Flavia
Cumoli
Immanuel Wallerstein, The Uncertainties
of Knowledge, Philadelphia, Temple University
Press, 2004, pp. 205
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Muovendoci all'interno del XXI secolo, gli
interrogativi sulla natura e il ruolo delle
scienze sociali suscitano oggi risposte creative
che ci portano lontano dal contesto ottocentesco
in cui le scienze sociali sono nate. Nonostante
queste siano ancora legate alle specializzazioni
disciplinari cresciute nel moderno sistema
universitario, infatti, la ricerca si sta
muovendo oltre i confini delle diverse discipline.
Questa è la tesi sostenuta da Wallerstein
in The Uncertainties of Knowledge,
in cui l'autore raccoglie ed estende le proprie
riflessioni dell'ultimo decennio circa la
crisi gnoseologica che il pensiero contemporaneo
sta attraversando.
Il libro offre un'agile raccolta di saggi
che si snodano sul tema della crisi delle
certezze che la scienza - minacciata da un
lato dalle pressioni di un relativismo totalizzante,
dall'altro da un sempre crescente grado di
specializzazione del sapere - si trova oggi
a dover fronteggiare, e che approdano a costruire
sull'incertezza un nuovo sistema di comprensione
della realtà. Sostenendo che le suddivisioni
dell'accademia hanno dato luogo ad un paradigma
che postula la certezza come base della conoscenza,
così da assecondare il bisogno di prevedibilità intrinseco
al sistema capitalistico moderno, Wallerstein
ci offre una nuova immagine delle scienze
sociali, la cui metodologia ammetta l'incertezza
come assunto epistemologico e la complessità come
irriducibile componente della realtà sociale.
La corposità dei contributi e l'eterogeneità dei
temi sono tali da impedire, in questa sede,
un resoconto anche schematico dei contenuti
del volume. Basti dire, pertanto, che la
raccolta presenta due sezioni principali
suddivise in senso tipologico. La prima sezione è dedicata
ad una riflessione teoretica sulle strutture
della conoscenza. Senza perdere il carattere
persuasivo, quasi divulgativo, che gli è proprio,
l'autore getta luce sulle trasformazioni
del pensiero moderno, arrivando ad azzardare
alcune previsioni sul futuro. Rivisitando
il cosiddetto «divorzio» fra scienza e filosofia,
collocabile approssimativamente a cavallo
fra XVIII e XIX secolo, Wallerstein ricostruisce
l'evolversi della caratteristica prima del
moderno sistema-mondo capitalista, vale a
dire il persistere di una doppia struttura
della conoscenza, la presenza di «due culture» apparentemente
contrapposte. Ciò cui stiamo assistendo ora è un'inversione
di tendenza messa in essere da due movimenti
che, partendo da posizioni alquanto differenti,
hanno finito col convergere i loro attacchi
contro lo stesso obiettivo: il modello newtoniano
alla base delle scienze naturali. Nel campo
delle scienze naturali il movimento delle «scienze
della complessità» ha contrapposto al tradizionale
paradigma nomotetico, determinista e lineare,
la «freccia del tempo» e la «fine delle certezze»,
postulando la preminenza dell'entropia sull'equilibrio.
Nel campo delle scienze umane, gli «studi
culturali» hanno invece contrapposto all'universalismo
il particolarismo e la contingenza storica
dei giudizi estetici. Questa doppia apertura
chiama in gioco una necessaria opera di ripensamento
della natura delle diverse metodologie disciplinari,
mettendo in dubbio da un lato la validità dei
confini fra le scienze sociali, dall'altro
la liceità della divisione epistemologica
fra le «due culture».
Scendendo
nel campo della ricerca concreta, la seconda
sezione del volume offre appassionate riflessioni
sui «dilemmi» delle discipline. Per oltre
due secoli, sottolinea l'autore, abbiamo
vissuto in una struttura gnoseologica in
cui scienza e filosofia sono state considerate
forme di conoscenza distinte, quando non
addirittura antagonistiche. È in questa divisione
dicotomica che ha trovato spazio il proliferare
della disciplinarizzazione delle scienze
sociali, quale terreno conteso fra gli studi
umanistici e le scienze newtoniane. È alla
luce di questa separazione che le diverse
discipline - interpretate come categorie
intellettuali, strutture istituzionali e
culture, ovvero costruzioni sociali le cui
origini possono essere localizzate nelle
dinamiche del sistema storico all'interno
del quale si sono formate - articolano i
propri spartiacque dicotomici: la divisione
fra passato (storia) e presente (economia,
scienze politiche e sociologia), fra mondo
occidentale civilizzato (queste stesse quattro
discipline) e resto del mondo (antropologia,
studi orientali), ed infine lo strutturarsi
del pensiero occidentale intorno alla distinzione
liberale di mercato (economia), Stato (scienze
politiche) e società civile (sociologia).
Con la crisi del sistema-mondo moderno, questa
struttura ha iniziato a disgregarsi sotto
la spinta di nuovi approcci interdisciplinari.
Esplicita diviene qui, ancora una volta,
la riflessione su Braudel e Prigogine, così come
il richiamo ad una metodologia basata sui
concetti di sistemi storici e di lunga durata
e alla necessità di ogni scienza di essere "storica".
Da qui la chiamata per
un auspicato passaggio «dalla
sociologia alle scienze sociali storiche».
Un approccio storico alle scienze sociali,
dunque, che sia esemplificativo di ciò che
si può chiamare interdisciplinarità. In questo
contesto, i confini disciplinari sono infatti
visti come porosi, piuttosto che rigidi ed
impenetrabili, cosicché l'impostazione metodologica
interdisciplinare diviene il contesto per
costruire nuove connessioni tra le scienze
sociali e gli studi umanistici, in modo da
riportare la conoscenza del mondo sociale
in quell'«arena di incertezza» cui intrinsecamente
appartiene. |