| Michela Marchioro
Silvia
Franchini, Diventare grandi con
il «Pioniere» (1950-1962). Politica,
progetti di vita e identità di genere
nella piccola posta di un giornalino
di sinistra, Firenze, Firenze
University Press, 2006, pp. 306
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Nell’ultimo decennio
diverse ricerche hanno sviluppato riflessioni
storiche sul giornalino «Il Pioniere»,
settimanale rivolto ai bambini e ai ragazzi,
fondato nei primi anni ’50, e più
in generale sull’Associazione Pionieri
d’Italia (API), di cui fu presidente
Carlo Pagliarini, poi fondatore dell’Arci-Ragazzi
(sue carte e materiali sull’API sono
in un fondo presso l’Istituto Gramsci
Emilia-Romagna, Bologna: http://www.carlopagliarini.it).
La vicenda dell’API è stata
ripercorsa nell’ultimo decennio da
articoli in varie riviste («Ricerche
storiche», 80 (1996); nei numeri 28,
29-30, 31, 38-39 de «L’Almanacco»,
tra il 1997 e il 2002; «Annali Istituto
Gramsci Emilia Romagna», 4-5 (2000-2001)).
Il volume di Silvia Franchini – storica
del giornalismo – aggiunge ora un
tassello significativo nella ricostruzione
della storia di quella particolare esperienza
della cultura politico-pedagogica di sinistra.
Attraverso un’attenta lettura dei
contenuti e dei testi del giornalino, questo
libro sa mettere in luce con estrema sensibilità
la figura di Dina Rinaldi: direttrice de
«Il Pioniere» con Gianni Rodari
fino al 1953 e direttrice responsabile dal
’54 al ’62. Le ricerche della
Franchini evidenziano come abbia subito
una rimozione la figura di questa intellettuale,
già figura rilevante nella redazione
di «Noi donne» e che più
aveva dato alla promozione del giornalino
dei pionieri. Pur riconoscendo che la figura
femminile della Rinaldi fu sovrastata dalla
notorietà acquisita da Rodari per
la sua straordinaria bravura – come
la stessa Franchini evidenzia – non
si può prescindere dalla constatazione
di un più generale oblio politico
sull’esperienza de «Il Pioniere»
e dell’API, che fu fatta dalla sinistra
italiana e in particolare dal PCI, per placare
gli insistenti attacchi portati dal clero
e dall’Azione cattolica, che cercavano
di monopolizzare la cultura giovanile. La
scomparsa dell’Associazione Pionieri
e del suo giornalino fu vissuta come un
fatto traumatico da chi – come Dina
Rinaldi – si era identificato a fondo
con i progetti di vita e di lavoro costruiti.
Il volume è suddiviso in tre parti.
Una prima sezione, dedicata alla storia
editoriale del «Pioniere», dell’API
e del movimento democratico per l’educazione
dei giovanissimi; una seconda parte, fondamentale,
analizza la rubrica postale del giornalino,
con le risposte della Rinaldi alle lettere
inviate dai ragazzi. Attraverso questa rubrica
delle lettere – circa duecento riportate
nel testo – la Franchini riesce a
dare una nuova chiave di lettura del giornale,
riportando in primo piano il punto di vista
particolare della sua direttrice. Focalizzando l’attenzione sulla corrispondenza,
si evidenzia il coinvolgimento personale
dell’educatrice alla direzione del
giornale e quello dei ragazzi, resi partecipi
del «Pioniere» attraverso pratiche
che oggi diremmo interattive: quesiti, inchieste
e produzioni di storie vere. Far partecipare
i ragazzi, coinvolgerli, concedere loro
fiducia considerandoli una risorsa e dunque
“dar loro voce” era la vocazione
del giornalino. Ed è sottolineando il dialogo e
la sensibilità della direttrice che
la Franchini analizza e raggruppa per tematiche
le lettere e le relative risposte, concentrandosi
sul colloquio intrecciato dalla Rinaldi
col pubblico di giovani lettori e lettrici.
All’interno di ogni sezione tematica,
le lettere dei bambini e le risposte della
direttrice sono riportate interamente, creando
così un’antologia di scritti
rimasti fino ad oggi nascosti tra le pagine
del «Pioniere». Come documenti
storici, quelle lettere sono forse più
importanti perché sono la voce di
quei ragazzi, pionieri e non, cresciuti
dopo la seconda guerra mondiale e nel clima
di scontro politico della guerra fredda,
in un’Italia ancora piena di stenti
e povertà, in cui pochi avevano tempo
di dedicarsi con energia e passione ai ragazzi. Risultano emotivamente forti e coinvolgenti,
oltre che utili come documenti storici,
offrendoci direttamente testimonianze di
mezzo secolo fa su vita e desideri dei figli
delle classi lavoratrici. L’ultima parte del volume è
interamente dedicata alla biografia di Dina
Rinaldi, ad un suo carteggio inedito con
diverse figure di spicco della cultura italiana,
e ad una bibliografia dei suoi scritti.
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