Roberta
Mazza
Richard
Hingley, Globalizing Roman Culture.
Unity, Diversity and Empire,
London-New York, Routledge, 2005,
208 pp.
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Il volume di Hingley – lecturer
di archeologia romana all’Università
di Durham – è sostanzialmente
una rassegna critica della principale letteratura
storiografica recente a proposito di Impero
romano e imperialismo, romanizzazione e
identità romana, globalizzazione
e culture locali in età imperiale.
Il libro è composto da sei capitoli,
di cui il primo e l’ultimo costituiscono
di fatto introduzione e conclusione (1.
The past in the present; 2. Changing
concepts of Roman identity and social change;
3. Roman imperialism and culture;
4. The material elements of elite culture;
5. Fragmenting identities; 6. ‘Back
to the future’? Empire and Rome).
Lo scopo che l’a. si prefigge è
di esaminare come strutture e modelli coi
quali si leggono il presente e l’attualità
abbiano influenzato ed influenzino la ricerca
corrente riguardante l’impero romano
e la sua affermazione nel bacino del Mediterraneo.
Il libro, dunque, si propone molto utilmente
di spingere gli storici del mondo antico
a una maggiore chiarezza nei confronti dei
lettori rispetto alle categorie analitiche
e teoretiche soggiacenti alle proprie indagini.
Pensiero post-moderno e relativismo, post-colonial
studies, studi culturali e analisi socio-economiche
che utilizzano la categoria di globalizzazione
stanno alla base di questa rassegna (va
tuttavia rilevato a proposito di globalizzazione
che mancano alcuni riferimenti bibliografici
rilevanti, come ad es. gli studi del sociologo
tedesco Ulrich Beck).
Il secondo capitolo fa il punto a proposito
della ‘romanizzazione’ concetto
utilizzato con accezioni diverse dagli antichisti
per indicare il processo di diffusione della
cultura romana. La decolonizzazione ha comportato
un ripensamento di tale categoria in termini
meno centralistici, secondo uno schema che
prevede un’interazione nei due sensi
tra il centro dell’Impero e le culture
locali. La romanizzazione come diffusione
della civiltà e del ‘progresso’
romani alle altre popolazioni, giudicate
inferiori, ha lasciato il posto a un modello
in cui l’imperialismo romano si è
adattato alle diverse culture incontrate
ed assimilate dando poi vita a una rete
di culture unite da elementi comuni, ma
anche profondamente diversificate da sostrati
e sintesi originali. Quella che pare essere
la chiave di lettura vincente attualmente
è la struttura di un impero a forma
di network con forti elementi di
coesione, ma allo stesso tempo dotato di
ampi margini di autonomia. Hingley, in modo
molto interessante ed intelligente, non
limita la propria analisi alla cultura delle
élites, ma mette in evidenza come
studi recenti di carattere regionale (ad
esempio sulla Britannia o la Betica) abbiano
fatto emergere un quadro della diffusione
di prodotti e stili di vita ‘romani’
anche negli strati sociali medi e bassi.
L’a. è tra quanti sostengono
che l’immagine di una società
romana piramidale con un vertice ristretto
e subito a cadere un’ampia base di
ceti bassi vada rivista secondo modelli
in cui, soprattutto in epoca augustea e
alto imperiale, vi sia una molto più
decisa presenza di strati medi, formatisi
proprio in seguito alle occasioni aperte
dall’imperialismo romano.
Lo schema della rete viene richiamato anche
a proposito dell’economia romana,
un ambito in cui sono state prodotte ultimamente
ricerche interessanti e innovative. L’archeologo
ricorda a tale proposito il saggio dello
storico dell’economia Peter Temin
(A Market Economy in the Early Roman
Empire, «Journal of Roman Studies»,
91 (2001), 169-181), in cui viene formulata
l’ipotesi che in età romana
vi sia stata una forma embrionale di economia
di mercato nel senso che l’Impero
avrebbe messo in correlazione e interdipendenza
diversi mercati locali. Le discussioni sorte
intorno a questo e altri studi recenti riguardanti
il tema del mercato in età imperiale
vengono brevemente riprese da Hingley a
sostegno e corollario dell’interpretazione
dell’Impero come “un vasto network
di intercomunicazioni” (p. 107).
Il volume è nel complesso una utile
e aggiornata panoramica della storiografia
antichistica sul tema dell’impero
e della cultura romana, soprattutto per
la fase dei primi secoli. Si possono muovere
tuttavia alcune piccole critiche. L’analisi
di Hingley è stranamente circoscritta
all’area occidentale e latina dell’Impero,
mentre l’Oriente greco avrebbe a mio
modo di vedere arricchito e completato il
quadro; sarebbe stato utile per il lettore
avere da parte dell’a. una spiegazione
della scelta operata, anche perché
si parla di Western culture dando
per scontato e acquisito tale concetto,
al contrario piuttosto controverso. Per
quanto riguarda le fonti, Hingley si limita
in gran parte ad analizzare dati archeologici;
nonostante questo taglio in un certo senso
ristretto i case studies passati
in rassegna sono tuttavia funzionali all’impianto
del volume, oltre che aggiornati e significativi.
Ne emerge una storiografia antichistica
contemporanea molto attenta al ‘discorso’
sull’Impero, evidentemente sollecitata
dalla situazione presente, sebbene a volte
in modo poco consapevole. Dispiace tuttavia
notare che mancano in questo panorama alcune
voci importanti della riflessione italiana
su questi temi, come ad esempio il volume
di L. Canfora Ideologie del classicismo
(Einaudi 1980) e i contributi di S. Settis
sul tema del classico, che potevano giovare
ai capitoli secondo e terzo. Viene invece
evocato il saggio di Negri e Hardt sull’Impero
– in cui Roma viene riconosciuta come
costruzione ideologica utilizzata all’interno
del discorso identitario sulle origini dell’Occidente
– in modo forse un po’ sbrigativo
ed isolato, senza approfondire troppo le
vivaci e articolate reazioni che sono succedute
all’uscita di quel libro.
Nonostante questi difetti minori, nel complesso
il libro si dimostra utile, sia sotto il
profilo del bilancio storiografico, sia
perché spinge gli storici dell’antichità
a una maggiore consapevolezza teoretica.
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