DIBATTITI
Mauro Pesce
Risposta al Padre R. Cantalamessa
Diffondere la conoscenza del dibattito
esegetico su Gesù è oggi
necessario |
Il Padre Raniero Cantalamessa
ha dedicato un lunghissimo articolo al libro
Inchiesta su Gesù di Mondadori
scritto da Corrado Augias (intervistatore)
e da Mauro Pesce (intervistato). Lo scopo
principale delle mie risposte ad Augias
in questo libro è di esporre ad un
pubblico vasto alcune delle questioni dibattute
da decenni nell’esegesi di tutte le
parti del mondo sulla base della competenza
che mi sono fatto in quasi quaranta anni
di studio. Leggo nell'articolo di Cantalamessa
la forte preoccupazione che questa diffusione
di opinioni esegetiche possa nuocere alla
fede dei lettori. Da qui il bisogno che
un ecclesiastico noto critichi questo libro
in modo che i lettori siano vaccinati.
Ma io mi domando: quale tipo
di fede è quella che vacilla di fronte
all'esposizione di opinioni esegetiche?
La ricerca storica – almeno la mia
e di molti, molti esegeti oggi – non
è né per la fede, né
per la non-fede. Non nasce da una ragione
corrosiva ed “incredula”. Rivendico
l’autonomia della ricerca dalle fedi
e dalle non fedi.
Il Padre Cantalamessa nell’intento
di proteggere i lettori di «Avvenire»
dal supposto pericolo rappresentato dal
libro, mi attribuisce delle affermazioni
che io non ho mai scritto, anzi, che ho
esplicitamente criticato. Non credo che
questo dipenda da una volontà di
screditarmi ingiustamente, ma forse da una
non perfetta conoscenza di una parte della
ricerca esegetica e storica attuale, più
che giustificata da parte di chi da tempo
si occupa di altro.
Siccome l’articolo mi
attribuisce – non solo una o due volte,
ma in continuazione – dei pareri che
io non ho mai sostenuto, sono costretto
a ribadire quello che ho effettivamente
scritto.
1. Cantalamessa scrive che
io sarei «sulla scia» del Il
Codice da Vinci di Dan Brown. Mi stupisce
l’affermazione del recensore. Ad una
critica severa del libro di Dan Brown sono
infatti dedicate le pagine 231-232 del libro.
A mio parere, anzi, Cantalamessa non mette
a fuoco il vero veleno di Dan Brown che
è la falsificazione di tutti i documenti
che fa finta di utilizzare e l’invenzione
totale di un Gesù che considera un
rito sessuale il centro dell’unione
con Dio e concepisce tutta la storia in
chiave occultista. La verità sarebbe
per definizione occulta e solo una setta
perseguitata la trasmetterebbe. Nessun esegeta
professionista ha mai sostenuto questo e
certamente non io e neppure Augias. La distinzione
tra Gesù storico e Cristo della fede
(che del resto mi appartiene poco) è
cosa ben diversa dalle fantasie di Dan Brown.
2. Cantalamessa scrive: «
Il filone scelto è quello che va
da Reimarus, a Voltaire, a Renan, a Brandon,
a Hengel, e oggi a critici letterari e «professori
di umanità», quali Harold Bloom
e Elaine Pagels. Del tutto assente l’apporto
della grande esegesi biblica, protestante
e cattolica, sviluppatasi nel dopo guerra,
in reazione alle tesi di Bultmann, molto
più positiva circa possibilità
di attingere, attraverso i Vangeli, il Gesù
della storia». Questa affermazione
deforma completamente quello che ho scritto.
Io ho criticato Voltaire (pagine 47-48).
Il libro di Renan su Gesù non mi
è mai piaciuto. Di Brandon ho scritto
decine di pagine di critica aspra per dimostrare
che la sua idea di un Gesù rivoluzionario
politico-militare è esegeticamente
infondata. Del libro di Bloom, non ho avuto
il tempo che di sfogliare qualche pagina.
Martin Hengel è uno studioso di fama
mondiale che appartiene invece alla grande
esegesi. Dire che la grande esegesi è
«del tutto assente» dalle mie
risposte è una vera e propria offesa.
Sono stupefatto. Ho avuto come maestri Heinrich
Schlier, Jacques Dupont e Rudolf Schnackenburg.
Mi sono sempre ispirato a W.G. Kümmel
e Ph. Vielhauer. Nei miei libri e articoli
sul Vangelo di Giovanni e anche
nel libro scritto con Augias tengo conto
costantemente dell’esegesi che Raymond
Brown e Schnackenburg hanno fatto del Vangelo
di Giovanni, per non parlare di Theissen,
Sanders, Dunn, Meeks, Milgron, Levine e
infiniti altri. Ed è francamente
assurdo rimproverare a me di ignorare Brown
o Schnackenburg, visto che sono stato uno
di quelli in Italia che li ha sempre utilizzati
quando il defunto Padre de la Potterie al
Pontificio Istituto biblico cercava di limitarne
l’influsso, perché li riteneva
troppo audaci, per non parlare del sospetto
con cui investiva il Padre Boismard. Da
più di vent’anni dirigo una
rivista specialistica tra le più
importanti di studi esegetici. Non riesco
a capire perché il padre Cantalamessa
voglia dare di me un'immagine così
deformata.
3. Il padre Cantalamessa scrive: «All’uso
selettivo degli studi corrisponde un uso
altrettanto selettivo delle fonti. I racconti
evangelici sono adattamenti posteriori quando
smentiscono la propria tesi, sono storici
quando si accordano con essa». Se
questo fosse vero io sarei un esegeta poco
serio e senza metodo. Al contrario, in quaranta
anni di lavoro esegetico, ho elaborato una
precisa e articolata criteriologia per la
ricerca degli elementi più antichi
e più vicini alla figura storica
di Gesù. Era ovvio che nelle poche
frasi di un'intervista non potevo ogni volta
procedere alla dettagliata dimostrazione
esegetica che esige decine e decine di pagine.
Il padre Cantalamessa ha tutto il diritto
a non essere d'accordo con la mia esegesi:
non lo chiedo neppure ai dottorandi in scienze
bibliche da me diretti. Ma non può
dire ai suoi lettori che infrango le regole
elementari dell’onestà metodologica. Ad esempio, io sostengo che
la concezione del perdono dei peccati di
Gesù è diversa da quella della
chiesa primitiva. Il testo che mi permette
di attingere la visione di Gesù è
una delle invocazioni del Padrenostro che
ritengo assolutamente certo essere gesuano.
La versione di Matteo delle parole dell’ultima
cena mi sembra invece influenzata da una
cristologia successiva, ma lo ritengo sulla
base di un confronto dei racconti del battesimo
da cui risulta che la frase «in remissione
dei peccati» fu probabilmente tolta
da Matteo al battesimo del Battista per
attribuirla a Gesù. Ma è una
ipotesi scientifica, fatta con metodo, e
quindi verificabile (o falsificabile).
4. Il padre Cantalamessa scrive
che secondo me le «scoperte di nuovi
testi … avrebbero modificato il quadro
storico sulle origini cristiane. Esse sono
essenzialmente alcuni Vangeli apocrifi scoperti
in Egitto a metà del secolo scorso,
soprattutto i codici di Nag Hammadi».
Anche questo non corrisponde a verità.
Per me i testi gnostici di Nag Hammadi hanno
ben poca importanza per il Gesù storico.
Il lettore vedrà che i cosiddetti
apocrifi che a volte cito sono il Protoevangelo
di Giacomo che sostiene la verginità
di Maria, L’Ascensione di Isaia
e la Didaché che non
sono vangeli e non sono gnostici perché
contengono tradizioni più antiche
del Vangelo di Matteo, secondo
la grande esegesi degli ultimi trent’anni.
Cito poi il Vangelo di Pietro che,
secondo storici molto cauti (e non solo
secondo J.D. Crossan) contiene un racconto
della passione che nella sua fase di redazione
più antica potrebbe essere addirittura
premarciano. Cito anche il Vangelo del
Salvatore che non è gnostico
da nessun punto di vista, ma non credo affatto
che sia più antico del Vangelo
di Giovanni. Lo cito semplicemente
per informare il pubblico italiano di una
scoperta molto importante della fine degli
anni Novanta che non ha avuto alcuna ripercussione
in Italia. Sul Vangelo di Tommaso
la ricerca esegetica è molto più
complessa di come la presenta il padre Cantalamessa
e io mi sono limitato ad esporre un parere
esegetico molto cauto, quello di J.D. Kaestli,
che gode di fama inossidabile, il quale
ritiene che alcune parti di Tommaso siano
indipendenti dai Sinottici e altre no e
che bisogna valutare caso per caso. D’altra
parte i monaci cristiani antichi sembra
che abbiano utilizzato per secoli il Vangelo
di Tommaso come nutrimento spirituale, come
emerge dagli scritti spirituali dello Pseudo-Macario.
Soprattutto io non credo affatto
che il Gesù storico si trovi nei
vangeli gnostici. Quando Augias mi ha interrogato
sull’essenza del messaggio di Gesù
ho risposto: «Luca è a mio
parere colui che ha meglio compreso l'essenza
del suo messaggio» (p.221).
Inoltre ho scritto: «altri
danno credito a certi scritti apocrifi,
negando quasi per principio ogni attendibilità
ai testi canonici o alle affermazioni delle
chiese» (p. 235). Perché dire
al lettore che io ho scritto cose che non
ho mai affermato e pensato?
Il mio interesse per scritti non canonici
del primo cristianesimo nasce negli anni
Settanta quando volevo integrare la mia
preparazione di specialista delle lettere
di Paolo. Questo interesse si è incanalato
nella Association pour l’Etude de
la Littérature apocryphe chrétienne
divenuta in trent’anni una delle organizzazioni
scientifiche più serie in tutto il
mondo. Questa associazione che raccoglie
i migliori esegeti francesi, svizzeri, italiani,
europei (e ora anche americani) ha letteralmente
rinnovato lo studio del cristianesimo antico
proprio grazie all'edizione critica e commento
storico di un numero cospicuo di fonti trascurate
come «apocrife», ma i testi
gnostici sono stati del tutto marginali
in questa associazione. Basti vedere le
edizioni critiche e la raccolta in due grandi
volumi presso la Pléiade.
5. Il padre Cantalamessa scrive:
«i vangeli apocrifi professano tutti,
chi più chi meno, una rottura violenta
con l’Antico Testamento, facendo di
Gesù il rivelatore di un Dio diverso
e superiore». Mi dispiace doverlo
contraddire, ma non è vero che «tutti»
i vangeli apocrifi presentino una rottura
violenta con le sacre scritture ebraiche.
Molti vangeli apocrifi non sono gnostici
e non presentano la contrapposizione tra
messaggio cristiano e sacre scritture ebraiche
che molti testi gnostici invece sostengono.
Ma poi, sia detto una volta per tutte, nel
libro io utilizzo pochissimo gli scritti
apocrifi. Li cito solo qua e là.
Non capisco perché concentrare tanta
attenzione su questo elemento marginale.
6. Il padre Cantalamessa passa
immediatamente dopo a parlare della «rivalutazione
della figura di Giuda nel vangelo omonimo»
e si domanda: «Si è disposti
a seguire i vangeli apocrifi su questo loro
terreno?». Il lettore di «Avvenire»
ha così l'impressione che io sostenga
le teorie del Vangelo di Giuda.
Nel libro invece io ho scritto: «Questo
testo non ci offre alcuna notizia storica
attendibile né sulla figura di Gesù
né su quella di Giuda. È una
specie di controvangelo, scritto per contestare
i vangeli di Giovanni e di Matteo per condannare
le idee e le pratiche religiose della Chiesa
maggioritaria, che si rifaceva ai dodici
apostoli» (p.229). In agosto 2006,
ho pubblicato su una rivista francese un
articolo in cui dimostro filologicamente
che il Vangelo di Giuda dipende
dai vangeli di Giovanni e di Matteo e forse
anche da Marco e Luca, oltre che dagli Atti
degli Apostoli e un mio articolo più
argomentato è imminente presso la
rivista «Humanitas». Come posso
essere sospettato di attribuire attendibilità
ad uno scritto del genere?
7. Il padre Cantalamessa mi
accusa di non utilizzare Paolo per ricostruire
la figura storica di Gesù. Scrive:
«La sua testimonianza viene solo discussa
a proposito della risurrezione, ma per essere
naturalmente screditata». Mi domando:
perché io screditerei «naturalmente»
la testimonianza di Paolo? Io, come storico,
nutrito di qualche conoscenza antropologica
prendo molto sul serio quando un testo mi
dice che si sono verificate delle apparizioni
del risorto. Io credo che realmente Paolo
e i primi discepoli ebbero delle apparizioni.
E mi sono anche domandato in qual luogo,
in quale zona di un grande edificio avesse
potuto verificarsi un’apparizione
a cinquecento persone. Il padre Cantalamessa
sembra irridere al tentativo di alcuni esegeti
di interpretare le apparizioni come «stati
alterati di coscienza». Questa espressione
tecnica non significa affatto che una persona
è «alterata». Significa
solo che esistono stati di coscienza diversi
dal normale. Questi esegeti, di cui io riporto
solo l’opinione, ritengono che le
neuroscienze permettano di capire come
le apparizioni possano verificarsi e come
entità «soprannaturali»
possano entrare in contatto con la coscienza
degli uomini e si rifanno anche alla teoria
dei cosiddetti stati alterati di coscienza.
Ma questa spiegazione può poi essere
interpretata in due modi. Alcuni, come John
Pilch della Georgetown University, che ne
ha scritto più volte presso case
editrici cattoliche americane, ritengono
che le realtà soprannaturali entrino
realmente in contatto con l’uomo.
Altri ritengono che si tratti di un fenomeno
psichico interamente autogenerato dal cervello
umano e influenzato da logiche collettive.
Io non ho preso posizione, perché
non mi intendo di neuroscienze. Da storico
che si interessa anche ad aspetti antropologici
del cristianesimo primitivo mi è
sembrato doveroso/importante informare i
lettori di questo settore di ricerca, che
offre materiale interessante al dibattito
scientifico.
8. Il padre Cantalamessa scrive:
Secondo Pesce «il cristianesimo “nasce
addirittura nella seconda metà del
II secolo”. Come conciliare quest’ultima
affermazione con la notizia degli Atti
degli apostoli (11, 26) secondo cui,
non più di sette anni dopo la morte
di Cristo, circa l’anno 37, “ad
Antiochia per la prima volta i discepoli
furono chiamati cristiani”»?
Qui sono costretto a rimandare ai molti
libri e decine di articoli che da venti
anni discutono la questione. L'interpretazione
che dà il padre Cantalamessa di questo
testo è oggi variamente contestata.
Rimando ai diversi contributi del volume
di «Annali di Storia dell’Esegesi»
dal titolo Come nasce il cristianesimo
(Edizioni Dehoniane, Bologna, 2004), agli
studi di Judith Lieu, ecc. Gran parte del
problema sta nel precisare cosa si intende
per cristianesimo da un punto di vista storico.
L’apparire della parola cristianesimo
del resto non è anteriore –
allo stato attuale delle conoscenze –
al primo decennio del II secolo.
9. L’idea che il cristianesimo
fin dall'inizio presenti una pluralità
di posizioni e che solo ad un certo punto
si affermi un cristianesimo normativo è
tesi storica che è ampiamente diffusa
almeno dalla metà degli anni Trenta
del XX secolo e che oggi mi appare largamente
prevalente. Credo che proprio un patrologo
cattolico, Alain Le Boulluec, abbia tempo
fa mostrato come il concetto di eresia faccia
la sua apparizione nel cristianesimo antico
alla metà del secondo secolo e che
il termine airesis assuma allora
il significato negativo che ha poi assunto.
10. Un ultimo punto. Il padre
Cantalamessa mi accusa di sottolineare «sempre»
le divergenze, e «mai» le convergenze
tra i Vangeli canonici. In realtà,
io sottolineo a volte differenze tra alcuni
testi e a volte somiglianze tra altri testi.
Somiglianze e dissimiglianze si aggregano
e si disaggregano. Io non sono preoccupato
di difendere l’unità del Nuovo
Testamento, perché questa collezione
di scritti è ben posteriore a Gesù,
a Paolo e alla redazione dei primi vangeli,
che è l’epoca che mi interessava
nel libro.
Il padre Cantalamessa dice
concludendo che ci divide la fede. Non sono
d’accordo. La fede non mi divide da
nessuno. La ricerca storica non divide,
se non da altre opinioni storiche. Ricondurre
tutto a fede e non fede o addirittura fede-incredulità,
significa compromettere un sereno e libero
dibattito. La notizia dell’articolo
polemico di Cantalamessa mi è giunta
quando ero negli Stati Uniti per partecipare
a quella che è forse la riunione
principale di tutti i biblisti del mondo.
In essa circa cinquemila docenti di Facoltà
laiche o teologiche discutono con acribia,
ma anche con estrema libertà, di
ogni questione esegetica, senza nessuna
censura o condanna. Questa appassionata
ricerca, solida, documentata, arriva ormai
anche al grande pubblico e continuerà
sempre più ampia e inarrestabile
anche nei prossimi decenni. Bisogna conoscerla,
farla conoscere e — ovviamente —
scegliere criticamente ciò che ciascun
competente ritiene valido.
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