Matteo Pasetti
Robert O. Paxton, Il
fascismo in azione. Che cosa hanno
veramente fatto i movimenti fascisti
per affermarsi in Europa, Milano,
Arnoldo Mondadori, 2005 (ed. or. 2004),
pp. 329
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«L’assunto di
questo libro è che i fatti del fascismo
siano perlomeno altrettanto indicativi delle
sue parole» (p.12): è questa
la chiave di lettura proposta in uno dei
più recenti contributi al dibattito
sul fascismo, opera dello storico americano
Robert Paxton. Un assunto
quasi assiomatico, che richiama alla memoria,
sebbene senza citarla, la celebre affermazione
di Angelo Tasca, secondo cui «definire
il fascismo è anzitutto scriverne
la storia»; e che tuttavia svela un
approccio che vorrebbe porsi in (parziale)
controtendenza rispetto agli ultimi sviluppi
della riflessione sul tema.
A partire dagli anni Novanta,
storici, sociologi e politologi hanno mostrato
un rinnovato interesse per la dimensione
internazionale del fascismo. Seguendo
Emilio Gentile, tra i nuovi sforzi interpretativi,
volti a fornire definizioni generali del
fascismo, si possono distinguere almeno
due principali declinazioni di un minimum
comune alle singole esperienze nazionali [1].
La prima chiama in causa essenzialmente
la dimensione ideologica:
sulla scia delle pionieristiche riflessioni
di George Mosse e di quelle più controverse
di Zeev Sternhell, alcuni studiosi - tra
i quali si sono distinti, per maggior sistematicità,
lo storico delle idee Roger Griffin e il
politologo Roger Eatwell - hanno attribuito
a un’ideologia eclettica, ma «palingenetica»
e «olistico-nazionale», il carattere
di elemento unificante dei diversi fascismi.
La seconda - condivisa fra gli altri da
Juan Linz, da Stanley Payne, e dallo stesso
Gentile - conduce invece a definizioni tipologiche
multidimensionali, che
cercano di includere, accanto a quelli ideologici,
anche gli aspetti organizzativi, istituzionali
e stilistici dei fascismi.
Da parte sua, Paxton prende le distanze
da entrambe queste prospettive: non certo
negando la dimensione internazionale del
fascismo, che anzi viene presentato come
la «principale innovazione politica
del XX secolo» (p.5); bensì
dichiarando la propria perplessità
per gli approcci volti a delineare un minimum
fascista, e quindi mettendo in discussione
il presunto «nuovo consenso»
storiografico che si
sarebbe formato sulla visione idealtipica
del fenomeno.
In primo luogo, fin dal titolo
scelto per la traduzione italiana –
mutuato dall’edizione francese (Le
fascisme en action), così da
apparire, caso piuttosto singolare, più
esplicito del titolo originale (The
Anatomy of Fascism) –, nella
sua sintesi risulta privilegiata l’osservazione
del fascismo in azione, ovvero
della prassi più che del corpo teorico
fascista, degli «atti» più
che delle «parole». L’autore
non sottovaluta l’importanza dell’ideologia
nel processo di affermazione dei fascismi,
ma la ritiene una delle sue componenti e
non quella principale, con un ruolo che
di volta in volta ha assunto un’influenza
più o meno rilevante, a seconda delle
fasi e delle condizioni storiche. Tanto
più che il rapporto tra dottrina
e fascismo gli appare segnato da un’ambiguità
di fondo: per gli stessi capi fascisti,
«prima veniva il potere, poi la dottrina»;
per cui «a contare non era tanto la
ponderata adesione quanto lo zelo indiscusso
dei fedeli» (p.20). Esprimendo una
valutazione pressoché antitetica
rispetto a quella di Eatwell, ma in linea
con le considerazioni di Gentile e di Mosse
sul fascismo come «stato d’animo»
o «atteggiamento verso la vita»
[2],
Paxton riduce al minimo l’influsso
dei fattori razionali per spiegare l’adesione
al fascismo, ritenendo quest’ultima
«una faccenda più di stomaco
che di testa» ed elencando una serie
di «passioni mobilitanti» (pp.45-46).
In secondo luogo, lo storico
americano ritiene che anche le interpretazioni
multidimensionali siano viziate da un’eccessiva
staticità e dalla tendenza a isolare
i fascismi dagli ambiti socio-politici in
cui essi si manifestarono. Solo dedicando
una pari attenzione ad alleati e complici
è invece possibile comprendere i
successi o le sconfitte dei singoli movimenti
fascisti. Tra i fattori decisivi per la
loro affermazione, dunque, vanno annoverati
anche (o soprattutto) uno stato di crisi
politica tale da indurre le locali élites
conservatrici a cooperare con i fascisti,
e la corrispondente disponibilità
dei fascisti ad accettare un «processo
di normalizzazione» come presupposto
di un «compromesso autoritario»
(pp.105-116). Ne deriva che solo dopo l’ascesa
al potere, consentita dalle «malaugurate
scelte di un pugno di alti esponenti della
classe dirigente» tradizionale (p.129),
i fascismi avviarono l’effettiva «conquista
del potere», con modalità sistematicamente
illegali. E ne deriva inoltre che il fascismo
fu essenzialmente un processo,
un fenomeno mutevole, in evoluzione, né
statico, né monolitico. Piuttosto
che procedere a una compilazione enciclopedica
delle sue varie forme, e prima ancora di
proporne una definizione, risulta di conseguenza
fondamentale, nell’ottica di Paxton,
osservare come i fascismi si comportarono
e si trasformarono nell’interazione
con le rispettive società, scandendone
la storia in cinque fasi [paxton link 6.doc]:
1) nascita dei movimenti; 2) radicamento
nel sistema politico; 3) ascesa al potere;
4) esercizio del potere; 5) radicalizzazione
o entropia come opzioni finali.
A ognuno di questi cinque
stadi è dedicato un capitolo, in
cui l’autore affronta - sulla base
di un’ampia conoscenza della letteratura
specialistica - i nodi interpretativi cruciali
relativi alla fase in esame. Per il periodo
delle origini, il tema dei precedenti culturali
e intellettuali che resero «pensabile»
il fascismo. Per la tappa del radicamento,
i peculiari presupposti politici, sociali
ed economici che favorirono o ostacolarono
l’affermazione dei singoli movimenti.
Per la fase di avvicinamento al potere,
la natura della crisi che permise solo ai
fascismi italiano e tedesco di accedere
al governo. Per il capitolo sui due regimi,
la questione del loro sistema di potere
tendenzialmente totalitario, ma oscillante
tra monocrazia e policrazia, coesione e
tensioni interne, coercizione e consenso,
e in ultima analisi funzionante come un
«epossidico», un amalgama di
due agenti diversissimi quali il dinamismo
fascista e l’ordine conservatore (p.162).
Per l’ultima deriva, infine, la dicotomia
tra gli impulsi alla radicalizzazione -
presenti in forme più contraddittorie
nel fascismo italiano e più estreme
nel nazionalsocialismo, fino all’apice
rappresentato dalla «soluzione finale»
- e i processi di «normalizzazione»
- propri di regimi parafascisti come la
Spagna di Franco o il Portogallo di Salazar
-, che dimostra come il fascismo sia stato
un «fenomeno destabilizzante»
(p.188), condannato o all’autodistruzione
o al ripiegamento su modelli di autoritarismo
tradizionale.
L’inesorabilità di tale epilogo,
tuttavia, non implica che l’esperienza
fascista vada circoscritta esclusivamente
a uno spazio e a un’epoca determinati,
ovvero all’Europa nel periodo tra
le due guerre mondiali. Diversamente da
chi ha interpretato il fascismo come il
prodotto irripetibile di una crisi specifica
(per esempio Ernst Nolte, Renzo De Felice,
o Stanley Payne), per Paxton l’unico
requisito imprescindibile al suo sviluppo
sembra essere la presenza di sistemi democratici
deboli o fallimentari, per cui tentazioni
fasciste possono essere individuate anche
fuori dal continente europeo e/o dopo il
1945. Senza, ben inteso, la necessità
di una totale conformità ideologica,
organizzativa, o istituzionale, con il «fascismo
classico». Così, il penultimo
capitolo è riservato a una rapida
carrellata su movimenti e regimi che hanno
manifestato, o tuttora manifestano, ascendenze
fasciste - più sul piano dello stile,
a dir il vero, che non su quello dei programmi
o degli interessi socio-politici. Fino a
includere, sebbene con una certa cautela,
recenti forme di integralismo religioso;
per cui sarebbero approssimabili al fascismo
- «suprema ironia», chiosa l’autore
- pure alcune correnti della destra israeliana.
È solo al termine di
questo percorso che lo storico americano
arriva a formulare una propria definizione
del fascismo, che vorrebbe essere applicabile
a ogni fase della sua evoluzione:
forma di condotta politica
caratterizzata da un’ossessiva ansia
di declino, umiliazione e patita ingiustizia
nazionale e da un compensativo culto dell’unità,
della forza e della purezza, in cui un partito
di massa di devoti militanti nazionalisti,
agendo in scomoda ma efficace collaborazione
con le tradizionali classi dirigenti, abbandona
le libertà democratiche e persegue
con redentoria violenza, svincolato da qualsiasi
laccio morale o giuridico, obiettivi di
epurazione interna e di espansione territoriale.
(p.241)
Ed è forse proprio
questa pagina conclusiva la meno convincente
del libro. Non tanto perché la formula
di Paxton non apporta sostanziali novità
rispetto ad altre definizioni (se non per
il riferimento alla «collaborazione
con le tradizionali classi dirigenti»
come elemento costitutivo della «condotta
politica» fascista). Quanto, piuttosto,
perché anche il suo modello di generic
fascism - che a ben vedere risulta riferibile
solo ai casi italiano e tedesco - non sembra
risolvere il problema alla base di tutte
le definizioni del fascismo, cioè
la difficoltà di comprendere in un’unica
istantanea un fenomeno connotato da gradi
di sviluppo differenti. Rimane invece molto
più stimolante tutta l’analisi
comparativa condotta fase per fase, con
un approccio che - senza essere di per sé
innovativo - ridimensiona l’enfasi
recentemente posta sull’autorappresentazione
ideologica del fascismo, privilegiando al
contrario l’osservazione empirica
della sua evoluzione. Così come rimane
uno strumento assai utile per orientarsi
tra la mole sterminata di studi sul fascismo
l’accurato saggio bibliografico di
trenta pagine che chiude il libro.
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