| Mirco Dondi
Giuseppe
Parlato, Fascisti senza Mussolini.
Le origini del neofascismo in Italia
1943-1948, Bologna, Il Mulino,
2006, 438 pp.
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Il testo ricostruisce la riorganizzazione
del fascismo passando attraverso le trame
delle azioni sotterranee attuate dai fascisti
per garantirsi una presenza politica nel
nuovo sistema democratico. Carte di polizia
e informative dei servizi segreti costituiscono
uno degli apparati documentari principali,
impiegati con cautela e lasciando aperti,
in taluni casi, gli inevitabili margini
di dubbio, insiti in fonti per loro natura
complesse perché rivolte a più
fini. Le innegabili collusioni tra neofascismo
e servizi segreti statunitensi, sono situate
da Parlato «in quella parte dell’Oss
che faceva capo ad Angleton e che riteneva
l’anticomunismo prioritario rispetto
ad altre considerazioni» (p. 168)
rifiutandosi, a ragione, di leggere in questa
strategia un complessivo disegno statunitense
di appoggio ideologico al neofascismo. La
progressiva contrapposizione con l’Unione
Sovietica impone agli USA un recupero strumentale,
in chiave anticomunista, degli ex nemici
fascisti per i quali si allarga lo spazio
politico in seguito alla vittoria repubblicana
al referendum e alla luce della forza del
PCI (p. 212). Per l’a., i contatti
tra i fascisti e i servizi segreti alleati
sono anche una delle ragioni che limitano
l’assorbimento dei fascisti nel PCI
(p. 191).
Il taglio interpretativo conduce dentro
a un articolato percorso non del fascismo
ma dei fascismi, aspetto già evidente
nella RSI in seguito al perduto carisma
di Mussolini e al peso della sconfitta.
Le diverse anime del fascismo non si confrontano
democraticamente al loro interno, prolungando
la loro riottosità dalla RSI al MSI.
Gli elementi unificanti — tranne la
funzione centrale che dovrebbe avere lo
Stato — sono rivolti al passato, come
il mito di Mussolini e il mito del regime
(o quanto meno di alcuni suoi aspetti, come
il nazionalismo e il colonialismo). È
una conseguenza del passato anche la comune
condizione di sconfitti, che temprerà
l’identità missina in parte
dei soldati fascisti prigionieri nei campi
italiani del dopoguerra. Vi è poi
la frustrazione di chi, abituato a posizioni
di comando, (è il caso delle élites
locali e nazionali fasciste) stenta a ripartire
da posizioni defilate. La diaspora fascista
si amplifica con la fine della guerra civile
al punto che il nuovo partito del MSI, che
rinuncia al termine fascista scegliendo
la strada della legalità, è
«destinato a una longevità
sulla quale nessuno, allora, avrebbe scommesso»
(p. 250). Il progetto di fascismo nel dopoguerra
si scontra dinanzi a due possibili direzioni.
La prima direzione è quella di un
partito che ha al centro l’anticomunismo
e che non vuole essere un partito di reduci.
È questa l’intenzione di Pino
Romualdi, l’uomo in contatto con l’OSS
già dall’autunno 1944 (p. 80)
che più di altri ha contributo ad
avviare l’MSI. Romualdi vorrebbe un
partito filo atlantico, più anticomunista
che neofascista, per intercettare il voto
cattolico conservatore, monarchico, per
raccogliere l’eredità qualunquista,
per creare un partito di opinione costruendo
una vasta area di destra in un ambito strettamente
legalitario, nella coscienza che gli equilibri
politici interni e internazionali sono irreversibilmente
mutati. L’altra direzione, quella
assunta con la segreteria di Giorgio Almirante
e attenuata dai segretari più moderati
che gli succedono (Augusto De Marsanich,
Arturo Michelini) resta votata a un partito
nostalgico (dove si scontrano due diverse
nostalgie, quella del fascismo regime e
quella della RSI), un partito fortemente
identitario, dal seguito ridotto, nonostante
vengano create le organizzazioni collaterali
del partito di massa. Per quanto estromesso
dalla segreteria, Almirante e la linea nostalgica
della RSI e della carta di Verona continuano
a esercitare un forte peso nel partito e
ciò spiega perché in queste
condizioni (nonostante una serie di accordi
con la DC durante gli anni ’50) l’MSI
non sia affatto un partito democratico.
La conclusione del libro («se la piazza
antifascista non avesse bloccato, nel luglio
1960, il governo Tambroni sostenuto all’esterno
dal MSI, l’Italia avrebbe visto l’evoluzione
[democratica] della destra italiana con
35 anni di anticipo») ha il sapore
di una frettolosa dichiarazione ad effetto,
dato che le vicende del partito negli anni
’50 non sono affrontate nel testo.
In questo caso l’a. adotta quegli
«schematismi astratti» nei quali
si era implicitamente ripromesso di non
incorrere in nome «della complessità
e della difficoltà interpretativa»
(p. 35).
Rifuggono da un quadro più articolato
anche alcuni passaggi relativi alla Decima
Mas descritta come «nota e leggendaria
per le azioni compiute in guerra, prima
e dopo l’armistizio» (p. 83),
una visione accettabile se collocata in
una prospettiva di autorappresentazione,
ma insufficiente come giudizio storico trattandosi
di un corpo che, assieme alle Brigate nere,
è il più feroce nella guerra
civile e si macchia di numerosi crimini
di guerra. Nel testo non si trova alcuna
menzione della violenza che, per primi,
hanno scatenato contro altri italiani proprio
i corpi della RSI. Se l’atipica e
proclamata posizione afascista della Decima
Mas può porla come un canale privilegiato
per i contatti con gli alleati, la sua prevalente
pratica di guerra non si differenzia da
quella delle Brigate nere, con azioni di
polizia antipartigiana che si riversano
più sulle torture verso i prigionieri
che non in operazioni in campo aperto contro
i nemici stranieri. La visione della RSI
risulta appiattita sulla caduca interpretazione
defeliciana del Mussolini buono e del Pavolini
cattivo. La mancata lettura della violenza
nella RSI è accentuata dall’avere
ignorato il migliore studio sul ruolo di
Mussolini nella militarizzazione del Partito
fascista repubblicano (D. Gagliani, Brigate
nere, Torino, Bollati Boringhieri,
1999). È altresì ignorata
la casistica di punibilità dei fascisti
adottata nel dopoguerra dalle Corti straordinarie
di assise che avrebbe evitato il disinvolto
avallo della versione di Pino Romualdi (p.
192) quando riferisce che c’erano
stati fascisti arrestati e condannati solo
perché appartenenti al Partito fascista
(la semplice appartenenza al partito e ai
corpi militari non è causa di rinvio
a giudizio). Quanto all’amnistia del
1946, si deve riconoscere — come mostra
Parlato — che i contatti tra fascisti
e antifascisti ci furono. Si può
discutere se il potere di ricatto dei fascisti
sia stato più forte del progetto
di pacificazione dell’antifascismo
(a questo proposito il citato ministro Mario
Bracci non era socialista, come erroneamente
indicato, ma azionista, e nemmeno si può
considerare Bracci il padre dell’amnistia
avendo questi elaborato un testo diverso
da quello approvato).
Nel quadro di un testo che rimane interessante
non si può sottacere che, a passaggi
di rigoroso confronto documentario, si alternano
riferimenti generici, come quello dei fascisti
uccisi dopo la liberazione (p. 118). Alla
luce delle fonti sinora disponibili, sono
accertabili circa 10.000 morti. La cifra
di 20.000 fascisti uccisi, sostenuta dall’a.,
non è al momento in alcun modo documentabile.
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