| Angela De Benedictis
Claudia Ulbrich, Michaela Hohkamp,
Claudia Jarzebowski (eds.), Gewalt
in der Frühen Neuzeit. Beiträge
zur 5. Tagung der Arbeitsgemeinschaft
Frühe Neuzeit im VHD, Berlin,
Duncker & Humblot, 2005, pp. 408
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Il tempo presente ci ha abituato alla ripetuta
esperienza quotidiana della violenza: non
solo di quella individuale all’interno
della famiglia, nella strada, nella città,
ma anche di quella collettiva organizzata
da una autorità. Negli ultimi anni
la nostra esistenza è regolarmente
scandita da immagini di occupazioni militari
che costituiscono una continuazione della
guerra con altri mezzi. Occupanti e occupati
praticano entrambi forme di violenza estrema
e ripetuta: uccisioni e stupri di massa
e persino genocidi, atti di sabotaggio e
attacchi terroristici.
Sono fenomeni tipici del Novecento,
come suona una domanda ricorrente tra alcuni
storici italiani [1]?
Per gli storici tedeschi che
hanno curato il e contribuito al volume
miscellaneo pubblicato giusto a due anni
dal convegno svoltosi presso la Freie Universität
di Berlino (18-20 settembre 2003) la risposta
è certamente negativa, motivata come
è sia da solide ricerche sulle fonti
di una prima età moderna che –
nei diversi e molteplici casi studiati –
va dagli inizi del ’500 alla buona
metà del ’700, sia da serie
impostazioni critiche teoriche e metodologiche.
Tema centrale
del volume, come già del Convegno
[2],
è il campo di tensione tra potere
legittimo e violenza illegittima, tra Gewalt
intesa come potestas e Gewalt
intesa come violentia, che caratterizzò
esperienze, prassi e discorsi lungo tutta
la età moderna.
Forte della pratica di una
storiografia che, a partire dall’inizio
degli anni ’80 del secolo scorso,
ha contribuito a mutare il paradigma in
base al quale potere (potestas)
e violenza si escludevano l’un l’altra
nel processo di progressiva costruzione
dello stato, Gewalt in der Frühen
Neuzeit si occupa della violenza interrogandosi
sulle concezioni fino ad ora prevalenti
in merito al potenziale e ai limiti della
potestas. È proprio la dimensione
violenta della potestas della prima
età moderna che porta a mettere in
discussione potestas come concetto
esclusivamente positivo. Nella concreta
analisi storica questo significa verificare
che sia potestas sia violentia
non sono in sé legittime o illegittime.
L’una e l’altra vengono legittimate
o delegittimate solo nei discorsi e nelle
pratiche sociali.
Gewalt non è
una costante antropologica. Nel costante
confronto, tra gli altri, con Wolfgang Sofsky
[3],
le tre curatrici e i trentuno autori del
volume [4]
sostengono che Gewalt venga praticata,
e di conseguenza sottoposta al mutamento
storico e culturale. Le concezioni, esperienze,
rappresentazioni e immaginazioni di potestas
e violentia interagiscono con i
corrispettivi contesti dell’agire
e dipendono dai differenti luoghi del conflitto
(comunità, territorio; tribunale,
chiesa, locanda, etc.) nel quale viene posto
il problema di che cosa si debba considerare
come potere e violenza legittime oppure
illegittime. La categoria analitica Gewalt
è dunque, per curatori e autori,
particolarmente adatta a raccordare ambiti
di ricerca storica parzialmente autonomi
e paralleli che hanno indagato la violenza
fisica e psichica nel quotidiano: la microstoria,
la storia delle donne e di genere, la storia
della criminalità. Ponendo al centro
del proprio interesse non tanto il problema
delle cause della violenza, quanto i meccanismi
e le possibilità della violenza,
con una attenzione privilegiata agli uomini
che usarono violenza o la subirono, l’uso
di quella categoria analitica ha modificato,
tra l’altro, il modo di vedere la
guerra. L’indagine è ora sulle
esperienze di guerra e sull’uso della
violenza in guerra, come dimostrano numerosi
studi recenti soprattutto sulle guerre di
religione in Francia nel ’500 [5]
e sulla Guerra dei Trent’anni nel
’600.
Non è un caso che molti dei saggi
che compongono il volume trattino il problema
della violenza in guerra e, come si è
detto al’inizio, delle occupazioni
militari di un territorio (non necessariamente
da parte di eserciti “stranieri”
ma, come normale in età moderna,
di milizie e guarnigioni del principe dello
stesso territorio) che dalle popolazioni
civili dei sudditi erano considerate alla
stregua di una guerra.
Ricchi di spunti e suggestioni
anche per ricerche su realtà territoriali
e politiche diverse da quelle prevalentemente
analizzate nel volume [6] sono, in questo
senso, la sezione curata da Hans Medick
sul massacro nella prima età moderna;
quella curata da Horst Carl su ruolo e funzione
della violenza organizzata nei processi
di intensificazione del potere; quella curata
da Peer Schmidt su guerra e diritto nell’incontro
e nel confronto interculturale di spazio
mediterraneo e spazio atlantico.
Vale la pena ritornare brevemente alla
questione delle occupazioni militari, che
rivela un particolare potenziale euristico
per la ricerca. Soprattutto dai saggi di
Maren Lorenz, Markus Meumann e Ralf Pröve
(studiosi protagonisti, in Germania, della
nuova storiografia militare) emerge che
in età moderna una forza di occupazione
militare non doveva confrontarsi solo con
il problema che la sua legittimità
fosse precaria, ma anche con il fatto che
la continuata presenza militare toccava
il mondo della vita di individui e comunità.
Quindi la stessa forza di occupazione doveva
preoccuparsi di ridurre al minimo le azioni
di violenza dei propri soldati contro la
popolazione civile, poiché solo regolando
la violenza militare poteva pretendere di
essere riconosciuta come autorità
legittima. Se i tentativi in questo senso
non avevano successo, allora la violenza
militare sentita come violenza ingiusta
provocava controviolenza dei sudditi, che
era legittimata in base al principio della
resistenza lecita, e di fatto apriva la
strada ad una intensificazione progressiva
della violenza.
Se occupazione è, oggi, un concetto
non solo militare, ma anche e altrettanto
politico e morale, ancora di più
lo era nella prima età moderna. Nella
prassi quotidiana una occupazione militare
investiva esperienze fisiche ed emozionali,
come emerge dalle diverse fonti analizzate:
diari e petizioni individuali, discorsi
pubblici e scritti pubblici. Se nella concezione
del diritto e della giustizia preilluministica
una occupazione militare non era una forma
di dominazione straniera, ma una forma di
dominio legittimo, nella percezione di chi
la subiva la legittimità poteva trasformarsi
facilmente in illegittimità, cioè
in tirannide. I confini tra potere legittimo
e illegittimo potevano essere superati molto
facilmente. Il potere dello stato del principe
cadeva allora sotto il sospetto di produrre
esso stesso violenza e, di conseguenza,
ne provocava altra.
L’analisi di tali processi conduce
curatori e autori a mettere fortemente in
dubbio le “magnifiche sorti e progressive”
della attuazione del monopolio della violenza
da parte dello stato in età moderna,
come anche altri filoni storiografici da
qualche tempo sottolineato.
I temi affrontati nel volume
non si limitano a quello appena accennato.
Nelle altre tre sezioni (Francisca Loetz,
Ideale politico e modello sociale;
Winfried Schulze, Opzioni e composizione
del potere/violenza interstatale; Monika
Mommenrtz, Violenza e immaginazione)
la categoria analitica Gewalt serve
per mettere in relazione tra loro anche
problemi di confessione, età e sesso,
inclusione ed esclusione, vicinanza e distanza
(rispettivamente “centro” e
“periferia”), nella pratica
di una costante interdipendenza tra microstoria
e macrostoria.
Anche per questo il volume – molto
più ricco di quanto questi brevi
note non possano far immaginare –
costituisce un importante punto di riferimento
per la ricerca storiografica su un problema,
come quello della violenza, che si presenta
certamente in forme diverse in epoche diverse,
ma che non è proprio di nessuna epoca
o secolo in particolare. La storiografia
più aggiornata su questi temi si
mette alla prova.
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