Mario Caricchio
Ann Hughes, Gangraena and the Struggle
for the English Revolution, Oxford, Oxford
University Press, 2004, pp. VII-482
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Nel proporre il primo studio complessivo sull'«ephemeral
best seller» di
Thomas Edwards, uscito in tre parti durante
il 1646, Ann Hughes non è rimasta intrappolata
nel dibattito sulla sua attendibilità come
fonte, che un quindicennio fa contrappose
soprattutto John C. Davis a Christopher Hill.
L'esame delle notizie fornite da Gangraena sull'«eresia
popolare» nella Rivoluzione inglese, pur
intrapreso, porta a una conclusione prevedibile:
il libro del pastore presbiteriano va valutato
nel suo contesto di produzione e, confrontato,
ove sia possibile, con resoconti indipendenti,
si rivela una lettura di parte, ma non «fantastica»,
della realtà.
Su questo
si innesta, però,
l'interesse essenziale di Hughes. Il problema è il
ruolo e l'impatto politico del testo di Edwards,
specchio pur distorto del configurarsi degli
schieramenti politici tra il 1644 e il 1646
e al medesimo tempo 'ingrediente' fondamentale
in quel processo. Tale prospettiva è perseguita
da diverse angolazioni analitiche, dalla
storia politica alla storia del libro a quella
della lettura, alle suggestioni degli studi
letterari. Molteplici contesti vengono coerentemente
portati in luce: la tradizione eresiografica,
i luoghi della stampa e quelli della socialità politica
e religiosa, il quadro metropolitano londinese
e quello delle contee. Dall''evento editoriale' del
1646, Gangraena appunto, ci si muove
perciò verso una storia culturale tout
court della Rivoluzione inglese.
Gangraena si
distingue dalle tradizionali opere antiereticali
per
uno scarso interesse per la classificazione
tassonomica e genealogica. È, invece, opera
sempre caoticamente in farsi, che segue dappresso
l'attualità del venefico contagio religioso
e sociale. Hughes sottolinea in Edwards il
costante sforzo di avvalorare il proprio
resoconto dei fatti producendo prove intelligibili
al lettore, in termini di autorevolezza e
trasparenza di testimoni e testimonianze
molto simili a quelli evidenziati da Steven
Shapin e Adrian Johns nella "costruzione
della verità" scientifica. L'esame della
sua produzione e del fiume di repliche e
contro-repliche da parte di chi viene indicato
al pubblico come «eretico» o «libertino»,
mostra d'altra parte l'intenso scambio tra
comunicazione stampata, manoscritta e orale.
Senza rinunciare al posto dei «principi»,
si evitano in questo modo le etichette autoreferenziali
e si esalta la natura dinamica della politica. Gangraena,
in effetti, risulta avere un ruolo fondamentale
nella polarizzazione politica, che alla metà degli
anni '40 vede allontanarsi le posizioni di
presbiteriani e indipendenti.
Portavoce
di una rete di chierici e laici, Edwards
propose con la sua esposizione
pubblica dell'eresia un programma politico
poco attento a un progetto positivo, ma volto
alla mobilitazione frontale contro chi minava
il conformismo di un'indivisibile Chiesa
nazionale. La strategia ebbe successo nell'imporre
tra il 1645 e il 1647 un'identità intransigente
al movimento presbiteriano, aggregandovi
anche attivisti nelle contee: esso assunse
un atteggiamento aggressivo, che si espresse
nella pressione diretta sul Parlamento e
in ripetute campagne di petizioni e di stampa
contro bestemmia, errore ed eresia. Fu, però,
successo paradossale, perché provocò il coagularsi
di una «comunità settaria», ferma nella difesa
della libertà di coscienza e della tolleranza,
in cui si trovarono respinti anche gli indipendenti
e il New Model Army: la sua marcia
su Londra nell'estate del 1647 rese impossibile
per molti anni l'instaurazione di una Chiesa
nazionale.
Ai presbiteriani
viene così restituita
la loro parte nella lotta per la Rivoluzione,
per cosa dovesse essere. Rappresentarono
un'istanza di trasformazione «morale, sociale
e culturale», che adottando, con l'investimento
nel dibattito pubblico, metodi «radicali» diede
luogo al movimento popolare londinese forse
numericamente più significativo. In tal modo,
Hughes riprende e qualifica i risultati degli
studi di David Zaret che hanno dimostrato
come la «sfera pubblica democratica» abbia
nella Rivoluzione inglese le origini pragmatiche
e non nobili dello scontro partigiano e interessato.
L'invito fin qui perfettamente
condivisibile a rivedere l'irriflessa attribuzione
della patente di «conservatorismo» ai presbiteriani
inglesi va però in corto circuito sul piano
dei «principi» quando se ne enfatizza il «radicalismo».
I chierici come Edwards intervennero nel
dibattito pubblico con gli argomenti dell'intolleranza,
della repressione della differenza, del rogo
di libri e degli «eretici». Essi si adattarono
alla «sfera pubblica», contribuendovi di
fatto, ma per occuparla e disciplinarla:
i loro alleati, come i librai John Bellamy
e Ralph Smith, che giustamente Hughes inserisce
tra i protagonisti della Londra presbiteriana,
non smisero di sostenere a ogni occasione
il ritorno alla censura preventiva.
Sarebbe uno sbaglio porre sullo stesso piano
quest'ultima e la censura ex post,
in ragione della pericolosità verso lo Stato,
sostenuta da Milton o da Walwyn. Mentre i
presbiteriani difendevano nel dibattito pubblico
una verità immutabile che lo trascendeva,
i sostenitori della libertà di coscienza
e della tolleranza giunsero a dislocarne
il formarsi all'interno del dibattito stesso,
rendendo, come correttamente ricorda proprio
Hughes a proposito di Saltmarsh e Walwyn,
la questione dell'errore «irrilevante». Da
qui scaturì l'affermazione livellatrice della «sovranità popolare».
Concentrandosi
sull'«iniziativa» del
movimento presbiteriano, Hughes pare sottovalutare
quella degli avversari, l'«identità» dei
quali dipende troppo dall'immagine che esso
ne diede. Il discrimine fra «radicali» e «conservatori»,
e tra le rispettive rappresentazioni e autorappresentazioni, è sempre
utile a non perdere la bussola. Edwards sostenne
nella «sfera pubblica» della Rivoluzione
inglese le ragioni della Ginevra di Calvino
e Beza, quando da quel mondo di «guerre di
religione» Londra stava faticosamente uscendo. |