Davide
Arecco
Marc Fumaroli, Le api e i ragni.
La disputa degli Antichi e dei Moderni,
traduzione italiana a cura di Graziella Cillario
e Massimo Scotti, Milano, Adelphi, 2005, pp.
267
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«Gli uni vogliono allacciare l'Europa moderna
al genio antico. Gli altri vogliono emanciparsene.
Sarebbe un errore credere che questa incerta
battaglia sia stata un epifenomeno trascurabile,
giacché ha costretto gli Antichi e i Moderni
ad andare sino in fondo nelle loro posizioni,
a inventare argomentazioni inedite e sconcertanti,
a creare opere atte a intimidire l'avversario:
insomma, è stata il principio occulto della
vitalità inventiva della Repubblica europea
delle Lettere, un principio motore che, così come
la Repubblica delle Lettere stessa, è impossibile
spiegare in termini meramente economici e
sociologici». Così Marc Fumaroli, professore
emerito al Collège de France e membro dell'Académie
française, nel presentare questo suo nuovo
libro. Uscito originariamente nel 2001, da
tempo atteso in italiano (e rivisto per l'occasione
dall'autore stesso), Le api e i ragni è il
saggio di storia intellettuale che molti,
anche nel nostro paese, avrebbero voluto
scrivere - vuoi per il fascino dell'argomento,
vuoi per le implicazioni metodologiche sottese
alla sua stesura, complessa come la storia
raccontata.
Fumaroli riesce nell'opera
affiancando il gusto per la cronaca al
rigore della Kulturgeschichte.
La sua non è astratta storia delle idee,
ma ricostruzione mai arida di vive e articolate
immagini del sapere. L'autore dà conto non
solo del dibattito che divise, intorno alla
lingua e alla poesia, al teatro e alla scienza,
all'arte e alla musica gli "Antichi" e i "Moderni".
Rilegge in maniera approfondita gli sfuggenti
rapporti che videro legati i letterati delle
fazioni in polemica tra loro, tra questi
e la società colta dell'epoca, tra questi
e il potere politico (primariamente il sovrano,
di cui si ambiva a conquistare i favori con
qualsiasi mezzo).
Lo scopo di questo libro
non è, solo, registrare
il successo clamoroso - ma non così "effimero" - del
fronte moderno. Sulla scia di Arnaldo Momigliano
e Leo Strauss, Fumaroli ci fa capire come,
al di là dei limiti cronologici abitualmente
in uso, la questione del vario rapporto intessuto
dal "moderno" con il (suo) passato continui
ad essere, a tutt'oggi, pregnante e reale.
Ecco perché questo libro non si limita a
coprire la fascia temporale del Sei-Settecento,
ma inizia con il Rinascimento (le pagine,
forse, più belle in assoluto) e si conclude
con la Rivoluzione francese.
Peraltro, come riconosce
lo stesso Fumaroli, è stato
Jonathan Swift ad elaborare il modello «più completo
e più inesauribile» di quella che è poi passata
alla storia come la disputa tra "Antichi" e "Moderni".
I primi, come afferma Esopo nella Battle
of the Books swiftiana, sono come l'ape,
la quale trae dalla natura il miele che fabbrica,
mentre i secondi, così come il ragno, attingono
ai loro stessi escrementi di che filare la
propria conoscenza. Ecco, dunque, la modernità ritratta
da Fumaroli svelarsi come «atrofia della
memoria, negazione di ogni retaggio». Tuttavia,
dietro quella «funesta e narcisistica sterilità»,
più presunta che reale, lo storico sa celarsi
il coraggio di credere nella crescita di
un sapere libero da vincoli.
La polemica tra i due "partiti", si osserva,
era iniziata in realtà ben prima di Swift,
nell'Italia d'inizio Seicento e in Francia,
dove aveva improntato di sé l'intera vita
culturale dell'ultimo ventennio del secolo.
Anni turbolenti e fecondi, illuminati dagli
scritti di Boileau e Racine, Perrault e Fontanelle.
I loro antenati, secondo Fumaroli, sono da
ricercare in Montaigne e Cartesio, nei Ragguagli
di Parnaso di Boccalini e nella Secchia
rapita di Tassoni, senza dimenticare
un altro grande sempre poco citato dell'enciclopedismo
di età barocca: il nostro Secondo Lancellotti.
Della disputa tra gli "Antichi" e i "Moderni" l'autore
segue le tracce nelle accademie, ritrovandone
l'eco a Londra e a Napoli. In Inghilterra,
grazie alla trattistica di Temple e Wotton - l'Essay del
primo e le Reflections del secondo
vennero pubblicate nel 1692 e nel 1694 rispettivamente,
e ancora attendono ricerche dettagliate - la
polemica, da retorico-letteraria, si fece
scientifica, finendo così per innestarsi
nel tronco "illuministico" della tradizione
baconiana. Un aspetto rimasto ai margini
del discorso svolto, in merito al quale il
lettore avrebbe apprezzato ulteriori precisazioni.
In effetti, la frontiera di certezze su cui
poggiava la sicurezza moderna, tra XVII e
XVIII secolo, fu proprio la galleria di scoperte
e conquiste acquisite dalla "nuova scienza".
(Si tratta, ad ogni modo, di piccole lacune
in un libro quasi perfetto).
Dopo Londra, Napoli:
il gran Vico, col suo tacitismo, e quindi
Paolo Mattia Doria, il
filosofo platonico che preferiva Euclide
a Newton (prima di loro, impossibile non
citare Sebastiano Bartoli e l'esperienza
investigante). E, dopo Napoli, il Settecento
europeo: quello inglese (Gibbon) e quello
francese, fino al Terrore. Interessantissime
le pagine dedicate a Caylus, protagonista
della definitiva maturazione delle conoscenze
tecnico-estetiche e della stessa antiquaria.
Al tempo di Napoleone e dell'Impero, lasciatasi
alle spalle Omero, la discussione verteva
ormai sul significato di decadenza e progresso.
Con il pre-romanticismo la drammatizzazione
della disputa tra "Antichi" e "Moderni" vide
sfumare i propri contorni ed arricchirsi
di nuovi colori. Fumaroli, da ape operosa,
ne indaga pazientemente le sorti in questa
sintesi imperdibile. |