Emanuele Guaraldi
Luigi Lotti, Rosario Villari (eds.), Universalismo
e nazionalità nell'esperienza del giacobinismo
italiano, Roma-Bari, Laterza, pp. 450
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Il volume è una brillante sintesi storiografica
su uno dei problemi più controversi della
contemporanea storia politica. L'opera rivisita,
con nuovi paradigmi concettuali e molteplici
sguardi prospettici, la questione complessa
e spinosa dell'attività dei "patrioti", dal
1796 e nelle diverse realtà della penisola.
I saggi di Ricuperati, Rao, Viola e Diaz,
costituiscono la I parte, che si segnala
per la rinnovata capacità di osservazione
del fenomeno, finalmente affrancato dalle
vulgate del passato e dalle letture (interessate
e depistanti) di Cuoco, Croce o Gramsci.
Considerato nel suo insieme, fatto anche
di reticenze morali e teoriche, il giacobinismo
italiano è restituito al lettore in una nuova
veste, grazie a una chiave interpretativa
che opportunamente sposta il cuore della
questione, offrendo aggiornati spunti di
analisi. Gli autori sembrano infatti convenire
in una rilettura 'moderata'. La 'colpa' storica
del giacobinismo italiano non fu tanto quella
di essere stato violento, rivoluzionario
e utopico (e come tale alieno alle masse
popolari), quanto piuttosto di non esserlo
stato abbastanza. Meglio, come si legge nel
testo, «non c'è stata solamente una scelta
moderata, classista, da rivoluzione passiva»,
ma «un pensiero astratto, apolitico, più che
antipolitico: cioè non tanto contrario, quanto
estraneo alla drammatica concretezza della
politica» (Viola, p. 87). Gli approfondimenti
su personalità come Giorgio Denina e Vincenzio
Russo sembrano confermare questa tesi. Ne
risulta una fotografia complessa in cui,
ad es., grave risulta essere stato il condizionamento
di un'epoca segnata dalla tensione Direttorio/Napoleone,
e dove l'esperienza francese ha pesantemente
influenzato l'elaborazione teorica quasi
sempre accompagnata da disincanto e da remore,
a tre anni da Termidoro. Tuttavia nel volume
non c'è 'solo' rivisitazione di aspetti teorici,
ma ben anche la capacità di affrontare problematiche
dal forte contenuto politico. Ecco allora
che, recuperando un tema a lungo dimenticato,
non si riscontra contraddizione tra universalismo e patriottismo nell'idea
di nazione: universalismo e nazione sono «termini
che sembrano alla nostra coscienza di post-romantici
come dicotomici, [ma che] non lo furono» nella
mente dei principali esponenti del giacobinismo.
Sarà infatti il Romanticismo a «cancella[re]
- non senza conseguenze - il cosmopolitismo
settecentesco, obbligando, peraltro, il Novecento
a dover reinventare [il significato del termine]
di fronte alla minaccia dei totalitarismi» (Ricuperati,
p. 23). Nella II parte (saggi di Criscuolo,
Battaglini, Assereto, Formica, Del Negro,
Mattone, Sanna, Turi e L. Rossi), ci si sofferma
su diverse realtà regionali: le repubbliche
Cisalpina, Napoletana, Genovese, Romana,
e il significativo caso della Sardegna. Anche
qui si evince come, da una parte, per i giacobini
italiani (come già per gli illuministi) alcuni
problemi sociali non abbiano rappresentato
il fine principale della loro azione; dall'altra,
che la manifesta egemonia nobiliare di alcuni
settori dello stesso giacobinismo non abbia
comportato di per sé un'adesione meno entusiasta
(significativo in tal senso il giacobinismo
militare della Cisalpina). Insomma, per non
spezzare il fronte indipendentista, l'iniziativa
politica non puntò su questioni ardite, e
tacque l'istanza egualitaria, intesa come
pericoloso richiamo a una 'tradizione' rivoluzionaria
sconfitta in Francia (Criscuolo, p. 95).
Questo scenario rinnova un panorama storiografico
fatto anche di ipostatizzazioni e contrapposizioni
strumentalizzate per tattica o per mera prudenza.
Merito di questo 'nuovo corso', che rende
particolarmente avvincente il fare storia
oggi, è l'aver contribuito a meglio delineare
la fisionomia dei protagonisti, svelandone
quasi una nuova identità: Russo non è pertanto
un utopista, ma un intellettuale il cui pensiero
ha una chiara pregnanza storica; e anche
il piacentino Leonardo Loschi - noto per
il suo radicale egualitarismo - risulta,
alla fine, mirare non tanto all'allargamento
della base sociale, quanto al consolidamento
degli istituti democratici. Quello giacobino
risulta allora un fenomeno contraddittorio,
dove i progetti furono subordinati al corso
degli eventi (il caso romano è in questo
senso esemplare, mostrandosi il Direttorio
titubante ad aprire una nuova pagina sul
destino dello Stato della Chiesa; Formica,
p. 154). Lo stesso periodo impropriamente
definito "Triennio giacobino", a cui è dedicata
la III parte del volume, si configura come
una fase contraddistinta da irriducibilità e
autonomia. «Tale autonomia - come chiariscono
i contributi di Guerci, L. Pepe, De Francesco
e Santato - bisogna essere pronti ad individuare
e riconoscere, pur evitando di costruire
un'artificiosa monade storiografica» (Guerci,
p. 315). Nel Triennio è visibile una marcata
impronta dei Lumi, ma è pure evidente che
quell'esperienza si riverbera nella pratica
politica dei successivi anni e nel nuovo
ordine bonapartista. In questo senso Giovanni
Antonio Ranza e Melchiorre Gioia propongono
un'elaborazione teorica in cui l'una stagione
tende la mano all'altra. Tale rinnovamento
degli studi appare infine dalle analisi di
storia religiosa, cui è dedicata la IV parte
(saggi di Caffiero e Armando). Non soltanto
si valorizza l'articolata varietà delle reazioni
nelle chiese locali e il dibattito acceso
nel mondo cattolico dall'impatto con la Rivoluzione;
ma lo stesso arcaismo della proposta politico-culturale
dei repubblicani appare in tutta evidenza
quando si nota in che misura la nuova religione
laica abbia utilizzato forme e linguaggi
della tradizione religiosa (Caffiero, p.
386). |