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Cesarina Casanova
Ottavia
Niccoli, Rinascimento anticlericale.
Infamia, propaganda e satira in Italia
tra Quattro e Cinquecento, Roma-Bari,
Laterza, 2005, IX-218 pp.
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Il libro documenta come in Italia si sia
verificata una precoce diffusione dell’anticlericalismo,
inteso come espressione pubblica dell’indignazione
suscitata dai comportamenti individuali
dei papi, e analizza le ragioni per le quali
feroce dileggio e vituperio esplicito riuscirono
a trasformarsi in una critica radicale alla
Chiesa solo per una breve stagione. Essa
coincise con l’acquisizione e la rielaborazione
delle forme e dei contenuti della comunicazione
dell’irrisione anticlericale italiana
nel mondo tedesco, dove l’indignazione
si sostituì al dileggio, e da dove
si trasmisero in Italia altri veicoli di
propaganda: i libelli infamanti e soprattutto
le vignette satiriche, come risulta dalla
collazione di molteplici testimonianze letterarie
della larga circolazione di un materiale
figurato ormai completamente scomparso.
Anche i tipici strumenti italiani di propaganda
antipapale, soprattutto le pasquinate romane,
assunsero a contatto con circoli più
o meno apertamente eterodossi caratteristiche
diverse (persero l’anonimato, passarono
dal tono satirico all’invettiva, assunsero
più o meno apertamente idee riformate).
È una parabola che si concluse col
pontificato di Pio V quando, con la repressione
della propaganda ereticale, sembra sostanzialmente
smarrirsi anche la traccia di quell’anticlericalismo
clericale – prevalentemente interno
all’apparato della Chiesa –
che si era manifestato come nucleo sostanziale
del malcontento espresso a partire dalla
fine del XV secolo. Tale tradizione si esaurì
con la perdita della libertà che
era stata lasciata alla satira, soprattutto
negli anni di Alessandro VI e di Leone X.
Il pontificato di Paolo IV Carafa si sarebbe
segnalato per la totale censura delle pasquinate
e proprio la sua durezza spiega, alla morte
del pontefice nel 1559, l’infierire
sulla sua effigie con un rituale particolarmente
infamante: la mutilazione del viso.
A partire da questo episodio nel libro
si innesta la vicenda stendhaliana della
duchessa di Palliano che viene reinterpretata
e messa a confronto con due processi che
raccontano altri efferati delitti per motivi
d’onore tratti dal fondo del tribunale
criminale del governatore di Roma. Questo
racconto di reazioni materiali e simboliche
all’offesa serve all’A. per
mettere in evidenza il radicamento della
pratica dell’invettiva anticlericale
nelle modalità antropologiche dell’insulto
e dell’infamia.
Le pasquinate sugli amori della duchessa
di Palliano non mancarono e colpirono l’onore
sessuale dei Carafa; ma ormai, nel 1559,
l’irrisione si muoveva in prevalenza
in una sfera diversa da quella della denigrazione
personale e andava assumendo una pericolosa
contiguità con l’eterodossia.
Se con Pio IV si sarebbe reintegrata una
parziale tolleranza, di lì a pochi
anni la ferrea adesione di Pio V alle ragioni
di un’occhiuta disciplina delle coscienze
colpì anche la diffusione degli scritti
infamanti. Si crearono così le condizioni
perché negli anni ’80 Tomaso
Garzoni arrivasse a stigmatizzare apertamente
come “demoni infernali” gli
autori di pasquinate. “Sono davvero
lontani i tempi in cui questo stesso epiteto
poteva essere attribuito, dal pulpito di
una chiesa, al papa regnante” (p.
172).
Eppure la tradizione delle
pasquinate, sebbene fiacca e priva di mordente,
sarebbe durata fino all’800, contribuendo
a formare quello che può essere considerato
uno dei caratteri identificanti dell’Italia.
In chiusura l’A. afferma infatti che
dell’anticlericalismo rimase al nostro
paese e a Roma “una convenzionale
assuefazione all’irrisione, una forma
di devozione mista di confidenza e irriverenza,
di ossequio e di disincanto, in cui anche
il clero era coinvolto” (p. 73).
Questa accezione di anticlericalismo
sembra adatta a descrivere gli atteggiamenti
diffusi in Italia in tempi a noi vicini
più di quanto non faccia la pur cauta
e generica definizione scelta da Salvatore
Battaglia nel 1961 e citata nell’incipit
da Ottavia Niccoli – “Atteggiamento
di opposizione all’ingerenza del clero
nella vita politica, sociale e culturale
del paese” –; soprattutto, sembra
avere come sfondo le riflessioni di Arturo
Carlo Jemolo sugli ultimi esiti dell’anticlericalismo
risorgimentale e positivistico nel primo
centenario dell’unità d’Italia.
“Se c’è cosa difficile,
è dare un giudizio sulla religiosità
del popolo italiano. La quasi totalità
degl’Italiani battezza i figli, sposa
in chiesa, fa funerali religiosi [...] ma
le statistiche mostrano come il numero dei
praticanti sia lungi dal raggiungere la
metà della popolazione”; contemporaneamente
rilevava un’assoluta ignoranza in
materia religiosa e intorno ai dogmi, come
se la dottrina appresa al catechismo non
avesse lasciato traccia. “Diremmo
quindi che il quadro di questa società
dall’apparenza confessionale non è
colorito da un forte sentimento religioso
[...] E poiché c’è nel
contempo una completa e forse irrimediabile
decadenza del senso dello Stato, del rispetto
alla legge civile, si comprende come non
ci siano state resistenze... all’instaurarsi
di quei lati dello stato confessionale che
dovrebbero apparire urtanti al dissidente”
(Chiesa e Stato in Italia. Dall’unificazione
a Giovanni XXIII, Torino, Einaudi,
19652, pp. 329-31). Insomma, un anticlericalismo
che ha fatto seguire, dopo l’abbandono
di quelle che Croce definiva le leggende
becere denigratorie dei papi coltivate sulle
scorie del Risorgimento, un’indifferenza
di fondo per le grandi questioni dottrinali
che non ha avuto come corrispettivo il rafforzamento
dei valori laici di convivenza civile. Non
meraviglia che più di trent’anni
dopo Adriano Prosperi abbia dato giusto
rilievo alla “funzione solenne, di
alta sovranità e di rappresentanza
statale, che il papato è stato chiamato
a svolgere nei momenti – non rari
– in cui la crisi del paese ha richiesto
ai suoi dirigenti qualcosa di più
della gestione ordinaria degli affari interni”
(Tribunali della coscienza. Inquisitori,
confessori, missionari, Torino, Einaudi,
1996, p. X).
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