Paolo Capuzzo
Ranajit Guha, La storia ai limiti della
storia del mondo, Milano, Sansoni, 2003,
142 pp. |
Ranajit Guha è l’ispiratore
del gruppo di storici indiani che nel 1982
dà vita alla serie di volumi collettanei «Subaltern
Studies» (una parziale traduzione di
una raccolta di quei testi è stata
curata da S. Mezzadra, cfr. R. Guha, G. Chakravorty
Spivak, Subaltern Studies. Modernità e
(post)colonialismo, Verona, Ombre Corte,
2002), un’esperienza nella quale sarebbero
cresciuti alcuni tra gli storici e scienziati
sociali più eminenti dell’attuale
scena intellettuale, da Partha Chatterjee
a Dipesh Chakrabarty a Gayatry Spivak.
In questo breve volume, Guha si confronta
con il canone della storiografia europea
per eccellenza, vale a dire la dottrina hegeliana
della storia. Hegel non condivideva il disprezzo
per l’India espresso dal suo contemporaneo
James Mill (History of British India, 1818),
aveva anzi grande ammirazione per quel popolo,
ciò rende la sua riflessione sui “popoli
senza storia” di grande interesse perché essa
non discende da un rozzo pregiudizio eurocentrico,
come nel caso di Mill, ma da uno schema di
pensiero coerente e lineare che avrebbe influenzato
profondamente la visione occidentale – e
non solo – della storia indiana fino
a tempi recenti. Nonostante la ricchezza
spirituale della letteratura indù,
sostiene Hegel, l’India è priva
di storia perché «il moto organizzativo,
che comincia a differenziare l’amorfo
stato sociale originario […] si pietrifica
subito in determinazioni naturali (nelle
caste)». Senza lo Stato, insomma, la
scrittura da sola non è indice dell’esistenza
di una storia.
Guha contrappone due nozioni hegeliane: la “prosa
del mondo” e la “prosa della
storia”. La prosa del mondo inizia
con l’uscita dal tempo ciclico dello
stato di natura, essa richiede un processo
di individualizzazione e di riconoscimento
delle altre individualità nei termini
concreti dell’interazione quotidiana.
La prosa recupera i suoi contenuti dalle
transazioni tra gli individui che portano
con sé i propri specifici passati;
passati irriducibili e plurimi, insomma,
che stanno in relazione tra essi nella prosa
del mondo. Ciò prospetta una dimensione
della storicità dialogica e aperta,
nella quale le diverse storie partecipano
di un multiforme orizzonte che viene a costituire
la prosa del mondo.
Ma ciò è ben lontano dalla
visione hegeliana della storia che assume
invece il volto monolitico della “storia
dello spirito”. In un movimento incessante,
lo spirito supera le determinazioni naturali
del suo essere e affermandosi come libertà si
realizza nell’autocoscienza. I materiali
che costituiscono la storia vengono perciò selezionati
in base a questo “motivo conduttore”,
ma perché questa selezione sia possibile è necessario
che la libertà faccia il suo corso
e che conduca all’autocoscienza. È precisamente
ciò che, secondo Hegel, manca alle
grandi civiltà orientali, in Cina
le regole morali sono poste come leggi di
natura, mentre l’ascetismo indiano
ha come fine ultimo l’annullamento
della coscienza (Lezioni di filosofia
della storia). Manca insomma la libertà che
conduce lo spirito a riconoscersi, e che
permette di conoscere e volere oggetti universali
come la legge e il diritto e a produrre la
realtà dello Stato. La storia del
mondo inizia soltanto quando inizia questo
processo, di conseguenza le civiltà nelle
quali questo passo non è stato compiuto
stanno al di fuori della storia, fluttuano
nel paesaggio eterogeneo e destoricizzato
della prosa del mondo.
La prosa della storia, insomma, supera le
storie del mondo, se le annette, un po’ come
gli imperi europei, aggiunge Guha, si annettono
popoli e paesi al di fuori dell’Europa
e in questo modo li trascinano nella storia.
Nel momento in cui lo Stato diventa il centro
di gravitazione dell’uomo nel mondo,
la storicità dialogica e aperta della
prosa del mondo viene improvvisamente a chiudersi.
La storia dello Stato fissa i confini della
storicità e la pluralità dei
passati degli uomini sembra svanire. Hegel
ha insomma murato la storia nello Stato ed è all’individuazione
dei passaggi per evadere da questa fortezza
che Guha indirizza le pagine conclusive del
suo libro.
La visione statalista della storia ha espunto
i modi di appropriazione del passato dell’India
precoloniale dalla considerazione storiografica.
La storiografia sarebbe perciò nata
in India solo con il dominio coloniale, sarebbero
stati gli inglesi a convincere gli eruditi
indiani a scrivere la storia dei loro re.
Ma Guha mette in luce le differenze nell’interrogazione
del passato che segnavano la distanza tra
l’India e l’Europa, la dimensione
della storicità comune nella cultura
indiana era il frutto di un rapporto comunitario
mediato da un narratore di storie che interagiva
con i suoi ascoltatori. L’occidente
ha introdotto la preminenza del narratore
e ha spostato sullo Stato l’interesse
della storia che in precedenza permeava i
riti della società e si qualificava
come una sorta di ricordo dialogico e creativo.
Guha chiude il suo volumetto commentando
un articolo di Tagore del 1941, riprodotto
in appendice, nel quale emerge una nozione
di storicità sottratta alla forza
oggettivante della storia dello Stato e riportata,
secondo una personale lettura delle Upanisad,
alle gioie e ai dolori della quotidianità,
nonché ad una soggettività dell’esperienza
storica che si configura come una sorta di
autobiografia. La storia perciò «incorpora
nella propria opera i multiformi spettacoli
del mondo con la loro gioia e la loro tristezza.
Prova gioia nel farlo e condivide la sua
gioia con gli altri» (p. 123).
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