DIBATTITI
Gesù
Nazareno. Un colloquio con Mauro Pesce.
A cura di Cristiana Facchini |
Inchiesta su Gesù
è un libro di carattere divulgativo,
scritto a quattro mani con Corrado Augias.
Dopo tanti anni di ricerca accademica sul
Gesù storico, come sei giunto all’idea
di scrivere questo libro? Come è
stato il rapporto tra domande e risposte
al di fuori degli ambienti di specialisti?
Il mio libro Le parole
dimenticate di Gesù (Mondadori-Lorenzo
Valla) del settembre 2004 aveva avuto un
successo inaspettato nonostante si trattasse
di una voluminosa antologia in greco e in
latino con un commento molto tecnico. Ho
intuito perciò che un vasto pubblico
aveva un interesse a conoscere i risultati
scientifici delle indagini storiche su Gesù.
Quando Augias mi propose un’intervista
su Gesù ero quindi in qualche modo
già pronto ad accettare.
Chiedendomi quale sia il rapporto
tra domande e risposte tu metti il dito
sulla questione centrale del libro. Augias
non ha fatto domande sue, ma, da grande
professionista quale è, si è
fatto portavoce delle domande che —
a suo giudizio — erano le più
diffuse e sentite in un vasto pubblico.
In un processo di divulgazione è
fondamentale innestare i risultati della
ricerca scientifica sul bisogno reale della
gente. Non basta esprimersi in modo chiaro
e semplice. È necessaria una accurata
conoscenza della situazione culturale in
cui la maggioranza della popolazione vive.
C'è poi bisogno di un meccanismo
di promozione che segnali il prodotto-libro
a vasti strati della popolazione, in modo
da suscitare interesse verso la lettura.
Devo però dire che
il successo del libro ha per me anche un
aspetto fastidioso, perché le cose
che dico nelle mie risposte ad Augias erano
già state da me esposte varie volte
in una quantità di articoli e libri
scientifici che non hanno riscosso un così
vasto interesse. Questo fatto esige risposte
pratiche sui modi di trasmissione del sapere
nella società di oggi.
Le polemiche scaturite
dalla pubblicazione di questo libro sono
sconcertanti, lasciano intravvedere una
cultura italiana arretrata, una Chiesa cattolica
arroccata su posizioni difensive d’altri
tempi. Molti di noi hanno pensato alla figura
di Ernest Renan, allo scandalo suscitato
dalla pubblicazione di quel libretto La
vie de Jesus che fu un best-seller
ottocentesco. Ma questo accadeva quasi un
secolo e mezzo fa. Perché secondo
te questo libro su Gesù in un’Italia
tutto sommato moderna, ha suscitato un dibattito
così acceso e molto spesso non privo
di mistificazioni gratuite?
Il fatto che «Avvenire»,
il giornale che esprime il parere della
Conferenza Episcopale Italiana, sia intervenuto
per ben tre volte sul libro e che addirittura
«Civiltà cattolica» abbia
pubblicato un articolo di condanna dogmatica
è sintomo del fatto che una certa
parte del cattolicesimo italiano si è
spaventato. «Avvenire» ha mobilitato
il padre Cantalamessa, molto noto per la
sua costante presenza televisiva, affinché
un vasto pubblico cattolico avesse una riposta
rassicurante contro gli eventuali pericoli
per la fede che il libro a suo parere poteva
costituire. L'articolo del padre De Rosa
su «Civiltà cattolica»
ha invece la funzione — credo —
di avvisare in modo indiretto, ma molto
chiaro, gli esegeti cattolici, soprattutto
sacerdoti, su cosa potrebbe succedere loro
se seguissero il mio esempio. Sarebbero
condannati, esclusi dall'insegnamento e
le case editrici cattoliche dirette da sacerdoti
e ordini religiosi sarebbero ugualmente
sottoposte a censura.
Quello che colpisce negli
articoli di Cantalamessa e De Rosa è
il fatto che non presentano correttamente
il mio pensiero e anche che cerchino di
denigrarmi sul piano professionale. Per
questo motivo chiedo a «Storicamente»
di inserire come appendice a questa intervista
la mia risposta dettagliata a cantalamessa
e a De Rosa. Si tratta di risposte lunghe
e tecniche, che sono però necessarie
per comprendere la natura di questi due
attacchi ecclesiastici.
Bisogna dire tuttavia che
questi due attacchi non rappresentano affatto
tutta la Chiesa cattolica, ma solo due orientamenti
romani. Le Edizioni Paoline hanno assunto
un ben altro atteggiamento su «Letture»,
«Vita pastortale» e su «Jesus».
In nessuno di questi giornali si troverà
una condanna. Devo ringraziare le redazioni
di «Letture» e de «Il
regno» (quest’ultimo delle Edizioni
Dehoniane di Bologna) per avere trascorso
con me alcune ore rispettivamente a Milano
e Bologna discutendo e presentandomi obiezioni
anche serie, ma sempre rispettose. Molti
sacerdoti e parroci hanno avuto reazioni
favorevoli. Cantalamessa — che è
persona certo molto intelligente e preparata
— mi sembra invece farsi carico della
posizione dei movimenti ecclesiali, i quali,
mettono, sì, al centro della loro
vita religiosa, la Bibbia e quindi il Nuovo
Testamento, ma senza un'adeguata preparazione
esegetica (da parte dei membri dei movimenti)
e corrono perciò il pericolo di cadere
a volte in tendenze fondamentaliste. Il
Padre De Rosa mi sembra al contrario più
vicino alle preoccupazioni teologiche del
cardinal Ruini e di ambienti teologici romani
conservatori o neoconservatori che tendono
a coprirsi con le idee teologiche dell’attuale
Papa.
La ricerca sulla vita
di Gesù – ma per esteso sulla
storia del cristianesimo e sulle religioni
– rimane in questo paese ancora un
affare di pochi. Quando questi temi escono
dall’accademia, dagli ambiti ristretti
del dibattito scientifico internazionale,
allora emergono due posizioni nette: da
un lato il plauso acritico dei “laici”,
accompagnato talvolta da un assoluto disinteresse,
o le accuse animose di esponenti ecclesiastici,
coadiuvato dagli intellettuali cattolici
organici, quei laici cioè che si
adoperano in modi differenti per diffondere
capillarmente le posizioni ufficiali della
Chiesa cattolica. Sembra che in questo paese
la riflessione autonoma, indipendente su
tematiche di carattere religioso sia prerogativa
di pochi. Perché la Chiesa cattolica
teme la libertà di pensiero su questioni
religiose?
Perché la Chiesa cattolica
tema la libertà di pensiero su questioni
religiose è una domanda a cui temo
di non avere una risposta adeguata. Anzitutto,
come ho fatto con la domanda precedente,
non parlerei di Chiesa cattolica in generale.
Si tratta soltanto di alcuni ambienti ecclesiastici
romani. La Chiesa cattolica rappresenta
nel mondo di oggi una realtà estremamente
variegata, ricca di esperienze straordinarie
in ogni parte del pianeta, inclusa l'Italia,
straordinarie per il loro valore etico,
umano e religioso. Anche in Italia, negli
ordini religiosi, nelle parroccchie, tra
la gente di fede cattolica esiste una ricchissima
varietà di posizioni che sono lungi
dall’identificarsi con alcune tendenze
teologiche e politiche neoconservatrici
romane.
Detto questo, è però
vero che una certa tendenza tipicamente
cattolica a delegare ai soli sacerdoti il
sapere e ai laici una posizione intellettualmente
subordinata non è stata realmente
modificata dal Concilio Vaticano II nonostante
la sua insistenza sul “sacerdozio
universale dei fedeli”. Ciò
significa che i sacerdoti ricevono una formazione
esegetica spesso approfondita, ma non i
laici i quali perciò non hanno strumenti
adeguati per comprendere l'analisi storica
dei testi biblici e della figura storica
di Gesù. Da qui la preoccupazione
della gerarchia di impedire il più
possibile una divulgazione pubblica dei
dibattiti esegetici che obbligherebbe ad
un divcrso rapporto clero-laicato.
Alcuni hanno forse pensato
che per porre rimedio al fatto che qualche
centinaia di migliaia di persone aveva letto
il libro Inchiesta su Gesù,
era opportuno denigrare l'esegeta Mauro
Pesce dal punto di vista scientifico e dottrinale
in modo da togliergli autorità rispetto
al pubblico cattolico. Ma il punto è
che le tesi storiche che io espongo sono
largamente diffuse nell'esegesi internazionale.
Il passaggio dalla ricerca storica alla
visione di fede richiede numerosi passaggi
intermedi. L'esegesi studia i testi dei
vangeli uno per uno, non come parte di una
collezione canonica ispirata da Dio. Per
questo motivo, nelle Facoltà teologiche,
dopo l'esegesi si accede ad un diverso insegnamento
che è quello della teologia biblica
che parte dall'insieme del Nuovo Testamento.
I dati della teologia biblica vengono poi
assunti ad un terzo livello ulteriore, quello
della teologia dogmatica, che a sua volta
diviene la base per la teologia pastorale
e per la teologia morale, che più
direttamente investono la vita concreta
dei fedeli. Alcune autorità ecclesiastiche
temono che un contatto diretto della gente
con l'esegesi storica metta in crisi quella
serie di passaggi ermeneutici e teologici
che permette alla Chiesa di fondare il proprio
attuale assetto. Ma per ovviare a questo
pericolo basterebbe una maggiore informazione.
Quando si discute
di Gesù si capisce con facilità
che molte delle direttive del Vaticano II
sono rimaste lettera morta. È chiaro
che quella stagione storica è finita,
e forse non ha neanche raggiunto gli obiettivi
che si erano posti i padri conciliari. Il
problema del Gesù storico apre una
difficile questione di rapporti con l’ebraismo.
Perché ancora suscita scandalo il
Gesù ebreo?
Permettimi di rispondere in
due tempi. Il Cardinal Ruini, nella sua
posizione di grande rilievo ecclesiastico,
ha cercato di condannare la lettura storica
che del Concilio Vaticano II ha dato la
Storia del Concilio diretta da
Giuseppe Alberigo e ha proposto una sua
lettura di questo evento che tende a negarne
sostanzialmente l'innovazione. Dal punto
di vista degli studi biblici, il fatto certamente
positivo, di avere messo dopo tanti secoli,
la Bibbia al centro della vita della Chiesa
ha avuto anche effetti negativi. L'effetto
negativo principale sta nel fatto che nel
momento in cui la Chiesa ha messo finalmente
la Bibbia a contatto diretto con il popolo
fedele, ha però cercato di marginalizzare
l'esegesi storico-scientifica perché
troppo difficile e pericolosa per i fedeli.
Accusata di aridità e di non fornire
sufficiente nutrimento religioso, l'esegesi
storica è stata sostituita spesso
da un'esegesi "spirituale", a
volte ispirata all'interpretazione allegorica
degli antichi Padri della Chiesa, a volte
semplicemente moraleggiante ed intimistica.
Il pericolo per la teologia biblica postconciliare
è di separarsi troppo dallo stato
attuale della ricerca scientifica. Credo
che oggi lo scollamento di molti ambienti
ecclesiastici dalla ricerca scientifica,
non solo esgetica e storica, sia considerevole.
E ciò crea un pericolo di una certa
involuzione della Chiesa cattolica.
Quanto alla questione ebraica,
è certo vero che la chiesa cattolica
dal 1965 ad oggi ha prodotto un numero strordinario
di documenti in cui vengono radicalmente
criticati i presupposti dell'anti-ebraismo
e dell'antisemitismo cristiano dei secoli
passati. È però anche vero
che questi documenti hanno avuto scarso
impatto sulla popolazione dei fedeli e tra
gli stessi teologi. In Inchiesta su
Gesù, una delle mie affermazioni
più contestate da Cantalamessa e
De Rosa è proprio quella che Gesù
è un ebreo e non un cristiano. Ciò
è ovvio nella letteratura esegetica,
ma non per loro. In realtà le affermazioni
contenute ad esempio nei Sussidi per
una corretta presentazione degli Ebrei e
dell’Ebraismo nella catechesi e nella
predicazione della chiesa cattolica
del 1985 o anche molti paragrafi del Catechismo
della Chiesa cattolica sono rimasti
per lo più lettera morta e i fedeli
non li conoscono. Quello che io dico nel
libro sull'ebraicità di Gesù
è già sostanzialmente in questi
documenti cattolici ufficiali.
Sei stato accusato
di avere privilegiato, nella tua ricerca
su Gesù, i testi apocrifi del Nuovo
Testamento contro quelli canonici. Ma dal
libro questo non emerge per nulla. Anzi
oserei dire che molta attenzione è
dedicata al Gesù del Vangelo di Giovanni,
a cui tu a hai dedicato molti studi. Mi
ha molto colpito quel Gesù così
intensamente mistico. Vorresti spiegare
come sei giunto a decodificare quelle che
tu chiami «le esperienze religiose»
dell’uomo Gesù? Come è
possibile, e non solo per uno storico dell’antichità,
ricostruire le forme dell’esperienza
individuale di una personalità religiosa
del calibro di Gesù? Vorrei che tu
spiegassi le procedure metodologiche che
utilizzi per analizzare un testo religioso.
È vero che il Gesù
religioso e mistico è un aspetto
che ho voluto sottolineare in modo particolare
e a cui tengo molto. Come posso essere certo
di potere ricostruire storicamente in modo
attendibile le esperienze religiose di Gesù?
Quali sono le mie procedure metodologiche?
Rispondo sommariamente. Più che i
diversi criteri di storicità elaborati
da tanti esegeti, per me è fondamentale
distinguere gli elementi chiaramente attribuibili
alla redazione di un evangelista rispetto
alla tradizione che egli elabora: si tratta
di un criterio negativo. Ciò che
è tipico di un evangelista è
sua creazione o creazione del suo ambiente
(anche se resta il problema di chiarire
come questa innovazione si radichi sulla
tradizione precedente). Questa distinzione
permette di fare passi indietro verso tradizioni
più antiche e più originali.
È a questo punto che la convergenza
tra tradizioni antiche adddita strati più
vicini a Gesù stesso. Qui diventa
estremamente importante chiarire i modi
di trasmissione di questi materiali antichi,
la molteplice attestazione di fonti
indipendenti, le forme culturali.
Alla base della mia ricerca sta non tanto
la cosiddetta terza ricerca su Gesù,
quanto invece uno studio socio-antropologico
delle fonti che rintraccia anzitutto i presupposti
culturali degli strati profondi dei testi,
poi gli ambienti dei discepoli di Gesù
da cui il testo proviene (secondo livello
del testo) senza concentrarsi soltanto sul
terzo livello esplicito del testo. Sono
queste forme culturali — che ho studiato
ad esempio nell'ultimo libro Forme culturali
del cristianesimo nascente (Brescia,
Morcelliana 2006) scritto a quattro mani
con Adriana Destro — che permettono
di confrontare le esperienze religiose dei
primi seguaci di Gesù con quelle
atttribuite a Gesù stesso. La preghiera,
le rivelazioni soprannaturali sono due forme
culturali particolarmente interessanti per
comprendere aspetti centrali della vita
di Gesù.
Nel libro tu presenti
ad un vasto pubblico alcuni dei risultati
della ricerca storica su Gesù e le
diverse interpretazioni che sono state date
della sua vita e delle sue azioni –
Gesù mistico, taumaturgo, mago, profeta,
predicatore attento ai problemi sociali
del suo tempo. Come si procede dal punto
di vista storico alla ricostruzione della
vita di Gesù? Quali sono le correnti
storiografiche più accreditate? Esistono
anche altrove conflitti tra la ricerca scientifica
e le chiese?
I tre gruppi scientifici —
molto diversi fra loro — che hanno
a mio avviso maggiormente contribuito al
rinnovamento degli studi su Gesù
e sul cristianesimo antico sono l'Association
pour l’Etude de la Littérature
Apocryphe Chrétienne (AELAC) europea,
il Jesus Seminar statunitense, e le tendenze
europee e statunitensi che rileggono le
origini cristiane in modo socio-antropologico.
Queste tre correnti hanno suscitato problemi,
proposto nuove fonti e nuovi paradigmi interpretativi
che hanno costretto moltissimi a rinnovare
problematiche, metodi e soluzioni. Personalmente,
pur avendo forti legami con l’AELAC,
sono legato alla terza tendenza. Ne sono
testimonianza una cinquantina di articolo
scritti insieme all'antropologa Adriana
Destro e libri come Antropologia delle
origini cristiane (Laterza 1995) e
Come nasce una religione (Laterza
2000). Tuttavia, io sono in genere metodologicamente
e storiograficamente onnivoro. Non mi piacciono
le scuole e i loro gerghi.
Queste nuove tendenze sono
diffuse anche tra l'esegesi italiana, ma
poco nella teologia cattolica. Del resto,
nonostante l'amplissimo e libero dibattito
che si svolge nella Society of Biblical
Literature, anche nelle chiese statunitensi
l'esegesi scientifica è poco recepita.
Contrariamente a quanto
è stato affermato nelle polemiche
recenti, il Gesù delle tue ricerche
fa riemergere la complessa figura che si
viene a cristallizzare nella memoria delle
diverse comunità cristiane. Come
avveniva la trasmissione della memoria di
Gesù per i primi cristiani? Cosa
leggevano e cosa conoscevano le prime comunità
cristiane della vita, degli insegnamenti
e delle azioni di Gesù?
La memoria di Gesù
nelle prime comunità di discepoli
di Gesù avveniva in modi fortemente
differenziati. Agli inizi, la trasmissione
dei fatti e delle parole di Gesù
avveniva in ambienti ebraici i quali fornivano
il contesto istituzionale religioso di base.
Solo quando questo contesto ebraico in diverse
zone e in epoche diverse cominciò
ad allentarsi, divenne primaria l'esigenza
di fondare soprattutto in Gesù le
usanze religiose, liturgiche, la prassi
morale e ideologica dei gruppi. È
in questa fase che i vangeli adempiono ad
una funzione importantissima. Nelle mie
risposte ad Augias ho detto brevemente quello
che avevo ipotizzato in un mio saggio e
cioè che paradassalmente i vangeli
— che ci permettono l'accesso privilegiato
alla conoscenza di Gesù — ne
costituiscono anche una prima forma di de-giudaizzazione
e di cristianizzazione. Ma questa affermazione
va intesa all'interno degli studi specializzati
sui modi di trasmissione dei materiali relativi
a Gesù e non come una svalutazione
del significato e valore storico dei vangeli
canonici. È comunque molto difficile
stabilire con precisione cosa le singole
comunità dei seguaci di Gesù
leggessero, quali libri protocristiani usassero
e quali testi ebraici. La trasmissione orale
della parole e dei fatti di Gesù
rimase viva almeno fino alla metà
del II secolo con un valore anche più
rilevante di quello che avevano opere scritte
come i quattro vangeli divenuti poi canonici,
i quali solo alla fine del II secolo cominciarono
ad essere considerati più importanti
degli altri.
Tu hai spesso sostenuto
che il cristianesimo delle origini è
un fenomeno culturale e religioso differenziato.
Si parla spesso di diverse forme di cristianesimi.
Come si è diffuso il cristianesimo
nell’Impero romano? Qual è
il rapporto tra un movimento religioso apparso
nel mondo ebraico della Terra d’Israele
e la sua diffusione negli ambienti urbani
dell’Impero romano?
La tua domanda riguarda in
fondo la grande questione della nascita
del cristianesimo che comincia a formarsi
solo dopo che le comunità dei discepoli
di Gesù non fecero più parte
della comunità dei Giudei. La mia
affermazione che il cristianesimo come lo
intendiamo noi potrebbe essere nato solo
nella seconda metà del II secolo
ha suscitato un enorme reazione da parte
di Cantalamessa e di De Rosa, ma si tratta
di un'affermazione storiografica ben articolata
che è molto diffusa tra gli studiosi
di oggi e non contiene nulla di contrario
al cristianesimo. Nel 2004, un numero intero
della rivista «Annali di Storia dell'Esegesi»
dal titolo Come è nato il cristianesimo?
è stato dedicatto a questo tema e
studiosi di ogni parte di Europa prendono
posizione a favore di una nascita tarda.
Lo scandalo nasce solo da una insufficiente
informazione del dibattito. In ogni caso,
al centro del problema stanno tre fatti:
Gesù era un ebreo perciò si
pone neccssariamente la questione del quando
il cristianesimo sia nato. Secondo: all'inizio
esiste una molteplicità di versioni
diverse della fede in Gesù e solo
dopo la seconda metà del II secolo
si afferma un cristianesimo normativo. Terzo:
con il diffondersi nell'Impero romano ed
in altre parti del mondo antico, le comunità
di seguaci di Gesù non furono più
composte da Ebrei e questo comportò
una sostanziale modifica. L'interpretazione
dell'incrociarsi di questi tre fattori costituisce
un grande problema storiografico che è
oggi molto dibattuto e lontano dal vedere
un consenso nelle soluzioni.
La “questione
religiosa” diventerà, forse,
una questione di primaria importanza nei
prossimi decenni. Non si tratterà
solo del rapporto tra cristianesimi e società,
ma anche di quello tra cristianesimi, società
moderna e altre religioni. Come vedi questo
rapporto anche alla luce delle vicende attuali
sul tuo libro?
La questione religiosa è
certo al centro del nostro futuro, anche
se non dobbiamo mai dimenticare che spesso
i fattori che la determinano non sono primariamente
religiosi. Mi sono convinto da tempo che
le religioni, dalla fine del Settecento
in poi, si sono differenziate al proprio
interno in diverse correnti che si diversificano
per il modo con cui rispondono ad alcuni
grandi problemi posti dalla cultura contemporanea
i quali sono, a mio avviso: la presa di
coscienza dei diritti naturali dei singoli,
la scienza moderna e la sua spiegazione
del mondo, lo studio storico delle religioni
e i nuovi modi di vita sviluppati nelle
grandi capitali culturali del mondo. Esiste
un ventaglio di risposte religiose che va
dall'accettazione di questi elementi culturali
al loro radicale rifiuto attraverso tutta
una serie di posizioni intermedie di compromesso.
Lo studio storico di Gesù è
uno dei frutti dello studio storico delle
religioni e il dibattito pubblico sui fondamenti
del cristianesimo rientra in quella caratteristica
tipica delle società contemporanee
fondate sui diritti naturali dei singoli,
caratteristica che consiste nella cosiddetta
"società civile", uno spazio
neutro in cui tutti possono esprimere liberamente
le proprie idee religiose, areligiose o
irreligiose e non connotato, quindi, da
una religione in particolare. L'università
— fondata sul metodo scientifico —
è il frutto tipico della società
civile. La Chiesa cattolica ha impiegato
circa settanta anni dal 1893 in poi (data
della Enciclica di Leone XIII, Providentissimus
Deus) per accettare lo studio storico
della Bibbia, ma poi negli anni ’80
e ’90 del Novecento ha conosciuto
il ritorno di una teologia - non so quanto
maggioritaria nel mondo cattolico - che
nega o attenua molto l'interpretazione storica.
Il fatto è che l'atteggiamento della
teologia islamica è completamente
ostile ad una interpretazione storica del
Corano e della religione islamica nel suo
nucleo profetico fondante. Di fronte all'irrigidimento
fondamentalista di gran parte della teologia
islamica le altre religioni stanno subendo
un parallelo e contrapposto irrigidimento.
Il riconoscimento dello spazio neutro della
società civile tende così
a diminuire da parte delle grandi religioni
mondiali che desidererebbero occupare un
sempre maggior numero di spazi sociali.
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