Sara Galli
Anna Rossi-Doria
(ed.), A che punto è la storia delle
donne in Italia, Roma, Viella, 2003, pp.
187 |
Il volume, attraverso i saggi
di cui si compone, traccia un esaustivo bilancio
della
produzione italiana di storia delle donne.
Una disciplina, come rileva Rossi-Doria,
che, inserita nel mondo accademico pur senza
avere conosciuto una reale integrazione nella
storiografia italiana, soffre di una marcata
separatezza dal più ampio dibattito
storiografico. Ne risulta quindi una sorta
di isolamento che impedisce agli women
studies del nostro paese di incidere sulla ridefinizione
dei paradigmi.
A motivare la diffidenza che parte dell’accademia
nutre verso la storia delle donne vi sarebbe
l’antico legame tra questa ed il femminismo.
Nell’ambito della medievistica, rileva
Corsi, la ritrosia dimostrata da diverse
studiose a collocarsi tra le storiche delle
donne si deve infatti spesso al timore di
venire associate al filone dei primi studi
medievali femministi, che risentivano di
un’eccessiva impronta ideologica. Ciò non
ha comunque impedito di recente alla medievistica
di arricchirsi di ricerche sulle donne, incentrate
sulle strutture giuridiche, familiari e sociali.
Oltre agli studi sulla «cultura giuridica
e sulle capacità processuali» femminili
(p. 22), si registrano lavori sulla storia
e sulla vita religiosa delle donne, che,
come sottolinea Zarri, concentratisi ultimamente
sulla costruzione del gender, hanno contribuito
ad imporre alla disciplina l’utilizzo
del metodo microstoriografico unito all’adozione
di taluni strumenti antropologici.
Piuttosto ricca appare la produzione di storia
delle donne in età moderna. Gli studi
condotti, sottolinea Pomata, dedicati in
parte all’analisi della famiglia e
delle strutture parentali, consentono di
stilare una prima mappa della patrilinearità.
Le ricerche hanno infatti consentito di tracciare
la parabola che vide l’imporsi della
struttura agnatizia, fino ad approdare, nel
Settecento, alla crisi del patrilignaggio.
Un fenomeno che nei due secoli a venire doveva
sfociare nella creazione di una «sfera
pubblica patriarcale» (p. 57), non
più sostenuta dall’impalcatura
giuridica e culturale della patrilinearità.
Meno vivace, come afferma Soldani, si rivela
la contemporaneistica, che ha ricevuto però slancio
nei primi anni Novanta, quando la congiuntura
politica ha sollecitato le studiose ad affrontare
alcuni temi poco esplorati, quale la questione
della cittadinanza. Anche il rapporto tra
donne e guerra, privilegiando il secondo
conflitto mondiale e la Resistenza, è stato
al centro di diverse ricerche. Tuttavia la
storia politica appare ancora poco frequentata
e si avverte l’assenza di studi sul
periodo post-bellico che consentano una riflessione
sulla debolezza del soggetto donna.
Sarti, intervenendo sulla produzione di storia
economico-sociale relativa al gender, evidenzia
il suo impatto decisivo, soprattutto in termini
di microstoria. Uno sguardo alla storiografia
esistente, in parte orientata verso la maternità e
le sue diverse declinazioni, rivela inoltre
l’importanza acquisita dalle carte
processuali sia nell’ambito degli studi
sul matrimonio e sul sesso in antico regime,
sia al fine di indagare la sfera emotiva
di uomini e donne.
Del panorama di americanistica tratta poi
il saggio di Vezzosi e Baritono, dal quale
emerge come gli ambiti più ricchi
di ricerche in questo settore riguardino
la storia delle italiane emigrate e il ruolo
avuto dalle donne nella nascita e lo sviluppo
delle politiche sociali negli USA. Studi,
questi ultimi, che, spesso di matrice sociologica,
hanno conosciuto una certa crescita nella
seconda metà degli anni Novanta. Del
dibattito sviluppatosi negli Stati Uniti,
importanti sollecitazioni sono state colte
soprattutto al fine di indagare il welfare
state. Se una certa attenzione si è riversata
sull’Ottocento, più scarse appaiono
invece le ricerche sul Novecento e sugli
anni della guerra fredda. Un certo interesse è stato
poi rivolto al pacifismo, allo studio delle
etnie attraverso le categorie di genere e
alla costruzione della mascolinità.
Baeri, infine, tratta del rapporto tra femminismo,
storia e memoria. L’intenzione di scardinare
modelli dalla pretesa universalizzante, attraverso
una proposta epistemologica radicale, rimane
indubbiamente l’elemento di maggiore
continuità tra la storia delle donne
e il movimento femminista, determinandone
altresì, in parte, la settorialità.
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