| Elena Cortesi
Giovanni
De Luna, Il corpo del nemico ucciso.
Violenza e morte nella guerra contemporanea,
Torino, Einaudi, 2006, pp. XXVIII-302
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Questo lavoro di De Luna si inserisce appieno
nella nuova fase della ricerca storica italiana
sulle guerre del Novecento che, già
nel corso degli anni ’80, ma in modo
più maturo e produttivo lungo gli
anni ’90, ha spostato sullo sfondo
gli aspetti e le conseguenze economici e
sociali di quei conflitti per mettere in
primo piano “oggetti” di studio
(connessi alle guerre del XX secolo ma anche
alla guerra in generale) che appartengono
agli ambiti della violenza, della sofferenza,
del trauma fisico e psicologico.
Che la guerra sia, in sé, violenza
e generi sofferenza, e che in essa si muoia
e si uccida, appare sicuramente ovvio e
forse proprio per questo tali aspetti non
hanno attirato l’attenzione degli
storici fino a tempi così recenti.
Tempi in cui la fisicità e brutalità
di quella violenza e di quella morte sono
divenute visibili all’interno delle
nostre case, attraverso il televisore, quasi
quotidianamente e praticamente in diretta.
La nuova sensibilità storiografica
verso questi temi (che dalla metà
degli anni ’90, oltre a dare i maggiori
frutti in Italia, ha motivato e alimentato
ricerche e dibattiti sul piano internazionale,
coinvolgendo anche altre discipline) è
passata (ritengo inevitabilmente) attraverso
una fase di concettualizzazione della guerra
come evento autonomo, meritevole di un’analisi
propria, e di astrazione di tale evento
dalla politica, dall’economia, dalle
strutture e culture sociali e anche dal
tempo e dallo spazio, per poi tornare, come
dimostra questo libro, a collegare strettamente
la guerra a tali ambiti dopo avere prodotto
nuove categorie e nuovi strumenti utili
a osservare più in profondità
non solo “la guerra”, ma anche
“le guerre”.
Nel lavoro qui considerato, infatti, De
Luna propone nuove rilevanze e nuove conoscenze
all’analisi storica delle guerre del
Novecento (fino a quelle recentissime in
Afghanistan, Cecenia, ex Jugoslavia, ecc.)
partendo dal “risultato” più
immediato e materiale della violenza bellica:
il corpo del morto in guerra. Corpo del
nemico soprattutto, ma anche dell’amico,
del soldato, ma anche del civile. Un corpo
“visto” e studiato utilizzando
prevalentemente fotografie e altre immagini
(oltre a schede anamnestiche di medici legali
e informazioni raccolte presso antropologi,
medici, giornalisti e testimoni) e che diviene
a sua volta fonte, «straordinario
documento per conoscere l’identità
del carnefice».
È un corpo sempre rispettato e spesso
onorato, se amico, a volte rispettato ma
quasi sempre profanato, se nemico. Le modalità
del rispetto e/o della profanazione sono
strettamente legate ai particolari contesti
(temporali, geografici, ideologici, giuridici,
culturali, strategici e tecnologici) nei
quali si sono svolti i conflitti presi in
considerazione, ma, contemporaneamente (rispondendo
una tensione scientifica che ha bisogno
di confrontare il “particolare”
con categorie più ampie), possono
essere ricondotte ad alcune tipologie di
guerra (simmetrica, asimmetrica, civile,
ai civili) definite dall’a. analizzando
non fattori come le forze militari e/o economiche
messe in campo o l’evoluzione tecnologica,
ma il “trattamento riservato”
ai corpi dei nemici uccisi. Gli elementi
nuovi e gli spunti di riflessione che emergono
analizzando i conflitti del Novecento da
questo innovativo punto di vista sono numerosi
e interessanti. La seconda guerra mondiale,
per esempio, acquisisce un ulteriore motivo
di “totalità” (De Luna
la definisce «compiutamente totale»).
In essa, infatti, tutti i tipi di guerra
messi a fuoco dall’a. risultano essersi
assommati e aggrovigliati producendo una
violenza estrema all’interno della
quale il corpo del nemico ucciso (che poteva
essere il corpo del soldato avversario,
ma anche quello del civile colpito dalle
bombe o fucilato, o quello dell’ex
compagno di scuola, e che comunque, quasi
sempre, aveva le caratteristiche di “nemico
totale”) ha avuto un ruolo centrale
nell’attivare e alimentare il terrore
degli avversari (militari e civili) e nell’accorpare
i carnefici esaltando la loro potenza di
gruppo e/o incanalando il loro desiderio
di vendetta.
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