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Flavia Cumoli
Bernard
Bailyn, Atlantic History. Concept
and Contours, Cambridge (MA),
Harvard University Press, 2005, pp.
149
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Nonostante la mancanza di una chiara definizione,
la storia dello spazio atlantico va sempre
più consolidandosi come autonomo
spazio storiografico. Questo articolato
campo di indagine ha avuto in Bernard Bailyn
uno dei suoi principali cultori che ora
si sofferma, in questa agile introduzione,
ad esplorarne la genesi storiografica e
a presentarne i principali temi. Il volume
è composto da due concise sezioni,
che convergono nello sforzo di ripercorrere
l’emergere della consapevolezza storica
dello spazio atlantico e comprendere la
natura dello stesso soggetto storiografico.
Il primo saggio, sull’idea della
storia atlantica quale concetto storico,
consiste in una ricca rassegna bibliografica
da cui emerge l’immagine di un concetto
storico fortemente radicato nel clima politico-culturale
della seconda metà del ’900
e che, pur senza cadere in una retro-proiezione
del presente, è illustrativo delle
forze che plasmano e influenzano il corso
degli studi storici. Non potendo definire
l’Atlantico come un concetto metastorico
od uno spazio geografico epistemologico
al pari del Mediterraneo braudeliano, né
tanto meno una semplice espansione delle
varie tradizioni di storia imperiale, l’a.
ne identifica gli impulsi iniziali nel discorso
pubblico del secondo dopoguerra, in particolare
nella ripresa e diffusione degli scritti
di W. Lippman del 1917 che, abbandonando
l’universalismo wilsoniano, si concentrano
sulla comunità atlantica quale sistema
accomunato dalla stessa tradizione culturale
e dunque sull’oceano come mare interno
alla «civiltà occidentale».
È in questo contesto che gli storici
iniziarono a considerare l’Atlantico
non come barriera tra Europa e America,
ma piuttosto come legame entro cui si gioca
l’affiliazione tra i due continenti.
Sullo sfondo di un’utile esplorazione
delle varie storiografie continentali, è
apprezzabile lo sforzo dell’a. di
superare l’ambito della riflessione
anglofona, che mette in luce i tratti comuni
alla comunità internazionale di studiosi
e le più diffuse speculazioni metodologiche.
Il rapido sviluppo delle metodologie quantitative
ha in primis contribuito a consolidare l’interesse
verso la storia atlantica. A partire dagli
studi demografici e migratori sulle popolazioni
delle Americhe che hanno abbondato negli
anni ’60 e ’70, gli storici
sociali hanno iniziato ad esplorare le condizioni
tra i vari gruppi, le reti di connessione
e l’incontro tra nativi e migranti.
Da questo passaggio dalla storia delle istituzioni
a quella della popolazione e dei commerci,
è derivato lo sviluppo di approcci
che considerano le esperienze su entrambe
le sponde dell’Atlantico con una prospettiva
unificata e che delineano un sistema a rete
policentrico di imperialismo economico.
È questo un passaggio riassumibile
nella citazione del geografo D.W. Meinig
secondo cui «una nuova geografia umana
è emersa dall’incontro dei
due mondi» (p. 55). Questo solleva
una domanda importante sulla dimensione
spaziale: se l’Atlantico di Bailyn
è composto principalmente da Europa
e Americhe, cui fa costante riferimento
come «emisfero occidentale»,
le implicazioni di questa scelta sono significative.
Infatti il secondo saggio, pur fornendo
un valido modello di storia comparativa
delle Americhe e di storia integrata di
Europa e America, manca di integrare l’Africa,
se non come bacino di raccolta di manodopera,
nonostante parta dall’assunto che
in età moderna l’Europa, le
Americhe e l’Africa occidentale fossero
talmente interrelate sul piano economico,
sociale, culturale e politico da poter essere
trattate come un insieme.
In questa seconda parte, la narrazione
analitica dei contorni della storia atlantica
tra il 1500 ed il 1800, Bailyn individua
tre distinte fasi storiche – fluide
e flessibili nel tempo e nello spazio –
che dalla brutalità iniziale della
conquista portano allo sviluppo di strette
reti di interazione. La sfida per questo
tipo di storia è, l’a. ci suggerisce,
ridurre a sintesi la vasta diversità
delle esperienze atlantiche ed identificare
un modello generico nel cui contesto possano
essere esaminati i contesti specifici. La
storia del nuovo mondo non è dunque
meramente la combinazione delle varie storie
nazionali o imperiali, ma piuttosto «una
nuova ed unica analisi che è tale
solo se è qualcosa di più
che la somma delle sue parti» (p.
60). Merito di questo approccio è
che esso non si risolve in un allargamento
della prospettiva, ma piuttosto suggerisce
che tanto le varie esperienze nazionali
quanto i singoli aspetti tematici possono
essere compresi appieno solo se considerati
nel più ampio contesto atlantico,
un processo che supera le sue parti costituenti,
ma che allo stesso tempo rigetta l’idea
della regione come una unità storica
statica e ne enfatizza invece la mobilità.
Per Bailyn, l’Europa e l’emisfero
occidentale hanno dapprima formato una entità
regionale distinta per poi prendere diversi
percorsi e, nel corso del XIX secolo, divenire
parti di un più ampio sistema globale.
Se un limite può essere individuato
nell’analisi svolta nel volume, esso
sta appunto nell’assenza di riflessione
su ciò che separa questa specifica
dimensione geostorica dal resto del mondo.
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