| Federico Barbierato
David
McKitterick, Testo stampato e
testo manoscritto. Un rapporto difficile,
1450-1830, Milano, Sylvestre
Bonnard, 2005, pp. 320
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Il volume indaga un rapporto,
quello fra testo manoscritto e testo a stampa,
sottoposto negli ultimi anni ad un ripensamento
profondo. Alla tesi della frattura improvvisa
e irreversibile fra il mondo della scrittura
a mano e quello della stampa, si è
andata sostituendo una maggiore attenzione
nel cogliere le diverse modulazioni di un
fenomeno complesso: se la stampa segnò
precise discontinuità rispetto al
passato, le continuità costituiscono
nondimeno un elemento importante e fondamentale
per capire il mondo del libro nell’età
moderna. A lungo, infatti, il testo manoscritto
si affiancò a quello a stampa in
un rapporto che variò dall’integrazione
alla contrapposizione.
McKitterick amplia il campo di indagine
nel tentativo di rispondere alla complessa
e ambiziosa questione di «cosa intendessero
per “stampa” le passate generazioni».
Dietro la fitta trama dei rapporti fra testo
stampato e testo manoscritto compare tutto
il mondo della produzione e della ricezione
del libro offrendo, in controluce, una storia
della stampa in senso largo. L’intento
centrale è di sfumare la definizione
di “rivoluzione”, non tanto
nella classica proposta di Elizabeth Eisenstein
ma più che altro per come viene «recitata
a memoria da certi storici». In luogo
di un processo circoscritto e unidirezionale,
che sortì effetti immediati, l’autore
vede una rivoluzione «in parte tecnologica,
in parte bibliografica e sociale»
che si prolungò nel tempo e fu segnata
da un processo irregolare, da «effetti
variabili, perfino bizzarri».
Solo lentamente infatti, fra Cinque e Seicento,
andò affermandosi la concezione secondo
cui un testo stampato non solo garantiva
una più ampia distribuzione, ma stabiliva
anche un principio di autorità rispetto
al manoscritto. In precedenza le stesse
interpolazioni a penna che correggevano
l’inadeguatezza tecnica del processo
di impressione indicavano una commistione
profonda: ad esempio il noto uso di ricorrere
ad integrazioni a mano per testi che contemplavano
la presenza di lettere greche o ebraiche,
per le quali lo stampatore poteva trovarsi
sprovvisto di caratteri. O ancora i testi
musicali, o l’ovvia questione delle
immagini. Agli inizi dell’età
della stampa e in misura certo progressivamente
minore, gli intrecci fra la scrittura a
mano e il prodotto dei torchi furono complessi
e variabili: «intestazioni, numeri
di carte o di pagine, richiami, segnature,
iniziali grandi (più o meno decorate),
rubricazione e altri segni di evidenziazione
nel corpo del testo, righe d’apertura,
titoli di capitoli, decorazioni nei margini:
alcuni o tutti questi elementi venivano
interpolati dopo che era stata completata
l’impressione del testo fondamentale».
In tal modo «penna e carattere tipografico
furono messi congiuntamente in opera insieme
allo scopo di ottenere copie perfettamente
funzionanti».
Le problematiche così finiscono con
l’accumularsi e rimandare le une alle
altre: per fare un solo esempio, le procedure
censorie che prevedevano l’espurgazione
dei libri mediante l’intervento degli
stessi lettori, i quali sotto la guida di
appositi strumenti bibliografici avrebbero
dovuto porre mano ai testi in loro possesso
per cassare o riscrivere frasi proibite,
pongono questioni di rilievo non solo circa
il rapporto fra testo stampato e testo manoscritto,
ma circa la stessa stabilità di un
testo nel momento in cui questo usciva dall’impressione.
In fondo il procedimento non era concettualmente
diverso dalle operazioni di errata corrige
sollecitate dagli stessi stampatori. Ecco
quindi profilarsi un nodo fondamentale dell’analisi
di McKitterick, vale a dire l’idea
di un rapporto che legava in un continuum
autore, produttori materiali del testo e
lettore: era il mondo tipografico a chiedere
al lettore di diventare protagonista non
solo nell’attribuzione dei significati
al testo, ma anche nella variazione fisica
del libro stesso. E nella percezione del
prodotto finito appare evidente come il
lettore non vedesse due mondi separati:
nei cataloghi, negli scaffali, negli inventari,
manoscritti e libri a stampa rimasero a
lungo mescolati insieme, iniziando a separarsi
solo fra Cinque e Seicento. Gli stessi stampatori
adattavano le due tradizioni e «la
loro natura complementare». Di qui
l’impossibilità pratica e tecnica
di ottenere un testo stabile: fra Quattro
e Seicento quello che caratterizzò
la produzione a stampa fu la variazione
piuttosto che la standardizzazione. Tutti
gli addetti ai lavori erano coscienti che
il testo uscito dai torchi fosse necessariamente
difforme da copia a copia.
In seguito, il superamento dei limiti tecnici
– frutto di discussioni e sensibilità
emerse nel corso del Settecento e affermatisi
nel secolo successivo – portò
ad una completa affermazione del libro stampato:
la stereotipia, la meccanizzazione, l’aumentata
velocità del processo di stampa,
l’introduzione della litografia e
di nuovi tipi di carta segnarono una frattura
con l’antico regime tipografico. La
produzione industriale standardizzata rese
il libro più «stabile».
L’ampiezza e la portata delle tematiche
affrontate rendono il volume una sintesi
originale degli studi compiuti finora, capace
di indicare percorsi d’indagine inediti
o non ancora completamente sviluppati, finendo
con l’interessare direttamente il
mondo contemporaneo e le forme di trasmissione
dei testi nell’età dell’informatica.
Caratterizzato da un dialogo costante con
le discipline storiche volte a ricostruire
i processi sociali e culturali, costituisce
un punto di riferimento aggiornato e completo
per chiunque si avvicini alla storia del
libro, dell’editoria o della comunicazione
scritta in genere.
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