DIBATTITI

Kenneth Stow*
«L'urlo e il furore»

Mi ha molto disturbato il fatto che mailing list come quella della SISEM siano state invase dalle reazioni al libro di Ariel Toaff. Studiosi che in realtà non dispongono degli strumenti necessari per giudicare l’impostazione del libro, che non sono in grado di leggere i testi in ebraico che sono centrali per la sua comprensione, che non possono sapere quando quei testi furono scritti – nella maggior parte dei casi, secoli dopo i fatti di Trento – si chiedono come sia possibile che uno storico affermato scriva un libro totalmente sprovvisto di basi scientifiche; di conseguenza, il ritiro del libro deve essere stato causato da pressioni che non rientrano esattamente nella nostra concezione di un libero dibattito accademico.
Comincio col precisare due cose. Primo, che alcuni storici sono sempre stati critici nei confronti del lavoro di Toaff, e soprattutto nei confronti della sua fedeltà alle fonti. Secondo, che chiunque pensasse oggi di prendere le difese di Toaff in nome della libertà di espressione, si sentirà molto a disagio in seguito quando leggerà il libro, e soprattutto le sue note, e verificherà quanto malamente sia costruito.Giudicato dal punto di vista scientifico, questo libro è un fallimento. Se Toaff lo ha ritirato dal commercio, è stato dopo aver realizzato che il suo tentativo di ingannare il lettore gli si era rivolto contro; o forse, è stato lo staff del Mulino che ha capito di aver sbagliato, ma ha permesso a Toaff di salvarsi la faccia annunciando di averlo ritirato lui. Ribadisco: dal punto di vista strettamente scientifico – considerando solo il metodo e lasciando da parte le conclusioni – si tratta di un pessimo libro. Sembra il lavoro di un mediocre studente del primo anno, niente di più e forse qualcosa di meno; personalmente, non sono sicuro che Toaff non fosse consapevole fin da prima della debolezza del suo lavoro e del suo difficoltoso approccio ai “fatti”.

Mi preoccupano gli effetti del libro, non tanto sugli antisemiti o sul mondo arabo radicale, che proprio in questo momento sta mostrando messaggi televisivi che propagandano l’accusa del sangue. Niente può dissuadere questi fanatici. Mi preoccupa invece proprio quello che è accaduto, cioè il fatto che quanti di noi hanno a cuore la libertà della ricerca abbracceranno la causa di questo libro, dapprima col solo risultato di mettersi in una posizione scomoda, ma poi alimentando le forze schierate contro la libertà della ricerca, e non sono poche, e offrendo loro la dimostrazione che i loro sospetti non erano ingiustificati. Questo libro distrugge tutto ciò su cui si regge la professione dello storico, cioè la ricerca obiettiva, o quella che almeno si sforza di essere obiettiva. Il criterio dell’obiettività qui manca; e, lo sottolineo, obiettività vuol dire valutazione delle prove. Agli storici Toaff deve dare una spiegazione. Mi soffermerò su questi rilievi, prima in termini generali, in seguito con una postilla su aspetti del libro particolarmente infelici.

Tanto per cominciare, Pasque di sangue sostiene in modo inequivocabile la tesi che gli ebrei crocifiggevano i bambini cristiani e ne utilizzavano il sangue in modo rituale. Non convincono le smentite fatte a questo proposito dall’autore, come quella apparsa recentemente sul «Chronicle of Higher Education». Ma anche la dimostrazione della tesi è insoddisfacente. Per esempio, le discussioni sulla natura anti-cristiana di feste come Purim e la Pasqua ebraica, e sulla preminenza del sangue nell’immaginario ebraico, in particolare nei rituali della Pasqua, introdotte nei capitoli 10 e 11, proseguono nell’incipit del dodicesimo capitolo:

L’uso del sangue d’infante cristiano nella celebrazione dellaPasqua ebraica era apparentemente oggetto di una normativa minuziosa,per lo meno a quanto risulta dalle deposizioni di tutti gli imputati ai processi di Trento

La mera giustapposizione – l’immaginario astratto trasformato in azione – è al tempo stesso l’unica prova addotta per suggerire che gli ebrei commettevano omicidi rituali, e la sua vaga confutazione, espressa nelle parole «per lo meno». Ma nel prosieguo si ignora la confutazione e si assumono come incontestabili le confessioni rese dagli ebrei processati per il (presunto) omicidio del piccolo Simonino nella Trento del 1475. Ugualmente, il lettore è portato a ritenere vera la storia di un bambino cristiano che si presume fosse stato assassinato dagli ebrei nel 415, nonostante l’unica fonte sia lo storico ecclesiastico Socrate, non più affidabile di quel suo pari che ha scritto che durante la conquista persiana di Gerusalemme, nel 611, gli ebrei avrebbero ucciso 50.000 cristiani. Un articolo basato su prove di questo genere sarebbe stato rifiutato dalla rivista che ho diretto per vent’anni, «Jewish History», perché metodologicamente scorretto.

Stroncare questo libro, al contrario di quanto qualcuno ha detto, non significa attentare alla libertà di ricerca. Significa denunciare un pessimo modo di scrivere la storia. La questione non è se gli storici abbiano o meno il diritto di valutare la verità delle accuse di omicidio rituale, bensì se i loro argomenti debbano o no aderire alle regole condivise del ragionamento storico. In questo caso, le regole sono semplicemente ignorate. Toaff, si spera per ingenuità, accetta alla lettera il dettato dei cronisti cristiani, dei notai delle corti e dei moderni polemisti di parte. In particolare nei capitoli finali, Toaff parte dalle immagini di martirio trovate nelle cronache ebraiche delle crociate, passa per le maledizioni lanciate contro il cristianesimo dagli esausti e più volte massacrati ebrei ashkenaziti, per arrivare alla presunta realtà degli omicidi rituali, che presenta come vendetta. E lo fa basandosi soltanto sul fatto che tali immagini e maledizioni apparivano nelle descrizioni della morte di Simone strappate agli accusati con le torture.
Personalmente ritengo più verosimile che gli accusati stessero spacciando antichi stereotipi per fatti veri per dare soddisfazione ai loro torturatori. Gli ebrei, inoltre, avevano certamente assorbito quanto dicevano i cristiani, ed è possibile che lo abbiano risputato fuori quando sono stati posti alla tortura. Forse sotto tortura la loro mentalità è arrivata a coincidere con quella dei loro persecutori.

Toaff avrebbe potuto perlomeno accennare a questa possibilità, ma non lo fa mai. Perché per farlo avrebbe dovuto rinunciare a una modalità narrativa che, allo stato attuale, è solo un garbuglio di speculazioni proposte come verità ovvie da un autore onnisciente. Questa narrazione totalmente auto-referenziale e acritica è ciò che rende il libro tanto sleale e pericoloso. La storia viene raccontata come se il suo autore fosse il possessore esclusivo della “verità”. Il passaggio dal verificabile all’ipotetico non è mai segnalato. Ed è per tale ragione che il libro fa tanto danno: in sè stesso, per ciò che dice, all’autore e, in egual misura, alla sua casa editrice, il Mulino.

Il libro non considera mai l’altra faccia della medaglia, non si pone mai la questione se le accuse di omicidio rituale e di profanazione dell’ostia non fossero parte intrinseca del discorso dei cristiani, a prescindere da quanto potevano fare gli ebrei. Poco tempo fa, Bernard Joassart, il presidente del Collegio dei Bollandisti, i gesuiti di Anversa che studiano e raccolgono le vite dei santi, mi ha scritto:

Cette affaire du meurtre rituel a traîné longuement dans la conscience catholique - et je ne suis pas sûr que tous ont révisé leur jugement.

Joassart si è mosso sulla scia di predecessori come i bollandisti Hippolyte Delehaye (di cui è anche biografo), François Halkin e François Van Ortory, che circa un secolo fa hanno qualificato l’omidicio rituale e le accuse del sangue come inanità. Scontrandosi con le autorità gesuitiche romane che all’epoca si rivendevano come vere le accuse di omicidio rituale, Van Ortroy denunciò con una recensione molto dura la Storia del Beato Simone (il titolo è eloquente) pubblicata da G. Divina nel 1902, che asseriva la fondatezza dell’accusa dell’omicidio di Simone di Trento nel 1475. Ed è proprio Divina che Toaff, invece, cita a più riprese, al fine di provare che gli omicidi rituali si verificavano davvero, assieme alla Dissertazione apologetica sul martirio del beato Simone da Trento di Benedetto Bonelli (1747), ancor più in realtà delle stesse carte processuali (condannate a suo tempo dal legato, il vescovo domenicano Battista de’ Giudici e approvate, seppur indirettamente, dal papa francescano Sisto IV). Toaff si colloca così decisamente dalla parte degli oppositori ultra-conservatori di Van Ortroy (come dovrebbe aver appreso da un mio recente lavoro, Jewish Dogs: An Image and Its Interpreters [Stanford 2006], che egli cita nelle sue note)..

Ahimè, le accuse di omicidio rituale e di profanazione dell’ostia, sono state parte integrante dell’ecclesiologia fin dai primi secoli. La storia del bambino ebreo di Bourges, che il padre avrebbe gettato in una fornace per non fargli prendere la comunione, circolava già a metà del VI secolo. Il bambino funge da corpo eucaristico, proprio come Werner di Oberwessel, di cui si narra il martirio nel 1287, era identificato con il corpus verum (l’Eucaristia), il corpus mysticum (la Chiesa), e con la persona stessa di Cristo (Acta Sanctorum, 2 Aprile:699-700). Le accuse miravano a dimostrare l’indistruttibilità dell’Eucaristia, anche quando veniva attaccata da quelli che già Giovanni Crisostomo (IV secolo) e alla fine Pio IX (XIX secolo) definivano «cani ebrei», e che si ritenevano votati a profanare il Corpo di Cristo in tutte le sue forme religiose e sociali. Secondo il cronista Guglielmo di Breton (m. 1223), ogni anno gli ebrei immolabant et communicabant, cioè sacrificavano e – letteralmente – facevano la comunione con il cuore (surrogato dell’ Eucaristia) di un bambino cristiano. Tale idea, secondo Breton, era comunemente diffusa alla corte dei Capetingi attorno al 1179, cioè quattro secolo prima di Trento. E non si trattava di cose strappate sotto tortura ad un ebreo. In realtà, le storie di omicidio rituale sono spesso sostanzialmente un repertorio di luoghi comuni, dove variano solo i nomi delle presunte vittime, i luoghi e le date. Inoltre, come spiega Miri Rubin nel suo Gentile Tales: The Narrative Assault on Late Medieval Jews (New Haven 1999), queste storie, da lei definite «utili storie esemplari», servivano a dare legittimità e a legittimare la reazione dei cristiani.

Se, allora, queste accuse potevano nascere in seguito a necessità interne al mondo cristiano – e in assenza di azioni imputabili agli ebrei –, perché dovremmo credere che l’omicidio rituale esisteva davvero? Il racconto di William di Norwich fatto da Thomas di Monmouth, per esempio, è un’invenzione posteriore, basata sul nulla. Tuttavia Toaff tratta i “fatti” di Thomas come reali, e non si preoccupa di precisare che l’accusa di omicidio rituale della Savoia del 1329 fu respinta come una stupidaggine dai giudici cristiani. Toaff vorrebbe farci credere che la particolare accusa di mescolare il sangue all’haroset (la composta di frutta e noci che si mangia durante il Seder pasquale per ricordare la calce con cui gli schiavi ebrei avevano dovuto lavorare in Egitto) era fondata. Inoltre la sua attenzione è deviata dalla suo incomprensibile idea fissa, che tutti i comportamenti “devianti” appartenessero agli ebrei ashkenaziti – gli ebrei delle regioni tedesche -, e ashkenaziti erano gli ebrei nella Trento del 1475. Ad ogni modo, l’abitudine di mangiare haroset sulla lattuga, come è detto nelle accuse della Savoia, è propria degli ebrei sefarditi e italiani. Gli ashkenaziti accompagnano l’haroset con il rafano. Isadore Twersky, che Toaff cita per mostrare che gli ashkenaziti disprezzavano le altre tradizioni, diceva lo stesso dei rabbini spagnoli, mentre gli ebrei italiani mutuavano liberamente dalle diverse tradizioni (Italia Judaica I, Roma, 1983, 390-391). Non è la prima volta che Toaff ha sostenuto interpretazioni poco fondate. Ne Il Vino e la Carne ha trasformato quattro o cinque testimonianze di scontri tra ebrei in prove statistiche dell’esistenza della violenza nel lungo periodo. E gli esempi potrebbero moltiplicarsi.

Lascia perplessi anche il riferimento continuo alla kabbalah pratica (magica), che era più caratteristica del tardo Seicento e del Settecento, periodo a cui risalgono anche la maggior parte delle opere di questo genere citate da Toaff. I suoi riferimenti anteriori alla magia ebraica, che egli dà per affidabili, li trae soprattutto dagli scritti di Hinderbach, vescovo di Trento, il principale antagonista degli ebrei nel 1475. Citando Hinderbach in un tale contesto, il metodo usato da Toaff ci ricorda quello dei Bollandisti del XVII secolo (tutto il contrario di quello dei loro eredi novecenteschi), i quali si sforzavano di convalidare la datazione delle loro fonti, ma tralasciavano di chiedersi se quelle fonti dicessero o meno il vero.
Ma Pasque di sangue può anche essere in malafede. Toaff produce fonti legittime sull’uso del sangue animale a scopi medicinali, che poi combina accortamente con presunte confessioni sul bisogno degli ebrei di sangue umano attraverso una frasetta apparentemente innocente, «sia animale che umano», (103). Ma le cosidette confessioni sono citate da testi molto posteriori al momento in cui si presume fossero rese, quelli compilati dai soliti Bonelli e Divina, oltre che dal francescano del XV secolo Alfonso de Espina, il cui Fortalitium fidei contro gli ebrei fa drizzare i capelli.

In conclusione, Pasque di Sangue fa l’impressione di un prodotto di deliberata immaginazione più che di un ragionato lavoro storiografico. Correggere il libro, come Toaff ipotizza, significherebbe declinare il tutto come un’ipotesi e sganciarlo dal puntello offerto dalle fonti tendenziose (specialmente secondarie), lasciandolo in sostanza senza più nulla da dire. Un peccato, perché i materiali di Toaff avrebbero potuto portare a un lavoro di prim’ordine sulle credenze e sulla loro ricezione, per il quale sarebbe stato un buon punto di partenza il capitolo 10, dove si discute delle attitudini di cristiani ed ebrei verso il sangue. Com’è ora, Pasque di Sangue è pieno di «urla e furore». Nulla di più.

Appendice: Problemi particolari

1. Lascia perplessi l’affermazione iniziale che gli ebrei ashkenaziti fossero particolarmente preoccupati dalle conversioni forzate, tanto da essere i «primi» a introdurre apposite clausole su questa questione nei loro privilegi, le carte di tuitio come quelle di Rudiger o di Ludovico il Pio. Clausole di quel tipo si possono trovare in quasi tutti gli statuti medievali, per non parlare della bolla papale del XII secolo nota come Sicut iudaeis non.

2. Toaff non si chiede mai se gli ebrei possano aver assorbito idee dei cristiani, per poi rigettarle fuori sotto tortura, sapendo precisamente che cosa volevano sentirsi dire i giudici.

3. Nel capitolo 3, Toaff dice semplicemente che gli ebrei si riunirono per decidere l’uccisione di fanciulli cristiani e l’utilizzo del loro sangue (45), ma si tratta di un’informazione fornita dalle carte del processo di Trento che, evidentemente, dobbiamo prendere per buona. A p. 49, citando da un resoconto da Creta del 1755 in cui è scritto che gli ebrei per la Pasqua arrostivano un agnello messo a testa in su, Toaff deduce che si trattava di una imitazione della crocifissione. Una simile conclusione ha l’aria di essere la percezione che di quei riti strani avevano i cristiani. Così Rigord, che all’inizio del XIII secolo scriveva che gli ebrei davano ai loro figli dei dolci bagnati nel vino versandolo da calici eucaristici che avevano in pegno. Questa era senza dubbio una fantasia di Rigord – che dalla sua descrizione ci appare come un rito di contro-comunione – su ciò che gli ebrei facevano nella cerimonia che introduceva i fanciulli allo studio della Torah. Degli ashkenaziti, Toaff dice (58-59) che erano isolati, rinchiusi in se stessi, incapaci di superare i traumi e le «proprie contraddizioni ideologiche» (chissà che significa); che il loro era un mondo fatto di mito, negromanzia, magia, etc. Ma la conferma di questa sua conclusione Toaff la trae proprio dal vescovo Hinberbach, nelle sue affermazioni sulla magia ebraica (59-60), presentate insieme ad un passo del 1594 in cui Filippo Neri (!) spiega che Hinderbach parlava della chabalà degli ebrei. Toaff dice che si trattava di kabbalah pratica, il che per lui equivale alla magia (anzi, alla magia nera). E qui riferisce addirittura l’accusa di magia contenuta nella bolla di espulsione emanata da Pio V nel 1569.

4. A p. 64 Toaff tratta della memoria collettiva degli ashkenaziti, ma cita l’autore cinquecentesco Yosef HaKohen – che però era sefardita.

5. A p. 71 Toaff si appoggia di nuovo su Bonelli (1747), senza mai domandarsi se la valanga di accuse del sangue circolate nel Sud Tirolo e nel Veneto settentrionale alla fine del XV secolo rappresentassero davvero un’epidemia di voci che passava di città in città, o se non fossero invece utili a livello locale, dal momento che in passato voci e accuse avevano fornito il pretesto per costruire o sostenere dei santuari.

6. Nella nota 7 del capitolo 5, Toaff introduce altre fonti dubbie: «Sugli omicidi rituali e i processi di Endingen del 1470 esiste un’ampia bibliografia. Rimandiamo in particolare a H. Schreiber, Urkundenbuch der Stadt Freiburg im Breisgau, Freiburg, 1829, vol. II, pp. 520-525; K. von Amira (a cura di), Das Endinger Judenspiel, Halle, 1883».

7. Trattando ancora della cosiddetta kabbalah pratica (magica) a p. 102 e ss., Toaff cita Eliahu di Loanz, Baal Shem di Worms, che però morì nel 1636. Dopo il 1475 si erano verificati in questo campo notevoli sviluppi, per non citare il ben più tardo Moshe Haim Luzzatto o quanto riferito da neofiti come il pericoloso Paolo Medici, vissuto alla fine del Seicento. Possiamo confrontare [queste fonti] con il saggio di Moshe Rosman (disponibile on line: http://www.biu.ac.il/JS/JSIJ/1-2002/Rosman.pdf), che descrive la diffusione della kabbalah pratica nel Settecento, soprattutto nell’Europa dell’Est – e la cultura degli ebrei polacchi, come ora sappiamo, era molto diversa da quella degli ebrei tedeschi, degli ashkenaziti. Dobbiamo bensì ammettere che alcuni dei testi citati sono stati scritti nel XVI secolo, ma l’autore li mescola alla rinfusa con altri più tardi per dare l’impressione – soprattutto ai non specialisti – di un corpo testuale ininterrotto.

8. Alle pp. 100-109, Toaff argomenta che i rabbini consentivano l’uso di sangue a scopo medico. Si trattava comunque di sangue animale. I riferimenti al sangue umano vengono soltanto da Bonelli, da Divina e dalle carte del processo di Trento. Di nuovo, dobbiamo pensare che sotto tortura gli accusati riferissero di usanze popolari non per come esse si svolgevano realmente, bensì per come i loro accusatori volevano sentirne parlare. Per passare a sostenere che veniva fatto uso di sangue umano si basa su quella che lui, ignoriamo su che basi, descrive come la pratica comune di succhiare sangue dal pene, e di mescolarlo con del vino, durante il rito della circoncisione: una strana cerimonia, di cui tutti coloro a cui ho chiesto delucidazioni, compresi importanti specialisti del rituale e della legge ebraica, non sanno assolutamente nulla, e che ad ogni modo non rinvia affatto all’uso del sangue di bambini cristiani. Eppure, ciò che rende possibile il collegamento è la sopraccitata espressione «sia animale che umano» (103), una frase che è tutta farina del suo sacco e che è anche la sua prova più forte del fatto che gli ebrei si servivano nei loro rituali di sangue – e più precisamente di sangue cristiano. È superfluo dire che si tratta di una prova tratta dalla pura e semplice allusione, e di ciò Toaff appare consapevole. Il testo completo contiene, come potete vedere, una implicita smentita: l’espressione «a prima vista». Ma nel seguito della narrazione, ogni dubbio sul fatto che il sangue fosse usato realmente viene liquidato:

In tutti i casi esaminati in precedenza, e in gran parte presenti nelle raccolte di segullot, rimedi e medicamenti segreti, redatti e diffusi dai maestri della Cabbalah pratica, abbiamo a che fare con un uso per così dire esterno del sangue, sia umano sia animale, essiccato o diluito, con funzioni terapeutiche ed esorcistiche. Ma l’accusa rivolta agli ebrei di cibarsi di sangue, servendosene a scopi rituali o curativi, in trasfusioni per via orale, appare a prima vista destituita di qualsiasi fondamento, essendo in palese contrasto con le norme della Bibbia e della ritualistica successiva, che non ammettono deroga alcuna al divieto.

La vera manipolazione avviene nella prima frase sopracitata in corsivo: poiché, come abbiamo detto, le fonti ebraiche non parlano mai di sangue umano.

9. Nel capitolo 7 Toaff riprende accuse più antiche, suggerendo che i fatti raccontati dai cristiani fossero veri; per cui, quando a p. 120 cita le confessioni utilizzate nel capitolo precedente, siamo tenuti a prenderle per vere. Siamo inoltre spinti a pensare che ci fosse qualcosa di vero in tutte le accuse precedenti, a partire da quelle del XII secolo, un effetto ottenuto semplicemente riprendendo tali accuse senza dire nulla sulla loro veridicità (Toaff non menziona neppure i testi agiografici così rivelatori contenuti negli Acta Sanctorum dei Bollandisti). Ancora una volta, la semplice allusione si trasforma in affermazione.

10. L’affermazione che troviamo a p. 128 (capitolo 8): «Che l’Europa cristiana del Medioevo temesse gli ebrei è un fatto assodato», è troppo forte. Gli ebrei suscitavano certo delle paure, ma un’affermazione così secca è sorprendente sulla bocca di uno storico che ha sempre sostenuto un riavvicinamento tra ebrei e cristiani, almeno in Italia, riavvicinamento che avrebbe dovuto riguardare anche gli ashkenaziti italiani. Anche l’affermazione che gli ebrei controllavano il commercio degli schiavi nei primi secoli del Medioevo è troppo netta. Le argomentazioni di Verlinden a tal proposito sono state messe ripetutamente in discussione. Gli ebrei possono aver partecipato al commercio di schiavi, ma certamente non lo dominavano. Agobardo, che su questo punto è la testimonianza principale, era isterico su ogni contatto con gli ebrei e non rappresenta certo una fonte affidabile. Quanto ai biscotti con l’immagine di Haman, forse esistevano, ma questo non giustifica il fatto che Toaff scriva «Haman-Cristo». Il fatto che gli ebrei chiamassero tanto Haman che Cristo “l’impiccato” (talui), e che il loro farsi beffa dell’impiccagione di Haman sia stato per lungo tempo sospettato di essere un modo per farsi beffa dell’uccisione di Cristo, non significa che gli ebrei ponessero deliberatamente l’effige di Cristo sui dolci del Purim. Inoltre, Toaff mutua la descrizione di quei dolci da un manuale del XIX secolo. Ed è singolare anche il fatto che citi Marquardus de Susannis, un autore del Cinquecento. De Susannis era un giurista coscienzioso, ma riteneva vere tutte le accuse e come tali le riferiva. Ma dubito fortemente che tutto ciò abbia un gran significato – come siamo deliberatamente spinti a credere nel libro di Toaff – oltre a quello che anche il più colto dei cristiani può credere il peggio.

11. Capitolo 9. Trattando delle cronache delle crociate, Toaff mette il carro avanti ai buoi. Le cronache sono posteriori di vari decenni ai fatti. Non conosciamo l’entità reale delle conversioni forzate rispetto a quella del martirio. Ma il problema principale è che Toaff usa queste cronache per appoggiare, e poi per sviluppare, la discutibilissima tesi di Yuval secondo la quale nel 1096 gli ebrei sparsero il loro stesso sangue al fine di invocare l’intervento divino e la venuta del messia (Two Nations in Your Womb [California, 2006]). Toaff se ne serve in questo punto per sostenere che gli ebrei decisero di prendere la vendetta nelle loro mani. Ma per quale motivo gli ebrei avrebbero dovuto farsi carico della vendetta divina? Qui servirebbe un’argomentazione fondata sui testi, non un’ipotesi fantasiosa. Stranamente, l’autore si appoggia per questo sui testi dello Zohar, prendendolo e citandolo però alla lettera. Ma non c’è nessun passaggio dello Zohar — per di più, un testo d’origine puramente ebraico-spagnola — che possa essere compreso senza far riferimento ad una marea di significati simbolici. Allo stesso modo, la violenza verbale di Purim non dovrebbe ipso facto essere interpretata come un’azione reale; chi lo ha fatto, parlando del Medioevo o della prima età moderna, non si è mai basato su prove solide, e questo vale anche per Horowitz che ha la pessima abitudine di prendere alla lettera i testi agiografici cristiani nel suo Reckless Rites (Princeton, 2006).

12. Il capitolo 10 è interessante perché mostra situazioni in cui cristiani ed ebrei avevano in comune lo stesso immaginario sul sangue. Se il libro si fosse concentrato su questo tema avrebbe potuto essere un eccellente lavoro. Invece Toaff si adopera per convertire senza alcuna prova quell’ immaginario in fatti .

13. Capitolo 11. È naturale che gli ebrei avessero un’immagine negativa della cristianità. Il Nizzahon Yashan (ed. e trad. inglese di D. Berger, 1979), a mio avviso, suggerisce che l’Eucarestia fosse un sacrificio cannibalistico al biblico Moloch, e l’ostia è descritta nel Sefer Yosef Meqane come sterco (ed. Rosenthal, 1970) . E sicuramente Purim portava con sé espressioni forti. Sarebbe ingenuo aspettarsi altro: pensiamo alla maledizione che Cristo ribollisse in un inferno di merda, lanciata da chi stava per suicidarsi piuttosto che convertirsi per forza. Tuttavia, passare da questi toni negativi all’affermazione: «Il Seder si trasformava così in una clamorosa manifestazione anticristiana», è una distorsione clamorosa. Il Seder (o Cena) della Pasqua ebraica è molto, molto altro; le espressioni negative sul cristianesimo, sempre per insinuazione, erano secondarie. Lo slittamento da quelle espressioni negative alla vendetta perpetrata nella realtà Toaff lo realizza con la manipolazione, mescolando le parole del neofita Morosini e le fonti del processo di Trento: cosa che ci sembra giustificata quanto lo sarebbe prendere alla lettera ogni espressione del tipo “ti ammazzo” e considerarla un potenziale omicidio.

14. Il capitolo 12 comincia con la nuda asserzione che gli ebrei mettevano del sangue nel pane azzimo utilizzato per il Seder, dichiarazione che si fonda esclusivamente sulle interpretazioni simboliche iniziate nel capitolo precedente e qui portate avanti oltre che, ancora una volta, sull’autorità di Divina e Bonelli. Toaff introduce il termine shiksa, porta a sostegno una gran quantità di testi, ma poi ammette che il termine non è contenuto nelle carte del processo di Trento. E discute a forza di suggestioni il significato del termine goi, vocabolo utilizzato concordemente per designare i cristiani, utilizzato persino dai notai ebrei di Roma quando stilavano dei contratti. Non necessariamente un giudizio di valore, i notai utilizzavano il termine goi persino quando un ebreo sceglieva un cristiano come proprio arbitro: una posizione di fiducia, non certo una data a qualcuno che si era in procinto di scannare per succhiarne il sangue. Anche le Toledot Yeshu sono caricate di troppo significato. È un testo antico, le cui tesi, assai poco lusinghiere, circolavano probabilmente più di un millennio prima di Trento. E non è scontata nemmeno l’origine ashkenazita del testo, come potrebbe pensare un lettore inesperto; Pines gli attribuiva addirittura un’origine monofisita. Queste osservazioni ci riportano all’ossessione di Toaff sul comportamento degli ashkenaziti, che è ingiustificata o che perlomeno non trova giustificazione nelle fonti prodotte. Per non parlare del tentativo di dimostrare che gli ashkenaziti non si sono mai mescolati con gli altri ebrei: almeno a Roma, nel primo Cinquecento, gli ashkenaziti si sposarono sempre più con gli ebrei di altre etnie. Roma è un caso particolare, ma i documenti che la riguardano, almeno, sono accurati e scrupolosi.

15. I capitoli 13-14 attingono alle immagini più negative possibili della cristianità, per gonfiarle man mano che la narrazione continua e procede fino a descrivere il processo, al fine di suggerire – semplicemente per il tramite della narrazione, senza introdurre alcuna prova e neppure un nesso ipotetico - uno slittamento dal leit-motif al delitto. In una pagina c’è il leit-motif, nella successiva c’è la descrizione del delitto; per ciò stesso, l’idea dominante genera il delitto. Non ci sono dimostrazioni, non si sollevano dubbi, non ci si chiede l’origine delle confessioni, che – come ho già detto – si possono spiegare col fatto che gli ebrei sottoposti a supplizio attingevano a tutto ciò sapevano o avevano sentito, anche da cristiani, pur di far cessare la tortura. Ci sarebbero decine di precedenti per comportamenti di questo tipo, e sono stati anche oggetto di studi rigorosi.

16. Il capitolo 15 sembra essere soprattutto una trascrizione del Bonelli, almeno a giudicare dalle citazioni in nota, rimpolpata con materiali presi da Divina. Non si tratta nemmeno, quindi, di una rilettura o di una reinterpretazione delle carte processuali, quanto piuttosto di un’acritica riproposizione di ciò che in fin dei conti è letteratura secondaria, anche se in latino. In altri termini, un procedimento coerente con il metodo adottato per l’intero volume, vale a dire, completa assenza di un metodo che non sia la giustapposizione di fonti e una assertività narrativa totalmente auto-referenziale.

 


 

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* Kenneth Stow è Emeritus Professor all’Università di Haifa, Israele. È uno tra i massimi esperti di storia degli ebrei e di storia dell’Inquisizione in età moderna. È autore, tra l’altro, di Catholic Thought and Papal Jewry Policy (1555-1593) (New York 1977); Alienated Minority: the Jews of Latin medieval Europe (Cambridge MA, 1992); Theater of Acculturation: the Roman Ghetto in the 16th century (Seattle 2001); Jewish Dogs: An Image and its Interpreters (Stanford CA., 2006).

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