| Matteo Pasetti
Giulia
Albanese, La marcia su Roma,
Roma-Bari, Laterza, 2006, pp. X-294
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Il tema della marcia fascista
su Roma potrebbe sembrare un oggetto di
ricerca storica ormai abbondantemente disaminato.
Di tutt’altro avviso si dichiara invece
la giovane autrice di questo libro, che
ha alle spalle già alcuni studi sul
rapporto tra violenza politica e crisi dello
Stato liberale nell’Italia del primo
dopoguerra. Il lavoro di Giulia Albanese
muove infatti da un paio di considerazioni
preliminari: che nell’ampia mole di
scritti sulla marcia la cronaca e la memoria
prevalgono sull’indagine storica;
e che nello stesso campo storiografico,
nonostante la persistente attenzione per
le origini del fascismo, solo di rado si
è davvero studiato la marcia come
un avvenimento di forte impatto politico
da analizzare in quanto tale.
Questa lacuna deriverebbe fra l’altro
da un’interpretazione piuttosto assodata,
che tende a minimizzare l’importanza
dell’evento e semmai a valutarlo come
un «bluff». Per cui la storia
della marcia su Roma è stata subordinata
a quella dell’evolversi delle trattative
politiche che indussero all’affidamento
del governo a Mussolini. Ciò ha portato
a trascurare proprio quegli aspetti che
invece riacquistano centralità in
questa nuova ricostruzione: la circolazione
di precedenti disegni eversivi di stampo
autoritario; l’entità e il
ruolo delle violenze squadriste; l’occupazione
degli uffici pubblici di piccole e grandi
città lungo tutta la penisola; la
ricezione degli avvenimenti nel dibattito
parlamentare e da parte dell’opinione
pubblica.
Il libro, suddiviso in sei capitoli, di
fatto procede ordinando la storia della
marcia su Roma in tre fasi. La prima fornisce
le premesse e si apre fin dall’immediato
dopoguerra, quando negli ambienti nazionalisti
e militari (non solo italiani) si iniziò
a ipotizzare progetti di colpo di Stato
per rovesciare il sistema parlamentare e
impedire il processo di democratizzazione.
Sull’esistenza di una cultura autoritaria,
in parte condivisa non solo dalla classe
dirigente ma anche dall’opinione pubblica
moderata, trovò allora modo di radicarsi,
di crescere e di essere sostanzialmente
accettata la strategia fascista, imperniata
sull’uso della violenza.
La seconda fase è circoscritta ai
giorni della marcia, alla mobilitazione
fascista avviata il 27 ottobre 1922 e terminata
il 7 novembre, cioè ben oltre l’investitura
di Mussolini, in un crescendo del tasso
di violenza. Attraverso una meticolosa ricostruzione
delle vicende, vengono seguite non solo
l’entrata degli squadristi a Roma,
ma anche l’invasione di tutte le città
italiane e la trasformazione degli equilibri
di potere locali. La terza fase riguarda
invece il primo anno del governo Mussolini,
quando la costruzione di un discorso «rivoluzionario»
sulla marcia rappresentò un ambiguo
strumento di legittimazione del potere fascista.
In disaccordo con buona parte degli storici,
che nell’interpretare l’avvento
del fascismo al potere hanno insistito sulle
continuità istituzionali piuttosto
che sulle fratture, l’autrice riprende
dichiaratamente la tesi di Adrian Lyttelton
(La conquista del potere. Il fascismo
dal 1919 al 1929, Roma-Bari 1982),
per il quale l’originalità
delle tecniche di conquista messe in atto
con la marcia su Roma determinò il
vero inizio della dittatura fascista.
Nel tentativo di mostrare «fino a
che punto un sistema istituzionale può
essere trasformato senza che ciò
sia chiaramente compreso da chi assiste
alle trasformazioni» (p. X), si sostiene
dunque che il governo fascista sancì
la fine dello Stato liberale già
nel corso del primo anno di attività,
e nonostante il carattere di governo di
coalizione. In questo senso, il primo anniversario
della marcia costituì un momento
particolarmente significativo, poiché
«inaugura la ritualizzazione di una
nuova epoca e istituzionalizza una rottura
di notevole portata», definendo «la
formazione di un nuovo quadro politico»
(p. 174).
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