| Andrea Romani
Federico Barbierato, Politici
e ateisti. Percorsi della miscredenza
a Venezia tra Sei e Settecento,
Milano, Unicopli, 2006, pp. 346
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Mutare l’appellativo
tradizionale della Repubblica di Venezia
da “la Serenissima” a “l’Inquieta”
per la sua storia successiva alla Riforma
probabilmente non rappresenta una proposta
praticabile, e tantomeno originale. Tuttavia
è una repubblica inquieta, capace
di produrre pensiero divergente in tutti
i suoi ceti sociali – si tratti di
riflessioni politiche o concezioni religiose
eterodosse – quella che emerge dal
libro di Barbierato. Il suo è uno
studio importante sulla vivacità
di forme di miscredenza ed eterodossia rintracciabili
nel particolarismo veneziano. Particolarismo
indagato non tanto nella sua cultura di
élite, quanto piuttosto rovesciando
la prospettiva dei luoghi e delle personalità
tradizionalmente assurti a protagonisti
della Venezia post-Interdetto. Sarpi e la tradizione giurisdizionalista
della Repubblica o il “libertinismo
trionfante” dei circoli nobiliari
di metà Seicento perdono il loro
ruolo tradizionale di primi attori della
vita intellettuale veneziana, per fare posto
a tutti quei ceti generalmente considerati
esclusi dalla produzione di cultura. Alle
conversazioni erudite della spregiudicata
aristocrazia tenute nei ridotti o nei palazzi
sul Canal Grande, l’autore preferisce
quelle sviluppate nella mondanità
di caffé ed osterie, sussurrate nei
parlatori dei conventi, o condivise nella
bottega del cappellaio Bortolo Zorzi quale
ritrovo di “liberi metafisici”.
Per carpirne i frammenti Barbierato va a
svuotare la cassetta delle denunce anonime
al S. Uffizio, addentrandosi con perizia
e profondità nella documentazione
prodotta dagli inquisitori pontifici e dalle
magistrature laiche affiancate dalla Repubblica
all’Inquisizione e demandate al compito
de servanda fide. I cinque capitoli del libro affrontano
così gli ambiti formativi di messaggi
potenzialmente eterodossi, l’analisi
dei loro canali di diffusione, la descrizione
dei rapporti tra chierici e laici in materia
di religione e politica, e il mutare con
le congiunture delle relazioni non sempre
idilliache tra Serenissima e Santa Sede.
Specialmente l’ultimo capitolo, in
cui l’autore descrive l’attività
del circolo legato al cappellaio, costituisce
sia una brillante indagine sui canali dell’editoria
e della circolazione clandestina che portano
alla formazione della biblioteca dello Zorzi,
che una sintesi convincente dei rapporti
con l’informazione e dei meccanismi
di lettura ed elaborazione che condizionano
l’interazione tra lettori e testi.
Si tratta di un libro che fa tesoro degli
insegnamenti di Carlo Ginzburg e del suo
Menocchio, senza tuttavia cadere nel peccato
di “menocchismo”, padroneggiando
una cospicua documentazione e strumenti
d’indagine mutuati dalle discipline
sociali. Nel corso del lungo periodo preso
in considerazione (1650-1740 ca.), la Venezia
empia, pragmatica e miscredente che Barbierato
descrive si popola di numerosi Menocchio
che discettano di religione e impostura,
confortati dalla lettura di Bayle e Spinoza
e dalla rielaborazione personale di argomenti
eterodossi mutuati dalle tradizioni scettica
e libertina. Senza per questo incanalare
il dissenso in un semplice processo di trasmissione
dall’alto di concetti e modelli elitari,
o di accettazione passiva di tradizioni
intellettuali, l’autore cerca così
di tracciare percorsi di provenienza e ricezione
del pensiero divergente in un’opinione
pubblica nutrita da un crescente mercato
dell’informazione. Ne scaturisce un
panorama interessante di elaborazioni concettuali
che presentano tratti di originalità;
una koiné di riflessioni individuali
interiorizzate, atomizzate e fatte proprie
che contribuiscono a restituire alla Venezia
barocca un’eco delle voci e della
Weltanschauung dei ceti illetterati
che, senza cadere nell’ingenuità
della generalizzazione o di populismi estremi,
contribuisce ad arricchire da molti punti
di vista la storia delle idee.
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