Mario Caricchio
Silvana
D’Alessio, Contagi. La rivolta
napoletana del 1647-48: linguaggio e potere
politico, Firenze, Centro Editoriale Toscano,
2003, pp. 201 |
Il libro di Silvana D’Alessio affronta
il tema della rivolta napoletana da una prospettiva
specifica e finora non esplorata a sufficienza:
l’indagine su cosa venne detto durante e dopo la rivolta napoletana. L’autrice
riporta alla luce il conflitto delle parole
e dei testi che accompagnò e strutturò ideologicamente
lo svolgersi degli eventi durante il 1647-48
e ripercorre la formazione a posteriori dei
miti su Masaniello e sui napoletani.
I primi tre capitoli sono dedicati all’analisi
di pamphlet e discorsi, dialoghi circolati
durante la rivolta. Nonostante la distruzione
degli stampati successiva al ritorno del
viceré, è infatti possibile
ricostruire «una polemica vivissima»,
animata dalla consapevolezza che «ogni
parola dovesse essere spesa bene, in una
generale persuasione (o forse illusione),
che le idee potessero realmente dar forza
alle armi»: «Quasi nessuna idea – afferma
D’Alessio – fu lasciata correre,
circolare liberamente senza che le fosse
contrapposta l’esatta antitetica».
Se, infatti, lo Stato era un corpo e la rivolta
la sua malattia, le idee erano appunto i
veicoli principali dei «contagi».
La rivolta del 1647-48, da questo punto di
vista, assistette a una «guerra per
il consenso» articolata intorno alle
capacità esplicative e persuasive
delle metafore. Emerge, quindi, dalla lettura
accurata dei testi a disposizione la persistenza
delle immagini organicistiche del corpo politico,
che si prestano alle divergenti interpretazioni
della propaganda «popolare» volta
a commuovere, di quella francese interessata
a mettere sotto accusa la contaminatio della
tirannia spagnola e di quella spagnola che
naturalmente capovolge tale giudizio a danno
dei suoi avversari sullo scacchiere europeo.
La rivolta è dunque malattia: per
i «popolari» è la naturale
reazione alla scissione tra tiranno e patria;
per gli spagnoli si identifica con l’azione
patogena che porta il disordine nel corpo
politico. La specularità degli usi
della stessa chiave metaforica pone in rilievo
la sua funzionalità, che risiede nell’idea
di aggressività del «contagio» quale
che sia la sua origine e pone il problema
del «bravo medico» in grado di
sanare un corpo gravemente ammalato. Se questo è il
motivo fondamentale, nei discorsi della rivolta
circolano altri temi, come quello della differenza
tra popoli meridionali e popoli settentrionali,
quello dell’analogia con lo sfruttamento
coloniale e quello dei paralleli biblici,
presi in esame nel terzo capitolo.
La seconda parte del libro si concentra,
invece, sulla drammaturgia e sulla letteratura
di viaggio dalla seconda metà del
Seicento alla fine del Settecento. Viene
così ricostruita la demonizzazione
di Masaniello, che riscrive in termini morali
il problema delle sedizioni e introduce il
periodo nel quale il caso napoletano viene
presentato come esempio paradigmatico del
negativo intervento del popolo nella sfera
politica. A differenza di quel che avviene
nella drammaturgia, particolarmente in quella
inglese, che sottrae la rivolta al suo contesto
storico per tramutarla in evento di portata
universale, la letteratura di viaggio la
restituisce alla sua terra per vincolarla
però al «carattere» dei
napoletani. Le variazioni tra Cinquecento
e Settecento dello stereotipo dei popoli
meridionali confluiscono infine in una fama
per Napoli che è a doppio taglio:
mentre la città diviene meta ambita
per le bellezze naturali e le antichità e
anche per il mito delle giornate masanelliane,
si ipostatizza la differenza tra le caratteristiche
effimere delle ribellioni meridionali e quelle
durature e portatrici di libertà dei
settentrionali, testimoniata ancora da Leopardi.
Contagi è dunque libro ricco di materiali
e spunti, tenuti insieme dalla trama di metafore
che si estendono dalla libellistica della
rivolta ai testi letterari successivi. Come
l’autrice afferma, questo studio è scoperta «di
tutto un network di rapporti fra un testo
e un altro». In ciò risiede
forse il suo pregio e principale limite.
Da una parte, infatti, l’effervescenza
di idee e discussione popolare, di «inedita
libertà espressiva» e di opinioni «radicali»,
cui D’Alessio dichiara ricollegarsi
la metafora del «contagio», è soltanto
evocata dalle osservazioni dei “colti”.
Dall’altra, i percorsi dell’interpretazione
dei testi portano, soprattutto nella seconda
parte, all’analisi di temi che sembrano
ricollegabili ai «contagi» solo
da lontano.
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