Guido Bartolucci
Lea Campos
Boralevi,
Diego Quaglioni (eds.), Politeia
Biblica, in «Il Pensiero
Politico», 3, 2002, pp. 365-521 |
Con questo numero monografico dedicato all’importanza
della Politeia biblica nel pensiero politico
dell’età moderna si apre finalmente
la strada che porta a introdurre stabilmente
il modello dell’antico Stato degli
Ebrei nella riflessione sullo Stato compresa
tra i secoli XV e XVIII.
L’aspetto maggiormente rilevante di
questa iniziativa è il tentativo di
stabilire alcuni parametri attraverso i quali
comprendere meglio il fenomeno presentato.
I curatori, nell’Introduzione tracciano
due linee guida. La prima, diacronica, vuole
mostrare «la permanenza della politeia
biblica come riferimento cruciale nel pensiero
politico», la seconda invece sottolinea
come lo studio di questo modello ci porti
alla «ricostruzione del rapporto strettissimo
fra politica e teologia».
L’analisi si apre con il saggio di
Falchi Pellegrini sulla Respublica Israelis del Martin Bucer nel quale l’autrice
analizza il pensiero politico del riformatore
attraverso la sua lettura di alcuni passi
biblici. In ordine di tempo segue il lavoro
sulla Respublica Hebraeorum fatto da Bodin
all’interno della Methodus e ben presentata
da Lazzarino del Grosso. La terza analisi è dedicata
invece al De Repubblica Hebraeorum di Carlo
Sigonio, nel quale Vittorio Conti sottolinea
non solo le novità storico-politiche
portate dallo storico modenese, ma presenta
brevemente anche l’influenza che la
sua opera ha esercitato nei pensatori successivi.
L’articolo seguente, presentato da
Bianchin, concentra la sua attenzione su
un altro autore decisivo per la storia di
questo modello, Joannes Althusius. L’analisi
però si concentra non tanto sulla
presentazione che il sindaco di Emdem fece
nella sua Politica, quanto sul concetto di
regalità che l’autore elaborò partendo
dal commento a due specifici passi biblici.
Campos Boralevi propone la storia della fortuna
della Respublica Hebraeorum nella tradizione
olandese, partendo dal lavoro di Montano
per arrivare a Spinoza, cercando anche di
fornire un’ipotesi per capire le cause
di questo interesse. Diverso è l’approccio
di Suppa, il quale presenta la visione che
l’Encyclopédie ebbe dell’ebraismo
e il suo tentativo di attenuare la sacralità delle
sue scritture. Con Picchetto invece ritorniamo
a occuparci della tradizione dell’antico
Stato degli Ebrei nelle colonie americane
nel XVII e XVIII secolo e in che modo la
Respublica Hebraeorum influenzò il
pensiero politico d’oltreoceano. Il
volume si chiude con l’analisi dell’opera
di Buber, La regalità di Dio, con
la quale Quaglioni cerca di mostrare l’attualità del
modello della Politeia Biblica anche per
la riflessione politica del XX secolo.
Come si può vedere da questa breve
descrizione del volume il contributo al tema è ricco
e cerca di coprire lo spazio di tempo più ampio
possibile. Tale operazione però rischia
di far perdere il significato e il reale
apporto che l’analisi dell’antico
Stato degli Ebrei ha dato alla riflessione
politica occidentale. Un altro difetto è riscontrabile
nella mancanza di dialogo tra i saggi presentati,
problematica se si tiene conto che sono il
frutto di un seminario che avrebbe dovuto
dare spazio a un dibattito e a un confronto
fra i vari relatori.
Rimane così irrisolta la questione
più importante che questo argomento
pone, vale a dire se è rintracciabile
un filo che attraversa gli autori e i paesi
investiti da questo interesse, se ci sia
stato uno scambio, se ci sia stata una relazione
e un influenza reciproca tra le singole opere.
All’interno dei singoli saggi si cerca
di costruire tradizioni che però rimangono
sempre parziali, dal momento che mancano
di una visione unitaria.
Forse l’unico tentativo di costruire
un movimento genealogico e di problematizzare
la questione è il lavoro dedicato
a Bodin. Nella sua analisi l’autrice
riconosce giustamente a Bodin il primato
in questo campo, sottolineando l’importanza
della Respublica Hebraeorum nella riflessione
del giurista francese. Mi sembra che abbia
ragione Lazzarino del Grosso quando si chiede
quale portata abbia avuto quest’opera
sugli autori successivi, il teologo ginevrino
Bertram e Sigonio. Se si possa dunque ipotizzare
uno svolgimento dell’interesse per
lo Stato degli Ebrei nel quale Bodin sia
il motore che scatena una reazione in altri
autori, i quali, a loro volta, influenzarono
gli scrittori olandesi, inglesi e infine
americani. È in quest’ottica
più compatta, che individua una strada
unica per lo sviluppo di questo pensiero,
che forse sarebbe possibile ritrovare elementi
utili per capire se ci sia stato un generale
e indistinto movimento d’interesse
per questa tematica, che in ogni paese ha
avuto una sua origine e un suo sviluppo,
o se invece sia possibile identificarne con
certezza le tappe e gli autori.
Aspettiamo ora i contributi che verranno
per verificare quale delle due ipotesi sia
più pertinente continuando però un
colloquio che ha già posto le sue
basi.
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