Paolo Capuzzo
Guido
Borio, Francesca Pozzi, Gigi Roggero
(eds.), Gli operaisti, Roma,
DeriveApprodi, 2005, 352 pp. |
La raccolta di interviste curate da G.
Borio, F. Pozzi e G. Roggero permette di
mettere a confronto letture diverse di una
stagione del pensiero politico e dell’analisi
sociale che ha rappresentato un punto alto
nel dibattito teorico dell’Italia
del dopoguerra. Nell’introduzione
viene individuato un punto di rottura nella
storia dell’operaismo italiano del
Novecento da una prima stagione di matrice
produttivista, legata all’insegnamento
di Sorel e del Gramsci di «Ordine
Nuovo», che ritorna nell’esperienza
intellettuale di Panzieri e Tronti, al tendenziale
rifiuto del lavoro massificato di fabbrica
che si riverbera nelle analisi e nelle posizioni
politiche maturate alla fine degli anni
Sessanta nell’esperienza di Potere
Operaio.
Il clima intellettuale nel quale matura
l’esperienza dell’operaismo
italiano è fortemente improntato
da due forti, e ben diverse, influenti figure,
Raniero Panzieri e Mario Tronti, ma si avvale
di apporti importanti, maturati all’esterno
di quella corrente intellettuale e che pur
hanno avuto un ruolo decisivo nel configurare
il profilo intellettuale di molti dei suoi
protagonisti: l’insegnamento di filosofia
a Milano con Enzo Paci e a Roma con Galvano
della Volpe, l’antropologia di de
Martino, l’esperienza di Danilo Dolci
in Sicilia (un apporto questo particolarmente
controverso perché su Dolci i giudizi
si dividono radicalmente tra chi lo considera
un fondamentale passaggio di formazione,
come Gobbini, e chi invece lo considerava
in qualche modo un avversario, data l’intonazione
populista che tendeva ad assumere la sua
opera, cfr. Di Leo), la ricerca etnografica
e militante di Danilo Montaldi che promuove
la conricerca, vale a dire una modalità
della ricerca sociale che mira al superamento
della separazione tra ricercatore ed operaio
tra i quali si instaura un relazione dialogica
finalizzata alla costruzione di un nuovo
profilo politico-intellettuale; un metodo
che era insieme di analisi e di intervento
e che si distingueva dalla sociologia accademica,
ma anche dall’inchiesta sociale di
ispirazione panzieriana. Testo di riferimento
fondamentale per gli operaisti erano i Grundrisse,
dai quali Panzieri estrasse il fondamentale
Frammento sulle macchine che delineava
il divenire forza produttiva del sapere
sociale. La classe operaia assumeva centralità
euristica nell’analisi del capitalismo:
erano le lotte operaie infatti a dettare
le condizioni del meccanismo politico messo
in essere dal capitale.
Le testimonianze raccolte disegnano anche
una chiara geografia del primo operaismo,
quella del gruppo torinese di giovani sociologi
che si raccoglie attorno a Raniero Panzieri
(di cui qui testimoniano Rieser e Beccalli),
il gruppo romano più sensibile all’elaborazione
teorica (Tronti, Asor Rosa, Di Leo, Gobbini),
un gruppo lombardo che stava sviluppando
percorsi di conricerca (Alquati, Gobbi,
Soave), e il gruppo veneto che avrebbe poi
dato vita a potere operaio (Negri, Zagato).
La cronaca dell’operaismo italiano
è abbastanza nota. Il primo numero
dei «Quaderni rossi» testimonia
di un rapporto molto stretto con alcuni
settori del sindacato, reso evidente dai
contributi di Foa, Pugno e Garavini, ma
il contatto si sarebbe presto interrotto
a causa della difficoltà a mediare
istituzionalmente la scoperta della soggettività
operaia che stava maturando all’interno
del gruppo. In particolare la conricerca
sull’operaio massa immigrato metteva
in luce un nuovo soggetto sociale che di
lì a poco, con i fatti di Piazza
Statuto, avrebbe mostrato apertamente il
suo valore politico. A questo punto si andò
profilando una frattura tra il gruppo di
Panzieri, che dietro l’esplosione
di quelle lotte vedeva uno sfondo anarchico
spontaneista, e tutti gli altri che, pur
con motivazioni differenti, ritenevano cruciale
portare avanti quelle lotte. Da questa frattura
nasce la rivista «Classe operaia»
(mentre «Quaderni rossi» continua
altri tre numeri per conto proprio), guidata
da Tronti. Nell’intendimento di Tronti,
«Classe operaia» doveva avere
una funzione a termine perché l’obiettivo
era quello di formare una classe dirigente
nuova per riportarla dentro al PCI e modificarne
la posizione, per gli altri invece la frattura
con il PCI non era più ricomponibile
e da questa posizione si arrivò alla
creazione di Potere Operaio.
Le testimonianze raccolte contengono una
pluralità di prospettive su queste
vicende che restituiscono un quadro complesso
e una narrazione talvolta anche molto godibile
per gli aneddoti che assumono un significato
rivelatore della passione politica e delle
contraddizioni anche esistenziali che attraversano
quella temperie. Impossibile perciò
riassumere un’immagine unitaria delle
tante storie che affollano questo ricco
volume, ma c’è forse un aspetto
sul quale, pur con accenti e giudizi politici
diversi, sembra esservi un largo consenso:
il limite di quell’esperienza si è
manifestato nella difficoltà a comprendere
i mutamenti della soggettività che
segnavano il tramonto della centralità
politica della classe operaia e nell’incapacità
di individuare forme e linguaggi della politica
adeguati all’esplosione della soggettività
sociale.
R. Alquati manifesta un interesse per la
pluralità della quotidianità
operaia, per i sogni e i desideri che gli
fa concludere: «Io sono solito dire
che il padrone ha vinto a cavallo fra gli
anni Settanta e Ottanta più coi rotocalchi
che con le nuove tecnologie!» (p.
53). B. Beccalli individua nella coincidenza
storica, prettamente italiana, della rivolta
del Sessantotto con un forte radicalismo
operaio il contesto che ha consentito la
persistenza di un’analisi marxista
delle tensioni sociali, più propensa
ad uno sbocco organizzativo di tipo leninista
delle lotte che sensibile alle innovazioni
del linguaggio portate dai nuovi soggetti
sociali. Bifo lamenta che all’esplosione
del movimento negli anni ’70 non si
sia riusciti a dare uno sbocco basato sull’autorganizzazione
di strumenti di contropotere sociale che
operassero sul corpo del tessuto culturale
per sovvertirlo. Se con il Settantasette
si fosse seguita quella strada non si avrebbero
avuto forse i grigi anni Ottanta, ma fenomeni
di sperimentazione sociale e culturale come
quelli che hanno ad esempio caratterizzato
la Germania degli anni ’80. Per Daghini
la fine di Potere Operaio si registra nel
conflitto tra chi intende assecondare le
esplosioni delle molteplici istanze di autonomia
della società e chi invece pensa
a un indurimento militare dei gruppi. Tronti
difende la continuità dell’evoluzione
del suo pensiero negli anni ’70, con
la tesi dell’autonomia del politico
perché alla base di questa tesi vi
era la stessa esigenza che lo aveva portato
prima a fondare e poi a chiudere «Classe
operaia», e cioè che la classe
operaia dovesse dotarsi di una teoria e
di una soggettività politica forti
e che non fosse sufficiente l’autonomia
del sociale. Tutto ciò aveva reso
immune Tronti da qualsiasi propensione alla
proliferazione dei gruppi e mantenuto molto
stretto il suo rapporto con il PCI, decide
di chiudere «Classe operaia»
quando si accorge che la maggioranza dei
suoi membri non era più interessata
ad un rapporto con il PCI, ma lavorava proprio
su un altro progetto, quello di promuovere
soggettività politiche esterne al
partito. A distanza di anni Tronti rivendica
la serietà della sua posizione teorico
politica, mentre individua gli errori di
fondo di quella esperienza nell’analisi
della società e cioè che la
tesi di “Lenin in Inghilterra”,
della più alta propensione rivoluzionaria
laddove si raggiunge il massimo sviluppo
del capitalismo era fondamentalmente sbagliata
e che quella stagione di protagonismo operaio
segnava il tramonto di un’epoca e
non l’ingresso in un tempo nuovo.
Molte altre storie, intrecci, prospettive
si possono trovare in questo ricco volume
del quale preme rimarcare un omissione che
incuriosisce il lettore. Manca il racconto
della conduzione della ricerca, come sono
stati scelti i testimoni, è stato
facile sollecitare la loro riflessione su
quella stagione biograficamente ormai lontana?
Che resistenze si sono manifestate? Alcune
assenze saltano agli occhi, ma non si capisce
se derivino dalla mancata disponibilità
degli interlocutori o da una scelta editoriale
e intellettuale dei curatori. Certamente
un criterio di fondo sta nell’aver
cercato persone che abbiano mantenuto un
rapporto quantomeno affettivo con quell’esperienza,
impostazione che risponde agli intenti,
non solo documentari, chiaramente delineati
nell’introduzione e cioè fare
emergere quanto vi è ancora di vivo
in quella stagione intellettuale e politica.
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