Mario Caricchio
Joad Raymond, Pamphlets
and Pamphleteering in early Modern Britain, Cambridge,
Cambridge University Press, 2003, pp. XVIII-403 |
Il nuovo libro di Joad Raymond
sostiene una tesi lineare: tra gli anni ’60
del ‘500 e il 1700 ha luogo una trasformazione
nel ruolo della stampa e del suo rapporto
con il pubblico. Si tratta di un mutamento
dell’idea stessa del mezzo di comunicazione,
connesso all’affermazione commerciale
e sociale del pamphlet. Stampato generalmente
in quarto, meramente legato alla controversia
sociale, politica e religiosa, marginale
e denigrato all’inizio, esso si impone
come medium del dibattito pubblico, attraverso
il ventennio della Rivoluzione inglese. I
pamphlet si affermano allora come «una
delle fondamenta di quelle influenti comunità morali
e politiche che costituiscono una ‘sfera
pubblica’ di opinione politica popolare».
Nel 1688 la stampa è ormai un mezzo
di persuasione e propaganda politica quale
non era nel 1560: il pamphlet lascia progressivamente
spazio al giornale come principale mezzo
di discussione pubblica. Tale tesi si snoda
attraverso sette capitoli che toccano tutti
i punti cronologici e problematici dello
sviluppo descritto: le origini con la Marprelate
controversy; l’analisi del mondo della
stampa e le relazioni tra librai, stampatori,
autori e lettori; l’«invenzione» dei
periodici; la svolta e l’apice della
diffusione dei libelli nei decenni rivoluzionari;
l’incremento, a partire da allora,
dei testi a stampa di donne, legato soprattutto
allo status profetico riconosciuto alla parola
femminile nella Bibbia; il ruolo dei pamphlet
nel preparare la Restaurazione e la Gloriosa
Rivoluzione.
Pur all’apparenza semplice, questa
ricostruzione dell’influenza sociale
della stampa nella storia britannica del
Seicento interessa più di un punto
storiografico controverso. La criticata metafora
dell’«esplosione della stampa»,
cui si obietta la continuità della
produzione misurata in risme di carta e delle
tecnologie disponibili, conserva per Raymond
una certa validità statistica. La
costanza del volume di carta, a fronte dell’aumento
indubbiamente notevole del numero degli stampati,
corrisponde, infatti, all’affermarsi
nel 1641 di un nuovo tipo di commercio, basato
su testi brevi, controversi ed effimeri che
caratterizzeranno il resto del secolo. L’andamento
della curva mette anche in evidenza come,
a differenza che nel periodo 1560-1640, ad
ogni crisi politica il numero dei testi in
circolazione si impenna, indicando l’importanza
dei pamphlet per la discussione pubblica.
Tale quadro deve solo essere qualificato
dal contesto «britannico» imposto
dal mainstream storiografico anglofono (Russell,
Morrill): in effetti, l’«esplosione» del
1641 è innescata da un «incendio» che
si estende da Edinburgo (e dall’Olanda),
un sensibile incremento della propaganda
a stampa che dal 1637 si riversa su Londra.
In Pamphlets and Pamphleteering l’autore
amplia la prospettiva adottata in passato
(l’antologia Making the News, 1993
e The Invention of the Newspaper. English
Newsbooks 1641-1649, 1996) sul piano geografico,
su quello della periodizzazione e delle forme
di stampa considerate, passando dal newsbook al pamphlet. Siffatta ricontestualizzazione
del ‘giornale’ come parte di
una più ampia affermazione di una «cultura
del pamphlet» ha una certa importanza.
Il pamphlet, con la sua peculiare ecletticità di
contenuti, di stili e di retorica e la sua
essenza polemica e immediata, non può infatti
configurarsi come veicolo della «sfera
pubblica» habermasiana, ragionevole
e orientata al consenso. La culla storica
dell’opinione pubblica britannica,
in altre parole, è un contesto comunicativo
percorso dalla competizione degli interessi
politici ed economici, in cui la lettura è caratterizzata
dalla passione e può essere del tutto
priva di utilità pratica. Limitarsi,
come ha fatto David Zaret (Origins of
Democratic Culture, 2000), alle petizioni vuol dire
non comprendere come sia i ranters sia i
levellers contribuirono a costruire un dibattito
pubblico sul pamphlet, gli uni facendone
il veicolo di esibizioni scioccanti, gli
altri uno spazio di discussione popolare.
In tal modo, si perde di vista anche il fatto
che furono i pamphlet della Restaurazione
ad erigere lo «steccato bianco» intorno
a St George’s Hill – ove si erano
insediati i diggers – con l’ammonimento «attenti
agli entusiasti». E nemmeno si coglie
l’«evento mediatico» costituito
dal «complotto papista» che,
costruito alla fine degli anni ’70
da ballate, pamphlet, newsbooks e poemi e
dal loro interagire con la memoria del 1641,
creò il clima nel quale Giacomo II
fu poi costretto ad abbandonare il trono.
C’è un certo sbilanciamento
tra i capitoli centrali dedicati ai decenni
rivoluzionari, frutto di una diretta esperienza
di ricerca, e quelli che piuttosto fanno
buon uso di una vastissima letteratura. Ma
la semplice tesi di Raymond suggerisce, sottotraccia,
che il processo storico è più complesso
dei modelli spesso invocati per interpretarlo.
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