| Maria Pia Casalena
Alceo
Riosa (ed.), Napoleone e il bonapartismo
nella cultura politica italiana 1802-2005,
Milano, Guerini & Associati, 2007,
pp. 345
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Frutto di un convegno celebrato
a Milano nel dicembre 2005, il decimo titolo
della collana “Storiografica”
affronta una questione complessa, destinata
a riemergere nel dibattito scientifico,
politico e politologico della penisola.
Come spiega il curatore nella breve ma densa
Introduzione, scopo dell’incontro
era di riesaminare sia la vicenda politico-costituzionale
del 1799, sia la categoria di bonapartismo,
attraverso un rigoroso rispetto della «dimensione
idiografica» (p. 8) propria all’analisi
storiografica.
Pierre Serna, autore di studi fondamentali
in questo campo (cfr. tra gli altri il recente
La République des girouettes,
1789 et 1815 et au delà, Champ-Vallon,
Seyssel, 2005), apre il volume con un lungo
saggio sulle dinamiche che anticiparono
e accompagnarono 18 brumaio. Tenendo ben
distinte la realtà degli eventi e
le costruzioni discorsive forgiate a posteriori,
Serna colloca l’agire di Napoleone
I nell’atmosfera fibrillante della
Repubblica direttoriale, puntando l’attenzione
sulle finalità di lungo periodo del
colpo di stato e sulle forze politico-sociali
che lo sostennero. Emerge così la
categoria del «centro estremo»,
alla quale si affidava la governabilità
dello Stato nato dalla Grande Révolution,
che con l’ascesa del primo console
non smarriva l’humus repubblicano,
bensì lo rafforzava attraverso il
modello di governo autoritario, amministrativo
e plebiscitario al quale si lega la figura
del generale corso. Spostandosi sul piano
discorsivo, Serna individua il momento in
cui Aulard – uno dei creatori della
master narrative otto-novecentesca
– passò dalla consapevolezza
di quella continuità alla denuncia
di 18 brumaio come usurpazione liberticida
del potere del popolo. Fu il confronto traumatico
con il fascismo italiano a determinare il
cambio di rotta dei paladini storiografici
della Terza Repubblica; mentre nella penisola
italiana del XIX secolo – lo dimostrano
S.B. Galli, M. Cavallera, A. De Francesco
– le letture del dominio napoleonico
oscillavano da sempre da un fervoroso vituperio
a danno di Bonaparte alla argomentata nostalgia
di certe élites lombarde per una
stagione in cui lo Stato si era efficacemente
fatto carico del progresso.
Altri saggi affrontano momenti e attori
tardo-ottocenteschi e novecenteschi di questo
irrisolto confronto con l’eredità
napoleonica. Bonini e Battini riconducono
entro binari di rigorosa comparazione storica
certi parallelismi ricorrenti nel discorso
politico tra i due secoli, il primo occupandosi
del binomio Crispi / Bonaparte, il secondo
misurando affinità e distanze tra
i fautori di Boulanger e i portavoce dell’antiparlamentarismo
italiano. Se la vicenda del monumento milanese
a Napoleone III, minuziosamente percorsa
da Canavero, apre su un teso frangente del
confronto tra sabaudisti e democratici nel
primo quarantennio dello Stato nazionale,
gli scritti di un friulano e quelli di alcuni
ebrei massoni permettono a Riosa e a Catalan
di illuminare declinazioni poco note della
memoria degli anni francesi.
Bracco approfondisce il concetto di verticalizzazione,
che tra grande guerra e dopoguerra sembrò
costituire una versione aggiornata alla
società di massa del rapporto diretto
tra leader e popolo sperimentato dal generale
di Ajaccio. Tre saggi si addentrano nella
parabola segnata dal bonapartismo nella
cultura politica dell’entre-guerre,
mettendo in risalto gli aspetti problematici
che gli schematismi hanno lungamente rimosso.
Campi ricostruisce il rapporto tra Mussolini
e Bonaparte a partire dalle autorappresentazioni
(i celebri Colloqui con Ludwig);
Compagna contestualizza le riflessioni di
Salvatorelli; Burgio rintraccia i confini
semantici dei termini bonapartismo
e cesarismo negli scritti di Gramsci.
I saggi che chiudono il volume focalizzano
a loro volta sulle metamorfosi che il “mito”
napoleonico ha subito nelle personalità
e nelle strategie di Charles De Gaulle (S.
Bernstein) o di François Mitterand
(M. Gervasoni) o, infine, presso i leader
affermatisi in Italia nella stagione della
«personalizzazione» della politica
(G. Grossi).
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