| Flavia Cumoli
Andrea
Sangiovanni, Tute Blu. La parabola
operaia nell’Italia repubblicana,
Roma, Donzelli, 2006, pp. 305
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L’immagine evocata dal
titolo – la divisa-emblema dei lavoratori
dell’industria – ben introduce
al tema del volume, che ripercorre l’evolversi
della rappresentazione dell’operaio
così come è stata veicolata
da giornali, romanzi, televisione, cinema,
fotografia e fumetti, nel corso del trentennio
che ha visto la centralità dell’operaio
e dell’industria nella società
italiana.
L’analisi si suddivide cronologicamente
in quattro sezioni – Campo lungo
(1950-57), Mettere a fuoco (1957-1968),
Primo piano (1968-73), Immagine
mossa e dissolvenza (1973-80) –
che inseguono con occhio cinematografico
il rapido svolgersi di una parabola, denunciando
l’oblio e il preoccupante silenzio
che sono seguiti alla scomparsa di questa
“classe-che-non-c’è-più”.
A mettere in luce la radicalità
dei mutamenti che hanno investito quadri
mentali, concezioni, sensibilità
del mondo operaio, oltre l’ombra di
questo vuoto di “smemoratezza”
sintomatico della crisi ideologica che ha
investito il nostro paese nel corso degli
ultimi decenni, è l’esame dell’immagine
pubblica dell’operaio e delle sue
culture politiche dominanti. Dal lento affermarsi
della figura del lavoratore industriale
negli anni ’50, all’imposizione
quale protagonista degli scontri durante
gli anni ’60 e ’70, alla veloce
fase di declino e scomparsa del mito conclusasi
con la marcia dei quarantamila. Gli scatti fotografici si distinguono per
la nitidezza delle immagini proposte. E
questo nonostante la molteplicità
delle fonti utilizzate e degli elementi
portati a supporto dell’argomentazione.
Lo sguardo poliedrico e attento dell’a.
rompe la costruzione idealizzata a cui è
stata a lungo piegata la realtà che
ha circondato la grande fabbrica, declinando
al plurale le esperienze delle culture operaie
che si articolano secondo le diverse realtà
industriali, politiche e generazionali.
La “classe”, spesso intesa dal
movimento operaio come omogeneità
assoluta, mostra dunque le differenze e
le pluralità da cui è costituita.
Ne emerge una comunità che è
inizialmente mantenuta coesa, pur nelle
sue diverse declinazioni, dal forte sentimento
di appartenenza alla fabbrica, ma che poi
vedrà questa compattezza identitaria
infrangersi col venir meno del senso di
appartenenza al mondo del lavoro capace
di modellare anche le altre sfere del vissuto. La forte etica del lavoro e della produzione
accomuna lungo tutto il decennio ’50
la subcultura comunista e quella cattolica:
la prima è animata dal mito della
separatezza e dell’antagonismo cui
fa da controparte la costruzione di un’immagine
pubblica degli operai comunisti come classe
pericolosa; la seconda fa invece perno sulla
figura dell’operaio integrato costruita
sul mito del pauperismo, vale a dire del
lavoratore costruttore del miracolo e allo
stesso tempo vittima dei suoi costi sociali.
Al di là di queste rappresentazioni
cristallizzate, si stende un vuoto di conoscenza
nei confronti del mondo operaio, ancora
rinchiuso nelle fabbriche e nei suoi bastioni,
su cui prevalgono gli stereotipi. Sarà
lo scontro politico degli anni ’60
a ridare visibilità agli operai e
ai loro cortei che invadono le città;
l’esplosione della radicalità
– che coglie tutti di sorpresa –
fa poi emergere altre linee di frattura:
oltre a quella politica, quella del grado
di professionalità, quella della
provenienza e dello scarto generazionale.
Al turn-over geografico-generazionale si
affianca un progressivo allontanamento tra
identità e ruolo lavorativo. La distanza
tra le aspettative di larghe masse di giovani
immigrati e i limiti che i costi del miracolo
impongono alle reali possibilità
di ascesa sociale porta a mettere in discussione
l’intero modello di vita imposto dalla
fabbrica. Sarà poi la generale messa
in discussione del modello industriale ad
accelerare drammaticamente il distacco dalla
fabbrica, e a spingere nuovamente l’operaio
quale soggetto collettivo ai margini dell’immaginario
collettivo. Pochi sguardi attenti, qualche voce “non
allineata” riescono a percepire il
mutamento di un intero orizzonte culturale.
Dal continuo confronto tra la scarsa capacità
di comprensione di fonti di informazione,
intellettuali, partiti e sindacati nei confronti
degli operai, la proiezione stereotipata
e compatta che di questi arriva nella società
e nell’opinione pubblica, e le fratture
che attraversano la realtà sociale,
emerge un pesante sfasamento di tempi, una
miopia sulle cui conseguenze il libro di
Sangiovanni ci invita a riflettere.
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