| Daniele Santarelli
Massimo Firpo, Vittore Soranzo
vescovo ed eretico. Riforma della
Chiesa e Inquisizione nell'Italia
del Cinquecento, Roma-Bari, Laterza,
2006, pp. XII-540
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In questo libro Massimo Firpo
ricostruisce la vicenda di Vittore Soranzo,
vescovo cinquecentesco di Bergamo: un personaggio
certo non di primo piano nella storia del
suo tempo, ma la cui vicenda è emblematica
del passaggio all’età della
Controriforma in Italia.
Controriforma: un termine che la storiografia
jediniana avrebbe voluto veder cancellato
o quantomeno sminuito nella discussione
scientifica, a favore del più rassicurante
“Riforma cattolica”. Ecco, il
caso di Soranzo è particolarmente
interessante perché egli come vescovo
di Bergamo si dedicò ad un’imponente
ed impressionante attività di riforma
della Chiesa. Ma questa attività
di riforma ebbe ben poco di “cattolico”.
Pupillo del celebre umanista Pietro Bembo,
Soranzo nella giovinezza coltivò
l’ideale di una vita agiata, conforme
alla sua estrazione sociale (era un patrizio
veneziano), rassicurata dai proventi dei
benefici ecclesiastici. La svolta avvenne
con la nomina del Bembo a cardinale (1538).
Nel 1539 Soranzo era a Roma, al seguito
del Bembo. Di lì passò a Napoli,
dove frequentò il circolo di Juan
de Valdés. Sin dal 1541 fece quindi
parte del circolo viterbese del cardinal
Pole. Eletto il Bembo nel 1544 vescovo di
Bergamo, fu da questi nominato suo coadiutore,
con diritto di successione. Nel gennaio
1547 Bembo morì e Soranzo gli succedette
come previsto.
A contatto con Juan de Valdés e gli
“spirituali”, maturò
nel Soranzo una conversione interiore, che
condizionò la sua attività
pastorale come vescovo di Bergamo, molto
lontana dal modello del vescovo della “Riforma
cattolica” proposto in diversi, ormai
datati, lavori di studiosi cattolici o laici:
si oppose al culto dei santi e delle reliquie,
tentò di moralizzare il comportamento
dei preti, dediti al vino, al gioco, alla
violenza e alla promiscuità sessuale,
non imponendo il celibato ma favorendone
di fatto il matrimonio (segreto), sciolse
voti di castità, favorì la
lettura di libri eterodossi, tra i quali
il ben noto Beneficio di Cristo,
e della Bibbia in volgare anche presso i
ceti popolari.
Fu proprio la sua azione pastorale a farlo
cadere nelle maglie dell’Inquisizione
guidata dal cardinal Gian Pietro Carafa.
Soranzo, convocato a Roma, nel marzo 1551
fu arrestato e quindi sottoposto ad un processo
umiliante. Riconobbe la sua eresia ed abiurò
(luglio 1551). La protezione degli amici
“spirituali” – i cardinali
Pole e Morone -, fu fondamentale nell’attenuare
gli esiti di quel processo. La “strana”
sentenza (settembre 1551) mostra come alla
fine Soranzo fu di fatto “perdonato”
da papa Giulio III, che intervenne di persona
in contrasto con il cardinal Carafa; nel
1554 Soranzo fu poi reintegrato nella sua
diocesi.
Il processo riprese con l’elezione
al papato del Carafa (1555). Papa Paolo
IV chiese alla Repubblica di Venezia l’estradizione
a Roma del vescovo eretico, che ovviamente
non fu concessa. Nel 1558 Soranzo, condannato
in contumacia, morì a Venezia.
Questo libro fa seguito all’edizione
del Processo Soranzo, conservato presso
l’Archivio dell’ex Sant’Uffizio
(fino al 1998 non accessibile), di cui Firpo
stesso è stato curatore insieme a
Sergio Pagano (I processi inquisitoriali
di Vittore Soranzo, 1550-1558, Città
del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano,
2004). È sulla base di una documentazione
di rara ampiezza che Firpo elabora la sua
critica sia contro la storiografia jediniana,
che ha ignorato lo scontro tra “spirituali”
e intransigenti, tanto difficilmente accettabile
per una sensibilità cattolica quanto
oggettivamente documentato dalle fonti,
sia contro interpretazioni oggi più
in voga anche tra studiosi laici che vedono
nella Controriforma (e nell’Inquisizione)
la via italiana alla modernità, ovvero
un aspetto del tanto discusso “disciplinamento
sociale”.
Una categoria troppo sfumata e generalizzante,
che secondo Firpo non aiuta a comprendere
la particolarità e l’originalità
del processo storico che si svolse in Italia
in quel decisivo tornante e le conseguenze
di lungo periodo dell’affermazione
dei modelli normativi e disciplinari della
Controriforma.
Elaborando la sua critica contro tali orientamenti
storiografici, Firpo si muove alla ricerca
del “Cinquecento riformatore”
che il trionfo dell’Inquisizione negò
all’Italia, costituendo “un
freno – se non un ostacolo –
a ogni istanza riformatrice non meramente
disciplinare, a ogni tentativo di rinnovare
la vita religiosa e spirituale, che era
stato invece l’obiettivo perseguito
dagli sconfitti” (516). Un problema,
quello posto da Firpo, che appare ben più
complesso rispetto al classico problema
della mancata Riforma in Italia, al quale
è stato frettolosamente equiparato.
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