| Agata Pernicone
Massimo Baioni, Risorgimento in
camicia nera. Studi, istituzioni,
musei nell’Italia fascista,
Roma, Carocci, 2006, pp. 290
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Gli interessi che suscita la lettura dell’ultimo
libro di Baioni possono essere molteplici,
così come molteplici appaiono i temi
trattati e gli aspetti culturali affrontati.
In quattro capitoli l’autore, attraverso
lo studio di alcune istituzioni culturali
dedicate alla storia, in particolare alla
storia del Risorgimento, ci presenta il
complesso ed articolato meccanismo che ha
messo in funzione la propaganda culturale
fascista attorno alla storia del Risorgimento,
in un arco cronologico che spazia dal primo
dopoguerra alla caduta del regime, focalizzando
l’attenzione sugli anni Trenta. L’appropriazione della storia, tipica
di ogni regime totalitario, non rispondeva
per quanto riguarda il fascismo soltanto
ad una logica propagandistica: «il
confronto con il passato era vitale per
dare un senso della dimensione storica del
fascismo e per connotarne l’identità,
precisando il posto che esso ambiva ad occupare
nel flusso della storia italiana»
(p. 10). L’acceso dibattito, avvenuto
negli anni dell’Italia liberale intorno
al Risorgimento si insinua fra le varie
anime del fascismo, articolando il discorso
in maniera differenziata. L’autore precisa attentamente il
baricentro tematico della sua ricerca: «la
rete ideologica in cui fu inglobato il Risorgimento
è messa in relazione ai meccanismi
e alle dinamiche che si insinuarono dentro
il funzionamento degli apparati organizzativi,
permeando le trame dei rapporti personali
e il lavoro scientifico degli studiosi»
(p. 11). L’uso alternato di fonti
archivistiche, soprattutto epistolari, e
produzioni scientifiche dell’epoca
conferma questo continuo spostarsi da un
piano privato ad uno pubblico ribadendo
l’inevitabile intreccio dei due. Il primo capitolo ricostruisce il ruolo
delle principali istituzioni dedite agli
studi risorgimentalisti, la Società
nazionale per la Storia del Risorgimento
e il Comitato nazionale per la Storia del
Risorgimento, nonché i musei, nel
periodo di transizione dal primo dopoguerra
all’avvento e al consolidamento della
dittatura. Per cogliere il ruolo giocato
negli anni ’20 dalle istituzioni storiche,
in particolare dalla Società nazionale,
i congressi di quest’ultima sono una
fonte preziosa, poiché portano alla
luce questioni storiografiche e organizzative
altrimenti in ombra, permettendoci di rintracciare
il tentativo di leggere in chiave di continuità
il fascismo rispetto al Risorgimento. Il secondo capitolo focalizza l’attenzione
sulle novità che all’inizio
degli anni ’30 mutarono il rapporto
del regime con gli istituti e gli studi
storici, in seguito al ricorrere di due
eventi, entrambi svoltisi nell’anno
del decennale della marcia su Roma: il cinquantesimo
anniversario della morte di Giuseppe Garibaldi
e la Mostra della Rivoluzione fascista.
«Le principali manifestazioni del
1932 sembravano confermare il nesso tra
il bisogno di presentare il fascismo come
erede delle migliori tradizioni nazionali
e la volontà non meno forte ad enfatizzarne
le componenti moderne, che avrebbero dovuto
distinguerlo come originale esperimento
politico e sociale» (p. 94). Queste
operazioni culturali furono seguite da incisivi
interventi legislativi che tra 1933 e 1935
investirono l’intero settore degli
studi storici. Figura centrale di questo
cambiamento fu Cesare Maria De Vecchi di
Val Cismon, il quale riuscì a fare,
attraverso l’occupazione degli spazi
più importanti delle istituzioni
storiche, primo fra tutti l’Istituto
per la Storia del Risorgimento, della tradizione
risorgimentale una componente essenziale
nella definizione della cultura storica
nazionale e dell’identità del
fascismo fino a codificare un paradigma
sabaudo-fascista (argomento trattato nel
terzo capitolo). Nel quarto e ultimo capitolo l’autore
passa al vaglio le realtà periferiche
dell’Istituto per la Storia del Risorgimento
sostenendo che «fu soprattutto l’evoluzione
della politica estera dell’Italia
fascista a generare nella rete dell’Istituto
[…] alcuni perturbamenti nel rapporto
con il passato recente» (p. 239).
Infine lo scoppio della guerra e i lunghi
mesi della guerra civile avrebbero rimesso
il Risorgimento al centro delle vicende
nazionali a conferma «della sua puntuale
ricorrenza nei tornanti decisivi della vita
della nazione» (p. 276).
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