Raffaella
Cavalieri
John
Brewer, I Piaceri dell’Immaginazione.
La cultura inglese del Settecento,
Roma, Carocci, 2005, 514 pp.
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Con I Piaceri dell’Immaginazione
John Brewer, professore di Storia al
Dipartimento di History and Civilization
presso lo European University Institute
di Firenze, ci guida in una Londra ricca
di letterati, musicisti ed artisti di ogni
tipo, ma anche di scrittori in bolletta
ed artisti improvvisati, donandoci un ritratto
di una nazione e di una città e della
sua vita culturale e variegata, lontana
dalla pomposità della corte e scandita
dalle riunioni nei caffè, nelle società
di lettura e nei club culturali.
Questo libro racconta in modo veramente
godibile e vivace la formazione della tradizione
culturale inglese e della trasformazione
che ebbe luogo nelle arti, ma anche nel
modo di concepire le arti, di pensare la
letteratura, di guardare i quadri, di ascoltare
la musica, di assistere ad uno spettacolo
teatrale. Quella che l’autore ci presenta
è la storia di una cultura attraverso
le idee, gli atteggiamenti, il mercato e
le istituzioni, il pubblico ed il gusto,
oltre alle opere ed ai loro autori. Scopo
del volume è comunicare un’idea
più ampia riguardo a quella che fu
la cultura del Settecento, a quali valori
fece riferimento e quale influenza ebbe
sul piano sociale oltre che estetico, nel
tentativo di rendere più accessibile
al lettore non specialista la cultura inglese
del ’700.
«Le belle arti sono considerate come
le arti che si rivolgono all’immaginazione,
e i piaceri che esse offrono sono definiti,
per distinguerli, come i Piaceri dell’Immaginazione
[…] il loro fine è produrre
emozioni di gusto».
Così Archibald Alison, definiva,
nel 1790 i Piaceri dell’Immaginazione.
Con l’Illuminismo europeo si diffusero
molti testi sul gusto, sulle «opere
dell’immaginazione e le arti eleganti»,
come le definì Burke. Le arti fino
al ’700 non erano mai state trattate
complessivamente ed il teatro, la musica,
la letteratura e la pittura non erano considerate
come un insieme omogeneo di arti. In seguito
alle scoperte scientifiche del ’600
ed alla filosofia di Cartesio, Hobbes e
Locke, si distinsero le scienze dalle arti.
Nel corso del ’700 le arti si liberarono
dalle corti, smisero di essere esclusivo
appannaggio del re e, benché non
avessero perso del tutto la sua influenza,
si aprirono ad un pubblico più ampio.
Divenendo più cittadine, le arti
si fecero commerciali, meno vincolate alle
corti. Il gusto venne considerato come segno
di raffinatezza, cultura e buone maniere,
qualità che, si credeva, venivano
coltivate meglio nelle città grandi
e piccole. Il gusto divenne uno degli attributi
di un nuovo tipo di persona, istruita, che
sapeva parlare di arte, letteratura e musica
e faceva mostra della sua raffinatezza nell’arte
della conversazione.
Come affermò Hume, «lo spirito
dell’epoca si fa sentire in tutte
le arti, e le menti degli uomini, una volta
risvegliate dal loro letargo e messe in
fermento, abbracciano tutti i campi e portano
miglioramenti in ogni arte e scienza».
Benché lo sviluppo delle arti e
la loro apertura ad un pubblico più
vasto abbia avuto luogo in tutta l’Europa
settecentesca, sembrò particolarmente
vivace al di là della Manica, soprattutto
perché la sola città di Londra,
tra il 1660 ed il 1760, subì un grande
sviluppo demografico e commerciale. Lo sviluppo
delle arti costituì il trionfo di
una società urbana e dedita al commercio,
non il prodotto dell’interessamento
di una corte. Londra venne definita da Voltaire,
la «dimora moderna della civiltà».
Londra attirava a sé una quantità
incredibile di artisti e musicisti, quasi
fosse una calamita culturale. Come scrisse
il viaggiatore filosofo tedesco Karl Moritz
che fu in Inghilterra nel 1782, Londra simboleggiava
«prosperità ed opulenza»
per tutti i viaggiatori, gli artisti ed
i letterati stranieri: era il paese delle
grandi libertà e della modernità.
La sua vigorosa cultura politica, l’assenza
della censura preventiva, la tolleranza
religiosa e la libertà di culto,
la preoccupazione per i diritti dei sudditi
e l’apertura sociale erano tutte cose
che impressionavano gli stranieri, in quanto
assenti altrove. Quasi ogni turista esprimeva
commenti sullo Strand, la principale strada
commerciale di Londra, con i suoi modisti
e merciai, librai e negozi di stampe, con
le sue grandi vetrine e le sue elaborate
esposizioni.
Dalla lettura di questo interessante e
vivace volume, che incuriosisce anche il
lettore non specialista, si scopre come
gli intellettuali londinesi e gli artisti
di provincia, così come i pittori
dilettanti e gli attori professionisti,
i libertini e gli ecclesiastici, gli impresari
e i mercanti d’arte, i pennivendoli,
e musicisti stranieri e i critici d’ogni
specie, non solo produssero, vendettero
e godettero delle opere d’arte, ma
plasmarono la cultura inglese attraverso
le loro parole e le loro azioni.
Brewer ci offre un viaggio dietro alle
quinte della formazione culturale inglese,
offrendoci quella realtà che spesso
viene celata dietro la fama di autori e
romanzi, drammi e dipinti che sono passati
alla storia per il successo riscosso tra
il pubblico.
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