Manuela
Ceretta
John
G.A. Pocock, The Discovery of
Islands. Essays in British History,
Cambridge, Cambridge University Press,
2005, pp. 344.
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«C’è un nesso fra la
capacità di una comunità politica
di raccontare la propria storia criticamente
e la sua capacità di continuare la
narrazione di quella storia anche nel futuro.
Definisco questa capacità, sovranità,
e sono disposto ad affermare che non può
esserci sovranità senza una storia.
Vedo l’identità, la storia,
la sovranità e la politica venire
attaccate da un fronte che è probabilmente
globale e certamente europeo; mi oppongo
a questa tendenza, con il progetto di una
storia multi-politica che resista al tentativo
di assorbire gli Stati e le loro storie
in una cultura globale» (p. 300).
In The Discovery of Islands. Essays
in British History, ultimo contributo
nella vasta produzione storiografica di
J.G.A. Pocock, il rigore e la curiosità
dello storico convivono con la passione
e (la preoccupazione) del cittadino neozelandese,
che paventa i possibili esiti che la globalizzazione,
l’erosione del principio della sovranità
nazionale e l’Unione Europea potrebbero
avere sulla sua patria e sulla pratica dello
storico in quanto tale.
Nel volume, che raccoglie saggi scritti
fra il 1973 e il 2004, le ragioni dello
studioso emergono, infatti, con altrettanta
efficacia di quelle del cittadino di un
mondo in trasformazione, che sente mettere
a repentaglio, insieme al principio dello
Stato nazionale, la democrazia e il concetto
stesso di storia così come lo ha
conosciuto ed è stato concepito negli
ultimi secoli. Se i mercati comuni regionali
esercitassero un’egemonia mondiale,
questa è la domanda che lo storico
neozelandese si pone ed estende al lettore,
che interesse avrebbero le élites
dominanti a veder scritte le loro storie
ufficiali? Perché, se accettiamo
che la pratica storiografica degli ultimi
secoli si è sviluppata, innanzitutto,
come storia nazionale, e quindi accogliamo
l’idea che la storia abbia trovato
nello Stato-nazione e nel principio della
sovranità nazionale una conditio
sine qua non, allora dobbiamo anche
vagliare l’ipotesi che la sparizione
del primo possa provocare la fine della
seconda.
Pocock denuncia così le sue apprensioni
sulle tendenze dello sviluppo contemporaneo,
ma rivela anche l’antipatia per un
progetto di Unione Europea che, se si estendesse
definitivamente alla Gran Bretagna, finirebbe
per escludere la Nuova Zelanda “da
un’associazione e da una storia a
cui essa credeva di appartenere”.
Non esitando a definirsi “euroscettico”,
Pocock adduce a sostegno delle proprie perplessità
sull’Unione Europea il “deficit
democratico” di cui essa soffrirebbe.
A fianco delle ragione militanti che animano
la raccolta, si collocano però gli
interessi dello storico del pensiero politico,
che intende assolvere a due funzioni: chiarire
che cosa significhi l’espressione
British History e fornirne una
lettura, dando alcuni esempi, di come si
“faccia” British History.
Quanto al primo punto, in saggi di taglio
metodologico, Pocock ricostruisce la genesi
del progetto che ha messo capo alla cosidetta
“New British History”, facendo
luce sui timori che lo hanno originato,
illustrando gli intendimenti che lo hanno
guidato, le opzioni metodologiche che lo
sottendono e le convinzioni che lo sostengono.
La genesi del progetto si colloca nel 1973,
anno che non solo ha segnato una delle tappe
fondanti dell’ingresso britannico
in Europa, ma che, a giudizio di Pocock,
ha anche mostrato il prezzo che la Gran
Bretagna avrebbe dovuto pagare per veder
soddisfatta la sua aspirazione: accettare
una nuova visione della sua storia, rinunciando
alla componente imperiale e oceanica che
l’aveva caratterizzata, per rappresentarsi
come parte di un’identità europea,
ancora tutta da definire e costruire. Accolta
questa premessa, è facile intuire
i timori dai quali la “New British
History” è scaturita: i progetti
europeisti britannici se, da un lato, escludevano
per forza di cose i “neo-british”,
dall’altro, stabilivano l’urgenza
per coloro che stavano per essere esautorati
dalla storia britannica, i neozelandesi,
di assumersi l’onere di riscrivere
la storia di quell’impero che, con
decisione prettamente imperiale, stava decidendo
di fare a meno di alcune delle sue parti.
Il gruppo riunito intorno all’impresa
“New British History” ha posto
quindi in cima alla propria agenda politico-storiografica
l’intenzione di risuscitare, assegnandole
tuttavia un diverso significato, la “British
History”. Questa, non solo non aveva
mai visto seri tentativi di elaborazione,
ma era stata essenzialmente anglocentrica.
Negli obiettivi dei suoi fondatori la “New
British History” si sarebbe collocata
a fianco di una storia britannica concepita
come storia dello “stato inglese”
e delle “province del suo impero”,
rappresentandone, di fatto, un’alternativa.
Per perseguire questo obiettivo, la “New
British History” ha, dal punto di
vista metodologico, concentrato il proprio
interesse sui rapporti fra storiografie
nazionali ed extranazionali, convinta che
l’aspetto radicalmente innovativo
del suo progetto sia la capacità
di far dialogare due storie, che non possono
venire separate, ma che non sono nemmeno
identiche: una autocentrica e nazionale
e l’altra eterocentrica ed extranazionale.
L’ambizione di Pocock e degli aderenti
alla “New British History”,
dunque, non è stata e non è
di soppiantare la storia inglese tradizionale
(in cui Scozia, Irlanda, America ecc. rivestono
un ruolo marginale e periferico), né
di mettere a tacere le varie storie d’Irlanda,
di Scozia, d’America ecc. (scritte
come imprese separate nell’intento
di contribuire alla creazione di tradizioni
storiografiche distinte e, il più
delle volte, in concomitanza alla nascita
e alla crescita di movimenti nazionalisti).
Lo scopo del gruppo, allora come oggi, è
semmai di scrivere una “storia britannica”
intesa come “storia plurale di un
gruppo di culture situate lungo la frontiera
anglo-celtica, segnate da una crescente
dominazione culturale e politica inglese”.
In altri termini, la “New British
History” coincide per Pocock con “la
storia dei contatti e delle penetrazioni
fra tre loci del potere anglo-normanno”,
l’Inghilterra, la Scozia e l’Irlanda,
e, di conseguenza, essa finisce per essere,
al tempo stesso, la storia del conflitto
fra questi loci, ma anche la storia
delle società e culture che da quel
medesimo scontro sono emerse.
In secondo luogo, in saggi di storia del
pensiero politico, Pocock offre un’esemplificazione
concreta di come si possano effettivamente
“riscrivere” momenti chiave
della storia britannica attraverso lenti
che non siano né anglocentriche né
nazionaliste. Superare l’anglocentrismo,
che ha permeato, nel bene o nel male, la
grandissima maggioranza degli studi sull’“Arcipelago
Atlantico”, ha presentato e presenta
enormi difficoltà. Nella pratica
storiografica passare da una storia anglocentrica
alla “New British History” significa
compiere una “rivoluzione di prospettiva”.
Si pensi a un episodio chiave della storia
britannica come la “rivoluzione del
1688”. Come è noto, la storia
parlamentare e costituzionale inglese ha
solitamente fornito la cornice entro la
quale collocare e comprendere questo episodio
della storia britannica, la quale, se esaminata
in un’ottica esclusivamente inglese,
può essere considerata un momento
in cui si cercò di restaurare l’unità
fra Corona e Parlamento e tra Corona e Chiesa
di Stato. Visto da questa prospettiva, è
naturale che il 1688-89 acquisisca il carattere
di seconda restaurazione, dopo quella del
1660. Ma la storia parlamentare e costituzionale
inglese è solo una delle possibili
cornici a disposizione per la “rivoluzione
del 1688”: lo storico potrebbe sceglierne
un’altra e diversa, ed è esattamente
ciò che Pocock fa con il lungo saggio
dedicato a The significance of 1688:
some reflections on Whig History. Se
si adotta la storia britannica come contesto
nel quale collocare la Gloriosa Rivoluzione,
essa, lungi dal configurarsi come seconda
restaurazione, si presenta con le vesti
dell’ennesimo momento di crisi nella
storia di quella creatura anomala - perché
costituita da corpi politici definiti da
sistemi di leggi incommensurabili - che
fu la “monarchia multipla”.
Guardati da questa prospettiva, la guerra
civile inglese, la rivoluzione del 1688,
ma anche la guerra d’indipendenza
americana del 1776, l’Unione fra Irlanda
e Gran Bretagna del 1801, avvenimenti che
il lettore conosce spesso come episodi indipendenti
fra loro o comunque legati da un filo assai
esile, concorrono invece a formare una tela
compatta e una trama unitaria che è
decifrabile attraverso le lenti della costituzione,
della crisi, dello spezzarsi e del ricostituirsi
della “multiple monarchy”.
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