Roberta
Mazza
Loredana Mancini, Il rovinoso incanto.
Storie di Sirene antiche, Bologna, Il Mulino,
2005, pp. 296
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Il volume di L. Mancini
fa parte della collana "Antropologia
del mondo antico", curata da Maurizio Bettini,
ed è il risultato della ricerca che l'autrice
ha svolto durante i suoi studi di dottorato.
Il ricchissimo materiale raccolto e analizzato è organizzato
in tre sezioni che si collegano ad altrettanti
elementi tipici delle rappresentazioni letterarie
ed iconografiche delle Sirene antiche: la
voce, la seduzione e l'acqua. Un'utile Appendice
riporta il repertorio delle immagini di Sirene
utilizzate dall'autrice e ventotto tavole
offrono una campionatura delle raffigurazioni
analizzate nel saggio.
La prima parte del libro (La Voce delle
Sirene) sviluppa, dunque, il tema del
canto. Sebbene nell'immaginario moderno
alle Sirene venga attribuita una voce melodiosa
attraverso la quale incantano, appunto,
chi si imbatta in loro, la Mancini, attraverso
l'esame di testimonianze per lo più relative
a una fase molto arcaica e di area greca,
dimostra che la voce e la musica delle
Sirene è ben diversa: il loro, infatti, è il «canto
spontaneo, irrazionale, portatore di un'efficacia
magica.potremmo dire che la Sirena è espressione
di una forza dionisiaca.» (p. 49). In questo
senso le Sirene sono in rapporto contrastante
con le Muse, il cui canto invece è razionale,
apollineo.
In realtà gli intrecci della mitologia greca
sono assai complessi, come mostra l'autrice
nel capitolo dedicato ai rapporti tra le
Sirene e Delfi. Secondo il mito di fondazione
del famoso santuario, sopra il frontone di
uno dei tre templi arcaici che costituirono
il primo nucleo dell'area sacra, stavano
sei Keledones (Incantatrici) d'oro
che con la loro voce dolce soggiogavano i
visitatori i quali, dimentichi di mogli e
figli, rimanevano stregati in quel luogo.
Per questo motivo gli dei fecero sprofondare
il tempio in una voragine. Il legame con
le Sirene omeriche è evidente e la Mancini
riporta e discute le opinioni di coloro che
hanno identificato o avvicinato Keledones e
Sirene fin dall'antichità. L'autrice percorre
una pista tutta sua, proponendo di collegare
le Keledones a una fase arcaica dello
sviluppo dell'oracolo delfico della Pizia
e passa poi a una lettura comparata di altre
figure singolari legate a Delfi, quella delle
tre vergini sorelle dell'Inno omerico ad
Ermes (sorta di dee-api, che insegnano ad
Apollo bambino l'arte della profezia) e quella
delle iynges, oggetti magici, probabilmente
ruote sonore variamente sospese nei templi
e utilizzate nei riti di oracolo. La conclusione
di questa prima parte è ben riassunta dall'affermazione
dell'autrice secondo cui «le Sirene mentono,
dunque: esse, la voce che rende immemori,
fingono di essere l'esatto opposto di se
stesse, ovvero le Muse custodi della memoria» (p.
75).
A questo punto lo sguardo
si sposta verso Occidente, in Magna Grecia,
le cui coste,
a partire dalla baia di Napoli e dal Sorrentino,
sono costellate da luoghi di culto dedicati
alle Sirene. L'iconografia si discosta da
quella greca e le tre Sirene assumono anche
nomi diversi (Partenope, Ligeia e Leucosia).
Sebbene, secondo la Mancini, sia meno facile
per quest'area circoscrivere le caratteristiche
di queste figure mitologiche, tra le loro
caratteristiche costanti vi fu il legame
con la sfera ctonia e il culto dei morti,
per altro elemento tipico fin dal loro apparire
e già anticipato dall'autrice nella prima
parte. Così come si è visto a proposito della
voce, anche la fisionomia delle Sirene dell'immaginario
moderno va rivisitata. Infatti le fonti antiche
le descrivono non come metà donne e metà pesci,
bensì come donne uccello, ampiamente ritratte
in Occidente su oggetti funebri, quali stele
e vasi, all'interno di cicli iconografici
di tema nuziale ed erotico. La Mancini spiega
la ricorrenza di tale iconografia in contesti
funebri con lo sviluppo dal IV secolo a.
C. in poi di una "escatologia nuziale", ossia
dello sviluppo del tema dell'unione erotica
con il dio (nella maggior parte dei casi
Dioniso) come allegoria della salvezza post
mortem. La narrazione mitologica, comprensibile
forse solo da parte di 'lettori' colti, poteva
essere percepita a un livello più basso come
semplice collegamento tra "felicità eterna
e perpetua vitalità erotica" (p. 97).
Si passa così al tema
della seduzione, argomento della seconda
parte del libro (La Sirena
e la seduzione), che analizza i rapporti
tra le Sirene ed Afrodite e Artemide, due
divinità strettamente legate all'eros femminile. La
Mancini individua nella iconografia occidentale
delle Sirene una tendenza all'abbellimento,
all'intensificazione dell'aspetto erotico-perturbante
di questi esseri (la sirena-coquette,
cfr. spec. pp. 105-108). A Locri le Sirene
fanno parte dell'inventario iconografico
attestato nell'area sacra dedicata ad Afrodite,
all'interno della quale era praticata la
prostituzione sacra da parte delle vergini
del luogo, secondo uno schema religioso legato
ai riti di passaggio dalla fanciullezza alla
condizione di sposa. Nelle tavolette votive
rinvenute in questa zona, la Sirena diviene,
nell'interpretazione offerta dall'autrice,
personificazione della futura sposa nella
fase liminale in cui si trova subito prima
delle nozze: è uscita da casa, ma non è ancora
sposa e madre. Similmente a Sparta le Sirene
sono riprodotte su oggetti legati al santuario
di Orthia (divinità arcaica che più tardi
sarà identificata con Artemide), in cui i
ragazzi e le ragazze spartani erano sottoposti
a un complesso sistema educativo e rituale
che li faceva entrare nell'età adulta. Anche
in questo caso la Mancini interpreta la figura
quale simbolo, in particolare, della vergine
e della forza vitale arcana che la connota.
Le Sirene sono dunque esseri ambigui, come
ambigua è la condizione della parthenos,
percepita dalla società circostante come «forza
destabilizzante», a causa della sua carica
erotica non ancora sottoposta al vincolo
matrimoniale.
La terza parte del libro,
come si diceva, è dedicata
all'acqua (La Sirena e l'acqua): a
questo elemento sono legate le Ninfe, altre
figure mitologiche che, come già le Muse
e le Incantatrici, presentano tratti analoghi
alle Sirene. Nel ripercorrere miti e temi
attestati nelle raffigurazioni ceramiche,
l'autrice approfondisce il tema della nascita
delle Sirene dall'unione della terra con
il fiume Acheloo: le Sirene - contrariamente
a quanto viene rappresentato dal repertorio
iconografico moderno, che ha le sue radici
nella tarda antichità e nel medioevo durante
i quali questi daimones acquistano
la coda di pesce delle mermaid nordiche
- non amano l'acqua del mare, bensì quella
di sorgenti e fiumi, acque il cui suono per
gli antichi era collegato, di nuovo, all'idromanzia
e all'oracolo. Il gorgogliare dei torrenti
ci riporta così al ronzio delle api delfiche
e al suono delle ruote magiche, mentre il
collegamento con le Ninfe richiama, ancora,
il tema delle fanciulle vergini.
Dopo un capitolo di carattere comparatistico
(Racconti di acque, fantasmi e streghe)
- in cui l'autrice considera caratteristiche
comuni a Sirene e altre figure mitologiche
quali streghe o fantasmi presenti in diversi
ambiti geografici e storico-culturali, sempre
comunque "apparentati" con l'antichità greca
- la Mancini sottolinea come la vicinanza
con l'acqua, accanto all'ibridismo e all'incertezza
del loro statuto sessuale (simile a quello
delle fanciulle vergini), sia collegato alla
natura liminare di tali creature.
Le Sirene analizzate
in chiave storico-antropologica dalla Mancini
dicono molto a proposito della
condizione femminile nell'età antica: prostituzione
sacra, riti matrimoniali, riti di passaggio
dalla condizione di fanciulla a quella di
sposa, sacerdozio femminile, vengono ben
delineati attraverso la discussione puntuale
delle fonti antiche sulle figure mitologiche
al centro del saggio. L'ambiguità della natura
femminile, vista naturalmente attraverso
la lente di una società maschilista, si traduce
nell'ambiguità e nel polimorfismo delle Sirene
che attraverso i secoli si trasformano da
donne uccello a donne pesce, incarnando sempre
gli aspetti della natura femminile più problematici
e perturbanti. Ma c'è un altro ambito, meno
ovvio, che questa ricerca illumina attraverso
l'analisi della figura delle Sirene, ed è quello
del rapporto tra gli antichi e la natura
che li circondava. Ogni fenomeno naturale,
oltre ad essere un segno cui dare un significato,
aveva un profondo impatto sull'emotività degli
uomini, come ben riassunto nella definizione
di Sirena fornita dall'autrice in conclusione
del saggio (p. 234): «la Sirena può essere
definita un demone ornitomorfo ., specializzato
nelle manifestazioni psichiche irrazionali
legate ai suoni che la natura spontaneamente
produce. Questa Sirena al grado zero è alla
base delle varie Sirene che, nel corso dei
secoli, assumeranno i panni di musicanti,
lamentatrici, iniziatrici di giovani spose,
o quelli mistico-filosofici di custodi del
Paradiso». |