DIBATTITI
Roberta Mazza intervista
Ivan Scalfarotto
Generazione Ostaggio. Il problema della selezione
delle élites nell'Italia
contemporanea |
Ivan Scalfarotto è la personificazione di
una larga fetta degli Italiani all'estero,
di cui gran parte dei politici non sospettava
l'esistenza: sono giovani tra i trenta e
i quarant'anni, con percorsi educativi e
professionali di alto profilo, che rivestono
ruoli importanti nelle professioni e nell'imprenditoria
dei paesi che li hanno accolti, ma guardano
con grande attenzione a quanto accade nel
proprio paese d'origine e qualche volta,
come lui, decidono di impegnarsi in prima
persona. Nel 2005 si è candidato premier
alle primarie del centro sinistra, dopo aver
fatto parlare di sé nel 1996 quando inviò una
lettera dichiarandosi un deluso dell'Ulivo
e dopo aver dato vita a un circolo di "Libertà e
Giustizia" nel 2002 a Londra, dove risiedeva
e lavorava in qualità di dirigente di un
prestigioso gruppo finanziario internazionale.
Attualmente residente a Mosca, dove si è trasferito
per lavoro, Ivan Scalfarotto, totale outsider nel
panorama politico italiano, ha appena pubblicato
per il Saggiatore un pamphlet dal
titolo Contro i Perpetui, un libro
che costituisce un'invettiva contro una classe
dirigente che - come dice la quarta di copertina - tiene
un'intera generazione in anticamera, ma che
raccoglie anche le idee programmatiche lanciate
da Scalfarotto per lo più attraverso il suo weblog. La lettura si conferma come
un interessante documento sullo stato attuale
dell'Italia, una fotografia di alcuni aspetti
del paese, intorno ai quali ho chiesto all'autore
di ragionare insieme.
In questo pamphlet tu
fai un quadro oltremodo negativo dell'atteggiamento della
classe dirigente italiana nei confronti
delle nuove generazioni e, più in generale,
dei criteri che stanno alla base della
selezione delle élites del nostro
paese. Ma a me pare che esca anche il ritratto
di una generazione che si è lasciata mettere
in questa situazione.
Sì è vero, ma bisogna dire che
la colpa è per me soprattutto della classe
dirigente. Nel caso della politica, specificatamente,
dell'incapacità dei partiti di rinnovarsi.
Anche quando decidono di candidare facce
nuove, infatti, finiscono comunque con il
presentare persone che fanno politica di
lungo corso. Faccio l'esempio di Pierfrancesco
Maiorino, segretario dei DS milanesi, che
si è prestato a presentare insieme a me il
mio libro a Milano, è nato nel '73, cioè è anagraficamente
giovane, ma è in politica, nella struttura
partitica, da quando ne aveva quattordici:
vale a dire che ricopre il ruolo che ha in
virtù comunque di un'anzianità di militanza.
In sostanza la questione è:
siamo sicuri che persone che hanno questo
tipo di percorso siano all'altezza di assumere
incarichi nei governi locali, nei consigli
comunali, in parlamento? Io non sollevo una
questione anagrafica, ma una questione di
metodo di selezione del personale (politico
e non). In questo paese il criterio di anzianità passa
sempre in primo piano rispetto a qualsiasi
altro tipo di criterio: viene senz'altro
prima del criterio del merito.
Il tuo libro è incentrato sul presente,
sulla contemporaneità. C'è una radice,
un momento storico in cui questo sistema
che privilegia il criterio di anzianità ha
avuto origine o per lo meno ha preso pesantemente
piede?
Io vedo una storia recente - nel senso della
storia degli ultimi cinquanta anni circa - caratterizzata
da una lunga continuità senza punti di rottura.
La storia contemporanea italiana è una lingua
linea retta e continua, senza interruzioni.
Come spiego anche nel libro, negli altri
paesi cambia la leadership e la gente,
per esempio, si veste in modo diverso. Cioè negli
altri paesi c'è una maggiore rottura tra
un governo e l'altro: una rottura non solo
o non tanto per i programmi, ma per il riflesso
che questi hanno sui costumi delle persone,
sulla cultura di quei paesi. L'America di
Clinton e l'America di Bush sono diverse,
nel senso che anche le persone sentono di
vivere un tempo diverso; Zapatero in Spagna
ha fatto emergere un lato diverso del paese,
e potrei fare altri esempi.
L'ultima fase creativa per l'Italia
per me si è verificata negli anni '50 e '60 - l'Italia
del boom, quella che a me piace chiamare "l'epopea
del moplan", l'età del cinema italiano, della
Lambretta. - poi più nulla. Andreotti è il
simbolo vivente di tutto questo, dalla carica
di sottosegretario alla presidenza del Consiglio
nel quarto governo di De Gasperi in poi è sempre
stato ed è presente e attivo e, sessant'anni
dopo aspira a fare il Presidente del Senato
(e, ciò che è più grave, metà del Senato
lo prende anche sul serio!).
La televisione nazionale
in questi giorni propone, ancora una volta,
la Carrà e Pippo
Baudo: i presentatori della nostra infanzia!
Prendiamo la politica. Il 2001 è stata la
più grande sconfitta elettorale del centro
sinistra: il nostro ticket erano Rutelli
e Fassino, che attualmente sono, per così dire,
i principali azionisti dell'attuale coalizione
di governo. In un altro paese ci sarebbe
stato un ricambio; quando un leader perde
le elezioni o un dirigente sbaglia deve farsi
da parte e fare emergere le 'seconde linee',
così favorendo un ricambio anche generazionale.
In piazza del Popolo nel 2005 alla manifestazione
per l'Ulivo avevo intorno tutta gente per
bene, ma nessuno di nuovo, dico nessuno.
Rispetto alle manifestazioni politiche di
dieci anni prima io ero l'unico nuovo arrivato,
mi sentivo un corpo estraneo, appiccicato
lì.
Aggiungerei io, tra
l'altro, che eri
lì in seguito a un'iniziativa di persone
che si sono mosse in modo del tutto staccato
dai partiti .
Indubbiamente un altro
problema, accanto a quello del criterio
di selezione per anzianità, è la
non ricambiabilità, l'inamovibilità delle
classi dirigenti.
Quello che stai dicendo è vero,
ma mi pare che oltre che il frutto di
un sistema
distorto e niente affatto meritocratico
di promozione politica e di selezione delle élites sia
anche il riflesso di una società statica
e rigida: il politico che per così dire
va a casa, effettivamente non troverebbe
niente altro da fare, proprio come il dirigente
che sbaglia (nonché l'operaio licenziato,
o genericamente il lavoratore che perde
il posto). La società italiana non permette,
al contrario di altre, di cambiare mestiere,
che sia frutto di una scelta personale
o il risultato di una debacle professionale.
Dunque come si può combattere contro questa 'perpetuità' multiforme,
in particolare come può farlo una generazione
come quella degli attuali trenta-quarantenni,
che ha in certo senso saltato il turno
e perciò non riveste ruoli chiave?
Io sono convinto che
nonostante sia vero che la nostra generazione
un po' colpevolmente
non sia per così dire uscita di casa, la
maggiore responsabilità per questo stato
di cose stia dalla parte dell'attuale classe
dirigente, che ha promosso politiche che
non favorivano e anzi disincentivavano, appunto,
l'uscita di casa. Un po' come le madri italiane
che hanno i figli che non se ne vanno, ma
anziché sbatterli fuori, anche quando si
lamentano, sono in realtà contente di stirargli
le camicie. La nostra, poi, è una società rigida
perché è una società corporativa. Noi cittadini
italiani siamo davvero tutelati e forti solo
quando facciamo parte di una corporazione: è l'esempio
che faccio nel libro a proposito del tassista.
Il tassista nel quotidiano è vittima di un
sistema sanitario che non funziona, magari
ha un figlio che frequenta una scuola pubblica
occupata un mese sì e uno no, è vittima poi
di scioperi selvaggi degli aeroportuali quando
va in vacanza: ma è fortissimo quando deve
tutelare il proprio interesse particolare,
ad esempio quando una qualche amministrazione
comunale ventila l'ipotesi di liberalizzare
le licenze e lui e i colleghi paralizzano
la città. Noi italiani siamo forti solo nell'esercizio
del nostro ruolo corporativo! Io dico che
se si rinunciasse ai benefici corporativi
si avrebbe forse nell'immediato la sensazione
di una minore protezione sociale, ma si guadagnerebbe
nel lungo periodo in termini di efficienza
del sistema in generale e di conseguenza
anche in termini di mobilità sociale. Si
deve pensare di più in termini di cittadinanza
e meno in termini di corporazione. Questo
soprattutto in un contesto di forti flussi
immigratori: lo straniero, che non fa parte
di nessuna corporazione, nella nostra società resterà sempre
un cittadino di serie B. La nostra economia
dipende in gran parte dalla presenza di cittadini
stranieri, se non altro per il turismo che
dovrebbe essere una delle maggiori risorse
di questo paese. Io preferirei una società più aperta
e flessibile che mette in gioco i suoi privilegi
acquisiti individuali: credo che questo gioverebbe
al paese e avremmo una società collettivamente
più garantita.
Resta aperta la discussione su come andare
in questa direzione, in modo pratico.
Ma ad esempio cambiando
completamente l'ottica
corrente sul mercato del lavoro. I nostri
rapporti di lavoro a tempo indeterminato
sono in realtà dei rapporti di lavoro permanenti,
indissolubili, impossibili da sciogliere.
In Italia il licenziamento non esiste, il
lavoratore viene nella gran parte dei casi
reintegrato al suo posto in caso di cause
di lavoro.
Non parliamo poi del
settore pubblico.
Per ovviare a questo
problema si è ricorsi
a mille forme di precariato per niente tutelato.
Si è ipertutelato il lavoro a tempo indeterminato
e si è regolato male tutto il resto. Non
sarebbe stato meglio dare a tutti un lavoro
a tempo indeterminato nel senso non di eterno,
ma di permanente finché possibile, in modo
da aiutare lo sviluppo di un'economia in
cui poi sia più facile riconvertire la forza
lavoro o semplicemente cambiare mestiere?
Personalmente posso
essere d'accordo
con te, anche perché mi piacerebbe avere
un mercato del lavoro che ti permettesse
di cambiare mestiere, se non ti piace o
vuoi far dell'altro, mentre adesso in Italia
se hai un lavoro te lo tieni stretto, qualunque
esso sia. Non credo tuttavia che una proposta
come la tua possa avere un appeal di
qualche genere in questo paese, né a sinistra,
né a destra e dico sia tra i politici che
tra i cittadini.Questo mi sembra un paese
in preda al panico, in cui nessuno osa
introdurre cambiamenti pur essendo chiaro
che così non si può andare avanti.
Sono d'accordo, ma io non voglio
esimermi dal dare questa testimonianza - perché è proprio
vero, così non si può andare avanti- nella
speranza che qualcuno prima o poi la colga
e la faccia sua. Penso che questa sia l'unica
strada percorribile, anche se mi rendo conto
che l'attuale classe dirigente non è in grado
di attuare riforme di questo genere. Spero
che tra vent'anni qualcuno lo faccia.
Ho un altro dubbio:
può un elemento come
la coesione generazionale tradursi in forza
politica? Questa generazione che soffre
più delle altre del quadro che hai delineato
può farsi soggetto politico con un peso
reale, tra l'altro in un paese in cui i
sindacati svolgono un ruolo così determinante?
Io ho la sensazione, poi, che all'interno
di questa generazione ci siano sotto il
profilo politico posizioni davvero diverse.
Non lo so, anche io ho dubbi.
E' vero tuttavia che alle primarie dell'Unione,
io, che ero uno sconosciuto fino a due mesi
prima, ho raccolto 27.000 voti, niente rispetto
ai 4 milioni e mezzo di votanti, eppure molti,
si tratta pur sempre di migliaia di persone.
Certo a me sembra che questi
temi di cui abbiamo parlato e che affronto
nel libro - che per me sono delle vere emergenze - non
siano i temi della sinistra e del suo elettorato.
Per me Berlusconi è un sintomo dei mali di
cui soffriamo, mentre per la maggior parte
degli elettori e dei dirigenti di sinistra
Berlusconi è la causa dei nostri problemi.
Il mio senso di sconfitta nasce più da questo
dato di analisi, in questo penso che la sinistra
sbagli.
Io ho lanciato due segnali
forti, che nessuno ha raccolto. Il primo
a Prodi, al quale ho
proposto in fase di preparazione dell'ultima
campagna elettorale di fare una lista trasversale:
una lista col suo nome in cui candidare una
quarantina di giovani (nel senso di nuovi,
come si diceva prima) che poi una volta eletti
si sarebbero riaccorpati ai diversi gruppi
di provenienza. In questo modo, secondo me,
Prodi avrebbe dato un segnale forte di volontà di
cambiamento del ceto politico di cui si faceva
carico personalmente, una specie di sponsor di
una nuova leva, della famosa 'seconda linea'.
Il secondo segnale l'ho
lanciato attraverso il mio blog ed era
stato ripreso dalla stampa,
ad esempio da Mario
Adinolfi: avevo sollecitato i quarantenni
che attualmente sono già in politica e hanno
maturato esperienza, a muoversi, a farsi
avanti e a presentarsi come candidati premier.
C'è stato un gran parlare, convegni, riunioni,
ma nessuno che dicesse: eccoci siamo pronti
ad assumerci la responsabilità di governare.
E perché secondo te non l'hanno fatto?
Anch'io avevo pensato che fosse giunta
l'ora di avere uno scontro tra, ad esempio,
Enrico Letta e Pierferdinando Casini e
non tra Prodi e Berlusconi, due leader che
a mio parere hanno già espresso quello
che avevano da esprimere.
A parte il dato che ovviamente
non tutti hanno la voglia e la personalità giusta per
candidarsi a governare, il mio giudizio nel
complesso è severo. Penso che alla fine il
ragionamento sia stato: perché devo mettere
a rischio quello che prima o poi mi arriva,
per un'impresa rischiosa, che rischia di
compromettere tutto? Non ne faccio un discorso
personale, di individui, ma di generazione:
la nostra è una generazione che non si fa
avanti, non combatte, ma aspetta il suo turno.
Io personalmente mi sento
a posto, cioè so
che il mio dovere l'ho fatto, al di là del
risultato ottenuto. Anche il libro per me
va in questa direzione, perché sistematizza
e raccoglie quello che ho detto finora e
che vorrei magari poter comunicare a una
platea più ampia di quella che finora mi
hanno dato il blog o le (rare) interviste.
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