Maria Pia Casalena
Anna
Ascenzi, Tra educazione etico-civile
e costruzione dell'identità nazionale.
L'insegnamento della storia
nelle scuole
italiane dell'Ottocento, Milano,
Vita & Pensiero, 2004, pp. XVI-625 |
Suddiviso in tre capitoli
e tre appendici, il corposo volume porta
un notevole contributo
alla storia della didattica di una disciplina
particolarmente delicata per il periodo e
per il contesto presi in esame. L'autrice,
dottore di ricerca in Scienze della pedagogia
ora in forze all'Università di Macerata,
vi presenta i risultati di una lunga ricerca
sulle fonti e pubblicazioni ministeriali,
sulle riviste specialistiche, e su un'ampia
bibliografia di riferimento, arricchita dalle
indicazioni di metodo apprese grazie ad alcuni
soggiorni presso l'Institut National de Recherche
Pédagogique di Parigi.
L'insegnamento della storia nelle scuole
elementari e medie (inferiori e superiori)
del Regno d'Italia è passato al vaglio nel
secondo e nel terzo capitolo, entrambi molto
ampi e densi. Come afferma Roberto Sani nella
Prefazione, la storia dell'insegnamento "in
atto" è materia sostanzialmente nuova nel
nostro paese. Riprendendo indicazioni già proposte,
tra gli altri, dagli storici dell'educazione,
dalle pionieristiche indagini sulla costruzione
del sistema scolastico nazionale e dalle
prime incursioni della gender history negli
stessi campi, Ascenzi affronta il suo tema
da una pluralità di punti di vista. Alle
disposizioni ministeriali e alle indagini
volte a recuperare la realtà viva della quotidianità scolastica,
si intrecciano considerazioni sul mercato
del libro e le strategie editoriali; sul
rapporto tra "discorso storico" per la scuola
e riflessione scientifico-metodologica interna
alla comunità degli storici professionisti;
sull'insoluto dilemma della conciliazione
tra educazione etico-civile e rigorosa
conoscenza del passato. La storia della didattica è dunque
inquadrata in una prospettiva molto più ampia,
senza per questo rinunciare ai suoi interrogativi
e alle sue distinzioni.
Non di scuola, in primo
luogo, si deve parlare, bensì di scuole,
dato che anche l'insegnamento
della storia serviva la causa dell'offerta
formativa diversificata con cui gli eredi
della Legge Casati si rivolgevano a ceti
sociali diversi, e ai due diversi generi.
Non solo la storia per
le elementari - comprensibilmente,
la meno accurata sul piano scientifico, e
la più puramente "edificante" per temi e
impostazione - era cosa piuttosto diversa
rispetto alla storia per i gradi medio-superiori.
Ai futuri "tecnici" non si impartiva tanto
la storia politico-diplomatica - dominante
nei corsi liceali - quanto quella economica
e sociale - pressoché ignota agli studenti
della scuola classica. Alle donne - in origine
confinate tra scuole elementari e scuole
normali - non si offriva altro che la storia
d'Italia, e a lungo praticamente solo quella
risorgimentale.
Ferma un po' ovunque la centralità - educativa
e ideologica - della recente storia nazionale
(messa in discussione solo da ministri provenienti
dalla storiografia professionale come Michele
Amari, ma senza durevole successo), permanevano
ovunque anche altri numerosi problemi di
fondo, nei quali si rispecchiavano tanto
una certa "improvvisazione pedagogica" - la
storia, del resto, non aveva a differenza
di altre discipline una lunga tradizione
scolastica - quanto le ricadute di un'equivoca
distinzione tra la storia scolastica e la
storia "alta": edificante la prima, rigorosa
la seconda.
L'autrice mostra molto bene e con dovizia
di materiali ed esempi quanto si rivelò difficile
per i vari ministri, consiglieri, ispettori,
direttori, insegnanti e pedagogisti dell'epoca
sciogliere certi nodi, con conseguenze talvolta
di lungo periodo sulla didattica della storia
nelle scuole italiane. La storia per la scuola
deve essere generale, europea, nazionale
o locale? In quale misura è opportuno intrecciare
le quattro dimensioni? E le diverse tematiche,
dalla politica all'economia al "cammino della
civiltà"? La conoscenza della storia antica è possibile
e consigliabile per chi non studia il latino
e il greco? Quanta e quale storia si deve
insegnare al popolo, quanta e quale alle élites?
A scuola si deve interpretare anche qualche
documento e spendere qualche parola sulle
metodologie della ricerca, o ci si deve limitare
a sollecitare un esercizio di memoria? E
ancora: fin dove lo Stato può dettare le
regole sulle modalità dell'insegnamento e
sulla scelta dei testi? La memoria locale
sarà utile o nociva alla costruzione della
memoria nazionale? L'accentramento didattico è conseguenza
necessaria dell'accentramento amministrativo?
Più di metà del volume è stato
destinato a tre utili appendici. Le prime
due presentano
i Programmi di storia per le scuole
elementari e le scuole secondarie, comprese
le Istruzioni volonterosamente impartite
dagli organi centrali ad un ceto di insegnanti
a lungo sprovvisto di un forte profilo e
di saldi curricula. La terza appendice
consiste invece in un utilissimo Repertorio
dei manuali di storia per le scuole elementari
e secondarie italiane dell'Ottocento che
in duecento pagine presenta i titoli disponibili
sul mercato tra 1800 e 1900, e contribuisce
a mettere in luce le eredità e permanenze
dell'offerta formativa preunitaria (Cantù,
La Farina, don Bosco), una certa dipendenza
rispetto a testi ed autori stranieri (Goldmith,
Lamé-Fleury, poi Duruy), la singolare compresenza
di volumi progressivamente più ambiziosi
sul piano scientifico e cronologico - a firma
spesso di docenti universitari ed eminenti
intellettuali come Ricotti e Bonghi - e testi
che riproducevano, non solo per le scuole
elementari, l'abusato corredo aneddotico
e biografico raccomandato da alcuni dei massimi
pedagogisti del secolo.
|