 |
|
| |
 |
|
|
| Francesca
Sofia
"L'autogestione è una storia":
il sistema politico francese secondo Pierre
Rosanvallon
|
E' lecito includere l'esperienza politica
francese in un dossier dedicato a scardinare
l'asse spaziale centro - periferie? In apparenza,
la risposta dovrebbe essere negativa. Senza
neanche bisogno di scomodare le note tesi
tocquevilliane circa la continuità di un
potere statale, che dall'antico regime alla
monarchia di Luglio, ha ridotto l'intera
società civile nello spettro di un'esangue
periferia, è sufficiente menzionare le modalità specifiche
di apprendistato della modernità politica
da parte della Francia per ricordare come
la centralizzazione amministrativa, sanzionata
nell'anno VIII, non sia altro che un epifenomeno
di una centralizzazione politica iscritta
nel progetto del 1789. Rispetto alla proclamazione
di una società d'individui, quale quella
che si attua con la Rivoluzione, è lo Stato
che si fa ad un tempo produttore e strumento
di coesione del sociale. In questo contesto,
non è neanche pensabile la nozione di periferia,
se non nel significato assolutamente negativo
di scarto, di residuo, irrefrattario ad identificarsi
in quella equivalenza tra il "cerchio" e
il "centro", che ad osservatori più sensibili
ad una dimensione pluridimensionale del potere
appariva una vera e propria anomalia.[1] Da
qui il significato denigratorio che per un
lungo tratto di strada ha connotato l'esprit
de province nella cultura francese, così come
l'incommensurabile distanza che la gerarchizzazione
dello spazio nazionale ha istituito tra Parigi
e il resto del territorio.
Tuttavia, l'ultimo contributo
di Pierre Rosanvallon, Le modèle politique français.
La société civile contre le jacobinisme de
1789 à nos jours[2],
permette di rimescolare i soggetti del quadro.
E' vero: se ci si limita agli enunciati
ufficiali e ai precipitati istituzionali
che da quelli derivano niente consente di
rimettere in discussione la tradizione statocentrica
e centralizzatrice che un'accreditata storiografia
ci ha reso familiare[3]. Se però a quella
lettura si affianca la contemporanea storia
sociale, attenta alle movenze assunte dalla
società civile così come al funzionamento
effettivo delle istituzioni, il sistema politico
francese può risultare meno coeso di quanto
proclamato nel suo atto fondativo. Affiancare,
tuttavia, non è l'espressione più esatta,
perché dà quasi l'idea che sia sufficiente
giustapporre le due "storie" per cogliere
il sistema nella sua dinamicità: non si è dunque
tanto in presenza di una storia "intellettuale" continuamente
contraddetta o negata dalla prassi di attori
inconsapevoli, quanto di "una storia riflessiva
del sociale", dove per sociale bisogna intendere
i progetti e le percezioni di tutti gli attori
direttamente coinvolti. E' questo che caratterizza
per Rosanvallon il "politico", e vale la
pena allora di soffermarsi sul punto in via
preliminare.
1. Le
modèle politique française, per esplicita
ammissione del suo autore[4],
non fa che dare risposta ad alcuni interrogativi
cruciali sollevati dallo stesso Rosanvallon
circa trent'anni fa in un libro la cui
ambizione non era tanto rivolta a far avanzare
il dibattito storiografico quanto a rinnovare
nel profondo la cultura politica della
sinistra. Pour une nouvelle culture
politique, come pure il di poco precedente L'âge
de l'autogestion[5], rappresentano,
per ammissione comune, il manifesto di
quella deuxième gauche rocardiana
di cui Rosanvallon all'epoca, in qualità di
dirigente della CFDT, ne era in certo senso
l'ideologo ufficiale. La linea di congiunzione
che lega l'ex-sindacalista al prestigioso
docente del Collège de France potrebbe
apparire tracciata a posteriori, nel tentativo
di rendere coerente un percorso apparentemente
parecchio accidentato. E tuttavia conviene
invece prenderla assolutamente sul serio,
per comprendere la coerenza di un percorso
intellettuale segnato da un costante sforzo
di auto-introspezione: auto-introspezione,
che incentrandosi sul significato e sul
valore della democrazia, diventa per ciò stesso
un generoso tentativo di introspezione
per conto altrui.
Da qui mi sembra derivano
due qualità che
lo distanziano da alcuni dei partecipanti
al gruppo di lavoro coordinato da François
Furet all'Ecole des Hautes études en sciences
sociales, al quale Rosanvallon ha partecipato
attivamente a partire dal 1984, una volta
rotti i ponti con l'impegno politico attivo.
Innanzi tutto, l'insoddisfazione verso una
nozione di democrazia unicamente negativa,
in base alla quale, per usare un linguaggio
popperiano "le democrazie non sono [.] sovranità popolari,
ma in primo luogo istituzioni attrezzate
per difendersi dalle dittature"[6]. Per Rosanvallon,
che pure condivide con Furet le medesime
prevenzioni contro le patologie della volontà e
le pretese totalitarie di confondere Stato
e società civile, non ha invece senso alcuno
l'affermazione con cui si conclude una ricerca
uscita dalla stessa scuola: "Pour aimer bien
la démocratie, il faut l'aimer modérément".[7] Come
dimostra la poderosa trilogia che anticipa
quest'ultimo volume,[8] per Rosanvallon
la democrazia è un processo e una tensione,
che tende in maniera continuamente instabile
a tenere insieme l'aspirazione all'autonomia
individuale e la necessità del vivere comune: è in
fondo la scommessa offerta alla politica
fin dall'alba della modernità, nei tentativi,
sempre provvisori e sempre discutibili, di
dare un senso effettivo - in termini di identità sociali,
di concrete indicazioni nell'agire - a quel
potere di tutti il cui fondamento è interamente
simbolico. E' possibile "amare con moderazione" l'unica
condizione che consente a milioni di uomini
e donne di dare un senso alla dimensione
comunitaria, che rappresenta il presupposto
per l'esercizio di una vera e propria cittadinanza?
Ed è possibile farlo, per colui che ritiene
la storia politica la storia totale per
antonomasia?
Tutto l'itinerario intellettuale di Rosanvallon
sembra rispondere con un no. Da qui deriva
l'altra particolarità che lo rende un unicum all'interno
della pur variegata galassia della scuola
furetiana. Se, come è a tutti noto, il mainstream di
quest'ultima può ricercarsi non solo in un
rinnovato approccio alla storia politica,
ma soprattutto nel mettere a nudo le perversioni
e il sostanziale illiberalismo implicito
nella fondazione rivoluzionaria della democrazia
in Francia, Rosanvallon, al contrario, proprio
in quanto assume la democrazia come un processo in
fieri, retto da una sostanziale indeterminatezza,
tende a ridurre notevolmente l'eccezionalità francese
rispetto ad un cammino normativo spesso fatto
coincidere con quello anglosassone. La Francia,
per la radicalità della sua esperienza, si
presta anzi a rappresentare un laboratorio
privilegiato per cogliere le aporie della
dimensione democratica, ma non ne rappresenta
affatto una deviazione. Lo vedremo meglio
tra breve. Per il momento è invece opportuno
soffermarsi su un'altra rilevantissima conseguenza
di questa concezione aporetica e insieme
elastica della democrazia. Se la democrazia è "un
processo di esplorazione e di sperimentazione,
di comprensione e di autoelaborazione",[9] allora è solo storicamente che
essa acquista la propria intelligibilità.
E' unicamente ricostruendo le scenografie
che hanno consentito le messe in scena del
vivere comune, dando fiato agli attori, ascoltando
le reazioni del pubblico che la polis da
teoresi si fa prassi. Nel caso della democrazia - o
del politico, come Rosanvallon preferisce
denominarla, utilizzando un'espressione globalisante - farne
la storia non significa dunque apprezzare
il peso dell'eredità; significa piuttosto "fare
rivivere la successione dei 'presenti' intesi
come altrettante esperienze che creano la
nostra storia".[10] Alla
luce di questo approccio, tra lo storico
di oggi e il militante di ieri, la distanza è solo
metodologica, di certo non sostanziale. In
entrambi è presente la stessa volontà di
incidere nell'agone civile, anche se gli
strumenti, oggi, sono notevolmente mutati.
Non fino al punto, però, da mettere in discussione
sia le domande fondamentali che Rosanvallon
rivolge alla storia sia alcuni puntelli epistemologici
necessari per affrontare lo studio della
democrazia.
In merito vanno chiarite
in via preliminare alcune questioni. Pur
essendo maturate all'interno
della CFDT, le posizioni politiche di Rosanvallon
vanno tenute distanti sia dal cattolicesimo
sociale - che pure rappresentava la matrice
culturale del sindacato - sia dalle prospettive
revisioniste, sull'onda di quelle espresse
dalla Primavera di Praga. Piuttosto si trattava
di un progetto politico "qui était d'abord
fondé sur une définition de la gauche radicalement
anti-totalitaire" [11]. E se l'indeterminatezza
della democrazia si riflette nella crisi
permanente del linguaggio politico, soprattutto
delle sue parole d'ordine fondamentali[12], è brandendo
e affinando il termine di "autogestione",
la parola-chiave della sinistra francese
all'indomani del '68, che Rosanvallon inaugurava
la propria militanza politica[13].
Non si trattava solo di ampliare gli ambiti
della democrazia economica, seguendo la declinazione
che alcune contemporanee esperienze socialiste,
dalla Yugoslavia a Israele, avevano dato
all'espressione. In gioco era davvero la
messa in cantiere di una nuova cultura politica,
o, meglio, di una politica capace di superare
sia le entropie democratiche delle istituzioni
rappresentative della Stato borghese sia
la devalorizzazione della politica implicita
nell'analisi marxista dell'estinzione dello
Stato. L'ambizioso progetto di Rosanvallon
seguiva quindi un duplice percorso: da un
canto, dare un contenuto positivo a questa
nuova forma di democrazia adatta all'emergere
della nuova società post-industriale, dall'altro - trattandosi
di un discorso interno alla sinistra - dimostrare
l'insufficienza delle categorie marxiste
per affrontare ex novo la questione
politica della partecipazione. L'ambizione
antitotalitaria non si appuntava dunque solo
sul rifiuto di quella rifrazione della società civile
nello Stato che connotava l'esperienza sovietica,
ma covava la volontà di chiudere i conti
con il marxismo come categoria interpretativa
della realtà.
Chi è interessato a cogliere le continuità tra
il Rosanvallon prima maniera e quello attuale,
dei due risvolti della medaglia, quello costruttivo
e quello distruttivo, deve privilegiare il
secondo. Il primo, infatti, se ha inciso
per qualcosa, lo ha fatto più in termini
di aspirazioni che di soluzioni operative.
Ha reso cogente l'esigenza di una democrazia
capace di trascendere gli aspetti procedurali
per attingere la dimensione di una cultura:
ha sollevato una domanda piuttosto che dare
risposte. Tanto che sia le sue movenze contestatarie
nei riguardi dei poteri burocratici sia l'estensione
generalizzata delle procedure democratiche
nei diversi aspetti della vita sociale hanno
inciso nella realtà politica francese lo
spazio di un mattino.[14] Molto
più rilevanti sono invece gli strumenti concettuali
con i quali Rosanvallon riteneva di inaugurare
questa nuova stagione intonata alla democrazia
partecipativa. Alla nozione di struttura,
a suo dire, era necessario sostituire quella
di istituzione; la visione lineare del tempo,
con la meccanicistica filosofia della storia
che questa comporta, doveva essere surrogata
da una deframmentazione e dello spazio e
del tempo. Solo in questo modo sarebbe stato
possibile istituire la sperimentazione come
spazio strategico dell'innovazione, voltando
le spalle alla concezione rivoluzionaria
classica della trasformazione sociale: altrimenti, l'autogestione
non avrebbe avuto altro avvenire che "d'être
récupérée par le centre ou rejettée à la
phériphérie".[15].
L'ambito organizzativo della democrazia è dunque
uno "spazio differenziale", capace di rompere
gli schematismi verticali dell'antitesi centro
/ periferia. E in quanto spazio della politica,
si presta ad essere meglio indagato tramite
l'analisi istituzionale piuttosto che attraverso
lo strutturalismo soggiacente della teoria
marxista. Se Rosanvallon non è incasellabile
tra gli storici del pensiero politico - come
lui stesso al riguardo ha tenuto in più luoghi
a ribadire[16] - , è proprio per il fatto che tutta la sua
riflessione può ritenersi un felice approfondimento
di alcune geniali intuizioni metodologiche
offerte da L'invention imaginaire de la
société di Cornelius Castoriadis. Così come
quest'ultimo, introducendo il concetto di
storico-sociale, aveva affermato che ogni
istituzione - a partire della stessa società - è insieme
prodotto della struttura sociale e della
rappresentazione "immaginaria" con cui quest'ultima
la legittima; che ogni istituzione vive della
contraddizione irrisolta di istituito (regole
riconosciute) e istituente (chi la
contesta, rimanendo o meno all'interno dello
stesso "immaginario")[17]; che l'analisi funzionalista comporta una reificazione
tautologica, dal momento che anche i bisogni
sono creazioni umane, psichiche e al contempo
storicamente determinate, anche il Rosanvallon degli
anni '70 scriveva: «Le critère d'intérêt
et de besoin est insuffisant pour rendre
compte de motivations collective d'un groupe
ou d'une classe par rapport à la question
du changement social. Il faut aussi faire
intervenir ce que certains appellent le 'désir',
d'autres 'l'imaginaire social', c'est-à-dire
la représentation d'une alternative possible
pour laquelle un ensemble d'hommes est prêt à courir
des risques»[18].
Per questo, « seul une analyse de type
institutionnel permet de comprendre la société comme
autre chose que le produit des modifications
opérées par le développement des forces productives.
Elle permet de comprendre la richesse des
conflits sociaux qui ne se réduisent pas à des
symptômes de la contestation du système ou à des
répétitions de la lutte finale. Elle permet
de saisir le mouvements sociaux comme des
moments d'avancée de l'instituant contre
l'institué, créateurs de la contre-institution
et déséquilibrant le système ».[19] Ma
possiamo considerarlo tanto distante dal
Rosanvallon di trent'anni dopo? Che cosa
comporta la "storia concettuale del politico" che
Rosanvallon intende praticare, se non la
presa d'atto che "le rappresentazioni e le 'idee' costituiscono
una parte strutturante dell'esperienza sociale"? «Lungi
dal venire considerate in modo autonomo e
dall'essere studiate nella cerchia chiusa
dei loro punti di contatto o delle loro differenze - così continua
- tali rappresentazioni costituiscono delle
reali e potenti 'infrastrutture' nella vita
della società. [.] Si tratta di prendere
in considerazione tutte le rappresentazioni 'attive' che
guidano le azioni, che delimitano il campo
del possibile con quello del concepibile
e che definiscono il quadro delle controversie
e dei conflitti»[20].
Eccettuata l'attenuazione dell'angolatura
militante anti-sistema, e la sua compiuta
decantazione all'interno di una riflessione
storica, le coordinate epistemologiche non
sembrano granché mutate. Né diverso appare
l'oggetto d'indagine: il sistema politico
che Rosanvallon ultimamente descrive non è fatto
della interrelazione di quei soli soggetti
che richiedono espressamente un'obbligazione
politica (come potrebbero essere i partiti)
ma di tutte le forme di auto-organizzazione
che ha saputo esprimere la società civile.
Si potrebbe obiettare che la specificità francese
consista proprio in questo: nel confiscare
ad esclusivo beneficio dello Stato l'intero
spazio politico, rendendo in tal modo arduo
il dialogo di quest'ultimo con il pluralismo
latente nella società civile. Ma a quest'obiezione
si potrebbe anche rispondere che solo l'imprinting della
cultura politica "autogestionaria" consente
di leggere come ricca di una politicità latente
l'esistenza dei corpi intermedi presenti
in maniera autonoma nella società.
2. Difficile
riferire di quest'ultima ricerca senza imbastire
un confronto, ancorché superficiale, con
la riflessione precedente dell'autore, e
soprattutto con i tre volumi dedicati alla
democrazia. Anche se attraverso angolature
diverse - lì si trattava di dar conto dell'accesso
di tutti alla ragione (Le sacre du citoyen),
di risolvere la contraddizione tra la rappresentanza
del popolo-uno e la sua effettiva organizzazione
sociologica (Le peuple introuvable),
di concedere infine a tutti e a ciascuno
un potere effettivo (La démocratie inachevée) - i
problemi sul tappeto sono gli stessi: quello
della composizione sempre provvisoria dell'autonomia
e della partecipazione, della formalizzazione
democratica e del protagonismo dei soggetti,
del numero e della ragione. Familiari, del
resto, appaiono anche le scansioni cronologiche
che segnano i tornanti dell'esperienza politica
francese. Come i precedenti, il libro s'apre
con un affresco sulla cultura politica rivoluzionaria,
che in questo caso viene declinata lungo
tre direttrici principali: come generalità sociale
(il rifiuto dei corpi intermedi e l'aspirazione
a costruire un'Unica società); come qualità politica
dell'immediatezza (nel significato specifico
del rigetto di qualsiasi istanza capace di
strutturare in maniera funzionale l'espressione
del volere collettivo); infine, come dimensione
procedurale (il culto della legge, in cui
volontarismo e razionalismo fanno tutt'uno).
Anche in questo caso, poi, l'autore del Moment
Guizot[21] individua
negli anni Trenta dell'Ottocento una svolta
decisiva. A fronte della messa in discussione
del modello rivoluzionario, sia per garantire
la governabilità della società civile (è il
caso dei ricorrenti progetti d'istituzione
di nuove corporazioni), sia per la rilevanza
che il fenomeno associativo svolge all'interno
della nascente classe operaia, sia infine
per influenza di un'autentica cultura liberale
favorevole alla decentralizzazione e allo "spirito" associativo,
la tenuta e la ricomposizione pacificata
delle parole d'ordine rivoluzionarie sono
possibili grazie ai dottrinari. E' la loro
sovranità della ragione che consente la definitiva
acclimatazione sul suolo di Francia della
cultura politica della Rivoluzione, paradossalmente
proprio disancorandola dalle fragili fondamenta
volontaristiche proprie del 1789. Definendo
la democrazia nei termini semplicistici di
consenso e legittimazione, declinando la
libertà unicamente come un diritto individuale,
questa nuova filosofia del potere consente
di mantenere coesa la generalità delle istituzioni
centrali, nel caso specifico identificate
con il governo rappresentativo.
Come nel volume immediatamente precedente,[22] anche in questa
sede viene poi data rinnovata enfasi alla
strategia politica del Secondo Impero, in
cui l'iper-giacobinismo politico non disdegna
il riconoscimento inedito di attori collettivi
in campo economico e sociale. Tuttavia, se
negli scritti anteriori Rosanvallon tendeva
a privilegiare il legame che univa i padri
fondatori della "Repubblica assoluta" con
l'esigenza, che era già dei dottrinari, di
una "sovranità sociale organizzata",[23] qui invece prevale
la continuità tra la sperimentazione portata
a termine da Napoleone III e la successiva
storia repubblicana: con diverse movenze,
nell'una e nell'altra la fedeltà al monismo
politico rivoluzionario si accompagna infatti
alla delega di funzioni ai corpi organizzati,
che stentano per ciò stesso a acquisire una
loro politicità. Infine, è ancora una volta
attraverso la rivoluzione silenziosa portata
avanti tra il 1880 e la prima guerra mondiale
che Rosanvallon vede concluso nei suoi termini
essenziali il percorso politico intrapreso
dal 1789 (rispetto al quale tutto il secolo
XX avrà ben poco da dire). Se la normalizzazione
in Le sacre du citoyen era individuata
soprattutto nell'impegno pedagogico nei confronti
della democrazia, se in Le peuple introuvable l'accento
era posto invece sul riconoscimento dei partiti
e nell'affermazione di organi dell'amministrazione
consultiva, se infine in La démocratie
inachevée era la questione del referendum
o il diritto di manifestazione che modificavano
il quadro,[24] qui invece grande
enfasi viene posta sulla legge sindacale
del 1884 e su quella del 1901 relativa alle
associazioni. Annullando lo spettro simbolico
di Le Chapelier, queste leggi consentono
una rinnovata forma di convivenza tra la
cultura politica monistica e una società civile
organizzata.
Il centro di gravità rispetto a cui gravita
la riflessione di Rosanvallon è dunque sempre
lo stesso. Eppure, non ci si può esimere
dall'evidenziare almeno due conclusioni scaturite
in margine a queste riflessioni.
La prima, la più rilevante sembra proprio
quella relativa al grado di anomalia che
si è disposti a riconoscere alla fondazione
della democrazia francese. Già alcuni lettori
del trittico precedente dedicato alla storia
della democrazia in Francia si erano chiesti
se fosse plausibile lenire il forte malessere
nei riguardi della democrazia - nota caratteristica
dello scenario politico europeo dopo il crollo
del muro di Berlino - con una narrazione
disposta più a sottolinearne le aporie e
le incongruenze che le indicazioni positive:
e proprio partendo da quell'esperienza nazionale,
che il sentire comune considera il capostipite
della cultura democratica.[25] Una risposta
implicita a questo cruciale interrogativo è contenuta
nelle pagine che, a guisa di giuntura, collegano
la disanima della cultura politica di cui
si fa interprete la Rivoluzione con la sua
messa alla prova successiva nel confronto
/ scontro con la realtà della società civile.
Chi conosce la centralità avuta da L'Ancien
Régime et la Révolution di Tocqueville
nella storiografia revisionista gravitante
intorno a Furet, così come il metro di misura
che al suo interno ha svolto l'esperienza
anglosassone,[26] non può che
rimanere stupito dalla vera e propria liquidazione
che in queste pagine viene fatta di Burke
e Tocqueville. A parere di Rosanvallon, l'uno
denunciando il demone francese dell'astrazione,
l'altro stigmatizzando l'implacabile centralizzazione
amministrativa, hanno reso il caso francese
un Sonderweg particolarmente inquietante:
e soprattutto l'hanno rinchiuso "dans la
malediction d'une origine".[27] Ma
la fondazione rivoluzionaria della democrazia
in Francia al contrario non ha nulla d'eccezionale:
nella sua radicalità, semmai, rende più evidenti
le aporie comuni a qualsiasi esperienza di
modernità democratica. Inutile dunque contrapporle,
come sua antitesi di maniera, il modello
britannico, quasi che quest'ultimo non abbia
anch'esso le proprie antinomie. Facendosi
schermo con alcune note pagine dei Grundlinien
der Philosophie des Rechts di Hegel,
Rosanvallon rifiuta così di leggere i due
modelli secondo la coppia antinomica usuale
democrazia / liberalismo, per scorgervi piuttosto "une
forme pathologique de chacune de ces deux
figures".[28] In un caso - quello della Francia - la generalità[29] è prevalsa sul particolarismo,
dando origine ad una comunità politica interamente
fondata sull'universalismo astratto; nell'altro - quello
dell'Inghilterra - si è sì riusciti a valorizzare
la concretezza dei rapporti sociali, ma a
scapito di una vera rottura con l'universo
dei privilegi. Nell'uno è prevalsa, di conseguenza,
un'utopia legicentrica, speculare all'astrazione
compiuta del soggetto collettivo, nell'altro
una governance, incapace di esprimere
spesso una sovranità realmente condivisa.
Rendere effettiva la compenetrazione tra
l'universale e il particolare è invece la
scommessa sempre aperta inaugurata dalla
democrazia. E' quanto il libro del resto
racconta, anche se questa "sintesi" in Francia
è avvenuta attraverso percorsi tortuosi,
tentennamenti, provvisori passi indietro,
aggiustamenti e soprattutto senza alcuna
consapevolezza di quanto si stava compiendo.
Se esiste una specificità del sistema politico
francese, questo allora può individuarsi
in quel "riformismo indicibile", con il
quale si chiudono le pagine del volume.[30] All'alba del
XXI secolo, nel mentre il modello "giacobino"
ha lasciato il campo ad uno Stato reticolare
che non disdegna il contatto con associazioni
e sindacati, dal punto di vista delle rappresentazioni
non si è molto distanti dalla sintassi del
1789. L'integralismo repubblicano, mai sconfessato,
ha finito per opacizzare tutti i soggetti
sociali coinvolti, impedendo di affrontare
la dinamica reale del modello politico in
questione. Secondo Rosanvallon, quello che
è mancato e tuttora manca alla Francia (ma
per estensione il discorso vale per la democrazia
tout court) è una cultura della generalità
adatta ad esprimere la dimensione organizzativa
plurale in cui la sovranità storicamente
si è realizzata. E' una diagnosi già suggerita
nelle conclusioni di La démocratie inachevée[31], ma che qui, proprio attraverso il serrato confronto
tra l'immaginario sociale e la prassi istituzionale,
acquista un rinnovato spessore, al punto
da sollecitare una domanda. Se Rosanvallon
dissente dai corifei della democrazia negativa,
con coloro che l'intendono interamente risolta
nella difesa della triplice dimensione del
mercato, dell'opinione, dei diritti dell'uomo;
se rifiuta di rendere equivalente ogni progetto
collettivo con un presunto costruttivismo
sociale, non è perché, in fondo, è erede
di quella stessa cultura politica universalista,
che lui stesso ha messo in discussione?
Scriveva Castoriadis che «l'existence effective
du social est toujours disloquée intérieurement
ou, comme on voudra dire, constitué en soi
par le hors soi [.] Et ce dans et par
quoi le social se figure et se fait être,
l'institution, est ce qu'il est en tant
que, fondé en arrière, il l'a été pour rendre
possible l'accueil de ce qui est en avant,
puisque l'institution n'est rien si elle
n'est pas forme, règle et condition de ce
qu'il n'est pas encore».[32] Questo « hors
soi » nel caso di Rosanvallon è rappresentato
nel 1789, e niente ci consente dunque di
affermare alla sua presenza che la rivoluzione
è davvero "finita".
Questo articolo si
cita: F. Sofia, "L'autogestione
è una storia": il sistema politico
francese secondo Pierre Rosanvallon, «Storicamente»,
2 (2006), http://www.storicamente.org/02sofia.htm
|
|
|
| |
|
|
|
|
 |
 |
 |
 |
 |
|
|
| |
|
Versione stampabile
Note
[1] Penso a John Adams, che, commentando
nelle sua Defense of the Constitution of
the Governement of the United States of America il
proposito di Turgot, di "raccogliere tutta
l'autorità in un solo centro, la nazione",
sollevava l'aporia implicita nella coincidenza
tra il "cerchio" e il "centro" (si veda adesso
il passo in trad. it .in J. Adams, Rivoluzioni
e costituzioni, a cura di M. Mioni, Napoli,
Guida, 1997, 77).
[3] Che
conta, tra l'altro, un rilevante volume dello
stesso P. Rosanvallon, L'Etat en France
de 1789 à nos jours, Paris, Seuil, 1990.
[4] Cfr. Le
modèle politique français, cit., 19.
[5] Cfr.
P. Rosanvallon - P. Viveret, Pour une nouvelle
culture politique, Paris, Seuil, 1977 e
P. Rosanvallon, L'âge de l'autogestion,
Paris, Seuil, 1975.
[6] K.
R. Popper, La lezione di questo secolo,
intervista di G. Bosetti, Venezia, Marsilio,
1994, 65.
[7] Così P.
Manent, Tocqueville et la nature de la démocratie,
Paris, Julliard, 1982, 181.
[8] Mi riferisco a Le sacre du citoyen.
Histoire du suffrage universel en France,
Paris, Gallimard, 1992 (trad. it. La rivoluzione
dell'uguaglianza. Storia del suffragio universale
in Francia, Milano, Anabasi, 1994); Le
peuple introuvable. Histoire de la représentation
démocratique en France, Paris, Gallimard,
1998; La démocratie inachevée. Histoire
de la souveraineté du peuple en France,
Paris, Gallimard, 2000.
[9] P. Rosanvallon, Il Politico. Storia
di un concetto, trad. it., Soveria Mannelli,
Rubbettino, 2005, 13. Si tratta della lezione
inaugurale tenuta al Collegè de France nel
2002 in occasione del conferimento della
cattedra di Storia moderna e contemporanea
del politico.
[11] E' lo stesso Rosanvallon a ricordarlo
in un testimonianza resa alla «Revue française
d'histoire des idées politiques», 2 (1995):
cfr. 363.
[12] Cfr. Il Politico, cit., 32.
[13] Degno di nota che L'âge de l'autogestion,
cit., 7, porti in esergo i versi di Paul Eluard "Et
par le pouvoir d'un mot je recommence ma vie".
[14] Cfr. quanto riferisce lo stesso Rosanvallon,
in una sorta di auto-analisi retrospettiva,
in La démocratie inachevée, cit., 385-388.
[15] Cfr. Rosanvallon - Viveret, Pour
une nouvelle culture politique, cit.,
115. Ma si veda anche L'âge de l'autogestion,
cit., 83-89.
[16] Si veda, ad esempio, P. Rosanvallon, Pour
une histoire conceptuelle du politique (note
de travail), «Revue de synthèse »,
1-2 (1986), 105 o quanto afferma nell'intervista
rilasciata a M. Rouyer, Sur quelques chemins
de traverse de la pensée du politique en
France, «Raisons politiques», 1 (2001),
55.
[17] Cfr. C. Castoriadis, L'invention
imaginaire de la société, Paris, Seuil,
1975. Sul forte legame che lo univa a Castoriadis
in quegli anni cfr. quanto lo stesso Rosanvallon
afferma in Sur quelques chemins de traverse,
cit., 51.
[18] Rosanvallon - Viveret, Pour une
nouvelle culture politique, cit., 20.
[19] Rosanvallon, L'âge de l'autogestion,
cit., 94-95.
[20] Rosavallon, Il Politico, cit.,
25.
[21] Mi
riferisco naturalmente a Le moment Guizot,
Paris, Gallimard, 1985.
[22] Cfr. La
démocratie inachevée, cit., 181-221.
[23] Cfr.
ad esempio ivi, 227-229, ma anche La rivoluzione
dell'uguaglianza, cit., 351-366.
[24] Cfr.
ivi, 367-396 ; Le peuple introuvable,
cit., 171-217 e 255-276 ; La démocratie
inachevée, cit., 285-335.
[25] Cfr. ad esempio A. Jainchill - S. Moyn, French
Democracy between Totalitarianism and Solidarity:
Pierre Rosanvallon and Revisionist Historiography, «The
Journal of Modern History», 1 (2004), 107-154
e G. Verdo, Pierre Rosanvallon, archéologue
de la démocratie, «Revue historique»,
3 (2002), 693-720.
[26] L'interpretazione della Rivoluzione
di Tocqueville è ad esempio centrale nel testo
fondativo che ha aperto la stagione revisionista
della scuola: cfr. F. Furet, Critica della
rivoluzione francese, trad. it., Roma-Bari,
Laterza, 1980, 23 ss. Si deve poi a P. Raynaud
la rimessa in circolazione nel mercato editoriale
francese del testo fondamentale di Burke: cfr.
E. Burke, Refléxions sur la Révolution française,
suivi d'un choix de textes de Burke sur la
révolution, Paris, Hachette, 1989.
[27] Rosanvallon, Le
modèle politique français, cit., 117.
[29] Degno
di nota il fatto che il termine "jacobinisme" presente
nel sottotitolo del volume (per ovvie esigenze
evocative) venga sempre tradotto all'interno
del testo con "culture politique de la généralité".
[30] Le
modèle politique français, cit., 433.
[31] La
démocratie inachevée, cit., 401-422.
[32] Castoriadis, L'institution
imaginaire de la société, cit., 301.
|
|
|