| Germana Albertani
- Ippolita Checcoli
M. Giuseppina Muzzarelli, Pescatori
di uomini. Predicatori e piazze alla
fine del Medioevo, Bologna, il
Mulino, 2005, pp. 331
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Pescatori di uomini
è uno studio sulla predicazione nelle
piazze delle città italiane ed europee
del tardo Medioevo. L’atto della predicazione
è un fecondo crocevia di esperienze
diverse e complementari: piazze gremite,
persone ammassate, devozione e scetticismo,
sublimi capacità oratorie, sottile
capacità di manipolazione di un pubblico
eterogeneo e di difficile governabilità,
un fenomeno di grande rilevanza e nello
stesso tempo un appuntamento abituale nella
vita delle città dell’epoca.
Tutto questo è predicare: un intreccio
di esperienze, sapienze antiche e nuove
invenzioni, sperimentazioni e improvvisazioni
che hanno luogo in ogni spazio della città
in un perenne scambio di linfa e nutrimento
tra il predicatore ed il suo pubblico.
La predicazione è qualcosa di istantaneo,
legato al momento, al luogo, al pubblico,
ed ovviamente all’oratore: «Il
fenomeno che caratterizza la predicazione
degli ultimi secoli del Medioevo è
l’uso diffuso e pienamente consapevole
di tutte le possibili sfaccettature performative
allo scopo di rendere estremamente efficace
la relazione tra il predicatore e il suo
pubblico». L’a. non tralascia
nulla, riuscendo pertanto a fare luce su
ogni aspetto del fenomeno della predicazione.
È forse questa una delle doti maggiori
di Pescatori di uomini.
Maria Giuseppina Muzzarelli analizza la
realtà della predicazione nei suoi
aspetti più concreti – il calcolo
della densità del pubblico in una
piazza, i chilometri percorsi nella turné
omiletica, la vita di sacrifici che conduce
il predicatore, la fama da gestire, la folla
da convincere e riesce allo stesso tempo
a far luce su ciò che accade “dietro
le quinte” fin negli aspetti che non
trovano voce, se non raramente, nelle fonti:
l’allestimento dello spazio scenico,
gli accordi sul compenso del predicatore,
le difficoltà affrontate dall’Ordine
francescano nello smistare i suoi predicatori
contesi e litigati dalle autorità
cittadine come delle vere e proprie étoiles.
Sono al centro della prima parte del libro
da un lato il predicatore medievale nella
sua umana fisicità, la sua voce e
il suo gesto, dall’altro il popolo
spettatore, una appassionata platea, a volte
assonnata e distratta a causa delle molte
ore di attesa sulle piazze delle città
già dal termine della notte per poter
assistere alla predica da una buona posizione.
La parola del grande predicatore-pescatore
deve essere quindi dotata di tanta luce
quanto il sole, deve avere «splendore,
calore e vigore» come spiega Bernardino
da Siena. La parola del predicatore doveva
tener viva l’attenzione dell’uditorio
anche per ore mettendo a dura prova la resistenza
fisica di chi la pronunciava e la concentrazione
di chi la ascoltava. Se il pescatore riesce a gettare l’amo
– la parola – in maniera proficua,
possono avvenire pentimenti, conversioni
e pacificazioni. Spesso, infatti, nell’impeto
della forza e del trascinamento, dato dalle
parole persuasive del predicatore, si consegnavano
alle fiamme, nei cosiddetti roghi delle
vanità, belle vesti ed ornamenti
preziosi. Ma vedono compimento anche atti
concreti ed iniziative cittadine, che portarono
spesso alla fondazione di nuove istituzioni
quali i monti di pietà. Il convincimento,
anche in questo caso, necessitava di non
meno abili giochi emotivamente persuasivi.
Naturalmente il risultato ambito da tutti
i predicatori era l’efficacia e la
comprensibilità del discorso e quindi
la sua adeguatezza rispetto al pubblico
a cui si rivolgeva. Da qui l’uso del
volgare, il sermo humilis, il dirlo
“chiarozzo chiarozzo” –
formula efficace nella teorizzazione delle
tecniche della predica - che mira a cancellare
la distanza tra predicatore e pubblico.
«Per fare una buona pesca occorre
appendere all’amo l’esca più
adatta al pesce che si intende catturare».
Con queste parole l’a. riassume efficacemente
lo scopo prefissatosi dal predicatore e
la funzione primaria della sua azione predicatrice.
Tale azione viene combinata per rafforzare
e affilare la propria punta penetrante con
immagini dal forte potere evocativo, richiamando
scene ed episodi di particolare violenza
e crudeltà, trasformati in simboli
della vittoria del male e del peccato, oppure
con oggetti esibiti che inducevano il pubblico
a tremare e ad angosciarsi terribilmente,
ma anche a sentirsi più vicino al
paradiso travolti da un virtuosismo gestuale
e scenico.
L’ultima parte del libro si concentra
poi sulla figura di Bernardino da Feltre
e sulla sua vita itinerante, esempio di
uno stile di vita e di un mestiere lontano
nel tempo ma strettamente connesso alle
tecniche della comunicazione di massa del
mondo contemporaneo, mettendo in luce come
anche in un epoca ormai remota esistesse
la consapevolezza dell’uso sapiente
della parola come mezzo di manipolazione
e persuasione combinata e amplificata da
un studiato apparato di immagini e gesti.
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