Emanuel Guaraldi
Antonino
De Francesco, 1799. Una storia d’Italia,
Milano, Guerini e Associati, 2004, pp.
170 |
Il libro di Antonino
De Francesco non rappresenta, a dispetto
delle dimensioni, un testo semplice.
I fatti relativi alla Rivoluzione napoletana
sono proposti col preciso intento di far
emergere la complessità degli eventi
e contrastare, attraverso una sapiente ricostruzione
dei molteplici ed intricati rapporti di forza
(non solo in campo interno, ma anche internazionale)
una letteratura tralatizia che in gran parte
risulta legata, come appare chiaro dalla
parte finale del libro, a interessi particolari.
A cominciare dall’apertura, in cui
viene giustamente sottolineata la reciproca
influenza che i fatti rivoluzionari suscitarono
parimenti in Italia e Francia (passando per
il ruolo del Direttorio e la dialettica tra
questo e i generali impegnati nelle campagne
militari), l’analisi di De Francesco
tocca numerose questioni su cui l’autore
si sofferma in modo specifico, accompagnando
vivaci considerazioni critiche a un ricco
apparato di note bibliografiche sapientemente
selezionate. Questa considerazione vale anzitutto
per l’analisi dei singoli soggetti
coinvolti nelle vicende storiche, dei quali
De Francesco ci offre una ricca galleria
di ritratti tra cui compaiono, tra gli altri,
l’abate Jerocades, il giovane Lauberg,
il comandante Championnet, l’ammiraglio
Nelson, il cardinale Ruffo, il ministro Acton.
Attori che però rimangono sullo sfondo
di uno studio che mira a meglio cogliere
il significato dello scontro politico ed
in cui, in particolare, il binomio giacobini/sanfedisti
viene assunto a «radice e simbolo» dell’identità italiana.
Tra i nuclei problematici oggetto di studio
da parte dell’autore vanno anche evidenziati
il legame tra giacobini e massoneria (e i
suoi diversi volti), la contrapposizione
tra i progetti controriformatori e la debolezza
del quadro politico, le tortuosità della
storia e in particolare l’ambiguità di
alcune soluzioni normative manifestatesi
a proposito delle leggi sull’eversione
della feudalità, sull’abolizione
dei fedecommessi, sulla ripartizione del
territorio e l’organizzazione dei poteri
locali (tutte norme che ponevano prepotentemente
all’ordine del giorno il delicato problema
della ricerca del consenso in una società che
dimostrava straordinarie capacità di
resistenza al nuovo ordine).
Ma il valore del volume di De Francesco non
si esaurisce in una pregevole sintesi degli
eventi storici, benché offerti nella
loro complessa articolazione. L’autore
va molto più a fondo e, interrogandosi
sulle ragioni della tenuta del paradigma
del 1799 come espressione della nuova identità italiana
nel discorso politico della classe dirigente,
ne svela la funzione legittimatrice in quanto
forma di uso pubblico della storia. In questo
senso l’autore perviene così a «vedervi
le radici dell’Italia moderna».
Vincenzo Cuoco, Pietro Colletta, Atto Vannucci,
Francesco Paolo Di Blasi, Ippolito Nievo,
Pasquale Turiello, Alfredo Oriani, Alfredo
Niceforo, Benedetto Croce, Gioacchino Volpe,
per giungere fino ai contemporanei Delio
Cantimori, Franco Venturi, Albert Mathiez,
Giuseppe Galasso e Anna Maria Rao, rappresentano
i diversi momenti di un’interpretazione
che passa attraverso una sola chiave di lettura:
quella eminentemente letteraria. Da qui scaturisce
la dura polemica contro quella vulgata che,
ancora presente nel panorama della letteratura
nel secondo dopoguerra, aveva creato “una
dimensione civile italiana tutta declinata
sul versante culturale e niente affatto su
quello politico” (p. 18). Contro questa
lettura De Francesco sembra riportare gli
eventi sul piano della concretezza, quasi
richiamando costantemente l’attenzione
dello storico a non accontentarsi di spiegazioni
parziali o univoche. Egli respinge pertanto
due opposte tendenze storiografiche: per
un verso quella dell’idealismo crociano
che dietro l’interpretazione moderata
dell’esperimento napoletano come espressione
di una nuova identità italiana celava
una precisa e coerente proposta politica;
e per un altro quella di una rappresentazione
della storia che potremmo definire “del
come vorremmo che fosse” (che giunge
fino alla critica della “recita” delle
celebrazioni del bicentenario e – sia
pure in termini sempre positivi – alla
presa di distanze dalla lettura di Anna Maria
Rao del 1799 come risposta al 1899, cioè ad
un’altra possibile via all’Ottocento).
A fronte di tali commenti De Francesco evidenzia
l’oggettività degli eventi e
del loro concatenarsi ridando spazio alla
centralità delle azioni militari (si
pensi al ruolo del generale Championnet,
al riflesso de fatti di Abukir), all’influenza
dell’opera sotterranea delle intelligence governative
(costantemente impegnate a destabilizzare
il terreno politico), al movimento delle
idee (non solo casuale, ma conseguente al
spostamento degli uomini), al tattico intreccio
di interessi non sempre coincidenti. A fronte
di tale impostazione, che tuttavia esplicita
il continuo misurarsi col presente in termini
dichiarati, rimane pur sempre aperta la possibilità di
un’analisi in cui sfera politica e
culturale non siano nettamente separate.
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