
la presenza di Basilio a Bologna nell’autunno
1555 come iscritto alla natio germanica
[54]. Di cinque anni posteriore è
un’altra sua importante traccia lasciata
nei verbali delle lauree tenuti dai notai
e dai priori dei Collegi legali in cui figura
come addottorato il 15.10.1560 [55] in diritto civile: si tratta
di uno dei pochi studenti tedeschi che ha
lasciato l’Italia con l’attestato
dottorale nella propria borsa. Nella maggior
parte dei casi infatti i giovani nobili
provenienti dalle regioni dell’Impero
compivano solo una parte della loro formazione
in Italia ma poi sceglievano di tornare
nelle loro città d’origine
o in quelle più vicine, dove vi era
la presenza di un centro di formazione superiore,
per completare con l’assunzione del
dottorato il loro curriculum studiorum.
Poiché le epistole che abbiamo a
disposizione sono quelle edite a Basilea
in occasione dei festeggiamenti per l’ottavo
centenario dell’Università
di Bologna, e fanno riferimento solo al
soggiorno bolognese e a quello veneto dello
studente (tra l’agosto 1555 e il settembre
1556), dai materiali a nostra disposizione
siamo in grado, allo stato attuale degli
studi, di restituire in maniera precisa
il percorso svolto dall’Amerbach limitatamente
a questo breve arco cronologico. Gustav
Knod [56] però ci viene in aiuto nella
ricostruzione della biografia di Basilio,
descrivendo le esperienze maturate dal giovane
tedesco nel periodo precedente il viaggio
in Italia.
Dopo aver conseguito il bacellierato
a Basilea, sotto la guida del padre, nel
1552, all’età di 18 anni[57], Basilio intraprese un viaggio
che lo portò a visitare i più
importanti centri di istruzione superiore
in Europa e che lo tenne lontano da casa
per otto anni, cioè fino alla fine
del 1560, con un solo rientro a Basilea
per pochi mesi nell’autunno del 1556.
La prima sosta fu a Tubinga, ma già
nel settembre 1553 Knod colloca l’Amerbach
attivo nello Studio patavino. La matricola
della natio germanica dei giuristi
di Padova, consultata da Knod, ci ha infatti
tramandato il nome di Basilio che figura
iscritto l’11 febbraio 1554. Non si
hanno più notizie dello studente
fino all’agosto 1555, quando cioè
apprendiamo, dall’epistola [58] inviata da Venezia al padre,
che, aspettando passasse l’emergenza
della peste che aveva colpito la maggior
parte delle città del Nord Italia,
da lì a pochi giorni egli sarebbe
partito alla volta di Bologna.
Basilio, evitando di fermarsi
a Padova per il pericolo del contagio, passò
per Ferrara i primi giorni di ottobre del
1555, giungendo a Bologna il 7 dello stesso
mese, ed è in questa circostanza
che si inserisce la sua presenza alle sedute
della Nazione germanica a cui è già
stato fatto riferimento. Il giovane tedesco
si fermò nella città felsinea
per cinque mesi, fino al 6 marzo 1556. Nella
lettera datata 13 ottobre 1555 [59] comunica al padre l’indirizzo
della camera presa in affitto che si trovava
in via Saragozza nella casa di Oldrado de
Garganellis, vicino al Collegio
di Spagna; egli vi abitò insieme
ad altri studenti che erano stati insieme
a lui a Padova[60]. Ma già da metà
novembre[61] l’Amerbarch manifesta
il desiderio di visitare altri centri universitari
importanti come Pavia, Perugia, Pisa, Napoli,
Roma e Siena. E realizzò questa sua
aspirazione nella primavera dell’anno
successivo [62] quando, scendendo attraverso
la Romagna e le Marche, si recò prima
in visita a Roma e successivamente a Napoli
per fare ritorno a Bologna alla fine del
maggio 1556. Egli fece una breve apparizione
nella città sede dell’Alma
Mater Studiorum che, nella lettera
spedita da Como e datata 31 agosto 1556
[63], dice di aver lasciato il 14
dello stesso mese per partire per un tour
nel quale visitò Reggio Emilia, Modena,
Parma, Piacenza, Genova, Pavia e Milano,
con l’intenzione di raggiungere Bergamo
attraverso Verona, Brescia e Mantova per
poi tornare a Basilea, facendo tappa ad
Augusta, nell’ottobre del 1556. L’ultima
lettera edita [64] proviene da Padova, città
dove Basilio era arrivato il 9 settembre
1556 e da dove si apprestava a partire per
fare ritorno in patria.
Per completare il racconto del viaggio
di Amerbach ci viene ancora una volta in
aiuto Knod [65] il quale colloca la presenza
dello studente tedesco a Bourges, attivo
nell’Università cittadina,
dall’aprile al settembre 1557, lo
rintraccia poi a Spira tre anni dopo dal
gennaio al settembre 1560 (e probabilmente
nel corso di questo intervallo temporale
Basilio visitò altre città
francesi e dell’Impero celebri per
le loro famose università), ritrovandolo
di nuovo a Bologna nel cui Studio cittadino
l’Amerbach prese i gradi accademici,
come è già stato ricordato,
il 15 ottobre 1560. Con questo titolo dottorale
egli riuscì ad intraprendere una
carriera di successo che lo tenne legato
fino alla morte alla sua patria in qualità
di professore di diritto civile.
Il lungo viaggio di Antonio Agustín
Lo spagnolo Antonio Agustín
compì una lunga peregrinatio attraverso
la Penisola italica, che lo tenne lontano
da casa per circa un ventennio, tra il 1537
e il 1558, e che non si terminò con
il conseguimento della laurea, ma si protrasse
per circa altri 17 anni, nel corso dei quali
Antonio cercò, in territorio italiano,
di gettare le basi che lo portarono a intraprendere
una florida carriera ecclesiastica. Di quest’esperienza
è rimasto un epistolario [66] costituito dalle lettere che
Antonio scambiò con compagni studio,
docenti e personaggi influenti incontrati
nel corso del suo lungo cammino.
Bologna,
Collegio di Spagna:
ritratto di Antonio Agustín
Agustín partì da Zaragoza,
città nella quale era nato il 26
febbraio 1517 [67], dopo aver studiato per
due anni (tra il 1526 e il 1528) grammatica
ad Alcala e in seguito fino al 1535 a Salamanca
(altro grande centro universitario in territorio
spagnolo) il latino, il greco e il diritto
civile. L’anno seguente decise di
perfezionare le proprie conoscenze recandosi
in Italia, dove elesse Bologna come sede
di riferimento appoggiandosi al Collegio
San Clemente [68], l’istituzione fondata
nel 1364 con i proventi del lascito testamentario
del cardinale Gil de Albornoz, destinata
ad ospitare un numero fisso di studenti
provenienti dalla Penisola iberica.
Antonio fu ammesso nel Collegio
di Spagna il 27 gennaio 1539 [69] e strinse una particolare amicizia
con due connazionali: Juan de Sora (collegiale
nel 1533 e dottore in diritto nel 1535)
[70] e Bernardo Bolea (laureatosi
nel 1538 [71] e successivamente impegnato
nella ricerca di un incarico amministrativo
nel Regno di Napoli, città presso
la quale Antonio si recò per fargli
visita nel 1538). Antonio lasciò
temporaneamente Bologna anche per visitare
più volte Padova, dove si fermò
solo per un trimestre e da dove partì
per recarsi a Venezia. Il 3 giugno 1541
conseguì il dottorato in utroque
iure presso l’Alma Mater
Studiorum [72] ma, contrariamente a quanto
sceglievano di fare i suoi connazionali,
cioè di tornare in patria per iniziare
promettenti carriere nell’amministrazione
statale, egli decise di rimanere in Italia
per potersi inserire all’interno del
circuito curiale romano.
A Bologna, seconda città dello Stato
della Chiesa insieme a Perugia, rimase tuttavia
fino al 1544 continuando a studiare e a
scrivere opere letterarie. Soggiornò
in seguito anche a Firenze, città
in cui portò avanti l’opera
di edizione di trattati giuridici, e infine
nel 1545 raggiunse Roma per prendere possesso
dell’ufficio di uditore della Sacra
Rota, incarico che esercitò fino
al 1555 per poi ricoprire mansioni diplomatiche
per conto della Santa Sede prima in Inghilterra
e poi in Germania. Nominato vescovo di Alife
nel 1557, ricoprì un altro incarico
di rappresentanza in qualità di visitatore
della Sicilia per conto del re di Spagna
Filippo II, fu poi a Trento dove partecipò
alla sedute del Concilio dal 1561 al 1563,
anno in cui partì definitivamente
dall’Italia per ritornare in Spagna
dove era stato nominato nel 1561 vescovo
di Lérida.
Nel 1577 ottenne l’agognata promozione
all’arcivescovado di Tarragona, diocesi
che resse fino alla sua morte avvenuta nel
maggio del 1586.
Antonio Agustín e Albert Scheurl,
zio di Christoph Kress, rappresentano solo
due dei molti casi di studenti che compirono
la scelta di non ritornare nei luoghi di
origine una volta terminato il loro curriculum
studiorum. Essi rimasero nelle città
sedi dei centri di istruzione superiore
dove si erano formati poiché è
probabile che le «periferie»
da cui provenivano non offrissero gli strumenti
necessari per l’affermazione professionale
che andavano cercando. Il tema della mobilità
professionale costituisce però un
argomento a cui andrebbe riservato un apposito
spazio e per lo studio del quale lo storico
dovrebbe avvalersi di strumenti d’indagine
diversi da quelli utilizzati per l’analisi
della mobilità studentesca in epoca
moderna che abbiamo visto, da questi pochi
esempi, sganciarsi dalle logiche medievali
legate allo stretto rapporto tra centri
e periferie d’istruzione in favore
di un policentrismo diffuso nel quale le
antiche periferie vennero a costituirsi
a loro volta in nuovi centri di formazione
superiore.
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moderne, Paris, Université de
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Questo articolo si
cita: M.T. Guerrini, La pratica
del viaggio di istruzione verso i principali
centri universitari italiani nel Cinquecento,
«Storicamente», 2 (2006), http://www.storicamente.org/02guerrini.htm
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